Filosofia in sintesi

Queste pagine vogliono essere semplicemente una introduzione divulgativa ad alcune tra le più essenziali tematiche della filosofia.

preambolo

Ci sono due modi fondamentali di porsi davanti alla realtà, e quindi davanti al problema filosofico: uno che accetta, con realismo, il dato che la realtà esiste come non creata da me, l'altro che pretende, astrattamente, di convocare la realtà al tribunale del proprio preconcetto. Lo cerchiamo di sintetizzare nello schema seguente.

perché la filosofia

Perché deve esistere un sapere che si chiama filosofia? Non sono sufficienti il buon senso da un lato e la scienza esatta dall'altro? No: dire che deve esistere la filosofia è quanto dire che l'uomo deve usare la sua ragione, deve coltivare il giudizio sulla realtà. Un buon senso che non ammettesse almeno implicitamente uno sviluppo logico, una fondazione razionale, non sarebbe buon senso. Il buon senso è tale se è una implicita filosofia (e ovviamente anche viceversa: la vera filosofia non può che esplicitare e sistematizzare il buon senso). La scienza poi è valida e importante, ma non esaurisce tutto. Vediamo perché.

1) l'esigenza di una spiegazione totale

C'è un desiderio di pienezza a) affettiva e b) conoscitiva, non solo non saziabile restando dentro l'ambito dell'immediato, ma drammaticamente contraddetto (dal male e dalla morte).

a) Affettivamente, avvertiamo l'insoddisfazione di ogni meta finita (ci sembrava che fosse proprio quella cosa a darci la felicità, e poi vediamo che non è così), dunque desideriamo qualcosa che vada oltre i particolari. E' quanto dire che non siamo animali, ovvero che c'è in noi una inquietudine, la non definitiva e perfetta soddisfazione di qualsivoglia bene particolare. Il che significa che oltre alle tante, particolari esigenze (di mangiare e bere, di avere una casa, dei rapporti affettivi e interpersonali, di dormire e divertirsi) c'è una esigenza originaria, non appagabile da tutte quelle cose. Non si può ritenere umano uno che pensi solo a magiare, bere, dormire, far l'amore e lavorare. Io sono desiderio di felicità piena e perfetta.

Non solo perché i beni particolari risultano insoddisfacenti, ma vi è una spinta alla ricerca di un significato totale, oltre l'immediato, perché l'immediato è alla fine inesorabilmente risucchiato nel nulla: dobbiamo morire. Il desiderio è contraddetto dal male e dalla morte. Se la morte (delle persone care, passate e future, la mia morte) significasse la fine di tutto, il mio desiderio sarebbe frustrato. Per questo la vita non è “normale”, è problema.

N.B. bisogna avere una certa ingenuità nel senso di sincerità con sè stessi («se non ritornerete come bambini»), bisogna fidarsi della propria umanità, della propria natura, non nascondersi che si desidera la pienezza / che si ha paura della morte e del male (non facendo “i duri”).

b) Conoscitivamente, c'è in noi l'esigenza di capire, di spiegarci che cosa sia la realtà: ricerca del senso, del significato ultimo di tutto: perché si vive, perché esiste la realtà? A queste domande non può rispondere la ragione scientifica. La scienza non può dire se ho un'anima oppure no. Non può dire se esiste Dio oppure no. Non può dire che cosa sono il bene e il male.

Se fossimo animali non ci importerebbe niente della verità. Cos'è infatti la filosofia? la ricerca (filo) della verità (sofia), la ricerca della verità della propria vita e dunque della realtà ossia la ricerca del senso, del significato dell'esistenza e dell'essere. Nemmeno per chi crede, basta la fede. O meglio, da un lato la fede basta, in quanto è per il soggetto concreto l'assoluto esistenziale. Ma chi davvero crede non rinuncia alla ragione, nè ad essa abdica. Perché chi crede non può voler offendere Dio, in cui crede. Ma non riconoscere ed amare, fino in fondo e per quello che è davvero, la creatura è offendere il Creatore. Ora la ragione è creata da Dio, e la realtà, che la ragione è necessaria a far conoscere, è creata da Dio.

2) un certo strumento per impostarne la soluzione: la ragione filosofica

a) è necessario andare oltre la scienza

Non basta infatti la scienza. La scienza non spiega tutto. Non può dire niente di ciò che le sfugge, e l'invisibile, per principio, le sfugge: infatti la scienza studia solo il visibile, anzi il misurabile. Dunque della esistenza di un'anima e del Mistero Infinito, che sono invisibili, non può dire niente, nè che esistono, nè che non esistono.

