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I doni dello Spirito in S.Bonaventura

di © Francesco Bertoldi

i doni dello Spirito

La Chiesa da sempre riconosce che nessuno può dire Gesù è il Signore se non sotto l'azione dello Spirito Santo (San Paolo, 1 Cor 12, 3): in effetti riconoscere la Presenza, ossia il divino dentro un umano, il Verbo in una carne, eccede la capacità della ragione 1, e non può pertanto poggiare sulle capacità della semplice natura umana, di cui la ragione è espressione. Occorre qualcosa di superiore alla natura, ovvero la grazia, che è appunto essenzialmente l'azione dello Spirito Santo in noi, nella natura umana.

È tesi comunemente riconosciuta nella teologia cattolica che la grazia (cioè l'energia soprannaturale con cui lo Spirito riplasma ontologicamente la natura umana, assimilandola alla divinoumanità di Cristo, Uomo-Dio e quindi in qualche modo divinizzandola) nel riplasmare l'intimo centro ontologico (l'anima, l'è) riplasmi anche le facoltà che da tale centro emanano (l'opera), ossia l'intelligenza e la volontà-affettività. In tal modo l'intelligenza riplasmata dalla grazia viene abilitata a riconoscere, dentro il suo oggetto naturale (le cose, il mondo, quello che la teologia chiama anche prima creazione), l'Oggetto della fede, Cristo (principio della nuova creazione); la fede è così la virtù soprannaturale che perfeziona la ragione, l'intelligenza, abilitandola a vedere ciò che le sue capacità naturali non potrebbero vedere. Analogamente la volontà riplasmata dalla grazia viene resa capace di amare oltre i limiti della propria natura (ed è la virtù soprannaturale della carità). Così, infine, intelligenza e affettività, riconoscenti e amanti, si protendono come attesa e come operatività, a che Colui che riconoscono e amano si mostri, quale è, Tutto in tutti e in tutto (virtù della speranza 2).

Fede, carità e speranza sono dunque, per comune convinzione, le tre virtù teologali che formano ogni cristiano in quanto tale, per dono gratuito dello Spirito. Ma oltre a tali virtù la tradizione cattolica parla di un ulteriore dono elargito ai credenti, ossia appunto i sette doni dello Spirito .

Qui la teologia si è divisa tra chi ritiene tali doni strettamente connessi alle virtù teologali e alla grazia, per cui non può esistere un cristiano che non abbia, almeno germinalmente, una esperienza dei doni, e chi invece distingue le virtù, come una sorta di livello-base, di piano terra, comune a tutti i credenti, dai doni, quasi un piano alto cui soltanto alcuni accederebbero. Senza entrare nel merito di sottigliezze teologiche, si può però dire che la seconda impostazione può avere avuto, specie in epoca moderna, in cui essa ha prevalso, una negativa influenza nel modo di proporre il Cristianesimo, distinguendo una soglia popolare, fatta di regole talvolta limitate (l'ontologico ridotto ad etico), da ulteriori vette, riservate a pochi: come se non tutti i cristiani fossero chiamati alla santità, alla massima intensità di esperienza possibile.

La scuola francescana ha per lo più propugnato invece la prima posizione. In essa emerge in particolare l'insegnamento di S.Bonaventura, di cui ricordiamo qualche punto saliente.

S.Bonaventura e i doni

San Bonaventura è uno dei più significativi rappresentanti non solo della scuola francescana, ma della intera Scolastica (ossia il pensiero medioevale dei secoli d'oro) e probabilmente di tutta la storia del pensiero cristiano. La sua fama è stata oscurata dall'altro astro della Scolastica, Tommaso d'Aquino, ma egli merita di figurare accanto a lui e a sant'Agostino. Il suo pensiero può essere visto come la traduzione filosofica e teologica del carisma di San Francesco, di cui fu devoto discepolo ed erede nella guida dell'Ordine. Dei doni dello Spirito egli tratta nelle Collationes De septem donis Spiritus Sancti.

Il Dottor Serafico inizia spiegando quale sia l'origine dei doni: è il Padre, mediante il Verbo (incarnato, crocifisso e inspirato, cioè partecipato dallo Spirito ai credenti). Dunque tutta la grazia che ci salva, ogni dono che il Mistero elargisce all'umanità passa necessariamente attraverso Cristo, non un generico principio cosmico, ma il Verbo incarnato. Molta teologia attuale, tentata da un neoarianesimo e neopelagianesimo, che fa di Cristo uno dei tanti modi in cui Dio si comunica all'uomo, farebbe bene a riflettere su questo punto, del resto ribadito con chiarezza anche da Giovanni Paolo II.

