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Galileo

vita

Galileo è considerato uno dei fondatori della scienza moderna. A lui infatti si attribuisce la prima sistematica formulazione del metodo scientifico, che poi sarebbe stato universalmente seguito, ossia il metodo di applicare la matematica al dato osservabile.

Nato a Pisa, il 15 febbraio 1564, ebbe un temperamento ironico e battagliero. Abbandonò gli iniziali studi di medicina, a cui il padre lo voleva destinare (1581) e che trovò essere condotti sulla base di testi di autorità piuttosto che sull'osservazione. Si volse agli studi di matematica (sotto Ostilio Ricci, discepolo di Tartaglia, uno dei più grandi matematici moderni), che includevano anche la physica, alla scuola di Francesco Buonamici, che criticava sì le tesi aristoteliche sul moto, come impetus non naturale, ma sempre a partire da un metodo scolastico. A tale impostazione scolastica Galileo preferiva il rigore della matematica (seguendo il principio «ut dicenda semper ex dictis pendeant»), osservando con la sua ironia come non sia detto che chi ha inventato la logica l'abbia poi anche saputa applicare: veri logici per lui sono i matematici, non i filosofi (Dialogo, 1a giorn.).

Si distinguono nella sua vita vari periodi: quello pisano (fino al 1592), quello padovano (1592/1610), quello fiorentino (1610/33) e quello di Arcetri, seguito al processo romano del 1633.

a Pisa

Durante il periodo pisano Galileo fa esperienze di come la matematica sia lo strumento efficace per conoscere la natura; non si tratta tanto di σώζειν τα φαινόμενα (cioè di salvare i fenomeni, le apparenze) facendo come se le cose fossero così, per lui la matematica ci restituisce le cose così come sono davvero. Già in questo periodo (come testimonia il suo scritto La bilancetta, del 1586, in cui racconta della sua ricostruzione della bilancia idrostatica di Archimede) per lui la matematica è la lingua per comprendere quel libro che è il mondo, scritto in caratteri quantitativi.

a Padova (1592/1610)

G. vi trovò un ambiente più libero per la ricerca, con Venezia che andava fiera delle possibilità di sviluppo intellettuale che lei sola, nel contesto greve e sospettoso della Controriforma, prevalente negli altri stati italiani, permetteva. All'università di Padova, il maggiore centro accademico della Serenissima, avevano del resto studiato Cusano e Copernico.

Galileo vi fu professore di matematica, con annesso insegnamento di astronomia (tolemaica, benché già egli fosse in pectore copernicano). In questo periodo egli fece le sue prime osservazioni col cannocchiale.

Il cannocchiale

Il cannocchiale non fu inventato da G. (altri, artigiani olandesi ne avevano fabbricati: «occhiali che consentivano di vedere vicina cose lontane»), ma fu da lui perfezionato in modo notevole, tale da consentire appunto le osservazioni astronomiche da lui fatte, e più ancora venne usato in modo da tornare scientificamente utile.

Con esso Galileo compì delle osservazioni astronomiche molto importanti (le macchie solari e la rugosità della luna, i satelliti medicei e le fasi di Venere), che gli fornirono argomenti non tanto probatori dell'eliocentrismo, ma quanto meno confutatori di alcuni punti-cardine del geocentrismo (non tutti i corpi celesti ruotano attorno alla Terra e alcuni corpi celesti non sono perfetti). Inoltre in questo periodo compì anche esperimenti di meccanica, che portarono a formulare tesi come il principio di relatività del moto e il principio di inerzia, che costituivano nuovi elementi in favore del copernicanesimo.

