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Medioevo filosofico: l'esistenza di Dio

l'esistenza di Dio

[dal primo capitolo del nostro libro: Medioevo filosofico]


fuga in egitto

Per una filosofia come quella del medioevo tutto si riannoda e si riassume in Dio, che è centro e significato non di un livello della realtà (il livello spirituale, il "bisogno" religioso), ma della realtà.

importanza delle prove di Dio

1. Importanza della dimostrazione razionale. É convinzione comune presso tutti i filosofi medioevali che la ragione umana possa argomentare in modo certo l'esistenza di un Essere Infinito e Creatore, quello stesso che si è rivelato nella storia sacra e in Cristo. Diverso però è il peso attribuito a tale argomentazione razionale. Alcuni pensatori medioevali hanno infatti dedicato uno sforzo piuttosto ridotto alla dimostrazione dell’esistenza di Dio: tanto questa sembrava evidente, o meglio tanto la sua evidenza sembrava dipendere più da una buona volontà che da una capacità razionale, più dall'apertura del cuore che dall'argomentare dell'intelletto. Dio non è accessibile (solo) ai "sapienti e ai dotti", ma si rivela ai "piccoli" e agli umili di cuore. In questa linea troviamo ad esempio un S.Agostino o un S.Bonaventura, che dedicano uno spazio esiguo ad una rigorizzazione "tecnica" della prove dell'esistenza di Dio. Uno sforzo maggiore troviamo invece in pensatori come Scoto e Tommaso d'Aquino. Tali filosofi si adoperano per non lasciare niente (il meno possibile) di implicito e di oscuro, per non saltare passaggi logici, per costruire una dimostrazione serrata. Non che tali pensatori ignorassero la verità evangelica cui abbiamo alluso poco fa, ma essi tenevano anche presente che una cosa è la Rivelazione soprannaturale che Dio fa di Sé in modo gratuito e imperscrutabile, altra cosa è la conoscenza di un Creatore che la ragione di qualsiasi uomo può e deve raggiungere come base prima della sua eticità fondamentale. Anche in questo caso i due aspetti si integrano piuttosto che escludersi: da un lato nessuno nega che la dimostrazione debba essere il più possibile stringente e persuasiva, dall'altro nessuno si illude che basti una prova puramente razionale per condurre un uomo alla fede nel Dio di Gesù Cristo. Dunque, né disprezzo per la ragione, né sua sopravvalutazione: e, all'interno di tali argini, diverse sfumature.

La linea di relativizzazione della ragione, se portata agli estremi, per cui nella vita uno dovrebbe affidarsi a una "pura" fede, implicherebbe appunto il rischio del fanatismo: che significa ad esempio arroccamento testardo in posizioni acriticamente assunte, con la conseguenza pratica ad esempio di una incapacità di dialogare con altre posizioni umane e spesso di ammettere i propri torti, giungendo in qualche caso ad una forte instabilità di giudizio sulla realtà effettiva (mancando una flessibilità aderente all'effettivo si passa di blocco in blocco, rigidamente) e conseguente "annebbiamento" della memoria (onde evitare di pensarsi incorente).

D'altra parte un affidarsi come a criterio ultimo alla ragione (credo in Dio perché lo capisco vero, piuttosto che aderendo alla Sua storica e concreta automanifestazione) porterebbe rischi non meno gravi: orgogliosa quanto asfittica fissazione nelle proprie pensate, impallidente sganciamento dalla carnalità della vita, velenoso sarcasmo nei confronti degli errori di chi è più coinvolto con "la gloria incerta dell'ora positiva" (Eliot).

Certo, la stessa divaricazione medioevale tra quelle che comunque restano due diverse sottolineature dimostra come il problema della composizione tra i due aspetti sia tutt'altro che facile. Se ne dovrebbe trarre, a nostro parere, l'indicazione ad una umile e decisa ricerca della totalità, in cui solo sta la verità.

le prove a priori : S.Anselmo

Per molti filosofi medioevali (S.Anselmo è il caso più famoso, ma non certo l'unico) è possibile dimostrare l'esistenza di Dio "a-priori". Che cosa significa a-priori? Si traduce spesso tale espressione come "prescindente dal dato sensibile", ma bisognerebbe purificare tale spiegazione da un inquinante riferimento al kantismo: vogliamo dire che nei medioevali non esiste un disprezzo o una diffidenza nei confronti del sensibile in quanto tale. Il mondo corporeo, sensibile è stato creato da Dio, e Dio ha visto "che era cosa buona". Prova a-priori quindi non significa una prova che escluda il sensibile, quanto una prova che si impernia sulle evidenze che si presentano (che ineriscono) allo spirito umano, sulle evidenze che è strutturalmente impossibile negare, e il cui valore non è smentibile da qualsivoglia esperienza. Comunque si giudichino le prove a-priori è bene non dimenticare perciò che il loro riferimento una concezione realistica della conoscenza: esse fanno appello non ad una ragione come "scatola chiusa", ma ad una ragione come aperta alla realtà, e nella fattispecie la realtà su cui la ragione fa leva è la realtà dello spirito, cioè la realtà del soggetto umano .

