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Antropologia filosofica

Puri animali? Spiriti in un carcere?

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Table of Contents

le domande dell'antropologia filosofica

Anche qui possiamo distinguere vari problemi e diversi soluzioni in base a diverse correnti, in qualche modo costanti nel corso della storia della filosofia.

  1. il problema dell'esistenza di una natura umana
  2. il problema del rapporto anima/corpo
  3. il problema del rapporto intelligenza/volontà

il problema dell'esistenza di una natura umana

Possiamo inventarci o siamo dati a noi stessi?

Non chiederci la parola che squadri da ogni lato
l'animo nostro informe
Montale

La filosofia occidentale, o almeno quella ispirata dal cristianesimo, ha a lungo pensato in modo pressoché unanime che esistesse una natura umana. Ossia che ci fossero dei tratti costitutivi, comuni e costanti, in ogni essere umano, vivente in qualunque luogo o tempo , “a monte” della razza, della cultura, del sesso, del temperamento, delle idee, della salute e di qualunque altra fonte di differenziazione tra persone umane. Natura umana significa che in tutti gli esseri umani è presente un unico quid, l'essenza umana, ossia “ciò per cui l'uomo è uomo”. E tale parte prevalente della filosofia ha pensato che la natura umana è presente come un dato, come qualcosa di non convenzionale, di non prodotto da contingenti situazioni storiche e quindi di non modificabile.

Soprattutto nel XX secolo sono apparse filosofie che hanno invece messo in discussione tale concetto: per fare solo alcuni esempi:

  • Nietzsche sostiene una differenza qualitativa tra uomo e “superuomo”, quindi nega implicita,mente l'esistena di una comune natura umana;
  • esplicitamente Sartre nega radicalmente che si possa parlare di natura come di un dato: ognuno si inventa, si crea.
  • analogamente il pensiero debole (ad esempio Vattimo) pensa che nell'idea di natura come dato ci sia una radice di violenza e intolleranza. Se infatti esiste una natura umana come un dato, io sono tenuto a conformarmi a questo dato e mi sentirò autorizzato a discriminare e a condannare chi si discosta, nel suo modo di comportarsi da una rigorosa attuazione di tale comune natura.

un breve giudizio

Pensare in termini di natura umana è violento? Ci può essere violenza anche (e più ancora) nel non ammettere l'esistenza di una natura umana: perché così i più forti (che non condividono la natura coi deboli) possono schiacciare i più deboli “come degli insetti” (alla Raskolnikov, personaggio di Dostojevskij in Delitto e castigo), senza alcun rimorso di coscienza.

Certo, il concetto di natura umana è stato in passato usato in modo anche distorto, assolutizzando qualcosa che assoluto non era, e dichiarando naturale qualcosa che tale non era; ma questo non significa che tale concetto sia in sé falso.

Una cosa però è dire che esiste una natura umana, altra cosa è dire che noi la conosciamo perfettamente: giustamente Leopardi faceva dire al
«che fa l’aria infinita, e quel profondo
infinito seren? che vuol dir questa
solitudine immensa? ed io che sono?»
(Canto notturno di un pastore errante dell'Asia, vv. 87-9)
«ed io che sono?», e Montale protestava che non gli si
Non chiederci la parola che squadri da ogni lato
l'animo nostro informe, e a lettere di fuoco
lo dichiari e risplenda come un croco
perduto in mezzo a un polveroso prato.

Ah l'uomo che se ne va sicuro,
agli altri ed a se stesso amico,
e l'ombra sua non cura che la canicola
stampa sopra uno scalcinato muro!

Non domandarci la formula che mondi possa aprirti,
sì qualche storta sillaba e secca come un ramo.
Codesto solo oggi possiamo dirti,
ciò che non siamo, ciò che non vogliamo.
che squadrasse «da ogni lato l'animo nostro informe».

Potremmo anche ricordare come per Freud e gran parte della psicologia attuale molto di noi stessi sfugga alla nostra consapevolezza esplicita.

Così anche Giovanni Paolo II, da un punto di vista teologico, diceva, nella Redemptor hominis (cap. II, par. 10), che l'uomo è mistero a sé stesso, «un essere incomprensibile», finché Cristo non gli illumini il senso del suo esistere.

il problema del rapporto anima/corpo

Io credo che da un lato l'uomo non è solo materia, corpo: non si spiegherebbero altrimenti il pensiero, la creatività umana, le percezione di una dignità in qualche modo sacra della persona umana, l'insaziabilità del desiderio, che non si appaga per nessuna cosa finita o materiale.

D'altro tra la dimensione spirituale e quella corporea esista una unità, un legame: non siamo puri spiriti. Questo significa che agire in modo pienamente umano deve comprendere entrambe le dimensioni.


il problema del rapporto intelligenza/volontà

Si possono sinteticamente distinguere tre grandi impostazioni su questo tema, come evidenzio nello schema seguente

In dettaglio

  • per l'intellettualismo antico si vuole necessariamente il bene che si conosce come tale, e non si vuole necessariamente il male che si conosce essere tale. Così almeno nella sua variante estrema, come in Socrate, ma in genere tutto il pensiero greco, l'intellettualismo pensa che sia impossibile volere il male sapendolo tale, e non volere il bene sapendolo tale.
    Ne deriva che il desiderio del vero è sganciato dal desiderio del bene: si desidera un vero che non ha relazione essenziale col (proprio) bene. Per Aristotele la conoscenza più nobile deve essere disinteressata in questo senso.
  • per il realismo cristiano la conoscenza precede sì la volontà, ma quest'ultima ha di fatto un potere di orientamento della conoscenza elaborata, cioè sui pensieri determinati che il soggetto forma. In questo senso, oltre ad essere vero che non si può amare ciò che non si conosce, è altrettanto vero che non si può conoscere ciò che non si ama.
    La contemplazione nel concreto è resa possibile dalla buona volontà, che apre il soggetto al vero: tra bene e vero esiste una inscindibile circolarità. In effetti, secondo un adagio scolastico: da un lato nihil volitum quin praecognitum, niente può essere voluto se non sia prima stato conosciuto. Infatti la volontà, pur libera nell'uomo, non è una forza che possa arbitrariamente inventarsi il suo oggetto: essa non può non volere il bene, ovvero non può non desiderare la felicità. D'altro lato, se tale è il suo necessario orientamento generale, essa può giocare il dramma della sua libertà guidando l'intelligenza nella ricerca della determinazione di ciò in cui di fatto, concretamente, consista il bene, la felicità. Per questo la filosofia cristiana, a differenza dell'intellettualismo greco, riconosce il peso della volontà nell'orientamento fondamentale della vita: ciò che decide è l'oggetto dell'amore, per questo l'importante è avere il cuore buono, cioè un atteggiamento di semplicità e di sincerità, che assecondi e non intorbidi o censuri le evidenze ed esigenze fondamentali di cui siamo costituiti.
  • per molto attivismo moderno la volontà progettuale del soggetto umano sarebbe in grado di sganciarsi dal dato contemplabile, per creare, secondo un proprio arbitrario disegno, la realtà di sé e del proprio mondo.
    E anche qui il desiderio del bene è sganciato dal desiderio del vero, si desidera un bene che non ha relazione essenziale con la verità, ma è puro progetto. La filosofia di questo tipo mira a liberarsi dalla "tirannia dell'intuizione", dalla servitù all'esperienza.

📚 Bibliografia essenziale

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