Le reazioni a tali scoperte e teorie furono varie: la maggior parte dei *professori di filosofia (tra cui Francesco Sizi, Lodovico delle Colombe, Lodovico Lagalla) ostentò un certo disprezzo, alimentato da un rigido dogmatismo; gli *astronomi furono più prudenti, compresi quelli non favorevoli a Galileo; *prudenti anche i Gesuiti del Collegio Romano, molti dei quali preferirono non prendere netta posizione sulla interpretazione da dare alle scoperte di Galileo, pur ammettendo i fatti da lui scoperti, che essi stessi osservarono con cannocchiale (ad esempio il p. Odo van Maelcote); favorevole fu infine l'accoglienza di Keplero, che ebbe un cannocchiale fabbricato da Galileo e ne poté verificare le osservazioni. Tra i teologi cattolici il primo a pronunciarsi contro la teoria copernicana in quanto ripresa da Galileo fu un domenicano, p. Niccolò Lorini, in una predica a S.Maria Novella il 2.11.1612.

a Firenze

Galileo abbandonò la Serenissima Repubblica di Venezia, incurante dei consigli di chi, come Gianfrancesco Sagredo, lo avvertiva del maggior pericolo che correva a Firenze, dove era stato nominato «matematico e filosofo» del granduca Cosimo II de' Medici. Egli rinunciava così all'insegnamento, lamentando che gli avesse fino allora assorbito troppo tempo, per dedicarsi tutto alla scrittura delle opere che poi sarebbero state le sue maggiori. Nel soggiorno fiorentino, come nei viaggi a Roma, si mostrò spavaldo nell'esporre le sue idee, pur cercando, in lettere a Benedetto Castelli e a Cristina di Lorena, di motivare come la sua teoria non fosse incompatibile con la fede. Ma ciò facendo, operava una distinzione tra fede e ragione (nella lettera a Cristina di Lorena), tra scrittura e natura (in quella a Benedetto Castelli) che arrivava a sfiorare una vera e propria separazione, inaccettabile per la dottrina cattolica.

Si arriva così al cosiddetto Primo Processo, che in realtà non fu un vero processo, ma una ammonizione privata, vertente più sul sistema copernicano, che venne condannato dal Santo Uffizio il 24 febbraio 1616. «La tesi che il Sole è al centro del mondo» era dichiarata «stolta e assurda in filosofia e formalmente eretica», e la tesi che la terra si muovesse, pur non essendo definita eretica, era «ad minus in fide erronea». Galileo venne privatamente ammonito dal card. Bellarmino in persona, su mandato del Papa, a non sostenere le due suddette tesi: non si trattò di arresto né del minimo maltrattamento. Sembra che Galileo avesse in quella occasione firmato in tal senso un documento, che gli venne poi rinfacciato nel «secondo» Processo, anche se qualche storico ne ha messo in dubbio l'autenticità. È un fatto che per diverso tempo egli non difese più pubblicamente il copernicanesimo.

Due diversi gradi di condanna

La tesi delle centralità del sole nel cosmo viene colpita come «eretica», mentre quella della mobilità della terra come «erronea». Come dire che la seconda potrebbe ancora essere accettabile, ma la prima appare come più pericolosa.

Perché? La tesi delle centralità del sole appariva come legata a una visione religiosa neopagana, tendente a divinizzare il Sole. Mentre la mobilità della Terra, pur mettendo in discussione apparentemente il valore centrale dell'uomo nel creato, appare meno legata a un contesto teologico alternativo alla fede cristiana.

Da notare che la scienza successiva avrebbe dato ragione a tale distinzione: mentre la mobilità della Terra è stata accertata, l'essere il Sole immobile al centro dell'universo è stato totalmente smentito.

