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Pitagora, interviste

Interviste a G. Pugliese Carratelli, M.Detienne, W. Burkert

PORFIRIO, Vita di Pitagora (30): «Udiva anche l'armonia del tutto, come quello che comprendeva anche l'armonia universale delle sfere e degli astri che si muovono in esse, armonia che l'insufficienza della nostra natura impedisce a noi di percepire. Lo testimonia Empedocle che dice di lui: "C'era tra essi un uomo di straordinario sapere, ch'ebbe in sé grandissima ricchezza di pensiero, che d'ogni opera sapiente era esperto. Quando si protendeva con le forze della mente, vedeva ciascuna di tutte le cose che sono per dieci e per venti generazioni»


PUGLIESE CARRATELLI: Della vita di Pitagora non sappiamo molto. Alcuni dati sono sicuri e questi ci consentono di dire che Pitagora è sicuramente un personaggio storico. Sappiamo che è nato a Samo, sappiamo che ad un certo momento è andato via da Samo, probabilmente perché sofferente della tirannide di Policrate. E' molto probabile che abbia fatto viaggi in Egitto e a Creta, perché gli aristocratici della Ionia, spesso, avevano interesse per la cultura. Il viaggio in Egitto, il viaggio a Creta, avevano un certo significato. Sappiamo che è arrivato a Crotone nella seconda metà del VI secolo, grosso modo intorno al 530 a.C. A Crotone ha trovato una situazione assai difficile di crisi politica, perché la città aveva subito una sconfitta del tutto imprevedibile, ad opera dei Locresi di Locri Epizefiri. Locri Epizefiri era un grande centro religioso. Probabilmente il conflitto era nato perché i Crotoniati volevano punire (e forse, con questo pretesto, estendere il territorio della loro polis) i Locresi Epizefiri per l'aiuto che questi probabilmente avevano dato alla colonia ionica di Siris, distrutta dalle grandi città achee della Magna Grecia, vale a dire Crotone, Sibari e Metaponto.

Quando Pitagora è arrivato a Crotone, dove probabilmente lo ha chiamato la fama di una scuola medica, una scuola medica che a noi è nota soprattutto attraverso il grande nome di Alcmeone, ma che, probabilmente, ha risentito molto anche dell'influenza della dottrina dell'insegnamento pitagorico. Ad ogni modo, andato a Crotone, Pitagora ha fondato lì una comunità di studiosi, di filosofi (pare che sia stato Pitagora il primo ad usare proprio il termine filosofia, phílosophos), ed erano così dediti allo studio, alla ricerca, con uno spirito però, diverso da quello delle scuole dei fisiologi, dei naturalisti della Ionia. Perché vi era una profonda implicazione di carattere religioso, nella loro visione del mondo e, quindi, la loro ricerca era tesa soprattutto, e questo, direi, che è stata proprio l'impronta data da Pitagora al suo insegnamento, alla scuola che ha fondato, una visione in cui l'indagine, propriamente scientifica, fosse strettamente legata con una visione unitaria del cosmo. Non è un caso che a Pitagora sia stato attribuito anche il primo uso proprio del termine kósmos, vale a dire, di questa visione dell'universo, come un tutto ordinato, regolato da una norma così costante, perenne, definita.


Diels - Kranz 21, p.105; «Pitagora fu il primo a chiamare cosmo la sfera delle cose tutte, per l'ordine che esiste in essa.»


Bisogna dire che tutto l'insegnamento pitagorico è teso - anche nel campo non rigorosamente scientifico, in quello politico - verso una visione unitaria, che comporta un equilibrio delle forze. Si tratta del famoso equilibrio delle forze realizzato anche sul piano politico e che ha avuto una forte influenza sulle dottrine politiche successive e particolarmente sulle esperienze politiche della Magna Grecia. Sappiamo inoltre che, specialmente dopo la vittoria che Crotone, che aveva ripreso vigore grazie al governo di questi pitagorici, dopo la vittoria che Crotone riportò su Sibari e la distruzione, distruzione non fisica, ma eliminazione dello Stato, della polis di Sibari, intorno al 510 a.C., cominciarono a nascere dei dissensi nell'ambito della polis crotoniate, probabilmente anche per problemi relativi alla divisione del territorio sibarita. In altri termini vi fu questo elemento, questa élite pitagorica, che fino allora aveva governato Crotone, con ottimi risultati e vide contro di sé tanto elementi popolari quanto elementi del ceto più ricco, e vi furono molti disordini, che culminarono poi nella espulsione dei Pitagorici, e questo si estese poi alla Magna Grecia etc. Ad ogni modo sappiamo che Pitagora abbandonò Crotone. La tradizione ci dice che si recò prima a Locri Epizefiri, ma lì non fu accolto perché i Locresi erano estremamente conservatori e temevano che l'alterazione delle loro tradizioni politiche, delle istituzioni, potesse nuocere alla città, che poi aveva un suo particolare carattere di centro religioso. Quindi non sappiamo se vi siano state anche preoccupazioni anche di carattere teologico, perché la dottrina pitagorica aveva anche un impegno religioso molto definito. Secondo me e secondo altri la religione di questi pitagorici è proprio quella che noi chiamiamo orfismo, ma il genuino orfismo, non quello poi che ha assunto un carattere popolare e naturalmente si è alterato, per varie ragioni, attraverso varie influenze, interferenze di tradizioni religiose diverse, visioni escatologiche non identiche con quella pitagorica, e poi, attraverso il tempo naturalmente ha subito un'alterazione. Ad ogni modo questa genuina religione pitagorica, che secondo me e secondo altri, deve identificarsi col genuino orfismo, probabilmente ha suscitato preoccupazioni e dissensi e ostilità, perché era una religione di élite. E Pitagora allora è riparato a Metaponto, dove ha trovato ospitalità e dove è morto agli inizi del V secolo a.C. Questi sono, grosso modo, i dati che è possibile enucleare come i dati abbastanza sicuri in una tradizione che, col tempo, come era da aspettarsi, per il fondatore di una scuola con una impronta religiosa, col tempo questa figura di Pitagora, poi si è arricchita naturalmente di elementi leggendari: è stato presentato come taumaturgo, si è accentuato l'aspetto religioso, taumaturgico e, secondo alcuni, addirittura sciamanico di Pitagora. Ma il Pitagora importante, il Pitagora che possiamo ricostruire attraverso la tradizione storica è, prima di tutto, un ricercatore, un sapiente, un desideroso di sapienza, desideroso di indagare, ma di indagare nel quadro di questa visione unitaria del cosmo, nel quadro di questa visione armonica dell'universo.