Come ricordavamo, la più celebre delle prove a-priori, o ontologiche, è quella elaborata da S.Anselmo d'Aosta; richiamiamone le linee essenziali.

1. Vi è nello spirito umano, nello spirito di ogni uomo, un'idea, una conoscenza originaria e incancellabile, quella dell'Id quo maius cogitari nequit, di Ciò di cui non si può pensare niente di più grande, cioè l'idea di Dio, la conoscenza di Dio.

Chi, come il suo avversario il monaco Gaunilone nel Liber pro insipiente, volesse negare questa presenza, secondo Anselmo, si contraddirebbe. Infatti come si può negare di avere l'idea di Dio, senza sapere ciò che si nega? Ma sapere ciò che si nega vuol dire precisamente avere l'idea di ciò che si nega, cioè avere l'idea di Dio, dell'Id quo maius cogitari nequit. Anche chi nega Dio, anche l'ateo, deve sapere chi è ciò che nega. Dunque tutti hanno tale idea, tale idea è strutturale ad ogni mente umana, ad ogni uomo.

2. Tale idea di Dio non ci dice semplicemente (ovviamente in modo imperfetto) che cos'è Dio, ma ci dice anche che Dio è. Ci attesta la Sua esistenza, al tempo stesso che ci dice qualcosa della sua essenza. Come un raggio di luce che entri in una stanza, ci dice sia qualcosa di che cos'è la luce, sia che la fonte della luce esiste.

Infatti l'id quo maius, l'Essere perfettissimo, per essere tale (per essere pensato) non può essere pensato come non esistente: deve infatti essere insuperabile (altrimenti non sarebbe perfettissimo, non sarebbe l'Id quo maius cogitari nequit); ma sarebbe superabile se fosse un Essere perfettissimo che avesse tutte le perfezioni, fuorché l'esistere; sarebbe superabile, cioè da un Essere perfettissimo, che oltre ad avere tutte le perfezioni (dell'essenza), avesse anche la perfezione di esistere. Detto in termini algebrici affermare che l'Id quo maius non esista sarebbe come dire: X+1>X (dove x=tutte le perfezioni essenziali, ossia la infinita bontà, la infinita conoscenza, la infinita conoscenza, etc.; e 1=la perfezione consistente nell'esistere); ma è impossibile che X+1>X, se abbiamo assunto che X è assolutamente massimo, è ciò che di più grande esiste, l'Id quo maius, il maximus. Dunque Dio esiste.

3. All’obiezione di Gaunilone, che osservava come allora potremmo dire di avere l'idea delle isole beate, e da tale idea trarre la conclusione, evidentemente infondata, che le isole beate esistono, Anselmo replicava che il caso dell'idea di Dio è assolutamente unico, e non ha paragone con alcuna altra idea. Solo dell'Essere perfettissimo si può dire che la sua esistenza è inclusa nell'essenza: per ogni "altro" ente ciò non vale.

La prova a-priori ha avuto successo anche presso filosofi come Cartesio, Leibniz ed Hegel, che si sono allontanati dalla weltanschaung cristiano-medioevale. Nondimeno tali pensatori hanno concepito anche in termini teoretici in modo diverso dai medioevali la prova ontologica: fondamentalmente la differenza sta nel fatto che mentre per questi ultimi l'idea di Dio era qualcosa di non oggettivabile, uno sfondo onniavvolgente che permea la conoscenza mentale senza poter essere afferrato in modo esaustivo, senza poter essere incapsulata in un concetto collocabile accanto ad altri, ma sovrastando ogni concetto, nei citati pensatori moderni l'idea di Dio viene ridotta ad una delle tante idee, su cui la ragione esercita un potere di comprensione e di manipolazione.

