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Agostino

vita

opere

Contra academicos
Contra Faustum manichaeum
De libero arbitrio
De magistro
De natura et gratia
De spiritu et littera
De vera religione
Contra Cresconium grammaticum Donatistam libri quatuor
De Trinitate La Trinità
De vita beata
De ordine
Soliloquia
De immortalitate animae
De quantitate animae
De musica
De mendacio
Retractationes
De anima et eius origine contra Vincentium Victorem
De catechizandis rudibus
De disciplina christiana
De genesi ad litteram
De agone christiano
De gratia Christi et de peccato originali contra Pelagium
De natura boni contra Manichaeos
De utilitate credendi
In Evangelium Ioannis tractatus
In Epistolam Ioannis
Enarrationes in Psalmos
Expositio epistolae ad Galatas
Quaestionum Evangeliorum libri duo
Quaestionum in Heptateuchum libri septem
De gratia et libero arbitrio 388/95
Confessiones Confessioni 395/410
De doctrina christiana 397
De civitate Dei La città di Dio 413/26

lo spirito agostiniano

il debito verso il platonismo

Agostino, come ogni essere umano e dunque ogni filosofo, è uomo del suo tempo, situato e condizionato dal contesto culturale contemporaneo; non ci si deve perciò stupire che la sua riflessione filosofica sia debitrice nei confronti di qualcosa che lo ha preceduto: del resto egli ne era in gran parte consapevole, e la sua scelta va verso il filosofo greco che più ogni altro gli appare vicino al Cristianesimo, Platone, con la sua sottolineatura dell'importanza dell'invisibile.

Non si può negare che se da un lato il platonismo, all'interno della elaborazione agostiniana si trasfigura (Agostino è netto nel affermare il carattere personale di Dio, la bontà della materia, e nel rifiutare la metempsicosi), dall'altro qualche residuo platonico non pienamente integrato con la visione cristiana resta: in particolare una certa diffidenza verso la corporeità, una accentuazione piuttosto esasperata del contrasto tra cose temporali e cose eterne, che avrebbe in seguito pesato sul pensiero (e sulla civiltà) medioevale, nel senso di una propensione unilateralmente ascetica.

l'originalità agostiniana

Lo spirito di Agostino è così riassumibile:

bassorilievo: Battesimo di Cristo
il battesimo di Cristo: pur sottolineando
l'interiorità, Agostino era convinto
dell'importanza decisiva della Chiesa visibile.

1. Un vivo senso della drammaticità dell'esistenza umana, della possibilità cioè che l'uomo non giunga al suo compimento, che d'altra parte non può non desiderare con tutto il suo cuore (inquietum est cor nostrum): il male insidia l'uomo,corrodendone la vita.

2. Perciò la filosofia non è oziosa riflessione accademica, ma vivente impegno con questo dramma: deve servire a rispondere alle domande dell'uomo concreto, non a astratte curiosità.

3. In questo senso una formula che esprime lo spirito di Agostino è la celebre frase: Deum et animam meam scire cupio. (..) Nihil aliud, cioè non desidero conoscere altro che Dio e la mia anima. La mia anima, cioè il desiderio di piena felicità, la domanda di pienezza, e Dio, il Mistero infinito che è la Risposta alla domanda che io sono.

Ma perché Agostino dice "niente altro" ("nihil aliud") oltre a Dio e all'anima, oltre al desiderio di felicità e di verità e alla Risposta esauriente a tale desiderio? Non significa "tagliar via" il terzo fattore della realtà, cioè il mondo, la realtà materiale e gli altri esseri umani?

Da un lato, se per mondo si intende la realtà ontologica del mondo (e degli altri) tale realtà è esaurientemente ricompresa in Dio, che è la Totalità, presente in ogni cosa: amare Dio implica amare la sua creatura, la verità della sua creatura. Ma l'amore alla creatura non sarebbe vero se da un lato non partisse dal desiderio di felicità che anima ognuno, e che sarebbe diabolico pretendere di anestetizzare per un preteso amore "disinteressato" o per un dovere di tipo kantiano, e dall'altro non riferisse la creatura a Dio, che solo ne conosce e ne può il vero bene.