DOMANDA: Qual era l'organizzazione della comunità di studiosi pitagorici?

RISPOSTA: Non è facile saperlo. Tutti desidereremmo un aiuto per penetrare nella organizzazione della scuola pitagorica. E' evidente, è la tradizione che ci parla, così, di iniziati in un certo modo, di quelli che erano proprio ammessi a studiare, ad ascoltare l'insegnamento del maestro, a collaborare alla ricerca che si svolgeva nell'ambito della scuola. Erano distinti dai semplici uditori. Non sappiamo quanto poi la tradizione successiva abbia accentuato questa distinzione, ma certamente il carattere stesso della ricerca scientifica, pitagorica e anche la sua ispirazione religiosa molto severa, legata proprio a grandi tradizioni religiose del mondo greco, indipendenti dalle religioni ufficiali delle poleis. Tutto questo ci fa pensare che, effettivamente, anche poi quello che noi sappiamo sul modo di vivere dei Pitagorici, sul Putagoricòs bios, sul modo di vivere proprio dei Pitagorici, tutto questo ci induce ad ammettere che vi fosse veramente un gruppo scelto, una élite, costituita da quelli che partecipavano all'indagine filosofica e scientifica nell'ambito della scuola.


Dalle Sentenze Pitagoriche e dalla Vita Pitagorica di Aristosseno: «Parlerò ora dei compiti che Pitagora aveva assegnato ai suoi discepoli durante la giornata. Costoro facevano passeggiate mattutine da soli, in luogo dove c'era calma e tranquillità adatta, e dove erano templi e boschi e altre cose gradite all'animo. (Pensavano infatti che non convenisse incontrarsi con qualcuno, prima d'aver ben disposto la propria anima e riordinata la mente, e che a ben predisporre la mente fosse adatta tale tranquillità; mentre il cacciarsi tra la folla appena alzati lo ritenevano causa di turbamento). Poi, dopo la passeggiata mattutina s'incontravano fra loro, per lo più nei templi, o se no, in luoghi simili. Era questo il momento adatto per l'insegnamento e l'apprendimento, e per la correzione dei costumi. (97) Dopo tali occupazioni passavano ala cura del corpo. I più si ungevano e si esercitavano nella corsa; in minor numero anche nella lotta, in giardini e boschi; altri ancora, coi manubri e con movimenti cadenzati delle braccia, badando a scegliere esercizi adatti a irrobustire il corpo. A colazione prendevano pane e miele puro o di favo; durante il giorno non bevevano vino. Dopo colazione si dedicavano agli affari riguardanti la propria città o città straniere o i forestieri, secondo che le leggi disponevano; ché ogni provvedimento essi volevano prenderlo dopo colazione. Venuta la sera, di nuovo passeggiavano, non più da soli come la mattina, ma in due o tre, e richiamavano alla mente le cose apprese e si esercitavano in belle occupazioni. (98) Dopo la passeggiata facevano il bagno, poi si recavano alle mense comuni. A ciascuna di queste si riunivano non più di dieci uomini. Radunatisi tutti i commensali, si facevano libagioni e offerte di primizie e d'incenso. Poi iniziavano il pranzo, si da terminare prima del tramonto. Prendevano vino, focaccia, pane, carne e verdure cotte e crude. Imbandivano carni di animali che è lecito sacrificare; raramente di pesci, perché ritenevano, per certe loro ragioni, che alcuni di essi non giovassero alla salute.
(99) Dopo il pranzo si libava e si leggeva. Era consuetudine che il più giovane leggesse, e il più anziano sorvegliasse che cosa si dovesse leggere, e come. Al momento di andarsene, il coppiere versava loro il vino per libare, e fatta la libagione, il più anziano pronunziava queste parole: "Non danneggiate né distruggete piante coltivate e da frutto, come anche animali che non siano nocivi all'uomo. (100) Inoltre abbiate animo buono e pio verso gli dèi, i demoni e gli eroi, ed eguali sentimenti abbiate verso i genitori e i benefattori; difendete la legge e combattete l'illegalità". Terminate queste parole, ognuno tornava a casa»


L'astronomia è strettamente connessa allo sviluppo della matematica, alla ricerca di un'armonia, di una regolarità, di una perfetta rispondenza tra tutti gli elementi costitutivi del cosmo. L'astronomia ero lo studio che meglio permetteva di cogliere questa unità e regolarità e costanza dei principi regolatori del cosmo.

