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Aristotele teoretico

Interviste ai proff G. Giannantoni, A. Kamp, W. Kullmann, E. Lledo'


DOMANDA: Aristotele è il filosofo che più di ogni altro ha condizionato il linguaggio della filosofia e della scienza. La Logica, la Metafisica, la Fisica, si possono considerare vere e proprie "creazioni" di Aristotele. Professor Giannantoni, vorremmo che Lei ci parlasse della Logica di Aristotele e del ruolo fondamentale che essa ha avuto nella storia del pensiero.

GIANNANTONI: Se noi dovessimo fare una storia della Logica antica fondandoci sul termine "Logica", da questa storia dovremmo proprio escludere Aristotele, perché Aristotele non usa mai questo termine. Questo termine entra nel linguaggio filosofico più tardi, probabilmente con gli stoici. Aristotele chiama l'insieme delle sue ricerche sull'argomentazione e sulla predicazione con il nome di "analitica", intendendo con questo termine il procedimento di analisi, cioè di risoluzione di una proposizione nei suoi elementi componenti, e di una proposizione in base alle premesse da cui essa scaturisce. Ciò non di meno l'analitica di Aristotele non soltanto fa parte della storia della Logica ma è anche certamente la massima espressione delle ricerche su questo tema nell'antichità.


DOMANDA: Vuole illustrarci la teoria dei principî logici di Aristotele, visto che va attribuita ad Aristotele la scoperta delle più generali e principali leggi del pensiero?

GIANNANTONI: Indubbiamente c'è molta parte di verità in questa affermazione, anche se - e questo è significativo per intendere la genesi e la storia dei problemi logici - Aristotele parla dei principî logici non in un'opera logica, bensì nel IV Libro della Metafisica. In ogni caso certamente la teoria dei principî logici è uno dei nuclei storicamente più importanti della Logica aristotelica.
Aristotele, nel De Interpretatione, indaga a lungo i rapporti che esistono tra proposizioni composte dallo stesso soggetto e dallo stesso predicato. Io posso dire, per esempio, formando proposizioni con i termini "uomo" e "filosofo": "tutti gli uomini sono filosofi" - ed è un giudizio universale, affermativo; posso dire "qualche uomo è filosofo" - ed è un giudizio particolare affermativo; posso dire "nessun uomo è filosofo" - ed è un giudizio universale negativo; posso dire infine "qualche uomo non è filosofo" - ed è un giudizio particolare negativo.

Quali sono le relazioni tra queste premesse? Tra l'universale affermativa e la particolare affermativa c'è un rapporto di subordinazione, nel senso che entrambe le proposizioni possono essere vere (se io dico "tutti gli uomini sono mortali" è vera ed è vero anche che "qualche uomo è mortale"). Oppure la particolare affermativa può essere vera anche se l'universale affermativa è falsa; questo perché può essere falso dire che "tutti gli uomini sono filosofi" ma è vero che "qualche uomo è filosofo". Quindi c'è un rapporto di subordinazione.

Tra le negative e le affermative c'è invece un rapporto di opposizione: "tutti gli uomini sono filosofi", "nessun uomo è filosofo" sono due proposizioni opposte.

Infine c'è un terzo tipo di relazione: quella tra l'universale affermativa e la particolare negativa e quella tra l'universale negativa e la particolare affermativa. Qual è la caratteristica di queste due proposizioni? Queste due proposizioni sono contraddittorie, cioè non possono essere entrambe vere, non possono essere entrambe false, ma una deve essere necessariamente vera e l'altra necessariamente falsa.

Aristotele distingue il rapporto di opposizione, o di contrarietà, e il rapporto di contraddittorietà. La differenza sta appunto nel fatto che solo le contraddittorie debbono essere per forza una vera e l'altra falsa.

È proprio questa idea di contraddizione che naturalmente colpisce la riflessione di Aristotele: se infatti delle due contraddittorie una è necessariamente vera e l'altra è necessariamente falsa, la conseguenza è che non si possono dire entrambe contemporaneamente e in riferimento allo stesso soggetto.

Qui c'è la genesi del famosissimo principio logico che nella tradizione posteriore è passato con il nome di "principio di identità e di non-contraddizione". Nelle trattazioni logiche posteriori, e soprattutto nel Medioevo e poi ancora nella tradizione filosofica fino almeno a tutto l'800, questo principio ha preso la formula: "A è A, e non è non-A".

Accanto a questo i Trattati di Logica includono un secondo principio logico, che è chiamato il "principio del terzo escluso". Esso dice: "A o è B, o non è B", una terza ipotesi non è data: tertium non datur, il terzo è escluso.

Se leggiamo il testo della Metafisica appare del tutto chiaro che Aristotele in realtà non ha in mente il principio di identità e di non-contraddizione, ma ha in mente due principi diversi. Uno possiamo chiamarlo "il principio di determinazione", secondo il quale qualunque cosa io pensi, penso, appunto, quella determinata cosa. Il secondo è il principio di contraddizione, secondo il quale io non posso affermare e negare nello stesso tempo, e prendendo i termini nello stesso senso, un predicato di un soggetto, cioè io non posso dire contemporaneamente: "A è B" e "A non è B".