Non si può sapere se esiste un'anima analizzando il cervello, nè in base alla teoria evoluzionistica: l'anima, se c'è, non è visibile, e non può derivare dalla evoluzione del corpo. L'evoluzionismo può essere vero senza implicare la non esistenza nell'uomo di un livello non materiale: dalla scimmia deriva il corpo, ma il corpo non è tutto l'uomo.
Così, nessuna analisi scientifica del cosmo potrà risolvere il problema della esistenza del Mistero Infinito. Patetico e grottesco appare ad esempio quanto affermava l'Enciclopedia sovietica, secondo cui Dio non esiste, perché essendo il cosmo infinito, non avrebbe nessun angolino dove stare ... essendo già tutto lo spazio occupato dal cosmo!

Ma non soltanto la scienza non può dire nulla su Dio e sull'anima, fattori decisivi per impostare la domanda esistenziale, per rispondere alla esigenza di spiegazione totale. Essa nemmeno può fondare da sola la conoscenza dello stesso reale sensibile: che la realtà esiste è una affermazione filosofica, non scientifica; che valga il principio di causalità, su cui la scienza si fonda, non può essere dimostrato dalla scienza.

b) è possibile andare oltre la scienza

Dunque la filosofia sarebbe necessaria. Ma è essa possibile? Non ci da la ragione filosofica l'impressione di non dimostrare davvero?

Bisogna fidarsi della ragione, non rendere diabolicamente volatile il pensiero: è uno strumento che non ci inganna, se lo usiamo bene, come riflessione sull'esperienza, sull'esistente, e non come arzigogolo, per difenderci dalla realtà. Ma perché la ragione così spesso non viene usata come rivelativa (del reale: sintetica, filosofica) ma solo come strumentale (tecnico-scientifica)? Perché tanta sfiducia nella sua capacità di dirci come stanno le cose, come è la realtà oggettiva?

Le motivazioni di tale sfiducia sono riconducibili a due filoni, di cui solo il primo esplicitamente dichiarato:

 1) una asserita debolezza del soggetto ragionante, ossia per il fatto che la ragione non può risolvere interamente il problema della vita; agisce qui una dialettica di questo tipo: si cerca una razionalità che spieghi tutto (lo ha fatto sistematicamente l'umanità moderna, culminando in Hegel), poi, delusi che così non sia, si conclude che la ragione non conosce niente di certo, come è per il nichilismo attuale.

nota bene: dalla sua incompletezza non si può ricavare la sua falsità; in questo senso non c'è vera salvezza della ragione che nella fede.

2) una (più o meno "sotterraneamente") ricercata potenza del soggetto ragionante, che rende inaccettabile l'idea che la ragione si conformi alla realtà oggettiva, a un dato cioè che la precede e la regola; ciò infatti vincolerebbe alla superiore Oggettività di Dio che scruta i cuori e le reni, mentre l'uomo, che dubita della ragione, vuole essere autonomo.


Il fatto che esistono molte filosofie non è la prova che è impossibile raggiungere un verità oggettiva in campo filosofico?

Che ci siano molte filosofie potrebbe essere la prova di una impossibilità per la mente umana di raggiungere la verità. Ma si spiega più semplicemente col fatto che il soggetto umano è esistenzialmente interessato alla verità filosofica, mentre non lo è alla verità scientifica. Che sia vera una tesi scientifica o l'altra, non cambia molto nella sua vita; mentre cambia, e molto, nella sua vita a seconda che sia vera una certa filosofia oppure un'altra. Per questo ci sono molte filosofie.

Suddivisione della filosofia

La filosofia, secondo l'impostazione di Aristotele, divenuta classica tra coloro che ammettono il realismo conoscitivo (e quindi l'ontologia), si suddivide nelle seguenti parti:


Indirizzi fondamentali

È schematicamente utile distinguere tre grandi impostazioni della filosofia, quella materialista, quella spiritualista (/idealista, nella sua variante estrema) e, in posizione intermedia, quella realista.

È chiaro che si tratta di uno schema, perché di materialismi ce ne sono molti, e così pure di spiritualismi (fino appunto alla sua variante più estrema, l'idealismo) e di realismi. Senza contare che il parametro del rapporto spirito/materia è solo uno dei molti che si potrebbero adottare. Tuttavia, come modalità elementare riteniamo valido questo approccio (condotto magistralmente, ad esempio, da Maritain nella sua Introduzione alla filosofia, breve ma utilissima opera, che non ci risulta essere attualmente disponibile se non all'interno dei volumi dell'Opera Omnia del filosofo francese).