L'indagine dei moti degli astri veniva fatta proprio con spirito scientifico. Si è parlato molte volte di influenze di dottrine e indagini orientali, particolarmente babilonesi, mesopotamiche, sulla astronomia. Bisogna dire che ogni idea di carattere astrologico, ogni scopo pratico, esula dalla indagine astronomica dei Pitagorici e poi dal successivo pensiero scientifico greco. Vi è invece una tensione, un impegno verso la dimostrazione, verso il riconoscimento e la chiarificazione di questa unità di principi, di questa armonia, visibile specialmente attraverso i moti costanti degli astri. È evidente che per mettere in risalto questo, l'indagine matematica, che era uno sviluppo della geometria, nata per esigenze pratiche, uno sviluppo nel senso che da essa si traevano dei principi fissi, immutabili, che davano la chiave di questa unità ed armonia del cosmo, è evidente che l'indagine matematica dovesse avere un grande rilievo. Ma è un'indagine matematica non fine a se stessa, a mio avviso, ma legata proprio a questa ispirazione unitaria, a questa convinzione di una generale armonia del cosmo.

Questo è presente anche nell'indagine medica, e anzi ha contribuito fortemente anche allo sviluppo della scuola medica. In questo c'è il contributo della ispirazione pitagorica alle ricerche, che già probabilmente si facevano nella scuola crotoniate. Questa scuola crotoniate aveva avuto già un certo sviluppo, ma direi che, all'importanza della indagine empirica, fatta dai medici crotoniati, si era aggiunta questa grande ispirazione, che rendeva la scienza della indagine sull'organismo umano un aspetto della grande indagine sul mondo, sull'universo di cui l'uomo era considerato un elemento importante, ma solo un elemento.

A questo è collegato anche un altro aspetto della dottrina pitagorica, che è stato sempre sottolineato nella tradizione come un carattere tipico: la sua dottrina della metempsycosis o metensómatosis, della trasmigrazione delle anime, legata all'idea di una purificazione, dell'acquisto di una coscienza dell'armonia del cosmo come punto di arrivo di questi cicli di esperienza dell'anima attraverso le sue varie incarnazioni, attraverso le sue varie forme corporee.

Nella visione pitagorica forse non è fondata l'idea che vi sia stata una influenza indiana, forse perché queste dottrine nascono indipendentemente da considerazioni, ispirate dalla esigenza di inserire l'esperienza umana in una continuità, in una perennità, che deve necessariamente superare tanto il momento della nascita quanto il momento della morte e deve tener presente una fase anteriore alla nascita e una fase successiva alla morte. Proprio perché questa esperienza umana non si presenti come qualche cosa di frammentario, di isolato in un tutto, che, invece, è regolato da una legge costante e perenne.


DOMANDA: Qual è il rapporto tra le dottrine scientifiche di Pitagora e le sue idee politiche?

RISPOSTA: Come dicevo, io credo che l'insegnamento politico di Pitagora, anzi direi della sua esperienza politica, fatta soprattutto a Crotone, rappresenta questo elemento fondamentale, costituito dalla esigenza di adeguare la vita organizzata di una comunità (sia essa una polis, sia essa un'altra forma di stato) a quei principi dai quali era regolata, secondo Pitagora, la vita del cosmo. Quindi è fondamentale - questo è riconosciuto da tutti gli studiosi della politica pitagorica - il principio dell'equilibrio delle forze, che, del resto, si riflette anche nella dottrina di Alcmeone. Alcmeone ci dice che, quando nell'organismo umano, che egli considera non come un fatto puramente fisico, perché egli vede nell'organismo umano l'unità del noûs e del sôma, del corpo, se uno degli elementi costitutivi, regolatori prevale sull'altro, vi è uno squilibrio, vi è uno stato di non sanità, vi è uno stato insomma patologico. Ed è significativo che lui usi per indicare questi stati patologici termini propri del lessico politico. Il prevalere di una parte sull'altra, che rompe questo equilibrio, lo chiama monarchía, prevalenza.


Frammenti «Alcmeone dice che la salute dura fintantoché i vari elementi, umido, secco, freddo, caldo, amaro dolce, hanno uguali diritti (isonomia), e che le malattie vengono quando uno prevale sugli altri (monarchia). Il prevalere dell'uno o dell'altro elemento, dice, è causa di distruzione. Le malattie egli dice che provengono, per quel che riguarda la causa, dall'eccesso del caldo o del freddo; per quel che riguarda l'origine, da eccesso o da difetto di cibo; per quel che riguarda il luogo, nel sangue o nel midollo o nel cervello. Possono essere originate anche da cause esterne, come acqua, piante, clima, sforzo, tormento e cose simili. La salute è l'armonica mescolanza delle qualità (opposte)»


Possiamo dire che la dottrina politica di Pitagora si può chiamare una dottrina aristocratica nel senso etimologico, vale a dire una dottrina in cui il governo della comunità è esercitato da quelli che per studi, per saggezza, per esercizio, per disciplina, per ideali di vita, sono i più degni di guidare. È il principio che poi sarà sviluppato nella politica platonica, che ha una forte ispirazione pitagorica. È un po' difficile. Naturalmente non abbiamo dati precisi per l'età proprio di Pitagora, ma dallo sviluppo delle dottrine e anche dalle successive esperienze. Io penso per esempio al governo dei Pitagorici a Taranto. È stato un fatto molto importante, nella prima metà del IV secolo, e poi l'influenza che questa esperienza e queste dottrine hanno esercitato su Platone. Io credo che noi possiamo ritrovare dell'insegnamento pitagorico, anche politico, nella dottrina di Platone, il quale poi lo ha sviluppato autonomamente.