Egli si chiede poi quale debba essere l'uso del dono di Dio, e risponde che deve essere fedele (verso Dio), virile (in sé) e liberale (verso gli altri). Fedele: l'Altro non è solo l'origine, lo spunto iniziale per poi partire con un progetto proprio, a Lui dunque occorre umilmente obbedire ogni giorno e ogni istante; l'uomo non cambia per una sua decisione, ma aderendo all'Iniziativa storica di un Altro; virile: l'uomo cioè deve impegnare tutte le sue energie conoscitive e affettive, per corrispondere al dono, non sarebbe serio se ci giocherellasse; liberale: nel senso che il dono non può essere vissuto individualisticamente, ma cresce in una circolazione comunionale.

Nella seconda Collatio S.Bonaventura istituisce un parallelo tra i sette vizi capitali, le sette beatitudini, le sette preghiere dell'Oratio Dominica e, appunto i doni dello Spirito. Tale parallelismo può suonare esagerato alla sensibilità attuale e in effetti vi non mancano forzature; tuttavia l'intento di fondo è quello, di cui parlavamo prima: vedere l'esperienza dei doni come strettamente connessa all'esperienza cristiana in quanto tale. Nessuno può consapevolmente accontentarsi di una esperienza… di serie B. E veniamo ai singoli doni.

La pietà

Con questo termine viene nel linguaggio corrente indicato un sentimento di compassione per chi sta male (in qualsiasi senso), ed è questo uno dei tanti esempi di come la mentalità razionalistica abbia storpiato il significato delle parole cristiane (si veda quanto spesso don Giussani nei Tischreden chieda di definire le parole, sottraendole alla banalizzazione corrente). Era più vicina la civiltà antica, che intendeva la pietas in un senso assai meno riduttivo. Nel senso cristiano, e in particolare in S.Bonaventura, la pietà consiste, potremmo dire, in una affettuosa familiarità col Mistero, riconosciuto come Padre buono e amabile (anche questo termine, da intendersi in senso etimologico). Per sperimentare questo dono, secondo il Serafico, occorre anzitutto la riconoscente gratitudine del bene che il Mistero, nella sua sapienza e nella sua potenza, ci fa (/ci ha fatto); questo porta poi ad avere una stima e una commozione anche per il proprio io umano : se il Padre ci ama, allora possiamo noi stessi amarci; e infine apre a una disponibilità a non porre limiti alla affluenza della misericordia divina, perché affluisca con abbondanza, non a gocce, ma come un fiume impetuoso. Tra gli effetti della pietà ricordiamo quello di farci evitare il male: quanto più l'uomo è invaso dal traboccante senso della bontà di Dio, tanto più ha in ciò forza per non difendere il peccato (III, 18). Così fa chi non siede in consiglio con gli empi (im-pii = non-pii = privi di pietà).

Il timor di Dio

Se il dono della pietà viene equivocato nel linguaggio corrente, il timor di Dio viene addirittura deriso e bandito nel nostro conteso storico-culturale, che vorrebbe tutto facile e senza dramma. Ma come ricorda S.Bonaventura, la Scrittura parla anche di questo dono dello Spirito. Filosoficamente -osserviamo noi- esso si fonda su due fattori: a) l'impossibilità per l'uomo di conoscere fino in fondo il Mistero (le Mie vie non sono le vostre vie, nubi e tenebre Lo avvolgono), per cui è bene temere, come un escursionista che non conosce una certa montagna fa bene ad essere attento e docile alle indicazioni della guida, mentre stolto sarebbe chi andasse allegramente come se sapesse ciò che non sa, cadendo nel burrone; b) sulla inadeguatezza dell'uomo ad essere sé stesso, come pure dovrebbe (peccando = contraendo continuamente debiti con la sua Origine).

Per S.Bonaventura è importante che il cristiano coltivi questo dono, perché il cammino della vita non è facile o automatico, ma un reale dramma. Esiste infatti la possibilità reale che l'uomo non consegua il suo compimento. Impressionante è la descrizione che egli fa dei gradini discendenti di chi rifiuta il timor di Dio, che è misericordioso ma anche giusto (la sua vindicta, dice il Serafico, è severa, II, 9): dalla ferita della sua umanità, alla incapacità di discernere il male, in cui quindi egli si ostina, fino alla disperazione finale. La descrizione del Santo è lontana dalla sensibilità attuale, ma importante è il suo netto giudizio sul carattere drammatico della vita, che deve tener desta una continua vigilanza (come disse Giussani a Rimini nell'85: vi auguro di non essere mai tranquilli).

L'esito ultimo del dono del timor di Dio sono, paradossalmente, la sicurezza e la fiducia: chi non teme Dio, ha da temere da parte di tutto e di tutti; ma chi teme Dio, possiede qualcosa che nessuno gli può togliere(II, 21), cioè Dio stesso.