Da questo punto di vista è evidente che la Teoria dei principi logici di Aristotele è strettamente collegata alle sue teorie metafisiche, perché serve a ribadire la necessaria determinatezza e identità con se stesso di qualunque oggetto del mio pensiero, contro il relativismo sofistico e anche contro molte teorie dei presocratici.

 

ARISTOTELE, Metafisica, 982 a: «Il saper tutto appartiene sopra tutto a chi ha la scienza dell'universale; poiché questi sa in certo modo tutte le nozioni subordinate. E le nozioni universali sono le più ardue ad acquistare, perché le più lontane dalla sensazione. Ma le scienze più perfette son quelle che più concernono i princìpi. Ma ancora più suscettibile d'insegnamento è la scienza che specula le cause; poiché insegna che di ogni cosa sa dir la causa. E chi sceglie l'apprendere e il sapere per se stesso, sceglierà sopra tutto la scienza per eccellenza, e tale è la scienza del conoscibile per eccellenza, ossia dei princìpi e delle cause, poiché per loro mezzo e da esse si apprendono le altre cose, ma non esse dalle cose subordinate. E scienza dei princìpi per eccellenza e al di sopra di ogni altra è quella che fa conoscere il fine di ogni operare: che è il bene in ogni cosa e l'ottimo universalmente in tutta la natura»


DOMANDA: Professor Kamp, con lei vorremmo affrontare la Metafisica di Aristotele. Vuole servirci da guida per penetrare nel libro che appunto racchiude le più alte speculazioni di Aristotele?

KAMP: Secondo me bisogna partire dal presupposto che Aristotele non ha mai scritto un libro chiamato Metafisica. Non conosceva questo concetto, né ai tempi in cui scriveva esistevano opere del genere. I singoli libri che più tardi, da altri curatori, sono stati riuniti sotto il titolo Metafisica, costituivano inizialmente dei papiri autonomi di cui non si conosce con precisione la data in cui sono stati compilati; da qui anche alcune incongruenze all'interno della teoria stessa. Più tardi sono stati raccolti in un libro che stranamente è stato chiamato Metafisica.

Il nome può essere interpretato in due modi, così come è stato fatto; da una parte, ciò che va oltre la fisica, in senso assiologico o gerarchico, e dall'altra semplicemente ciò che viene dopo la fisica, ciò che dal punto di vista della collocazione dei libri, andava inserito dopo la fisica. Quando si parla del libro "lambda", ossia della teologia, bisogna ben distinguerla dalla teoria esposta in altri libri, per esempio nel libro "gamma" e nel libro "zeta". Ci sono, infatti, diverse impostazioni; da una parte la scienza viene presa in considerazione a partire dall'on en on, poi abbiamo la scienza che viene caratterizzata come teologia, e infine nei libri "zeta", "eta" e "theta" troviamo la teoria che si occupa soltanto dell'ousìa.

E' da tener presente tuttavia, che il primo capitolo del libro "Epsilon" fa il tentativo di inserire la teologia in una certa gerarchia delle altre scienze teoretiche, definendo quindi la teologia come una disciplina superiore rispetto alla fisica e alla matematica. Proprio perché Aristotele pone le metafisica anche al di sopra della fisica, è pienamente giustificato il nome "metafisica" anche nel secondo significato.

 

DOMANDA: Lei ci ha parlato della Metafisica di Aristotele come di una scienza di cui si prende in considerazione lo on en on, cioè l'essere in quanto essere, che è caratterizzata come Teologia e che, infine, si occupa dell'ousia, cioè della sostanza. Potrebbe spiegare brevemente cosa intende con ciò, cominciando magari dal concetto di "essere in quanto essere"?

KAMP: Aristotele cerca di distinguere da una parte fra scienze singole che - così si esprime - si ritagliano di volta in volta una fetta dell'essere (la matematica tratta un aspetto dell'essere, l'etica un altro e la politica un altro ancora) e dall'altra parte una scienza che prende in considerazione l'essere in generale, nella sua globalità.

Di questa scienza Aristotele dice che è fondamentale, che precede tutte le altre: essa sola si interroga a fondo sull'essenza, su ciò che è, essa sola ha come tema l'essere in quanto tale; tutte le altre scienze presuppongono invece, senza riflettervi in maniera approfondita, questa scienza dell'essere in quanto essere, ritagliandosi di volta in volta una fetta da questo essere e collocandolo al centro della propria ricerca. Nonostante la sua articolazione delle scienze Aristotele tenta di salvare l'idea di una scienza fondamentale come base di tutte le scienze possibili e di fatto esistenti.


ARISTOTELE, Metafisica, 1026 a: «Se esiste qualcosa di eterno, immobile e separato dalla materia, è evidente che spetta a una scienza teoretica conoscerlo. Non spetta dunque alla fisica né alla matematica; ma ad altra superiore a entrambe. La fisica si occupa di esseri non separati dalla materia né immobili; gli oggetti della matematica sono in parte immobili, ma non separati, bensì nella materia; la scienza prima invece si occupa di esseri a un tempo separati e immobili. Tutte le cause bisogna che siano eterne; ma queste sopra tutte; perché sono le cause di ciò che appare nelle cose divine. Così che vi saranno tre filosofie speculative: la matematica, la fisica e la teologia; poiché non è difficile scorgere che se il divino esiste in qualche parte, esiste in una natura di tal genere; e la scienza più augusta deve occuparsi del più augusto oggetto. Le scienze speculative quindi sono più elette delle altre; e questa più di tutte le altre speculative. Se quindi esiste una sostanza immobile, questa è anteriore e vi è una filosofia prima, che è anche universale in quanto è prima; e a questa spetta di studiar l'essere in quanto essere, e l'essenza e gli attributi suoi in quanto essere»


DOMANDA: Passando ora all'aspetto teologico, esaminando cioè non l'essere in quanto essere, bensì l'essere supremo. In che modo Aristotele caratterizza il concetto di Dio?