Io credo che, tanto per le dottrine politiche pitagoriche, quanto anche per le concezioni religiose, è difficile trovare una documentazione proprio perché era una religione di élite, chiusa in una cerchia, dove non era facile accedere. Quindi una dottrina riservata a questi iniziati, a questi dotti, che erano ammessi nel circolo pitagorico. Se qualcosa si può scorgere, è attraverso qualche testo scritto sulle lamine d'oro, trovate nei sepolcri. Non in tutte, ma in quelle in cui, a mio avviso, si parla di mnemosyne, quindi della personificazione della memoria come l'elemento che presiede alla vita dello spirito e alla continuità della vita intellettuale e, soprattutto, attraverso gli scritti di Platone, per quel poco che egli fa trasparire di queste dottrine, che evidentemente è impegnato a non rivelare apertamente.

LAMINETTA DI HIPPONION (V-IV sec. a. C.): «Appena che sarai venuto a morte, andrai alle case ben costruite di Ade. V'è sulla destra una fonte, accanto ad essa s'erge un bianco cipresso: lì discendono le anime dei morti e cercano refrigerio. A questa fonte non accostarti neppure; ma più avanti troverai la fresca acqua che scorre dal lago di Mnemosyne: vi stanno innanzi custodi, i quali ti chiederanno, con sicuro discernimento, che mai cerchi per la tenebra di Ade sonnolento. Rispondi: "Son figlio della Greve e del Cielo stellato, di sete son riarso e mi sento morire: ma datemi presto la fresca acqua che scorre dal lago di Mnemosyne." Ed essi saranno pietosi per volere del sovrano di sotterra, e ti daranno da bere l'acqua del lago di Mnemosyne; e poi che avrai bevuto procederai sulla sacra via su cui anche gli altri mystai e bacchoi si allontanano gloriosi»


DOMANDA: La personalità di Pitagora è ancora avvolta nel mistero. Come mai?

DETIENNE: Pitagora è stato un personaggio coperto da leggende e da misteri. Per quanto riguarda i dati storici, le conoscenze sono limitate. E' un personaggio filosofico che detiene in sé una serie di tematiche che noi chiameremmo mistiche, date anche dai rapporti stabiliti tra Pitagora e personaggi come Apollo e la grande importanza di quel genere di vita filosofica che egli propone, a ciò che noi chiameremmo religione o misticismo.


DOMANDA: Qual è il rapporto tra il pitagorismo e le dottrine esoteriche dell'epoca, come l'orfismo o il culto di Dioniso?

DETIENNE: È vero che Pitagora e i Pitagorici, cioè quelle persone che decidono di vivere secondo il genere di vita definito da Pitagora, hanno dei rapporti con ciò che viene chiamato orfismo, ovvero con quel movimento che raccoglie coloro che decidono di vivere secondo le regole definite da Orfeo in un certo numero di libri. Il VI secolo a.C. è un periodo di grande tensione, di mutamento e anche di invenzioni di tutti i tipi, e ci sono inoltre in questo secolo una serie di movimenti che chiameremmo più o meno religiosi, e che hanno dei rapporti reciproci.

C'è il fenomeno del dionisismo - Dioniso gioca un ruolo importante nella trasformazione dei culti, nella maniera di pensare i rapporti con gli dei - e i fenomeni di possessione occupano in quel momento un posto significativo.

C'è la dottrina che ruota intorno ad Orfeo, i libri scritti da Orfeo, di cui abbiamo ritrovato ora una serie di frammenti, di brani, in particolare a Tessalonica, a Derventa, in Grecia - è stato ritrovato il più antico libro greco, che è un libro orfico, che un orfico aveva portato con sé per metterlo sul suo petto e servirsene come viatico nel suo viaggio nell'aldilà.

C'è, nello stesso tempo, nella Magna Grecia - si sono fatte scoperte recenti parimenti importanti - tutta una serie di documenti che vengono chiamati Lamelle d'oro, e che racchiudono dei messaggi inviati da coloro che sono iniziati agli dei che custodiscono gli Inferi. Il Pitagorismo ha dei rapporti con tutto ciò, ha dei rapporti con l'orfismo, con certi aspetti del dionisismo, e dunque ha dei rapporti con quel misticismo che colora in quel momento un po' tutti gli atteggiamenti religiosi. Ma il Pitagorismo ha scelto un polo, e questo polo è Apollo, cioè Pitagora è un personaggio che è effettivamente in una parte della sua leggenda, sfrutta ciò che il suo nome significa: "Pitagora" viene dal nome che porta l'Apollo di Pito, il "Pizio", e dunque, si può dire, è colui che parla - agorein, l'agorà è il luogo in cui si parla - egli è colui che parla in nome del Pizio - è questa una delle letture che si può dare di questo nome, è un nome che già evoca in qualche modo una storia, che porta in sé la storia. La prima leggenda pitagorica contempla questa relazione molto stretta tra Pitagora e il dio Apollo: egli sarà l'inviato del dio Apollo, ed in particolare nella sua attività ad un tempo religiosa e politica, in quanto l'Apollo di Delfi è anche il grande dio della colonizzazione. Per i Greci infatti la colonizzazione non significa solamente impadronirsi di terre che appartengono ad altri, significa piuttosto inventare delle nuove città. E fra il secolo VIII e il secolo VI la Grecia inventa continuamente nuove forme di città, in particolare nell'Italia meridionale e nella Magna Grecia. Sono dunque terre aperte all'azione di Apollo, alla sua azione di Dio che i Greci chiamano archegete, è il dio fondatore delle colonie, è il dio che organizza lo spazio, che definisce il modo in cui gli uomini debbono vivere insieme. Dunque fra il Pitagora che viene in nome di Apollo e i Pitagorici e Pitagora stesso che fonderanno delle nuove città c'è una stretta relazione e il piano religioso e quello politico vanno di pari passo.

