un ritratto di Kant

La Critica del Giudizio

la bellezza come ponte tra fenomeno e noumeno

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le pleiadi
la bellezza fa pensare a Dio

Nella Critica del giudizio quel noumeno, che la scienza non può raggiungere, ma che la moralità postula, viene intravisto nell'esperienza della bellezza, tipicamente nel cielo stellato. Senza tale esperienza tra la sfera fenomenica, a cui si ferma il sapere valido, scientifico, e la sfera noumenica, postulata dalla moralità, sussisterebbe un abisso incolmabile. Invece la bellezza crea un ponte tra le due sfere.

La bellezza infatti è qualcosa di fenomenico, di visibile, dentro cui brilla, si rende in qualche modo trasparente il noumenico, anzi l'Assoluto.

In particolare Kant distingue due tipi di giudizio: quello determinante, proprio della scienza (della sfera teoretica) e quello riflettente, proprio dell'esperienza della bellezza.

Nel giudizio determinante il fattore formale viene posto dal soggetto, che attivamente plasma l'oggetto conosciuto, nel giudizio riflettente, che cioè riflette su altro da sé, il fattore formale viene scoperto nel dato oggettivo.

La bellezza, colta dal giudizio riflettente, è allora una traccia di noumenico colta nel fenomenico. Essa ci testimonia, sia pure in una modalità non concettuale-argomentativa, l'esistenza del noumenico, anzi dell'Assoluto, la sua maestosa positività.

Per un giudizio

Il giudizio complessivo su Kant è prevalentemente negativo:

  • se è vero che, a differenza di Hegel, riconosce l'esistenza di una oggettività, altra dal soggetto e dal suo pensiero, è anche vero che questa oggettività si trova relegata a una sorta di docile cagnolino, che non può disturbare il padrone-soggetto; il noumeno infatti, relegato in una inaccessibile lontananza, si limita a fornire malleabile "materia" conoscitiva a un soggetto che è il vero artefice e demiurgo della conoscenza.
  • E se è vero che a differenza di Hegel, Kant sembra ammettere l'esistenza di un Dio trascendente, è altrettanto vero che gli pone dei limiti tali da renderlo una sorta di entità inerte, quasi un distributore automatico di premi eterni, sottomesso a leggi interamente comprensibili alla razionalità umana. E' un Dio senza volto, non è certo il Mistero buono che crea tutte le cose e ama di un amore personale le sue creature umane. E infatti Kant non aspetta niente di nuovo da Dio: sa già tutto. Ha già deciso che Dio non possa parlargli, non possa rivelarsi a lui: ad esempio è graniticamente sicuro che il Cristianesimo, come "religione rivelata" sia falso, perché Dio non può rivelarsi, mummificato com'è in un impietrito silenzio.
  • E in campo etico, è vero che a differenza di Hegel egli ritiene che l'individuo umano possa cogliere un dovere morale che lo possa far resistere ai condizionamenti delle mode sociali, ma si rivela disumano nel pensare che si possa obbedire a una legge morale per un dovere autofondantesi, privo dal riferimento a qualsiasi tu, umano e divino: mentre la radice della moralità è la gratitudine, e Dio sostiene la nostra debolezza dandoci il sostegno di una per sviluppare questo punto si vedano le pagine sul cristianesimocompagnia viva (e questo Hegel lo aveva un po' intravisto, perché l'eticità per lui è resa possibile solo da un contesto relazionale, anche se poi questo contesto lo identifica in ultima analisi nello Stato, commettendo così un grave errore), senza cui osservare precetti morali sarebbe di fatto inacidita testardaggine e disumano fariseismo.

Per un giudizio più articolato si può vedere una scheda di giudizio su Kant.

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