D'altro lato se si intende mondo in senso morale (quel "mondo" per cui Cristo non ha pregato nell'ultima cena) è pienamente cristiano che Agostino escluda che esso possa interferire tra sè e il Destino: non devo obbedire alle convenzioni e alle mode di una mentalità succube della Menzogna, ma ovunque necessario ognuno deve sfidare "questo mondo" e il suo tenebroso e ottenebrante Principe.

Non si tratta dunque di evasione dal mondo, ma di chiarezza del Destino ultimo, senza del quale il mondo stesso si sbriciolerebbe nel nulla. Quanto Dio contasse per Agostino è possibile vederlo in moltissime sue pagine, ma esemplari sono certi passaggi delle Confessioni, ad esempio l'inizio. Lì il Mistero è visto come "laudabilis valde", degno di molta lode da parte di un uomo che, pur nel suo limite (limite ontologico: è mortale, etico: è peccatore, gnoseologico: la sua mente inciampa per la sua superbia), non può non essere tutto proteso al Dio che l'ha creato per Sè, e senza del quale il suo cuore resta inquieto.

il dramma dell'uomo

Il dramma dell'io umano è riassumibile nello schema seguente.

il paradosso dell'uomo
  • desiderare la perfetta felicità ...
  • ...trovando solo temporanei e limitati appagamenti
  • desiderare la piena verità, stabilmente e definitivamente posseduta ...
  • ...trovando solo incertezza, opinioni che si è costretti a cambiare così spesso
  • desiderare di compiere fino in fondo il bene ...
  • ...trovandosi così spesso proclive al male
  • desiderare la pace ...
  • ...trovando solo inquietudine

il superamento positivo del dramma

L'uomo non supera con le sue forze questo circolo vizioso di non poter non desiderare quello che poi non può ottenere: in polemica contro Pelagio, egli sostiene che solo la grazia di Cristo ci salva. E ciò perché l'uomo non è in uno stato di natura integra (=sana), ma di natura decaduta: la natura umana è come ferita (per cui l'intelligenza non pensa come dovrebbe, cogliendo [sempre e solo] il vero, e si producono errori e incertezze che "naturalmente" non ci dovrebbero essere; e la volontà non è stabile nel volere il bene, ma si piega al male), ed è ferita da quel fatto che sta all'inizio della storia umana e si chiama peccato originale.

Caravaggio, vocazione di Matteo
Caravaggio, vocazione di Matteo (part):
è Dio, in Cristo, che ci chiama; l'Iniziativa prima è Sua.

Conseguenze: viene così battuta in breccia ogni pretesa moralistico-farisaica; l'uomo non riesce ad essere buono, basandosi sulle sue forze. Lo può essere solo accettando l'aiuto di Cristo, nella Chiesa. Viene così a delinearsi come pienamente umano un atteggiamento di umiltà verso sé stessi, perché non si sfugge alla fragilità, e di non-giudizio verso gli altri. Così, risulta impraticabile una visione della realtà umana che divida in buoni e cattivi, con i primi che riuscirebbero ad essere coerenti in virtù di una loro energia, e i secondi che sarebbero da puntare a dito come malfattori e farabutti, perché infrangono delle leggi. Il vero punto di discrimine etico non è tra chi osserva le regole e chi non le osserva, ma tra chi mendica la grazia, riconoscendosi non-autosufficiente e avendo lo sguardo su anzitutto Altro da sé, e chi si ritiene autosufficiente, come i farisei, che si ritenevano giusti, perché osservavano (o dicevano di osservare) quattro regolette, che si erano ritagliati su misura per i loro comodi.