KAMP: Direi che lo si può caratterizzare in due modi. In primo luogo, a partire da come viene introdotto il concetto di Dio, e cioè a partire dalla fisica: sotto questo profilo Dio viene definito come motore immobile. Dato che la fisica si occupa dell'essere in movimento, e siccome Dio viene introdotto come il fondamento di questo movimento, egli viene conseguentemente chiamato, nell'ambito della fisica, motore immobile.
Quando però Aristotele colloca questo Dio al centro della ricerca, separandolo da ogni riferimento alla fisica, allora cerca di trovare caratteristiche collocate al di là della fisica. Dio allora si distingue come quell'essere che continuamente riflette su se stesso, viene cioè definito a partire dalla sua attività noetica; oppure si dice di Dio che conduce la vita migliore, che è felice, e la felicità non è un tema della fisica.

 

ARISTOTELE, Metafisica, 1072 b: «Da un principio di tal natura dunque dipendono il cielo e la natura. E quella vita che è anche per noi la più eccellente, ma solo per breve tempo concessaci, esso sempre così vive. A noi invece sarebbe impossibile, poiché, per lui, la sua attività è anche piacere»

 

DOMANDA: Tutto ciò che concerne l'essere, in Aristotele, appare molto complesso se non oscuro, come sempre quando s'incontrano fatti di linguaggio. Aristotele parla, a un certo punto, dell'omonimia del concetto di essere. Cosa intende dire?

KAMP: Non è tanto facile spiegarlo. Cerchiamo innanzitutto di chiarire il concetto di omonimia: omonime possono essere due cose o due parole che denotano due entità diverse. La parola tedesca Ball, per esempio, indica due entità diverse: da una parte il ballo o il divertimento del ballo, dall'altro la palla del calcio o della pallamano. La questione è questa: si tratta di una pura omonimia, e quindi di omonimia casuale, oppure c'è sotto una certa struttura, una struttura all'interno dell'essere stesso che trova poi espressione nel linguaggio?
Nella Metafisica Aristotele non si occupa di questa omonimia pura, ma piuttosto di quell'omonimia che in greco si chiama omonimia pros hen e cioè una struttura ordinata nell'essere stesso e che poi trova espressione nel linguaggio. A partire da una physis, una natura che sta alla base di tutto, si sviluppa una struttura gerarchica che poi trova necessariamente espressione nel linguaggio.
Un esempio molto spesso adoperato dallo stesso Aristotele è la parola "sano". Si dice per esempio che le mele sono sane; naturalmente non è la mela stessa che è sana, essa serve invece alla nostra salute. Il riferimento è quindi la salute dell'uomo.
Un altro esempio è costituito dal concetto stesso di filosofia. Filosofia più propriamente detta è secondo Aristotele la filosofia prima o teologia, dopodiché si sviluppa una struttura gerarchica con una filosofia seconda, con una filosofia terza, con una filosofia quarta. Tutte quante si chiamano filosofie, ma si chiamano filosofie solo nella misura in cui dipendono in un certo senso da quella filosofia prima o teologia.

 

DOMANDA: Dire "struttura all'interno dell'essere" vuole dire riferirsi al concetto di ousia, di sostanza, che è il terzo punto che vorremmo ci illustrasse dopo "l'essere in quanto essere" e la teologia. Dire "struttura ordinata nell'essere" vuole dire ritrovare l'idea di omonimia che ci ha prima esposto. Vuole parlarci del concetto di sostanza e della sua collocazione nell'insieme delle speculazioni di Aristotele?

KAMP: Ho già cercato di entrare nel merito di questo problema. Importante è qui la distinzione aristotelica tra ousìa prima e seconda. Già nello scritto Sulle categorie Aristotele osserva che la ousìa prima propriamente detta è molto più ousìa della ousìa seconda. Non abbiamo quindi a che fare soltanto con una distinzione, ma subito con un ordinamento gerarchico dei due tipi di "ousìa". In base alla teoria della omonimia pros hen, Aristotele non solo cerca di mettere insieme i due tipi di ousìa, ma anche di indicare il peso da attribuire all'una e all'altra.
Inoltre - e questo è un secondo aspetto di questa relazione tra teoria dell'ousìa da una parte, e teoria dell'omonimia pros hen dall'altra - Aristotele distingue diverse classi di ousìa. Quando parlo di classi di ousìa intendo dire che abbiamo l'ousìa chiamata Dio, poi abbiamo i diversi tipi di ousìa della natura fisica, ed anche in questo senso le diverse classi di ousìa vanno messe in connessione con la teoria del pros hen.
Infatti ousìa in senso stretto è Dio; in senso derivato lo sono per esempio i motori delle stelle. Al di sotto dei motori delle stelle c'è il livello dell'umano, e al di sotto del livello dell'umano c'è il livello degli animali. E tutti questi tipi o classi di ousìa sono ordinati secondo il pros hen, e cioè si rivolgono verso l'Uno e provengono dall'Uno. E questo Uno, da Aristotele chiamato anche mia physis, è Dio stesso.