DIOGENE, Vita di Pitagora (VIII, 36): «Che Pitagora fosse sempre altro, lo testimonia anche Senofane nell'elegia che comincia così: - Ora comincerò un altro discorso, e mostrerò la via. Quello che dice di lui, è questo: - Una volta, passando per la strada vide maltrattare un cagnolino, e ne ebbe compassione e disse: "Basta, non maltrattarlo più, perché l'anima è di un valentuomo, amico mio, e io l'ho riconosciuta, udendone la voce"»

DOMANDA: Pitagora sviluppò una teoria della trasmigrazione delle anime?

RISPOSTA: Effettivamente i Pitagorici sviluppano una teoria che chiamiamo della metempsicosi, ma che bisognerebbe piuttosto chiamare della metemsomatosi. Si tratta di una riflessione sull'anima, ovvero dell'idea che c'è in noi qualcosa di più importante della forma, del corpo e degli umori che lo abitano, e che è un principio divino. Anche gli Orfici praticano questa stessa separazione, questa valorizzazione dell'elemento divino in noi. L'anima è sottoposta ad una serie di reincarnazioni, passa attraverso forme diverse - una teoria che Empedocle riprenderà, svilupperà nel suo grande poema sulle purificazioni dal titolo Katharmoi. C'è così tutta una serie di racconti appunto intorno alla stretta relazione che lega il Pitagora odierno, che esercita il suo insegnamento, e le reincarnazioni anteriori e a venire dello stesso Pitagora.

DIOGENE LAERZIO (VIII, 4): «Eraclide Pontico, tramanda ch'egli diceva questo di sé, che una volta era stato Etalide e considerato figli di Ermes, e che Ermes gli aveva permesso di domandargli qualunque cosa volesse, tranne l'immortalità. Egli aveva allora domandato di poter serbare ricordo degli avvenimenti durante il ciclo delle nascite e delle morti. Così ricordava tutto durante la vita, e anche dopo la morte serbava il ricordo. In seguito era tornato in vita nel corpo di Euforbo, ed era stato ferito da Menelao. Ed Euforbo raccontava d'essere stato una volta Etalide, e d'aver avuto quel dono da Ermes, e diceva quali erano state le peregrinazioni della sua anima, e in quante piante e in quanti animali era venuta, e che cosa aveva sofferto nell'Ade, e che cosa sopportavano le altre anime. Poi, dopo la morte di Euforbo, l'anima era passata in Ermotimo, il quale, volendo anche lui dar prova della sua memoria, s'era accostato all'oracolo di Branchidi ed era entrato nel tempio d'Apollo e aveva mostrato lo scudo, ch'egli diceva dedicato da Menelao al suo ritorno da Troia, già marcito e con intatta soltanto la figura d'avorio. Morto Ermotimo, era rinato come Pirro di Delo, pescatore: e Pirro a sua volta ricordava ogni cosa, d'essere stato un tempo Etalide, e poi Euforbo, e poi Ermotimo, e poi Pirro. Morto Pirro, era rinato come Pitagora, e ricordava tutta la storia ora ricordata»

DETIENNE: C'è pertanto una sorta di valorizzazione di questo rapporto con tutti gli esseri viventi, al tempo stesso sotto il segno di questa cosa essenziale che è l'anima in noi, la psychè. Nel loro genere di vita, grazie al loro modo di stare insieme, di mangiare, di vestirsi, anche di confessarsi - in quanto essi praticano la confessione delle azioni commesse durante la giornata -, ebbene, con tutto ciò i Pitagorici vogliono liberare la parte divina che è in noi, e di conseguenza sottrarla alla catena delle reincarnazioni successive.

GIAMBLICO, Vita di Pitagora (164): «(I Pitagorici) stimavano che si deve trattenere e conservare nella memoria tutto ciò che viene insegnato e spiegato, e che le dottrine e gli insegnamenti per tanto si acquistano, per quanto è capace di accoglierli quella parte dell'anima che apprende e ricorda; perché essa è il principio mediante il quale si acquista la conoscenza e nel quale è custodito il giudizio. Avevano perciò in altissimo onore la memoria e gran cura si prendevano di esercitarla... E sempre di più cercavano di esercitare la memoria; nulla essendoci che più valga per la scienza, per l'esperienza e per il raziocinio, della facoltà del ricordare»

DOMANDA: La scuola pitagorica attribuisce una grandissima importanza alla facoltà della memoria. In cosa consiste questa concezione della memoria?