la conoscenza

L'uomo non è, in generale, autosufficiente: segnato dal peccato originale, è chiamato alla comunione con Dio, in Cristo. Questa non-autosufficienza la si vede anche in campo conoscitivo. È solo Cristo che consente alla conoscenza umana di raggiungere uno stato di certezza e di stabile verità (come Maestro interiore, mediante l'illuminazione)

il superamento del dubbio scettico

Che l'uomo non fluttui nell'incertezza, nell'assenza di riferimenti veritativi assoluti lo si può capire anche "dal basso", con una riflessione filosofica che fa appello ad evidenze naturali (anteriori alla fede); infatti, dice Agostino nel Contra Academicos, se anche dovessimo dubitare di tutte le verità che si riferiscono al mondo esterno, se anche dubitassimo di tutto, almeno dell'atto del dubitare, almeno dell'esistenza di me, soggetto che dubito, non potrei dubitare. So almeno questo, che io esisto. Ma sapere che esisto aggiunge una seconda certezza, quella appunto che, oltre che esistente, io sono conoscente. E infine io, esistente e conoscente, posso scegliere che cosa pensare o fare, dunque sono anche volente.

Esse, nosse, velle (esistere, conoscere, volere) sono dunque le prime tre certezze, che segnano il superamento del dubbio. E' dunque il soggetto, l'io, nella sua realtà ontologica, il dato di certezza primo, e nelle prime tre certezze di cui è fatto l'io si rispecchia lo stesso Mistero trinitario (il Padre, Origine dell'essere, il Figlio, Verbo del Padre, e lo Spirito, Amore infinito).

l'illuminazione

Basandosi sulle sue sole forze conoscitive naturali, l'uomo non andrebbe però molto lontano: gli manca un "centro di gravità permanente", che gli consenta di giudicare in modo stabile e adeguato la realtà che è oggetto della sua esperienza.

Mutevole e instabile è tale realtà del mondo sensibile, come mutevole e instabile è la stessa anima umana, lo stesso io e la sua mente, che deve continuamente ricredersi sulle cose, cambiando opinione con facilità, e restando preda di un turbine di ipotesi piuttosto che camminando con pacificata sicurezza sulla via maestra di una verità assoluta. Tale è la condizione dell'uomo, e Agostino ha il merito di riconoscerne con chiarezza la non-auspicabilità: non si può certo dire che sia un vantaggio fluttuare nell'incertezza. Ma in tale condizione si rimane finché non sia appunto aiutato da qualcosa di superiore: Colui che vede tutto con perfetta e stabile chiarezza, Cristo, il Maestro interiore, partecipa alla mente umana un po' di tale chiarezza, rendendo possibile giudicare in modo nitido e sicuro.

Da notare che l'illuminazione si esercita non sui concetti, ma sui giudizi: mentre in Aristotele il discrimine tra conoscenza imperfetta e conoscenza (più) perfetta era l'astrazione, che segnava il passaggio tra la sensazione e il pensiero, per Agostino il discrimine è l'illuminazione, che separa una conoscenza, anche mentale, imperfetta perché fluttuante nell'incertezza, e una conoscenza resa perfetta dall'influsso del Maestro interiore. Quest'ultima inizia già, del resto, con la sensazione, che è atto non del corpo e nemmeno del composto corporeo-spirituale, ma dell'anima, e che può perciò essere condotta bene (e così partecipare della perfezione ed essere in qualche modo superiore a un pensiero incerto) o male.

Potremmo sintetizzare come segue:

Aristotele Agostino
conoscenza perfetta pensiero sensazione e pensiero “illuminati”
tramite: astrazione illuminazione
conoscenza imperfetta sensazione sensazione e pensiero “non illuminati”

l'affettività

È ancora Cristo che consente alla affettività umana di sottrarsi alla grettezza di un amor sui come misura ultima di tutto, e di tuffarsi nella buona avventura dell'amor Dei, che supera l'amore egoistico a sè, pur essendo l'unico a fare il proprio vero bene.