Ma nel 1632, confidando sui suoi buoni rapporti col nuovo (dal 1623) papa Urbano VIII, al secolo il fiorentino Maffeo Barberini, pubblicò il Dialogo sui massimi sistemi, in cui difendeva, e in modo molto convinto e mordace, l'eliocentrismo. L'opera aveva avuto per la verità l'imprimatur non solo da parte dell'Inquisitore di Firenze (settembre 1630), ma anche da parte di Roma, tuttavia poco dopo la pubblicazione venne ritirata, per personale interessamento del Papa, che fece convocare a Roma Galileo. In effetti questi non aveva rispettato il patto di presentare il copernicanesimo come pura ipotesi matematica, manomettendo al momento della stampa il manoscritto fatto leggere precedentemente all'Inquisizione. Ci sembra invece secondario il motivo che Urbano VIII, per vicende che riguardavano la Chiesa universale in quel frangente, avesse particolarmente bisogno di dimostrare fermezza (tesi sostenuta tra gli altri da Alceste Semprini, ne Il caso Galilei, SEI 1995, p. 63/4).

il «secondo» processo

Galileo venne costretto a rispondere del suo mancato rispetto della ammonizione del 1616, almeno tale era formalmente l'accusa (dato che la ragione era piuttosto aver nettamente mancato di parola con quanto da lui stesso privatamente concordato con il Papa e i suoi rappresentanti sul carattere ipotetico della teoria copernicana da lui di fatto difesa). Il trattamento durante il processo fu nel complesso mite: non solo non venne torturato, nè maltrattato fisicamente, ma gli venne tributato un trattamento di discreto riguardo (ad esempio fu ospitato dall'ambasciatore fiorentino, e non venne costretto nelle carceri del Sant'Uffizio, come sarebbe capitato a qualunque altro inquisito). il card. Bellarmino Vero è che durante il processo venne minacciato di torturasi può vedere un breve spezzone dal Galileo di Liliana Cavani, ma tale minaccia era rapportata a una sua ostinata negazione dell'evidenza che il suo libro difendeva l'eliocentrismo. Di fatto Galileo non solo non venne mai torturato, ma non fece nemmeno un giorno di carcere. Alla fine egli venne condannato ad «abiurare, maledire e detestare» gli errori di Copernico, le sue teorie «false e contrarie alle sacre e divine Scritture» che «il Sole sia centro della Terra» e «che la Terra si muova e non sia al centro del mondo». Ciò che Galileo fece, rimediandone dunque una punizione effettiva molto ridotta: la proibizione di pubblicare il Dialogo e l'obbligo di recitare per tre anni una volta alla settimana i sette salmi penitenziali.

Dopo il Processo del '33 Galileo si ritirò nella sua villa di Arcetri, accudito dalla figlia, suor Maria Celeste e dalle di lei consorelle, fino all'aprile del '34 quando morì, con grande dolore del padre, che le sopravvisse otto anni, trovando la morte l'8 gennaio del 1642, a quasi 78 anni. Venne sepolto in S.Croce a Firenze, nella tomba di famiglia. Nel 1737 gli venne lì inoltre costruito un monumento funebre.

libroopere

Trattato di fortificazioni 1593
Le meccaniche 1594
Trattato della sfera o cosmografia 1597
Le operazioni del compasso geometrico e militare 1606
Sidereus nuncius 1610
le quattro Lettere copernicane 1613/ 5
Il saggiatore 1623
Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo 1632
Discorsi e dimostrazioni matematiche intorno a due nuove scienze 1638

1) “pars destruens”

contro l'autorità di Aristotele nella scienza

Galileo criticò più che Aristotele, l'uso che della sua autorità facevano gli aristotelici. I quali a suo dire (e in molti casi era davvero così) rifiutavano di fare i conti con l'esperienza, trincerandosi dietro l'autorità del Filosofo (come lui stesso rappresentò nella figura di Simplicio, nel Dialogo sopra i massimi sistemi del mondo). Non sembra che G. abbia criticato il sillogismo in quanto tale, ma l'uso che ne faceva Aristotele e, più ancora, i suoi epigoni: la forma del sillogismo è in sè corretta, e corretta ne è l'applicazione a patto che esatte siano le premesse, su cui di volta in volta si fonda. Mentre Aristotele e più ancora gli aristotelici non curavano abbastanza l'esattezza delle premesse, procedendo in modo frettoloso e sommario.