 

DOMANDA: Un altro aspetto importante della metafisica è quello del suo concreto collegamento con le altre scienze. Come stanno le cose per quanto riguarda la fisica? In che senso si può dire che la metafisica funge da fondazione della fisica? Che ruolo occupano in particolare le entità matematiche in rapporto alla metafisica e alla fisica?

KAMP: Per cominciare dall'ultima domanda, sono convinto che Aristotele abbia sostenuto una visione unitaria della classificazione delle diverse scienze. La filosofia prima è in ogni caso la teologia. La filosofia seconda è in ogni caso la fisica, e la matematica è soltanto la filosofia teoretica terza.
Il risultato di questa suddivisione è che in Aristotele la ricerca fisica non può essere matematizzata come avviene nell'età moderna a partire da Galilei e da Cartesio. Una delle differenze essenziali di tutta la teoria fisica di Aristotele è proprio nel fatto che la fisica è indipendente dalla matematica.
Per quanto riguarda l'ulteriore domanda si dovrebbe dire che la metafisica tratta anche gli assiomi più universali. Questi assiomi più universali, come per esempio il principio di non contraddizione, sono anche alla base di tutti gli altri campi di ricerca - indipendentemente dal fatto che si tratti della fisica, dell'etica o della politica - senza essere tematizzati nuovamente nell'etica o nella fisica. Ciò significa che tutte le altre scienze, indipendentemente dal fatto che lo sappiano o no, che lo vogliano o no, debbono necessariamente ricorrere a delle visioni di fondo che sono sempre già state tematizzate e rese esplicite in questa filosofia prima, chiamata "metafisica".


Aristotele, Metafisica, 1003 a: «Vi è una scienza che considera l'essere in quanto essere e le condizioni che gli sono intrinseche per se stesso. Essa non si identifica con alcuna di quelle che hanno un oggetto particolare; perché nessuna delle altre guarda in universale all'essere in quanto essere, ma, ritagliandone una certa parte, di questa considera gli accidenti»


DOMANDA: Professor Kullmann, vorremmo chiederle di esporci la filosofia della natura di Aristotele. Che posto occupa nel complesso dell'opera di Aristotele?

KULLMANN: Alla filosofia della natura spetta sicuramente, nel complesso dell'opera di Aristotele, un significato centrale. Aristotele assegna senz'altro alla metafisica, che si occupa della divinità e dell'essere come tale, una grande dignità, ma anche solo un'occhiata alla mole di scritti che trattano della natura dimostra che Aristotele vede qui il cuore della sua attività filosofica.

 

Aristotele, Fisica, 198 b-199 a: «Che cosa vieta che la natura operi senza un fine e non per il meglio? ma, al modo stesso che Giove piove non per far crescere il grano, ma di necessità, perché il vapore elevandosi deve raffreddarsi, e raffreddato discendere mutato in acqua? Che, ciò avvenendo, il frumento cresca, è contingente. Nello stesso modo anche se, piovendo, il grano va a male sull'aia, non per questo piove, affinché vada a male, ma questo è un fatto contingente. Pertanto che cosa vieta che anche per gli organi del corpo accada così nella natura? che, per esempio, i denti spuntino per necessità, e quelli davanti aguzzi e atti a strappare, i molari larghi e adatti a ridurre in poltiglia...
(Al contrario) dunque c'è un perché nelle cose che avvengono e sono per natura. E inoltre dove è un fine, per esso si compie e quanto procede e quanto segue. Anche nelle piante appare prodursi ciò che giova al fine, come le foglie per la protezione del frutto. Sicché se per natura o per un fine la rondine fa il nido e il ragno la tela, e le piante producono le foglie per i frutti, e le radici per la nutrizione, è evidente che siffatta causa è presente in tutte le cose che si producono o sono per natura.»

 

KULLMANN: Aristotele è stato il primo filosofo a fondare una completa scienza della natura. I Presocratici avevano intrapreso alcuni tentativi in questa direzione, contro i quali però si volse Platone. Platone era dell'idea che si potesse costruire una scienza solo di qualcosa di immutabile, di universale, e che i fenomeni della natura a noi circostante - che sono in perenne mutamento - non permettono affermazioni universali. Solo in tarda età Platone ha intrapreso tuttavia un tentativo di esprimersi anche intorno alla natura. Ciò avviene nel famoso dialogo Timeo. E' stata avanzata l'ipotesi che lo abbia fatto come reazione al suo allievo Aristotele. Non è più possibile accertare se questa supposizione sia giusta oppure no.
Ciò che Aristotele ha introdotto in questa nuova scienza è il suo concetto di sostanza, il concetto di ousìa. Aristotele accetta il postulato di Platone - che la scienza debba essere rivolta sempre all'universale - ma crede di poter adempiere a questo fine della conoscenza servendosi del concetto di sostanza.
La sostanza è costituita da due momenti: da un lato la forma e dall'altro la materia, a cui questa forma è impressa in un certo qual modo come un marchio. Lo scienziato naturale indaga la forma in vista della materia. Indaga sull'elefante, registra determinate caratteristiche dell'elefante, per fare un esempio, definendo così la specie "elefante". Il concetto di "specie" non è niente altro che una traduzione letterale del concetto greco di èidos. Esso mostra però forse più chiaramente dello stesso concetto generale di èidos che qui la forma di una certa specie viene sempre indagata in riferimento alla sua realizzazione in un intero, in un determinato gruppo di individui.