Questi tre indirizzi possono essere ritrovati a proposito di ogni parte della filosofia, come si vedrà di seguito.

Cosmologia

Vi sono tre problemi cosmologici fondamentali:

  1. di che cosa è composto il cosmo
  2. che cos'è lo spazio
  3. che cos'è il tempo

a cui le tre grandi impostazioni, di cui sopra, rispondono come nel seguente schema:

Metafisica

La metafisica non è, da Kant in poi, accettata da tutti i filosofi come legittima. È comunque impossibile non avere una metafisica, perché è impossibile non pensare niente della realtà: non si può non avere nessuna idea su che cosa sia la realtà. Ed è appunto di questo che si occupa la metafisica.

La metafisica considera a tre livelli il problema di che cosa esista, ossia:

  1. che cosa sia l'essere in generale (problema delle "leggi" fondamentali dell'essere, quali siano e come si fondino)
  2. se l'ente finito, di cui abbiamo anzitutto conoscenza, sia la totalità dell'essere ovvero rimandi ad Altro, alla trascendenza, all'Infinito (problema delle prove dell'esistenza di Dio)
  3. in che rapporto stia l'Infinito col finito (problema della creazione, della provvidenza, del male)

l'essere in generale

A questo riguardo si pone ad esempio il problema delle leggi fondamentali dell'essere, quali siano e come si fondino. In rapporto ad un altra questione fondamentale, quella della unità/molteplicità dell'essere, si possono distinguere diverse metafisiche, come dal seguente schema.

I due estremi di una totale unità dell'essere (Parmenide), per cui l'essere finito è puramente e semplicemente identico e di una totale molteplicità dell'essere (Hegel), per cui l'essere è contraddittorio (non-identico) si elidono a vicenda.

L'essere finito è in realtà al tempo stesso uno e molteplice: sia nel senso che la realtà finitala realtà tutta è fatta di tante cose (molteplicità), ma tutte sono in qualche modo fatte della stessa “pasta”, hanno qualcosa di comune, qualcosa che le accomuna (unità), sia nel senso che ogni singolo essere (ogni ente), è in sé stesso uno ma anche molteplice, la sua è una identità che convive con una differenza. Il caso più eclatante di differenza interno a un singolo essere è dato dal divenire: con lo scorrere del tempo, come notava Parmenide, un essere finito non è più quello che era un istante prima, è diverso, differente; quindi la sua identità non è assoluta.

l'esistenza di un infinitamente Perfetto

Riguardo al secondo livello, chi fa esplicitamente metafisica, dal Cristianesimo in poi, pensa che il finito non sia la totalità dell'essere, ma sia segno dell'Infinitamente Perfetto. Esistono comunque (rare) eccezioni, per cui ne può venire uno schema come il seguente.

il rapporto Infinito / finito

Abbiamo che il problema può propriamente essere affrontato da chi ammette una distinzione tra finito e Infinito. Anche in questo caso però si può, impropriamente, parlare anche di altre posizioni.

Antropologia

Anche qui possiamo distinguere vari problemi e diversi soluzioni in base a diverse correnti, in qualche modo costanti nel corso della storia della filosofia.

  1. il problema dell'esistenza di una natura umana
  2. il problema del rapporto anima/corpo
  3. il problema del rapporto intelligenza/volontà

il problema dell'esistenza di una natura umana

La filosofia occidentale, o almeno quella ispirata dal cristianesimo, ha a lungo pensato in modo pressoché unanime che esistesse una natura umana. Ossia che ci fossero dei tratti costitutivi, comuni e costanti, in ogni essere umano, in qualunque luogo, tempo vivente, “a monte” della razza, della cultura, del sesso, del temperamento, delle idee, della salute e di qualunque altra fonte di differenziazione tra persone umane. In tutti gli esseri umani è presente un unico quid, l'essenza umana, la natura umana, ossia “ciò per cui l'uomo è uomo”. Ed ha pensato che tale natura è presente come un dato, come qualcosa di non convenzionale, di non prodotto da contingenti situazioni storiche e quindi di non modificabile.

Dal '900 sono apparse filosofie che hanno invece messo in discussione tale concetto: pensiamo a Nietzsche, da un lato, e a Sartre, dall'altro. Il primo sostiene una differenza qualitativa tra uomo e “superuomo”. Il secondo nega radicalmente che si possa parlare di natura come di un dato: ognuno si inventa, si crea. Similmente il pensiero debole (ad esempio Vattimo) pensa che nell'idea di natura come dato ci sia una radice di violenza e intolleranza.