Quanto appena ricordato va tenuto presente se si vuole avvicinarsi al significato che per i medioevali aveva la prova a-priori. Essa non significa un possesso conoscitivo dell'Infinito, né una affermazione di autosufficienza del pensiero nei confronti del mondo sensibile e dell'oggettività dei rapporti umani come veicolo essenziale per incontrare l'Infinito. Ci sembra piuttosto che la prova ontologica, per quanto possa suscitare dubbi e perplessità abbia il senso di evidenziare i seguenti punti:

1) la conoscenza umana non è dispersa frammentarietà di sensazioni e pensieri, fluttuanti nel vuoto, ma si riannoda attorno a un Centro, che non può essere che l'Infinito e l'Eterno;

2) l'uomo, parallelamente, è proteso verso tale Realtà (lo stesso Tommaso d'Aquino, che pure rifiuta la prova ontologica nella sua valenza conoscitiva, le riconosce in qualche modo una valenza sul piano del desiderio);

3) tale protensione è appunto una molla verso una pienezza, che l'uomo non possiede di suo, escludendo perciò un possesso già attuato. In questo senso la dimostrabilità a-priori di Dio non va vista come esclusiva di un incontro storico, concreto, visibile; non va cioè vista come fattore di ripiegamento su di sé, di intimistico soggettivismo.

le "cinque vie" di S.Tommaso

Tra tutte le prove a-posteriori elaborate dai filosofi medioevali, le "cinque vie" di S.Tommaso spiccano in modo particolare come le più famose e le più chiare . Ad esse soltanto perciò noi ci limitiamo.

Potremmo riassumere così la struttura di tali vie, usando una terminologia che non è sempre fedele alla lettera del Dottore Angelico:

1a. Il dato primo e immediato della nostra conoscenza non è l'Infinito, ma il finito, il finito sensibile.

Noi non conosciamo cioè immediatamente, "subito", Dio, che è l’Infinito: Dio è invisibile e la prima realtà che noi conosciamo è la realtà visibile, sono le cose materiali (le persone umane, le case, gli oggetti, gli animali, le piante, insomma il mondo).

1b. È però possibile, proprio a partire dal finito, risalire all'Infinito, cioè a Dio.

Infatti il finito, e in particolare il mondo sensibile, è creato da Dio, dall’Infinito, e dunque non è possibile che non ci dica qualcosa di Chi lo ha creato, non può essere qualcosa di totalmente estraneo al suo Creatore.

2. Infatti il finito presenta una ambivalenza, una polarità che implica il riferimento ad un terzo Termine, superiore ai due poli.

2a. Da un lato infatti il finito si presenta come retto, permeato, informato da certe leggi della realtà, da certi principi supremi dell'essere, il principio di non contraddizione e di identità, per il quali l'essere deve essere, incondizionatamente. Da un lato, in altre parole, nel finito c'è della luce, c'è dell'assoluto, un riverbero di assoluto.

Esistenzialmente: il mondo ci si presenta come bello (pensiamo ai molti paesaggi naturali affascinanti), come armonioso, come buono. Da un altro punto di vista: la vita è fonte di gioia: tant’è che noi le siamo attaccati, desideriamo vivere: perché vivere è bene, è percepito come qualcosa di buono.

2b. D'altro lato il finito contraddice tali leggi, tali principi: in particolare il divenire smentisce continuamente il principio di non contraddizione, mostrando la fragilità del finito, la sua non-assolutezza, la sua relatività. In altre parole la luce che nel finito è presente è limitata da ombre.

Esistenzialmente: nel mondo c’è il male, c’è la morte. La vita, oltre al riso e alla gioia, è intessuta anche di tristezza e di motivi di pianto.

2c. Insomma nel finito da un lato c'è della perfezione, d'altro lato c'è della imperfezione: segno che la perfezione che è nel finito non è a casa propria, ma è ospite; ossia segno che la perfezione non è sussistente, ma partecipata. Il finito, cioè, ha della perfezione, ma non è tale perfezione: ma se la perfezione che lo permea (e che si esprime nelle leggi supreme dell'essere) non è sua, bensì è ricevuta, allora sarà ricevuta da altro, sarà di altro, di una Realtà assolutamente perfetta, cioè Dio.

Le prime due vie in particolare fanno leva soprattutto sulla contingenza del finito quale emerge nel fenomeno del divenire: c'è del divenire ("certum est et sensu constat aliqua moveri in hoc mundo"); tale divenire è indizio di contingenza, ossia rimanda ad altro (poiché "omne quod movetur, ab alio movetur"); tale rimando ad altro non può consistere in una catena di cause immanente al finito, poiché essa sarebbe senza fine e dunque non spiegherebbe nulla ("hic autem non est procedere in infinitum"): quindi occorre ammettere una Prima Causa incausata, un Primo Movente Immobile, "che tutti chiamano Dio".