DETIENNE: Nella disciplina di vita, nel genere di vita dei Pitagorici e attraverso appunto la metensomatosi e la reincarnazione, molto presto la nozione di memoria, di esercizio della memoria viene in primo piano. La psyché, l'anima, ha una storia: essa è passata attraverso molte tappe. Colui che la sera fa l'esame di coscienza, che si volge indietro e si domanda "che cosa ho fatto oggi", "dove sono stato", "chi ho incontrato", "di cosa ho parlato", come essi fanno ogni sera, è una persona che pratica per sé questa memoria che gli dà in seguito accesso ad una memoria più grande e più estesa, che è la memoria della traccia, del percorso che la sua propria psyché, la sua propria anima ha seguito, e che l'ha condotto là dov'è, proprio lui, individuo coinvolto in questo gruppo e in questa eteria. La memoria per i Pitagorici è dunque divenuta qualcosa di molto importante non soltanto nella storia dei Pitagorici che vengono dopo, i quali, coltivando una biblioteca e praticando delle letture ed un lavoro di scrittura, sono stati gli eredi di una grande tradizione; ma la memoria in quanto è organizzata molto presto, sembra, dai Pitagorici, forse da Pitagora sotto forma di un culto delle Muse, un culto delle Muse in cui i Pitagorici inscrivono effettivamente i propri valori musicali, culturali, di vita intellettuale, ma nel segno di un sapere che si arricchisce grazie alla memoria.

In effetti i Pitagorici hanno fatto qualcosa di molto originale, che è stato ciò che gli ordini religiosi in seguito faranno in modo ancora più pesante nel Cristianesimo con le regole monastiche, ovvero prendere l'unità del giorno e suddividerla in una serie di segmenti. E porre in qualche modo un'omologia fra il giorno e la vita, e dire - ciò che Seneca dirà nelle sue lettere a Lucilio, ciò che diranno gli Stoici, ciò che verrà ripreso da tutto il moralismo - che un giorno ben vissuto vale una vita intera. Pertanto l'arte di gestire il giorno, l'arte di gestire le ore è una conquista su di sé fondamentale e necessaria, in particolare nella prospettiva di un movimento che ha un fine escatologico.


DOMANDA: Professor Burkert, come mai sappiamo così poco della figura di Pitagora?

BURKERT: Il problema è che Pitagora si situa ai margini della tradizione storica, cioè nell'epoca di passaggio da una cultura orale ad una cultura scritta. In una prima fase questa tradizione è stata evidentemente orale. Non sappiamo se sia mai esistito un autentico libro di Pitagora e nessun contemporaneo ha direttamente messo per iscritto la storia di Pitagora. Nell'ambito di tale tradizione orale troviamo quindi una leggenda. Accanto ad essa abbiamo la tradizione interna di un gruppo, che si denominava dei Pitagorici, e che si richiamava a Pitagora. Ma neanche questo gruppo ha avuto molto successo: la sua tradizione è interrotta, cosicché ciò che troviamo nella letteratura più tarda è già la ricostruzione e la ricerca di qualcosa che è andato in parte perduto. Abbiamo allora gruppi che fanno propri gli intenti di Pitagora, o che modificano i propri intenti conformemente al Pitagorismo. Si tratta in primo luogo di allievi di Platone, del IV sec. a.C.; accanto ad essi altri, che si richiamano ad aspetti particolari della tradizione pitagorica. Per ottenere però una immagine storicamente attendibile è opportuno fare affidamento su coloro che, a differenza ad esempio dei Platonici, i quali equiparano i propri intenti al Pitagorismo, scrivono ponendosi già ad una certa distanza storica. E' questo il caso di Aristotele e di alcuni dei suoi allievi: si ottiene così una immagine più distaccata, ma almeno, forse, priva di distorsioni.


DOMANDA: Quando parliamo di Pitagora siamo spesso portati ad associare il suo nome al famoso teorema e ad altre scoperte in ambito matematico e geometrico. Quale è stato il contributo di Pitagora in questi campi?

BURKERT: Per ciò che concerne la matematica, parliamo di in un periodo in cui, presso i Greci, essa ha attraversato un momento di sviluppo molto decisivo. Alcune forme di calcolo sono antichissime: se ne ha bisogno per la vita quotidiana. Si sa contare e si sanno eseguire semplici operazioni di calcolo. Per la vita quotidiana si ha anche bisogno, ad esempio, di determinate forme di misurazione del terreno, da cui la geometria trae il suo nome, misurazione della terra. Ci si può immaginare che presso i Greci, tanto più nelle colonie, il fatto che tutti i coloni dovessero ricevere un pezzo di terra di pari grandezza poneva tali problemi di misurazione della terra. E che si misuri la terra suddividendola in rettangoli e in quadrati, è anche questo un sapere antico derivato da tale prassi. Dal VI sec. poi anche l'architettura greca si è enormemente sviluppata. Anche qui naturalmente il calcolo gioca un grosso ruolo. Ma a ciò contribuì senz'altro anche il contatto di culture diverse - in Mesopotamia in effetti il calcolo si era già molto sviluppato. A questo contesto appartengono anche i possibili contributi di Pitagora o dei Pitagorici allo sviluppo della matematica.