Tuttavia ci può essere violenza anche (e più ancora) nel non ammettere l'esistenza di una natura umana: perché così i più forti possono schiacciare i più deboli “come degli insetti” (alla Raskolnikov, personaggio di Dostojevskij in Delitto e castigo), senza alcun rimorso di coscienza.

Certo, il concetto di natura umana è stato in passato usato in modo anche distorto, assolutizzando qualcosa che assoluto non era, e dichiarando naturale qualcosa che tale non era; ma questo non significa che tale concetto sia in sé falso.

Una cosa però è dire che esiste una natura umana, altra cosa è dire che noi la conosciamo perfettamente: giustamente Leopardi faceva dire al
«che fa l’aria infinita, e quel profondo
infinito seren? che vuol dir questa
solitudine immensa? ed io che sono?»
(Canto notturno di un pastore errante dell'Asia, vv. 87-9)
«ed io che sono?», e Montale protestava che non gli si
Non chiederci la parola che squadri da ogni lato
l'animo nostro informe, e a lettere di fuoco
lo dichiari e risplenda come un croco
perduto in mezzo a un polveroso prato.

Ah l'uomo che se ne va sicuro,
agli altri ed a se stesso amico,
e l'ombra sua non cura che la canicola
stampa sopra uno scalcinato muro!

Non domandarci la formula che mondi possa aprirti,
sì qualche storta sillaba e secca come un ramo.
Codesto solo oggi possiamo dirti,
ciò che non siamo, ciò che non vogliamo.
che squadrasse «da ogni lato l'animo nostro informe».

Potremmo anche ricordare come per Freud e gran parte della psicologia attuale molto di noi stessi sfugga alla nostra consapevolezza esplicita.

Così anche Giovanni Paolo II, da un punto di vista teologico, diceva, nella Redemptor hominis (cap. II, par. 10), che l'uomo è mistero a sé stesso, «un essere incomprensibile», finché Cristo non gli illumini il senso del suo esistere.

il problema del rapporto anima/corpo

Io credo che da un lato l'uomo non è solo materia, corpo: non si spiegherebbero altrimenti il pensiero, la creatività umana, le percezione di una dignità in qualche modo sacra della persona umana, l'insaziabilità del desiderio, che non si appaga per nessuna cosa finita o materiale.

D'altro tra la dimensione spirituale e quella corporea esista una unità, un legame: non siamo puri spiriti. Questo significa che agire in modo pienamente umano deve comprendere entrambe le dimensioni.


il problema del rapporto intelligenza/volontà

Si possono sinteticamente distinguere tre grandi impostazioni su questo tema, come evidenzio nello schema seguente

In dettaglio

  • per l'intellettualismo antico si vuole necessariamente il bene che si conosce come tale, e non si vuole necessariamente il male che si conosce essere tale. Così almeno nella sua variante estrema, come in Socrate, ma in genere tutto il pensiero greco, l'intellettualismo pensa che sia impossibile volere il male sapendolo tale, e non volere il bene sapendolo tale.
    Ne deriva che il desiderio del vero è sganciato dal desiderio del bene: si desidera un vero che non ha relazione essenziale col (proprio) bene. Per Aristotele la conoscenza più nobile deve essere disinteressata in questo senso.
  • per il realismo cristiano la conoscenza precede sì la volontà, ma quest'ultima ha di fatto un potere di orientamento della conoscenza elaborata, cioè sui pensieri determinati che il soggetto forma. In questo senso, oltre ad essere vero che non si può amare ciò che non si conosce, è altrettanto vero che non si può conoscere ciò che non si ama.
    La contemplazione nel concreto è resa possibile dalla buona volontà, che apre il soggetto al vero: tra bene e vero esiste una inscindibile circolarità.
  • per molto attivismo moderno la volontà progettuale del soggetto umano sarebbe in grado di sganciarsi dal dato contemplabile, per creare, secondo un proprio arbitrario disegno, la realtà di sé e del proprio mondo.
    E anche qui il desiderio del bene è sganciato dal desiderio del vero, si desidera un bene che non ha relazione essenziale con la verità, ma è puro progetto. La filosofia di questo tipo mira a liberarsi dalla "tirannia dell'intuizione", dalla servitù all'esperienza.

Etica

Nello schema seguente si vedono le principali impostazioni etiche

Un breve giudizio: l'edonismo sottostima la ragione, ne censura le domande ultime, per tuffarsi nell'immediato, nel particolare.