 

DOMANDA: È per questo motivo che Aristotele è stato ritenuto un essenzialista?

KULLMANN: Non credo che Aristotele sia stato un essenzialista. Egli sottolinea sempre, quando si occupa della forma, la stretta connessione della forma con la materia. Se tuttavia talvolta si ha comunque l'impressione che Aristotele attribuisca alle forme una maggiore realtà, ciò dipende, io credo, da qualcos'altro. Egli ritiene che il numero delle forme, delle species, sia esattamente definito e che anche la loro struttura sia sempre la stessa. Questa diversità nella concezione dei modelli della natura, rispetto alla nostra concezione dei modelli che la natura presenta, può indurci in errore e farci ritenere che egli attribuisca ancora a questi modelli, a queste forme del vivente, una maggiore realtà. Noi partiamo invece dall'idea che questi modelli naturali subiscano continui mutamenti. Credo però che si tratti soltanto di una illusione prospettica di cui siamo vittime. Certamente Aristotele non era dell'idea che l'impronta della forma in determinati individui fosse solo apparenza. Non era né eleatico, né platonico.

 

ARISTOTELE, Storia degli animali, VIII, 1: «La natura procede dagli esseri inanimati agli animali così poco a poco, che nella continuità non si vede a quale dei due campi appartengano quelli sul limite e intermedi; giacché dopo il genere degli inanimati vien primo quello delle piante, e di queste l'una differisce dall'altra perché sembra partecipare maggiormente della vita; e tutto il genere in confronto degli altri corpi inanimati par quasi animato; in confronto degli animali, inanimato. E il passaggio dalle piante agli animali è continuo : talune specie marine è un problema se siano animali o piante; perché sono attaccate al suolo e molte di esse strappatene periscono... E sempre per piccola differenza appare che l'una avanti l'altra abbia più vita e movimento»

 

DOMANDA: Vorremmo chiederle di illustrarci alcuni aspetti della teoria fisica di Aristotele. Il movimento, ad esempio, che è un tema centrale. Ci sono diversi tipi di movimento? Qual è la funzione di ciascuno di essi?

KULLMANN: Si deve forse premettere che il concetto di "movimento" non è in grado di rendere completamente il concetto aristotelico che ne è alla base. Ricorrendo al concetto aristotelico greco di kìnesis si deve parlare propriamente di "processi". Aristotele ritiene che ci siano tre tipi di mutamento o di movimento: in primo luogo mutamento o movimento quantitativo, dall'altro mutamento o movimento qualitativo e in terzo luogo mutamento di luogo.
Egli procede qui in maniera interamente fenomenologica, seguendo il modo in cui si presenta il movimento, ed è del tutto consapevole, come noi, che alla fin fine tutti i tipi di mutamento si possono ricondurre al mutamento di luogo.
Con mutamento o movimento quantitativo Aristotele intende il divenire più grandi o più piccoli, la crescita e il deperimento, mutamento che si verifica ad esempio in campo biologico.
Con mutamento qualitativo egli intende la trasformazione della densità nel colore di determinate sostanze, qualcosa che noi indicheremmo come processi chimici. A proposito della dottrina aristotelica del movimento, rimane forse da aggiungere che Aristotele ha formulato un principio di fondamentale importanza: quello per cui tutto ciò che è mosso è mosso da qualche altra cosa. Occorre chiarire inoltre che Aristotele riteneva che il movimento, una volta iniziato, trovasse prima o poi un punto d'arresto. Egli prende dunque le mosse solo dal movimento che possiamo osservare, constatare nella natura circostante. Certamente non conosceva nulla di simile alla legge d'inerzia.

 

DOMANDA: Ci può esporre adesso la dottrina aristotelica delle quattro cause e il concetto di finalità?