PITAGORICI ANONIMI: «I Pitagorici, per il fatto che vedevano molte proprietà dei numeri presenti nei corpi sensibili, supposero che le cose reali fossero numeri, non però separati, ma costituenti essi stessi le cose; e perché? perché le proprietà dei numeri si trovano nella musica, nel cielo, e in molte altre cose»


BURKERT: Emerge dunque nella tradizione pitagorica una certa consuetudine con i numeri: si tratta dell'illustrazione dei numeri attraverso figure, per cui ad esempio si prende un sassolino per rappresentare un punto. In questo modo i numeri si possono presentare in maniera intuitiva, e si possono illustrare anche certe regolarità dei numeri. Ad esempio, un numero al quadrato lo si vede facilmente come un quadrato se si sistemano dei sassolini dando loro la forma di un quadrato. Oppure si possono anche mettere i numeri nella forma di un triangolo. Voglio dire, è una serie aritmetica: uno, due tre e quattro. Ma in questo modo si possono anche ottenere determinati teoremi, proposizione universali che possiamo indicare come teoremi della teoria dei numeri e che non sono del tutto banali. Si può ad esempio concludere, se indichiamo con quattro il quadrato più semplice e assumiamo il quadrato successivo come risultato di tre per tre, che abbiamo creato per così dire un angolo retto - in greco si dice "gnomon", uno gnomone o una squadra, e la squadra è un numero dispari. Se voglio costruire il numero al quadrato successivo, gli devo di nuovo aggiungere una squadra. E allora improvvisamente ci si accorge che i quadrati sorgono aggiungendo numeri dispari in successione in questa maniera. Abbiamo improvvisamente la scoperta che i numeri al quadrato vengono costruiti in maniera tale che viene sempre aggiunto il numero dispari successivo. E' questo un risultato quasi paradossale del nostro sistema di numeri. Un principio non del tutto banale, che corcerne il modo in cui vengono costruiti i quadrati si può dunque senz'altro dedurre da queste figure. Questo genere di matematica degli pséphoi, di matematica delle pietruzze, emerge nella tradizione pitagorica e conduce a determinati problemi della teoria dei numeri. Una singolare cosa intermedia che sta fra la dimostrazione e l'esperienza di una pura evidenza visiva. Anche riguardo alla regola per cui il quadrato di A più il quadrato di B è uguale al quadrato di C, essa può aver trovato la sua origine nel metodo pséphoi.

Non si può tuttavia affermare che l'intera geometria greca sia semplicemente pitagorica. Per contro, ciò che ha giocato un ruolo per i Pitagorici è che essi si sono spinti molto oltre in un tipo di matematica che ha un mero carattere ausiliario per costruire un tempio o per misurare correttamente un campo, che essi non si accontentavano, per così dire, con tali pséphoi, di giocare con le biglie di vetro, ma attribuivano loro piuttosto un significato fondamentale. Qui siamo essenzialmente rimandati ad Aristotele, che appunto dice che i Pitagorici avevano affermato che tutto è numero, che la realtà è in effetti numero. Come questo sia da intendersi, è un grosso problema.

PITAGORICI ANONIMI: «I Pitagorici, essendosi applicati allo studio delle matematiche, per primi le fecero progredire; e approfonditisi in esse, si formarono l'opinione che i loro princìpi fossero i princìpi di tutte le cose esistenti. E poiché, dei princìpi matematici, i primi sono per natura i numeri, e nei numeri essi credevano di scorgere molte somiglianze con ciò che esiste o diviene, più che nel fuoco o nella terra o nell'acqua; così per es. una certa proprietà dei numeri era per loro giustizia, un'altra, anima e mente, un'altra ancora, punto giusto, e così via, si può dire, per ognuna; vedendo poi ancora che le note e gli intervalli delle gamme musicali consistevano in numeri, e che infine in ogni cosa tutta la natura sembrava assimilarsi ai numeri, e i numeri apparivano primi tra tutte le cose della natura, furono indotti a supporre che gli elementi dei numeri fossero elementi di tutte le cose esistenti, e tutto quanto il cielo fosse armonia e numero»

BURKERT: Seguendo queste indicazioni di Aristotele si può almeno tentare di comprendere qualcosa di queste riflessioni. Già da lungo tempo prima di Pitagora si è tentato di spiegarsi il mondo attraverso una cosmogonia. Comprendiamo il nostro complicato mondo se ci immaginiamo come esso sia sorto da stati originari più semplici. Questa esigenza gioca spesso un ruolo: all'inizio c'era l'Uno, poi Cielo e Terra si sono divisi. Le cose si sono poi sempre più sviluppate e differenziate fino a che infine è sorto il nostro meraviglioso e variegato mondo. Si può dire che si tratta di un processo analogo a quello dei numeri. All'inizio c'è l'unità, che poi si suddivide in una duplicità - diciamo Cielo e Terra, e sopraggiunge poi quella tra Sole e Luna. Secondo Aristotele i Pitagorici avevano affermato che esistevano esattamente dieci corpi celesti, inclusa la Terra, che veniva dunque annoverata tra i corpi celesti. Così come nel contare si sviluppa la serie dei numeri, allo stesso modo si è sviluppato il mondo. In tal senso dunque, quando contiamo, possiamo allo stesso tempo pensare anche al mondo.


DOMANDA: Le idee pitagoriche sull'ordine del mondo, sull'armonia dei numeri, hanno avuto anche un influenza anche su altri settori della conoscenza e dell'arte umana?

RISPOSTA: Vorrei in primo luogo parlare della musica. E' questo il campo in cui i Pitagorici hanno conseguito il maggiore successo. Si tratta del fatto che le consonanze fondamentali, in base alle quali da sempre e fino ad oggi si sono accordati gli strumenti a corda - le quarte, le quinte e le ottave -, del fatto che queste consonanze sono rapporti numerici, sono esprimibili attraverso rapporti numerici. All'ottava corrisponde il rapporto di due a uno, alla quarta corrisponde il rapporto di quattro a tre, e alla quinta corrisponde il rapporto di tre a due. Oggi diciamo che questi sono i rapporti delle frequenze. Un tempo non lo si sapeva. Non era possibile misurare il numero delle oscillazioni di un tono, ma che questi numeri avessero qualcosa a che fare con gli intervalli era noto nella cerchia dei Pitagorici e venne particolarmente sottolineato come un sapere dei Pitagorici. Ne risulta che si possono comporre degli intervalli secondo una determinata regola di calcolo, che si possono connettere tali rapporti.