La sapienza

Il dono della sapienza è tradizionalmente visto come quello che consente di vedere la realtà, diciamo così sinteticamente, con gli occhi di Cristo. Usando una terminologia che non è di S.Bonaventura o della tradizione, ma la esprime benissimo, si potrebbe anche dire che la sapienza è guardare ad ogni particolare connettendolo col Tutto, col Destino. Bonaventura inizia dicendo che per ottenere questo dono occorre a) desiderarlo e b) essere giusto, dove la prima giustizia è ut homo non sit ingratus Deo (IX, 1), è la gratitudine che riconosce il Suo essere venuto in mezzo agli uomini. Dunque questa sapienza non si ottiene ragionando e studiando, come il sapere scientifico, filosofico e persino teologico, ma ha come condizione un atteggiamento di desiderio e di giustizia, la quale non è sforzo moralistico ma gratitudine per un dono, che è dato.

Infatti, ed è questa la seconda caratteristica che il Serafico evidenza, la sapienza è un dono che viene dall'alto. E che in alto invita a fissare lo sguardo, sursum (..), ubi Christus est in dextera Dei sedens, nella profondità delle cose, distogliendosi dalla falsa sapienza che si ferma all'apparenza immediata, e che Bonaventura definisce come terrena, animale e diabolica. Egli ha sconfitto la sapienza di questo mondo, facendosi stolto agli occhi del mondo (apparentia exteriori), per mostrare qual è la vera sapienza. Notiamo quanto, fedele tra l'altro a San Paolo e a San Giovanni, il discepolo di Francesco evidenzi la non-neutralità di una interpretazione globale della realtà, e l'inevitabile scontro tra la visione cristiana e quella del mondo. Che questa sapienza sia vera ci è attestato, osserva poi Bonaventura dalla luce che la caratterizza, che rende trasparenti le cose (IX, 4) e che rende lieto il cuore e spedito l'operare.

La scienza

Se la sapienza consente di vedere sinteticamente, il dono della scienza consente una considerazione analitica della realtà, alla luce della Verità. Nella Collatio IV, dedicata appunto a questo dono, Bonaventura da un lato distingue due tipi di lume, che danno scienza, ossia quello naturale (la ragione) e quello superinfusum, soprannaturale (la fede), precisando d'altro lato che la stessa scienza naturale (la filosofia) è in qualche modo un dono. Come già nelle Collationes in Hexaemeron (tr. dalla Jaca Book, La Sapienza cristiana) anche qui tra fede e ragione non vi è contrapposizione o separazione, ma appartenenza ad una medesima Origine e tensione a un medesimo obbiettivo.

Tant'è che egli parla della scienza filosofica, dandone una sommaria descrizione, e mettendo poi in guardia dal rischio che la ragione (filosofica) si creda autosufficiente, chiudendosi in sé stessa: la mentalità dominante la tiene in grande stima, ma facilmente essa inganna l'uomo, quando il filosofo pone qualcosa tra sé e il Sole della giustizia: allora soffre per l'eclisse della stoltezza (IV, 12). Sbaglia chi crede di essere migliore per il fatto di avere questa scienza, e pensa di conoscere esaurientemente il Mistero: è come chi pretende di vedere il Sole con la luce di una candela. La ragione filosofica è in sé buona, ma deve integrarsi con una luce superiore, che viene dalla fede, altrimenti ottenebra.

Superiore alla scienza filosofica è quella teologica, che si fonda sulla Scrittura, che è da S.Bonaventura paragonata a un mare mai completamente scandagliabile. Eppure è proprio questo mare del mistero multiforme e profondamente insondabile che sostiene e regge la terra della conoscenza precisa e distinta: come la terra (in senso fisico), se non fosse penetrata di acqua, si dissolverebbe in polvere secca (IV, 16). Il mistero non è una oscurità (totale), ma qualcosa di sempre ulteriormente addentrabile (=penombra, mescolanza di luce e ombra, così come in Bonaventura mescolanza di secco e umido). Ma anche la scienza teologica presenta dei rischi, maggiori anzi di quelli della filosofia: quella può ottenebrare, ma questa può dannare (IV, 18): pecca più gravemente del profano il teologo che sapendo il bene, non lo fa, e molto peggio fa quello che storpia e deforma la verità ricevuta, perché reca anche altri a peccare e perdersi.

Superiore alle precedenti scienze è la scienza gratuita, che è la capacità, non più ottenuta soprattutto con una applicazione della proprie energie, ma essenzialmente accolta, in un atteggiamento di silenzio e di obbedienza: perciò l'uomo non rischia di impossessarsi di questa scienza (che è il dono nel senso più proprio) che consente di discernere il bene dal male, ed edifica, essendo in stretta relazione con la carità.


L'intelletto.