Inoltre essi facevano ricorso alle essenze e alle forme sostanziali in modo assolutamente improprio, come se la mente umana avesse la capacità di cogliere le essenze specifiche dei corpi, mentre per la più genuina filosofia scolastica ciò non ci è possibile, dato che l'unica essenza specifica che possiamo cogliere è quella umana (e anche quella in modo imperfetto e incompleto). Si veda ad esempio il brano seguente, tratto dalla Storia della filosofia moderna della Vanni Rovighi:

Dobbiamo riconoscere del resto che lo scempio che dagli aristotelici si faceva delle forme sostanziali era una forte tentazione a cercare di spazzarne via il concetto stesso. A Galileo interessavano teorie che spiegassero il modo in cui si svolgono i fenomeni naturali: per esempio qual sia il modo di operare della natura nel generare in brevissimo tempo centomila moscioni da un poco di fumo di mosto (Dialogo, giorn. la; Opere, VII, p. 64). Per Galileo se non si sa qual sia il modo in cui operano forme e qualità, il concetto stesso di forma sostanziale non ha senso; d'altra parte i suoi avversari credono che noi conosciamo le essenze delle cose e possiamo spiegare i fenomeni naturali con pretesi concetti che erano in realtà puri nomi (e anche ridicoli).

Ecco per esempio che cosa scriveva Antonio Rocco nelle sue Esercitazioni filosofiche, in polemica con Galileo: Ed al proposito di moscioni, la materia loro propinqua è il fumo del mosto, la quale ha però, nel suo modo, forma... informe e imperfetta di quella fumosità; questo fumo ha del terreo sottile, ed il calore che trae di sua natura dal mosto è anco umido grandemente, le quali disposizioni sono attissime alla formazione di questi imperfetti animaletti: la terrestreità gli serve per sussistenza stabile; l'umidità per impastargli, a punto come l'acqua nella farina per fare il pane; il caldo per dargli principio di vita e di operazione

E seguita così per concludere: Or il fumo fatto denso, temperato, mobile, indifferente, non è più fumo, ha perso la sua forma, ed in questa maniera del suo distruggersi si è generata la natura di moscioni.

contro l'autorità della Bibbia nella scienza

Galileo si proclamò sempre cristiano credente, e si può anche credere che tale sua professione di fede fosse sincera, benché la fede non abbia mai costituito per lui un esauriente motivo di vita. Va pure ricordato che due sue figlie divennero, in verità proprio per suo interessamento e non del tutto liberamente (Vanni Rovighi), suore e una di queste raccolse, come ultima parola pronunciata dal morente Galileo, l'8 gennaio 1642, «Gesù». A lui, che anche dopo la condanna del 1633 era stato ben trattato e benvoluto da vescovi ed ecclesiastici, il papa aveva concesso una indulgenza plenaria e una particolare benedizione (Messori, op.cit., p. 386).

Egli volle perciò tentare di “liberare” la scienza dalla dipendenza non solo da Aristotele, ma anche dalla Sacra Scrittura. Lo fece proponendo non solo una distinzione tra la sfera della ragione e quella della fede che ne lasciasse sussistere, come nella tradizione patristica e medioevale, un ambito di fecondo reciproco rapporto (si veda ad esempio la teoria scolastica dei praeambula fidei), ma una vera e propria separazione: fede e ragione, Rivelazione e scienza sono da intendersi ormai come due sfere separate, e senza rapporti, se non quello di una generica impossibilità di contraddizione reciproca.

Il fine della Scrittura/rivelazione, infatti, è di insegnare «come si vadia al cielo, e non come vadia il cielo», mentre appunto quest'ultimo è il fine della scienza. Così, parallelamente esistono due diversi oggetti che vengono considerati dalla fede e dalla scienza: il Libro della Scrittura, oggetto della fede, e il libro della natura, oggetto della scienza, scritto in un linguaggio matematico, e perciò solo matematicamente leggibile.