La terza via si rifà in qualche modo al divenire, ma sotto un'altra angolazione: la potremmo riassumere così: dalla somma di molti non-autosufficienti non può derivare l'autosufficiente. Infatti tutte le realtà finite, singolarmente prese sono non-autosufficienti, cioè sono contingenti, in quanto possono essere come non-essere (ovviamente non nello stesso momento). Ma la somma di tante realtà contingenti non può dare del necessario, allo stesso modo che quella di tante lumache non può dare un cavallo, o allo stesso modo che quella di tante biciclette non può dare una macchina.

La quarta via è ispirata alla gerarchia di perfezioni, già sviluppata ad esempio da S.Anselmo nel Monologion. Il ragionamento è questo: constatiamo che "in rebus aliquid magis et minus bonum, verum, et nobile", constatiamo cioè che nel finito si dà un più e un meno di perfezione; ma ciò è possibile solo se esiste qualcosa che sia "maxime bonus, verus, nobilis", supremamente buono, vero, nobile, ossia Dio, l'Infinito. In quale altro modo potremmo dire infatti che una cosa è più o meno perfetta, se non paragonandola con un termine di paragone? E tale termine di paragone deve essere assolutamente perfetto, perché possa essere davvero tale, ossia insuperabile; ma può essere assolutamente perfetto solo se è infinito.

La quinta via, ex gubernatione rerum, risale al supremo Artefice riflettendo sulla armonia della sua opera. Consta all'esperienza che nel finito "aliqua quae cognitione carent (.) operantur propter finem", alcuni esseri operano in vista di un fine (lo vediamo dal fatto che "semper aut frequentius eodem modo operantur, ut consequantur id quod est optimum"); il che mostra "quod non a casu, sed ex intentione perveniunt ad finem", cioè mostra che certi esseri operano in modo intelligente; ma gli esseri che "cognitionem non habent non tendunt in finem nisi directa ab aliquo cognoscente et intelligente, sicut sagitta a sagittante". Insomma se del non-intelligente si comporta in modo intelligente vuol dire che è stato "progettato" da un Intelligente. Se un rondine o un'ape, che possiamo sperimentare non essere intelligenti, operano in modo intelligente, costruendo ad esempio il nido o l'alveare in modo (relativamente) perfetto, significa che un Creatore le ha fatte dotandole di tali istintive capacità.

Attualità della quinta via. Notiamo che questa via è forse quella che potremmo attualizzare meglio, dato che la scienza (in particolare la biologia e l'astronomia) ci forniscono una quantità impressionantemente vasta di conferme. Si pensi ad esempio alla distanza ottimale tra la Terra e il Sole (un caso?); o alla sterminata mole di dati che la biologia ha potuto accertare sulla armonia e l'ordine che strutturano il regno animale e il regno vegetale: tutto, o almeno moltissimo, è disposto in modo da concorrere al "buon funzionamento" della realtà nel suo insieme. Ma il dato che più deve colpire è quello immediatamente constatabile: la realtà della natura è originariamente buona: è buona a partire dall’aria che ci permette di respirare, dal cibo, fornitoci da vegetali e animali, che ci permette di nutrirci, è buona, ancora, per l’alternarsi del giorno e della notte, che ci consente il riposo quotidiano e la ripresa delle energie. Come diceva S.Paolo, nel discorso di Listra:

"Cittadini, perché fate questo! Anche noi siamo esseri umani, mortali come voi, e vi predichiamo di convertirvi da queste vanità al Dio vivente che ha fatto il cielo, la terra, il mare e tutte le cose che in essi si trovano. Egli, nelle generazioni passate, ha lasciato che ogni popolo seguisse la sua strada; ma non ha cessato di dar prova di sé, beneficando, concedendovi dal cielo piogge e stagioni ricche di frutti, fornendovi di cibo e riempiendo di letizia i vostri cuori".

Inoltre la natura si presenta come bella: belli i paesaggi che la natura ci presenta in moltissime occasioni. Bello è il cielo stellato, bellezza vi è nell'alba e nel tramonto; c'è una bellezza del paesaggio montano e di quello marino, una bellezza dell'estate, quando tutto sembra fondersi in una radiosa consonanza, e una bellezza dell'inverno, che rimanda invece oltre l'immediato. La realtà naturale è davvero un poema, che solo la nostra abituale distrazione, frutto e causa del peccato, e oggi favorita da una urbanizzazione cementificatrice, ci impedisce di gustare. E questa bellezza, se guardata con animo retto, non può non far salire lo sguardo ad Altro."

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