Il suono che altrimenti si produce è impuro, non è bello. Dunque un esatto rapporto numerico determina non soltanto una corretta accordatura, ma anche la bellezza dell'intonazione.

Molti hanno affermato che si trattava della prima legge matematica ad esser stata scoperta. Per quanto poi concerne l'astronomia, anch'essa ha a che fare con i numeri. Da sempre si contano i giorni, i mesi e gli anni. Ciò che irrita in ogni caso è che questi numeri non sono divisibili. Il mese non ha un esatto numero di giorni e l'anno non ha un esatto numero di mesi. E neppure le stagioni sono regolarmente suddivise nell'anno. Tutto ciò non concorda, eppure viene evidentemente determinato grazie ai numeri. Già i Babilonesi prima di Pitagora avevano iniziato a costruire un sistema, o almeno ad annotare serie numeriche grazie alle quali si potessero determinare questi periodi e che divennero poi in parte delle vere e proprie serie numeriche complesse. Un profano può supporre che non sia possibile, che sia complicato prevedere quando sarà visibile la luna nuova. Ciò può accadere dopo ventotto, ventinove o trenta giorni. E dire esattamente quando sarà o come sarà è veramente complicato. Diciamo oggi che ciò dipende dalle ellissi che sia la terra che la luna descrivono. Ma, come già detto, la cosa è complicata. I Babilonesi hanno tuttavia trovato delle serie numeriche, con le quali si possono in una certa maniera dominare questi fenomeni, senza spiegare ulteriormente queste serie numeriche. In questo modo quindi il numero e l'astronomia appaiono fin dall'inizio strettamente connessi. Senz'altro i Pitagorici hanno intrapreso in questo contesto dei tentativi, ma noi non siamo informati in dettaglio dei loro eventuali successi. In ogni caso sappiamo che i Pitagorici si sono occupati dei pianeti. Si tratta per l'antichità delle cinque stelle Marte, Giove, Saturno, Mercurio e Venere - gli altri pianeti non erano all'epoca ancora noti -, che i Babilonesi chiaramente già conoscevano, per cui la conoscenza di queste stelle è sicuramente pervenuta ai Greci da Babilonia. Anche per una conoscenza dei tempi di rotazione approssimativi di queste stelle si ha bisogno di osservazioni piuttosto lunghe: nel caso di Saturno sono ventotto anni. Ma ciò era noto ai Pitagorici, che hanno anche tentato in questo senso di realizzare un ordinamento dei pianeti. L'idea che dunque Saturno è il pianeta più lontano e Venere e Mercurio pianeti più vicini è stata in un primo tempo fissata in questa maniera in via puramente ipotetica. Qui i Pitagorici, accanto ad altri astronomi, hanno avuto un ruolo, ma noi non siamo a conoscenza di risultati particolari - come quello degli intervalli musicali dominabili attraverso i numeri - e dunque non possiamo parlare di un successo corrispondente nel campo dell'astronomia.


DOMANDA: Si può quindi forse dire che la musica rispecchia l'armonia delle sfere celesti?

RISPOSTA: Sì. In primo luogo occorre dire che la musica e l'astronomia sono stati collegati grazie all'idea famosa, per cui se i rapporti numerici sono musica, allora deve esserci anche una musica celeste. La si è chiamata in seguito armonia, musica delle sfere. Verosimilmente l'astronomia più antica non ha parlato di sfere, ma di cerchi, di ruote e così via. Tuttavia l'idea che debba esistere una musica delle sfere è derivata dalla generalizzazione della scoperta musicale. Si è anche detto che Pitagora fosse l'unico ad avere la capacità di udire direttamente questa musica celeste. Ciò che in tal modo viene presupposto ed esemplificato come universale fondamento è il principio dell'ordine, in senso specifico il concetto di armonia, nel senso che dagli opposti sorge qualcosa che è bello e che non si tratta di un ordine qualsiasi, di un ordine immutabile, ma di un ordine che è gradevole, commovente, che stimola la fantasia e che è da un punto di vista emozionale pienamente soddisfacente.

Questi concetti di ordine e di armonia passano a designare senz'altro tutto ciò che è etico. L'ordinamento di una città deve essere armonico, l'ordinamento della convivenza umana deve essere armonico, la stessa personalità umana dovrebbe essere qualcosa di armonico. Per la politica ciò non significa - e così è stato spesso esplicitamente detto - una sorta di livellamento, non significa uguaglianza di tutti gli uomini, così come un'armonia musicale non significa che essa ha soltanto un tono, ma piuttosto che ha diversi toni che stanno l'un l'altro in questi rapporti fissi. E così come ci sono toni alti e bassi, così esistono anche ceti superiori e ceti inferiori. Ma può tuttavia esserci una armonia, che può eventualmente esser fissata attraverso leggi determinate ed esatte. Sono idee che Platone riprende nella Repubblica, in cui viene assunto in maniera del tutto esplicita anche questo concetto di armonia: i tre ceti dello Stato devono accordarsi in una armonia musicale. Con questi concetti  si possono esplicitamente connettere la cosmologia, la matematica e l'etica, l'etica individuale e sociale.



tratto e rielaborato graficamente da EMSF

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