A onore di Galileo va detto che al suo tempo non esisteva una chiara distinzione tra filosofia della natura e scienza della natura. Ora, egli aveva ragione a negare che la Bibbia avesse delle implicazioni scientifiche (non è suo compito dirci come vadia il cileo), ma negando tali implicazioni egli finiva col negare, o col sembrare negare che la Bibbia abbia delle implicazioni filosofiche, e questo secondo noi non è vero, non essendo la Rivelazione adattabile a qualsiasi filosofia (della natura, e a maggior ragione a qualsiasi metafisica).

2) “pars construens”

Due sono i cardini del metodo della scienza, secondo Galileo, le «sensate esperienze» e le «matematiche dimostrazioni»

le «sensate esperienze»

i discorsi nostri hanno da essere sopra il mondo sensibile, e non sopra un mondo di carta

Le sensate esperienze sono appunto le esperienze sensibili, condotte mediante i sensi: anzitutto lo scienziato deve guardare i fatti, i fenomeni che sono oggetto dei sensi. Qualunque teoria deve partire e ritornare lì, ai fenomeni sensibili, di essi essendo spiegazione, interpretazione.

Vi è dunque un imprescindibile momento osservativo e induttivo del metodo scientifico. Ma non è tanto questo il fattore più originale affermato da Galileo: in effetti nessuno, nemmeno Aristotele o Tolomeo, teorizzava che si potesse prescindere dall'esperienza sensibile. Il loro errore metodologico era meno profondo: ciò che G. loro rimprovera è una complessiva frettolosità nel precipitare a conclusioni, senza la pazienza di indagare con la dovuta ampiezza, e senza ricorrere a strumenti e a verifiche sperimentali sistematiche. Il vero fattore originale di G. fu l'altro, le «matematiche» o «necessarie» dimostrazioni

le «matematiche dimostrazioni»

La genialità di Galileo, in effetti, fu proprio nello stabilire questo fattore come quello decisivo: dove non era arrivato Francis Bacon, che rimaneva ancora legato ad una visione qualitativa della scienza, Galileo teorizzò il carattere matematico del sapere scientifico. Per questo gli unici aspetti della realtà sensibile che ci devono interessare sono quelli quantitativi, matematizzabili.

Al termine del processo di osservazione/sperimentazione guidato dallo strumento matematico si giunge non più a delle essenze, come pensava la tradizione scolastica e Aristotele, ma semplicemente a delle leggi, formulate matematicamente.

Si veda al riguardo il seguente schema in formato SVG

qui c'è una immagine vettoriale:
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schema

meccanicismo?

Galileo non è filosofo e a lui non interessa fare una metafisica. Certo allo scienziato interessa costruire un sapere preciso, che non pretende di arrivare al nucleo centrale, per così dire, delle cose, ma si limita a conoscere delle proprietà delle cose. Così egli è interessato agli aspetti quantitativi della realtà sensibile, mentre prescinde da quelli qualitativi. In alcuni passi delle sue opere egli suggerisce che non abbiano esistenza oggettiva le qualità, e conseguentemente le forme sostanziali, che per la filosofia scolastica ne sono la radice. E ciò perché solo sugli aspetti matematizzabili si può costruire un sapere scientifico preciso, mentre un sapere che pretenda di edificarsi sulle qualità è approssimativo e inconcludente, e si riduce essenzialmente a un sapere verbale, senza vero contenuto.

L'unica conoscenza davvero stringente, che noi possiamo avere del mondo fisico è data dalla formulazione di leggi matematiche, sulla base di attente ed esatte osservazioni/sperimentazioni. Ora gli aspetti matematizzabili del mondo fisico sono appunto gli aspetti misurabili, dunque quantitativi (ad esempio dimensioni, peso, velocità).

e le qualità?