L'intelletto è tradizionalmente considerato il dono dello Spirito che consente all'uomo di capire la comunicazione che Dio gli fa di Sé, e in particolare di leggere, penetrandone e gustandone il significato, la Sacra Scrittura. Su questo dono S.Bonaventura lascia il discorso incompiuto, rimandando alle Collationes in Hexaëmeron, già ricordate. Possiamo almeno riportare quanto egli dice iniziando a trattarne, che niente tanto oscura l'intelletto quanto la presunzione (VIII, 1), il credere di avere già capito tutto. Occorre invece sottomettere la ragione all'esperienza della fede (Bonaventura parla di una captivatio intelligentiae).


La fortezza

Ben due capitoli sono dedicati a questo dono: si tratta di un grandioso inno alla Madonna, come massimo esempio di fortezza. Lei è stata prescelta da Dio (§5/8) ed ha mostrato la più grande fortezza nello scudo inespugnabile della sua fede, nella imperturbabile consolazione della speranza e nell'inestinguibile incendio della sua carità; Lei ha portato a termine attività a stento fattibili da un uomo, ha schiacciato le potenze diaboliche, ha sopportato tribolazioni dal mondo, liberamente accettando il disegno di Dio. Lei è dunque degna di essere detta forte e santa, forte e pia, forte e strenua (VI). Chiunque voglia essere santo, conclude perciò il Serafico, deve seguire la Vergine gloriosa.

 

Il consiglio

. Questo dono consente di dirigere bene il proprio agire, di scegliere bene nel concreto quotidiano. Più precisamente S.Bonaventura spiega che con questo dono "siamo istruiti a discernere ciò che è lecito e opportuno (a livello di ragione), siamo accesi a desiderarlo (a livello di volontà) e siamo resi capaci di attuarlo: non basterebbe sapere e volere, infatti, se poi non si attuasse operativamente (VII, 8).

Come fa il cristiano a conseguire questo dono? Mediante tre fattori: a) ciò che è scritto, essenzialmente la Bibbia (e per analogia i testi del Magistero ecclesiale, o dei Santi); b) l'ispirazione interiore con cui lo Spirito illumina a capire in profondità ciò che è scritto; c) ma ciò ancora non basta: il puro scritto e la pura ispirazione interiore non bastano, perché lascerebbero, da soli, l'uomo in una pericolosa e inconcludente solitudine: è difficile che l'uomo si istruisca da solo (per se) (12), gli occorre la compagnia di uomini santi che possa incontrare concretamente. Sii assiduo nella compagnia dell'uomo santo -ricorda il Serafico, citando l'Ecclesiaste- egli vede più di te.

L'uomo santo, il consigliere per eccellenza è Cristo, ma Cristo partecipa il suo consiglio a molti e l'esempio che egli porta è quello dei fondatori di ordini (da Antonio a Basilio, da Agostino a Benedetto, Domenico e Francesco); se al posto della parola religio (come modalità più intensa di vita cristiana, in un ordine religioso) mettiamo la parola carisma troviamo il discorso di Bonaventura quanto mai attuale. Egli invita a scegliere un buon consiliarium (un buon carisma!), scansando i cattivi consiliarii, che vorrebbero trattenere a un Cristianesimo tiepido e generico, denigrando le esperienze di intensità cristiana. Sbagliano infatti quelli che minimizzano i carismi, perché trattano cose grandi come se fossero nulla (come dicendo: che cos'hanno di speciale?); sbagliano quelli che condannano i carismi, trattando ciò che è bene come se fosse male (alcuni monaci o frati sbagliano: bene -risponde il Santo- non sbagliare tu); e sbagliano anche quelli che dubitano del valore dei carismi, perché mettono in dubbio ciò che è certo: non è ancora chiaro se Dio benedica questa esperienza, non ho ancora sentito una illuminazione interiore in proposito. Ma, incalza S.Bonaventura, se vuoi aspettare che il Signore ti si riveli direttamente (...) resterai sempre al bivio (VII, 19): segui invece i carismi che storicamente ti vengono fatti incontrare. Senza però cadere nell'eccesso di chi dicesse che non vi è salvezza al di fuor di un dato carisma (non est salus nisi apud nos).

Come si vede, pur nella differenza di linguaggio e di sensibilità, è possibile trovare in quel grande Dottore della Chiesa commoventi consonanze di fondo con Maestri attuali, quali Giovanni Paolo II e mons. Giussani, sul modo di intendere la fede in Gesù Cristo.

1. Cfr. L.Giussani, Si può vivere così ?, p. 226/7.

2. Cfr. L.Giussani, Vivendo nella carne, pp. 257 sgg.

solidarietà ai cristiani perseguitati

Asia Bibi, una donna pakistana, rischia la condanna a morte per non essersi convertita all'Islam:
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