KULLMANN: La famosa dottrina aristotelica delle quattro cause è connessa al suo modello della techne. La techne, il manufatto, la produzione artigianale viene da lui utilizzata come modello per spiegare la produzione nella sfera naturale, la nascita degli organismi.
Nell'ambito del manufatto, della tecnica - come diremmo noi moderni - si possono distinguere nella creazione di un prodotto quattro fattori costitutivi. C'è l'artigiano, che rappresenta la causa efficiens. L'artigiano lavora poi un certo materiale, che è la causa materialis, e opera sulla base di un progetto. Questo piano, che fornisce anche la definizione dell'oggetto che deve essere creato, costituisce la causa formalis. E in definitiva c'è il fine di un prodotto, la causa finalis. Dunque un costruttore costruisce una casa di mattoni, utilizza un progetto e mira a costruire una casa che sia di difesa per gli uomini e per la mobilia.
Risulta forse già da questa descrizione che la nostra traduzione del termine greco per questi fattori, aitiai, con "cause" sia in una certa misura infelice. Non si tratta qui di una spiegazione causale, ma piuttosto semplicemente della considerazione di quattro fattori fondamentali, alla stregua dei fattori dell'economia politica. Che si sia pervenuti alla traduzione con il termine "causa" dipende dalla traduzione latina con causae, che può richiamare a questa idea.
Se ora trasferiamo questo modello nel mondo organico, allora tre di questi quattro fattori possono essere subito chiaramente identificati. La causa efficiens è rappresentata dal padre, la causa materialis si riscontra nei tessuti e negli organi dei quali un organismo è costituito, mentre l'aspetto esteriore e la struttura interiore di un organismo costituiscono la sua causa formalis. Più difficile è individuare la causa finale. Qui l'analogia non è del tutto stringente. Le cose stanno così, che le singole specie di esseri viventi e i singoli esseri viventi hanno in se stessi il loro fine, non servono alla realizzazione di uno scopo superiore. Della causa finale si può parlare solo occupandosi dell'organismo di un essere vivente, dunque in relazione ai tessuti e agli organi. I tessuti e gli organi hanno tutti un fine determinato. Essi servono a sviluppare la funzione vitale generale di una creatura nel modo migliore. Esiste dunque nella sfera biologica solo questa finalità interiore, non c'è finalità esteriore. Le spiegazioni che Aristotele impiega in questo ambito sono della seguente natura: egli afferma che le vene esistono in funzione del sangue e che il sangue serve al nutrimento. Oppure constata che lo stomaco serve per digerire e che dunque contribuisce indirettamente all'esistenza della creatura. Oppure che le ossa servono a dare sostegno alla carne, o che le corna, gli zoccoli, gli artigli, le unghie ecc. servono alla difesa degli esseri viventi a cui appartengono.

 

ARISTOTELE, Metafisica, 983 a: «Dunque è evidente che ci occorre acquistare la scienza delle cause prime; ma la parola causa si usa in quattro sensi, di cui uno è che diciamo causa la sostanza e l'essenza; ma un altro la materia e il sostrato; un terzo quello da cui viene il principio del movimento; un quarto, la causa contrapposta a questa, ossia il fine e il bene, poiché questo è il fine di tutta la generazione e di tutto il movimento»

 

DOMANDA: Gli esempi da lei fatti per la categoria di causa finale in campo biologico non confermano il rimprovero mosso ad Aristotele in epoca moderna secondo cui egli sostituirebbe le spiegazioni causali con delle spiegazioni intenzionali?

KULLMANN: Le sono molto riconoscente per questa domanda. Credo a questa domanda si debba rispondere di no con grande decisione. Aristotele non ha mai pensato che per la finalità naturale sia in qualche modo responsabile un Dio creatore, come può aver insegnato Platone nel Timeo, o come torna a riemergere in filosofie più tarde. Non c'è alcuna istanza trascendente che ponga dei fini di qualsiasi tipo nella natura. Volendo inquadrare in termini moderni questa finalità che Aristotele semplicemente si limita a constatare, è molto meglio rimandare ad un concetto, ad una idea che è stata sviluppata nella più moderna biologia.
Il biologo americano Pittendrigh ha coniato il concetto di teleonomia. Con questo concetto egli designa una finalità a prescindere dall'origine di tale finalità stessa. Così, volendo, invece di definire Aristotele il padre della teleologia, come capita di leggere nei manuali di scienze naturali, lo si potrebbe molto più opportunamente definire come il padre della teleonomia. C'è in tutto ciò una certa ironia della storia della scienza: infatti il concetto di teleonomia è stato coniato dai moderni biologi proprio per escludere dalla moderna biologia certe idee teleologiche che risalirebbero ad Aristotele.

 

DOMANDA: Abbiamo visto alcuni punti essenziali della filosofia della natura di Aristotele. Con lei, professor Kamp, vorremmo ritornare al concetto di gerarchia, nei suoi diversi aspetti, partendo magari da quello biologico?

KAMP: Anche all'interno del campo biologico esiste una gerarchia, perché di tutti gli esseri che vivono sotto la luna - come si dirà più tardi -, anche secondo Aristotele l'uomo si distingue in modo particolare. Al di sotto dell'uomo troviamo gli animali che a loro volta sono ordinati gerarchicamente: ci sono animali più perfetti e animali meno perfetti. Al di sotto degli animali c'è il regno vegetale: ci sono piante più perfette e altre meno perfette; al di sotto di questo regno vegetale si trova infine il mondo inanimato delle pietre, dell'acqua, ecc. Certamente esiste una gerarchia nel campo della biologia, ed è altrettanto certo che in cima a questa gerarchia si trova l'uomo. Bisogna però tener presente che anche la biologia non acquista una sua autonomia, ma rimane - secondo Aristotele - pur sempre parte della fisica. Ed è qui che l'uomo costituisce un problema particolare: dato che l'uomo dispone di certe capacità, va anche al di là del campo puramente biologico, al di là della scienza del biologico in quanto tale. L'uomo infatti dispone dell'intelletto e con l'intelletto l'uomo è in grado di pensare così come pensa Dio, è in grado quindi di riconoscer Dio.

 

ARISTOTELE, De Anima, 412 a - b: «L'anima è l'atto primo di un corpo naturale avente la vita in potenza. Questo è il corpo organico... dunque l'anima sarà l'atto primo del corpo naturale organico; e perciò non è da cercare se l'anima e il corpo siano una cosa sola, come non è da cercare se siano uno la cera e la figura, né in genere la materia di ciascuna cosa e ciò di cui essa è materia»

 

KAMP: Tenendo presente soprattutto lo scritto De anima, in cui vengono analizzate tutte le capacità psichiche di tutti gli esseri viventi, si può dire che l'uomo, da una parte ha tutte le capacità proprie delle piante e degli animali (in questo senso non si distingue radicalmente da loro, non si può certo contrapporre l'uomo al resto del mondo), d'altra parte raggiunge con le sue capacità addirittura il livello di Dio.