La sua grazia, ricevuta dal nostro libero arbitrio, lievita la nostra natura, decaduta in seguito al peccato originale, e ci rende capaci di bene, superando appunto il male (come progetto sulla vita), che tanto aveva angosciato Agostino prima della conversione.

Si intrecciano dunque la necessità della grazia, per essere pienamente morali, amando Dio più che le creature, da un lato, e la realtà del libero arbitrio, che può accettare o rifiutare la grazia, dall'altro:

Quando cerca di vivere rettamente con le sue sole forze, senza l'aiuto della grazia liberatrice divina, l'uomo è vinto dal peccato; ma nella libera volontà egli ha in suo potere di credere nel suo liberatore e di ricevere la grazia

La legge, che insegna e comanda ciò che non può essere compiuto senza la grazia, dimostra all'uomo la sua debolezza, perché la debolezza così provata possa ricorrere al Salvatore, con il cui aiuto sanante la volontà è resa capace di fare ciò che nella sua debolezza aveva trovato impossibile

il male

Il problema del male aveva attanagliato Agostino fin dalla giovinezza, ed egli ne aveva cercato delle soluzioni nel manicheismo prima e nel neoplatonismo poi, finché non trovò una propria originale soluzione, certo, ispirata al Cristianesimo: il male non è una realtà positiva, nel senso che non esistono cose cattive, enti cattivi; tutto ciò che esiste, nella misura in cui esiste, è buono, è un bene, tutto ciò che esiste essendo creatura di un Mistero onnipotente e buono.

ma allora che cosa è il male? In generale esso è privazione, mancanza di essere. Questo ha delle implicazioni esistenziali nel senso che chi fa il male non dimostra di essere furbo o intelligente, perché si priva di un bene, rinuncia a una perfezione, sceglie per una minore perfezione, per una minore soddisfazione, per una minore felicità.

In particolare S.Agostino distingue tre tipi di male:

Il tempo

È sempre Cristo che dà senso al tempo, permettendogli di essere non più dispersa molteplicità, sciame informe di vuote apparenze, ma sensata unità raccolta nella attesa della eternità beata.

Quella del tempo è un dimensione molto sentita da S.Agostino: tutto è instabile, provvisorio; questa vita non dà tregua, non si può mai in essa riposarsi definitivamente.
Da un lato il tempo è contrassegno della finitudine dell'uomo, disperso e come disgregato nelle molteplicità degli instanti, che si susseguono inesorabilmente. Per cui esso è indizio della drammaticità della vita, di un suo non-autopossesso: per la inconsistenza del tempo (il passato non è più, il futuro non è ancora, il presente stesso non è che un attimo inafferrabile, senza spessore, sfuggente).
D'altro lato la coscienza del tempo indica una elevazione dell'uomo sopra la molteplicità dispersa degli istanti; sintetizzando il molteplice egli si avvicina all'eterno presente di Dio: il tempo è distensio animi, l'animo si dilata ad abbracciare l'estensione altrimenti desolatamente disgregata della successione temporale (in te, anime meus, tempora metior). Per brani relativi al tempo: si vedano i testi di S.Agostino.

la storia: le due città

...duas societates hominum, quarum est una quae praedestinata est in aeternum regnare cum Deo, altera aeternum supplicium subire cum diabolo

S.Agostino ha una visione drammatica della storia, come di uno scontro tra due città, la civitas Dei, o coelestis, o Jerusalem e la civitas diaboli, o terrena, o Babilonia.

Le due città hanno dei confini (almeno in parte) invisibili: la linea di demarcazione passa infatti attraverso il cuore di ogni uomo, più che separare nettamente e definitivamente (finché dura la storia) alcuni uomini da altri. Appartiene infatti alla civitas Dei chi è governato dall'amor Dei usque ad contemptum sui, alla civitas diaboli chi è governato dall'amor sui usque ad contemptum Dei.

Fecerunt itaque civitates duas amores duo, terrenam scilicet amor sui usque ad contemptum Dei, caelestem vero amor Dei usque ad contemptum sui.