All'estremo opposto, il rigorismo del dovere per il dovere, che non si chiede se agire in un certo modo ci renda felici, pecca di astrattezza e sottostima l'affettività, che invece è un fattore reale e costitutivo della nostra umanità.

Solo l'eudemonismo tiene conto di tutti i fattori che ci costituiscono

Politica

Si possono distinguere schematicamente tre grandi impostazioni di filosofia politica, relativamente al rapporto individuo/Stato:

  • lo statalismo, teorizzato tra gli altri da Rousseau, Hegel, Comte, e attuato storicamente soprattutto dai totalitarismi, di destra (nazismo, fascismo) e di sinistra (comunismo). Per esso lo Stato è un tutto organico, il fine ultimo cui subordinare le esigenze degli individui; così, lo si ritiene capace di fornire ai cittadini risposta a tutte le loro domande (di conoscenza, di giustizia, di felicità) ed esso può decidere che cosa è bene e che cosa è male (non riconoscendo, ma creando i valori).
  • il personalismo (comunitario), teorizzato, tra gli altri, da S.Tommaso, Maritain, don Luigi Sturzo, e attuato, più o meno, soprattutto nei paesi occidentali di matrice cattolica, come l'Italia. Per questa concezione al centro di tutto vi è la persona, che ha una dignità assoluta, e al contempo è strutturalmente relazionata agli altri (il mio vero bene coincide col vero bene di tutti). Ne segue che lo Stato è strumento della persona, e provvede al bene comune, che non è la somma dei tanti interessi egoistici individuali, ma il bene delle persone, nella cui natura è iscritta la dimensione comunitaria.
  • il liberalismo individualistico, teorizzato tra gli altri da Locke e da molti autori anglosassoni (in misura minima da autori come Popper), e storicamente attuato soprattutto nei paesi anglosassoni, in primo luogo negli Stati Uniti. Esso pone al centro un individuo concepito come slegato da relazioni comunitarie, come un atomo autosufficiente, il cui bene è alternativo al bene degli altri. Di conseguenza lo Stato non è che la risultante degli egoismi individuali, e il suo compito deve essere ridotto al minimo. Si pensi alla assenza di ammortizzatori sociali nei paesi anglosassoni, con assenza o riduzione al minimo di una sanità pubblica, ad esempio.

Lo riassumiamo nel seguente schema:

il problema della convivenza multiculturale

Possiamo anche riassumere così un problema molto sentito oggi, quello del multiculturalismo, distinguendo anche qui tre grandi impostazioni:

  • il fondamentalismo, per il quale conosciamo perfettamente e immediatamente tutto quanto occorre per impostare una politica giusta (“principi non-negoziabili” sostantivamente intesi, ossia un diritto naturale immutabilmente e da sempre da tutti perfettamente conosciuto). Questo avviene perché ci si appoggia a delle su questo concetto si può vedere un mio articolo, affermate in modo ideologico. Ne segue che chi non accetta quanto per noi è certo è un nemico (cfr. Carl Schmitt), per questo si ha una chiusura all'altro. Si può così dire che si inseguono dei contenuti (valori non negoziabili) anche senza forma (democratica).
  • il realismo, per il quale possiamo sì conoscere quanto serve a fondare un ordine democratico, ma non automaticamente e immediatamente → occorre il dialogo e la comunicazione intersoggettiva vera (condizione per attingere le certezze calde). Ci si appoggia a certezze calde, esperienzialmente e intersoggettivamente alimentate. Ne segue che si cerca il dialogo con tutti, ma chi rifiuta la democrazia si autoesclude; per questo abbiamo una apertura condizionata all'altro. Si può qui parlare di un equilibrio di forma e contenuti.
  • il relativismo, per il quale esistono diverse «dottrine comprensive», diverse visioni-del-mondo, che non possiamo giudicare (non possiamo stabilire quale sia quella [più] vera e nemmeno quanto in esse sia giusto o sbagliato). Questo perché non ci sono certezze, non c'è verità. Ne segue una apertura incondizionata a tutti, anche ai nemici della democrazia. Si può qui parlare di forma senza contenuti (un puro proceduralismo, senza sostantività).

Visualizziamo tutto questo in uno schema sulla contrapposizione tra relativismo, fondamentalismo e realismo

Per maggiori spiegazioni su questo tema si può vedere il mio Culture in conflitto e convivenza possibile, pubblicato su Metabasis 2020.

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