 

ARISTOTELE, La generazione degli animali, II, 3: «Come in tutta la natura c'è qualcosa che è la materia per ciascun genere, e qualcos'altro che è causa ed agente, in quanto produce tutte le cose , così è necessario che anche nell'anima si diano queste differenze. E c'è un intelletto fatto per diventar tutte le cose, e ce n'è un altro, fatto per produrle tutte, come sua maniera d'operare, alla maniera della luce: perché in certo modo anche la luce converte in colori in atto i colori che erano in potenza.»

 

KAMP: Che Aristotele abbia avuto questa concezione, lo si può desumere da una proposizione nel libro "lambda", dove si afferma che Dio vive sempre una vita che noi viviamo per breve tempo, cioè almeno per breve tempo noi viviamo come Dio. Per quale ragione noi non possiamo vivere sempre così è un'altra questione, ma in ogni caso almeno temporaneamente possiamo raggiungere il livello di questo essere divino. Questo essere divino, ossia determinate caratteristiche di questo essere divino giocano un ruolo fondamentale, non da ultimo anche nella Politica: infatti, una delle caratteristiche di Dio è l'autarchia, cioè Dio non ha bisogno del mondo, Dio non ha bisogno di niente può vivere di per sé. Proprio questo scopo persegue, secondo Aristotele, anche la polis. E quando Aristotele parla del fatto che la polis aspirerebbe proprio a tale autarchia, cita per l'appunto il modo di vivere di Dio.
Questo è uno dei tanti esempi con cui si può dimostrare che anche la scienza politica dipende dalle concezioni della filosofia prima. Altri esempi: nella Politica, nell'Etica Nicomachea, Aristotele ricorre esplicitamente a categorie della filosofia teoretica, e considera la prassi o il mondo politico a partire dalle categorie di ousìa, o di accidente o di materia o di forma o di una determinata teoria linguistica. Nel complesso si può ben dire che la Politica costituisca un buon esempio del principio generale formulato da Aristotele nella Metafisica, e cioè che la filosofia prima è la scienza fondamentale che le altre scienze con le loro conoscenze sono continuamente costrette, in qualche modo, a riprendere.

 

DOMANDA: Lei ha istituito un nesso tra metafisica e politica a partire dal concetto di "autarchia". Così come l'essere supremo, Dio, è autarchico, indipendente, così dovrebbe esserlo anche la polis, lo Stato. Cosa succede se questo ideale di autarchia lo si riferisce al singolo individuo?

KAMP: Qui in effetti si pone un problema. Aristotele sostiene che il singolo uomo non può essere autarchico, non lo può essere, in ogni caso, quando vuole vivere in comunità con altri uomini. L'unica possibilità per il singolo uomo, l'individuo, di diventare veramente autarchico, di condurre, per così dire, una vita come Dio è di dedicarsi alla filosofia o ala scienza teoretica in generale; solo che gli uomini di teoria non possono rappresentare una polis o costituire una polis, anche gli uomini di teoria hanno bisogno che qualcun altro lavori per loro affinché si possa mangiare, costruire case, ecc. Quindi - questo è un punto rimasto un po' in ombra in Aristotele - neppure l'uomo di teoria, per intensamente che possa dedicarsi alla teoria, può condurre una vita completamente autarchica; al massimo la può condurre nel periodo in cui si dedica alla teoria. Inoltre, coloro che hanno la possibilità - anche dal punto di vista dei presupposti individuali - di dedicarsi alla teoria, sono così pochi da non rappresentare un tipo di vita consigliabile per la polis o per la cittadinanza nel suo complesso. La massa degli uomini può trovare la propria felicità solo nella convivenza con altri uomini; e con questa convivenza con altri uomini, con la costituzione della polis quindi, anche loro imitano, se non come individui in quanto parti della comunità, il tipo di vita divino. Per questo Aristotele è in grado - e qui è di nuovo molto conseguente - di collocare in ordine gerarchico questi due tipi di vita, anche rispetto al concetto di autarchia, dicendo che il tipo di vita dell'uomo di teoria è complessivamente migliore di quello del buon politico. Una delle caratteristiche è proprio quella per cui il pensatore può essere almeno parzialmente autarchico, mentre il politico non lo può mai essere come individuo.

 

Aristotele, Politica, II, 1: «E' evidente che lo Stato esiste per natura e che l'uomo è per natura animale politico... e più di tutte le api e di ogni animale vivente in società. Perché la natura nulla fa invano: ora l'uomo, solo fra gli animali, ha il logos, la ragione. E il linguaggio vale a mostrare l'utile e il dannoso, così come anche il giusto e l'ingiusto, perché questo è proprio degli uomini rispetto agli altri animali: l'aver egli solo il senso del bene e del male, del giusto e dell'ingiusto»

 

DOMANDA: Professor Lledo', le affermazioni di Aristotele "l'uomo è per natura un animale politico" e "l'uomo solo fra gli animali ha il logos" nella loro estrema semplicità ed efficacia sono diventate i termini stessi della nostra comune definizione di uomo.