Alla scienza non interessano quindi le qualità (colori, suoni, sapori, odori), ossia ciò che nel dato sensibile non è misurabile matematicamente.

G. in alcuni passi ne trae la conclusione che, non interessando alla scienza, le qualità non esistano affatto, non esistano oggettivamente, fuori di noi. A questo punto gli si pone il problema di spiegare come mai, se non esistono, sembra che esistano: perché il mondo che ci è dato di osservare è un mondo dove ci sono i colori, i suoni, i sapori, gli odori. Da dove vengono le qualità, se non esistono oggettivamente? La risposta di Galileo è piuttosto sbrigativa: egli spiega che le qualità tengono lor residenza nel corpo sensitivo. Ossia è il corpo umano che, tramite gli organi sensibili, proietta sulla realtà sentita quella dimensione qualitativa, che è solo un suo filtro soggettivo, senza corrispondenza oggettiva.

Proprio tale sbrigatività ci conferma che a Galileo non interessa tanto formulare una filosofia (della natura) meccanicistica, quanto stabilire un metodo per la scienza della natura. Purtroppo al suo tempo non era ancora chiara la distinzione tra filosofia della natura e scienza della natura, per cui la non rilevanza (scientifica) degli aspetti qualitativi lo conduce talora a negarne (apparentemente in sede filosofica) l'esistenza oggettiva. Ma tale operazione appare più una affrettata ingenuità che una scelta meditata.

 3) cenni alla problematica interpretativa

Tra alcuni dei più importanti nodi interpretativi che pone uno studio di Galileo ricordiamo:

il problema della filosofia di Galileo

G. era (anche) un filosofo (e tale si pensava) o era (e voleva essere) solo uno scienziato?

Secondo Cassirer («Il concetto e il problema della verità in G.», in Dall'umanesimo all'illuminismo, tr. it. Firenze 1967) Galileo sarebbe a pieno titolo filosofo, e sostituirebbe, in tal senso, la Parola di Dio, esclusiva fino a lui, con la rivelazione della natura.
Analogamente il Garin (in «Galileo e la cultura del suo tempo» e «G. filosofo» in Scienza e vita civile nel Rinascimento italiano, Bari 1965), sebbene in modo più sfumato: G. sarebbe fautore di una nuova concezione dell'universo, con implicazioni filosofiche.

Secondo la Vanni Rovighi (in Storia della Filosofia moderna, editrice La Scuola) invece Galileo sarebbe stato essenzialmente scienziato. E questo è anche quanto a noi pare vero.

la fede di Galileo

Fino a che punto era sincero credente? Secondo A. Banfi (Galileo Galilei, 1948) la sua fede sarebbe stata puramente sociologica. Ma abbiamo già accennato che ciò non è vero.

il rapporto tra dimensione empirico-sperimentale e dimensione teorica

Per A.Koyré (Etudes galiléennes, 1940) Galileo era fortemente influenzato dalla filosofia pitagorica, a cui andrebbe attribuita l'importanza che la matematica ebbe nel sul metodo.

Invece per L.Geymonat (Galileo Galilei, 1957) in lui prevarrebbe nettamente il metodo sperimentale.

angelo con la falce per un giudizio

si veda la scheda relativa

testi

di Galileo

su Galileo

librobibliografia essenziale

AA. VV. Galileo Galilei. 350 anni di storia Piemme
Brandmuller Walter Galilei e la Chiesa ossia il diritto ad errare LEV
Crombie A. C. Da S. Agostino a Galileo Feltrinelli
D'Addio Mario Il caso Galilei StudiumRoma
Dallaporta Nicola X. Galileo Galilei AIC
Koestler Arthur I sonnambuli Jaca BookMilano
Zoffoli Enrico Galileo. Fede nella ragione, ragioni della fede ESDBologna

solidarietà ai cristiani perseguitati

Asia Bibi, una donna pakistana, rischia la condanna a morte per non essersi convertita all'Islam:
informazioni su Asia News.

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