Uno appartiene all'una o all'altra città dunque in virtù di ciò che ama: si può amare Dio, o si può amare sé stessi.

Va chiarito però che amando Dio in realtà si ama anche la verità di sé, che è creata da Dio e che Dio vuole elevare a Sé; mentre l'amore a sé che caratterizza la città di Babilonia non è un amore al vero sé, alla verità di sé, ma a una falsa immagine di sé (ci si ama non per quello che si è davvero, ma per come si crede, ingannevolmente, di essere: autosufficienti, secondo l'orgoglio che il peccato originale ha innescato in noi).

lo stato

La visione agostiniana dello stato è tendenzialmente pessimista: per lui infatti lo stato si è reso necessario in seguito al peccato originale, senza il quale gli esseri umani si sarebbero autogovernati senza bisogno di leggi e di istituzioni.

Mentre dunque la società è naturale (l'uomo è naturalmente socievole), non così lo stato.

Inoltre, come abbiamo accennato nulla assicura della bontà degli stati, che possono anche diventare delle grandi associazioni a delinquere.

Nessun uomo, finché dura la storia, fino al ritorno glorioso di Cristo, può essere detto totalmente appartenente all'una o all'altra città; questo non vuol dire però che le due città non abbiano anche una ben precisa visibilità: la Chiesa è, sia pure non interamente, la più trasparente manifestazione visibile della civitas Dei, certi stati, come l'impero assiro o come per molto tempo l'impero romano, sono in qualche modo manifestazioni della civitas diaboli. Gli stati in effetti non sono necessariamente buoni: dipende da chi li governa, possono anche diventare magna latrocinia.

È in corso dunque una gigantesca lotta tra il Bene e il Male, ed è allora importante schierarsi, decidere da che parte stare. Il punto non è anzitutto stare con una parte o con l'altra di quelle che sono le contrapposizioni che emergono più visibilmente nella storia, il punto è stare con Cristo, amando Dio più della falsa immagine di sé; questo peraltro non toglie che, in un dato momento storico, possa essere necessario schierarsi, almeno temporaneamente e mantenendo una superiore libertà di giudizio (in altri termini, non ideologicamente), con una certa determinata parte.

angelo con la falce per un giudizio

Il nostro giudizio su S.Agostino è prevalentemente positivo. Non crediamo sia un caso se per un millennio il pensiero cristiano occidentale si è ispirato esplicitamente a lui, e anche quando, dal XIII secolo Tommaso d'Aquino lo ha in qualche modo "surclassato" come pensatore più apprezzato dalla autorità ecclesiastica cattolica, egli è rimasto uno delle pietre miliari del Cristianesimo, a cui lo stesso Tommaso è debitore, e non poco (come dimostrano le abbondantissime citazioni agostiniane nelle pagine tomiste).

Ciò che di lui è più importante è la chiara percezione della fondamentalità del soprannaturale, della grazia divina, che sola risponde al desiderio che anima l'uomo, che sola perciò consente all'uomo di essere uomo;

Ciò che è meno accettabile in lui è una certa recezione di Platone, che lo porta a opporre materia a spirito, realtà temporali e realtà eterne in una flessione non del tutto criticamente vagliata in prospettiva cristiana. Per il Cristianesimo infatti la materia, la carne, il corpo non solo non sono male, come anche Agostino vede, già da quando passa dal manicheismo al neoplatonismo, ma non sono nemmeno qualcosa da trascurare in vista dell'Eterno. L'Eterno non è alternativo al tempo: e questo Agostino lo vede e lo capisce, ma non riesce, usando spesso categorie platoniche, a esprimerlo in modo soddisfacentemente chiaro.

testi

su Sant'Agostino

la storia e il tempo

librobibliografia essenziale

solidarietà ai cristiani perseguitati

Asia Bibi, una donna pakistana, rischia la condanna a morte per non essersi convertita all'Islam:
informazioni su Asia News.

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