LLEDO': Il problema è molto interessante perché in effetti, come è stato detto tante volte, il pensiero greco è all'origine del pensiero occidentale, e il vocabolario filosofico dei greci ha influito in modo decisivo sullo sviluppo del vocabolario filosofico posteriore. Tuttavia, questo vocabolario astratto, questo vocabolario della filosofia, ha avuto origine in momenti concreti della storia, in situazioni determinate della società greca. Di conseguenza, qualsiasi evoluzione, qualsiasi sviluppo posteriore di questi concetti è stato, sempre, influenzato e condizionato dall'origine concreta della società che li ha inventati, scoperti e studiati.
E non è strano quindi che Aristotele abbia definito l'uomo, in modo così radicale e deciso, come zoòn politikòn, come animale politico. Un animale esattamente uguale a tutti gli altri animali. Un mammifero che respira, che digerisce, che vede, che sente, che è dotato di sensibilità esattamente come qualsiasi altro mammifero. Ma con una differenza, una differenza essenziale: che deve vivere insieme ad altri, deve vivere in comunità. E' vero che ci sono altri animali - e Aristotele lo rammenta nel medesimo contesto della politica - che vivono in comunità, ma il modo di vivere in comunità di questi animali è un modo gregario - dice Aristotele - mentre l'uomo non vive passivamente in comunità, bensì costruisce la sua comunità, costruisce il suo sistema di relazioni, costruisce un sistema per rivolgersi agli altri, per organizzare gerarchicamente o in condizioni di eguaglianza i suoi rapporti con gli altri. E' perciò importante, in questo senso, ricordare che Aristotele, nella stessa pagina in cui definisce l'uomo come animale politico, come animale che vive in una polis e deve organizzare il suo modo di vivere, lo definisce anche come zoòn lògon èchon, che significa "animale dotato di parola".
E' piuttosto singolare che questa definizione aristotelica dell'uomo, questo zoòn lògon èchon (che significa, traducendo alla lettera, "animale dotato di parola", o per meglio dire: "animale dotato di logos"), abbia dato origine all'altra famosa definizione "l'uomo è un animale razionale". Ma non era questo che Aristotele intendeva. Aristotele voleva dire soltanto che, naturalmente, il logos è una lotta per la razionalità. Ma l'uomo non è un essere razionale. E' invece, secondo questa famosa definizione, un essere che parla, che muove la lingua - quella cosa così reale e così fisica che è la lingua - e muovendola produce un suono semantico, dei suoni che creano comunità, che creano polis, che creano uno spazio collettivo.
E' perciò interessante osservare che entrambe le grandi definizioni aristoteliche dell'uomo - animale politico e animale dotato di logos - sono unite, perché sia la politica sia il possedere logos si necessitano reciprocamente. Non esiste politica, non esiste reticolo collettivo, non esiste spazio di intelligenza collettivo, gli uomini non potrebbero vivere in società, vivere in modo comunitario, se non parlassero o, per meglio dire, se non comunicassero fra loro.
Ciò è interessante anche in una società come la nostra. Io credo che se Aristotele, o una mente dotata di capacità sintetiche e analitiche come quella di Aristotele, potesse vivere oggi, potesse analizzare il mondo contemporaneo, rimarrebbe stupita perché, in effetti, si renderebbe conto di come l'uomo, oltre ad essere un animale politico, un animale che ha bisogno di strutturarsi e di vivere in modo strutturato, è essenzialmente un animale dotato di logos, un animale che comunica. Noi oggi parliamo di mezzi di comunicazione di massa: è la conferma definitiva del logos aristotelico. Tuttavia, interpretando o ripensando un poco l'ideologia che sottostava alle definizioni di Aristotele, non credo che il filosofo greco sarebbe molto d'accordo con questo nubifragio, questa inondazione di parole, di termini, sui quali non abbiamo il tempo di riflettere e coi quali a mala pena comunichiamo.
Questa abbondanza di mezzi di comunicazione - e la povertà di ciò che viene comunicato, la mancanza di riflessione su ciò che si comunica - possono modificare le condizioni della vita mentale degli uomini e possono condizionare i rapporti umani.
Tuttavia, come dicevo, attraverso i mezzi di comunicazione di massa, con la finzione, la menzogna, col non ricercare la verità, si possono creare false aristocrazie, false democrazie, false oligarchie, false tirannie. In questo modo si può creare una falsificazione della terminologia. Infatti, una delle cose, io credo, più interessanti della cultura greca, e che dai greci abbiamo avuto in eredità, e che Aristotele analizza concretamente nell'Etica Nicomachea e in altre sue pagine, è l'idea di "bene apparente". Ovvero la scoperta che, insieme al perseguimento del bene in quanto tale, essendo il bene qualcosa che ha a che vedere con gli uomini, noi possiamo perseguire un bene apparente, un bene che può non essere altro che una proiezione dei nostri desideri, una proiezione dei nostri interessi o una proiezione del nostro dominio sugli altri. Naturalmente l'idea di "bene apparente" aveva un ulteriore aspetto filosofico che concerneva quello spazio esistente fra le idee pure, l'idea del bene come idea di ciò che tutti perseguono, la soggettività e il mondo storico nel quale questo bene apparente si situa.

tratto e rielaborato graficamente da EMSF

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