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Interviste sui sofisti...

...ai proff. Gadamer, V. Hösle, M. Vegetti

un brano di Tucidide

, V, 104-105 (Il dialogo dei Meli e degli Ateniesi):

"Nel 415 avanti Cristo gli Ateniesi aggredirono, assediarono e distrussero militarmente la minuscola isola di Melo. Era il sedicesimo anno della guerra del Peloponneso, la guerra che avrebbe dovuto assegnare definitivamente ad Atene o a Sparta la supremazia politica sull'intero mondo greco. Atene, la città che sotto il governo di Pericle era divenuta la "scuola vivente della Grecia", quell'anno mosse in armi contro la colonia spartana che rifiutava di inchinarsi al suo dominio. Prima di metterla a ferro e fuoco, gli Ateniesi mandarono una ambasceria per intavolare trattative. I Meli non introdussero al cospetto della moltitudine i delegati, ma li invitarono a dire le cose per cui erano venuti. Gli ambasciatori ateniesi parlarono così:

"Siamo ora qui e ve lo dimostreremo, per consolidare il nostro impero e avanzeremo proposte atte a salvare la vostra città, poichè noi vogliamo estendere il nostro dominio su di voi senza correre rischi e nello stesso tempo salvarvi dalla rovina, per l'interesse di entrambe le parti."

(I Meli risposero): "E come potremmo avere lo stesso interesse, noi a divenire schiavi e voi ad essere padroni?"

(Ateniesi): "Poichè voi avrete interesse a fare atto di sottomissione prima di subire i più gravi malanni e noi avremo il nostro guadagno a non distruggervi completamente."

(Meli): "Sicchè non accettereste che noi fossimo, in buona pace, amici anzichè nemici, conservando intatta la nostra neutralità?"

(Ateniesi) "No, perchè ci danneggia di più la vostra amicizia, che non l'ostilità aperta: quella, infatti , agli occhi dei nostri sudditi, sarebbe prova manifesta di debolezza, mentre il vostro odio sarebbe testimonianza della nostra potenza e non si potrà dire che voi, isolani e meno potenti di altri, avete resistito vittoriosamente ai padroni del mare."

(Meli) "Anche noi (e potete ben crederlo) consideriamo molto difficile cimentarci con la potenza vostra e contro la sorte, se non sarà ad entrambi ugualmente amica. Tuttavia abbiamo ferma fiducia che , per quanto riguarda la fortuna che procede dagli dèi, non dovremo avere la peggio, perché, fedeli alla legge divina, insorgiamo in armi contro l'ingiusto sopruso."

(Ateniesi): "Se è per la benevolenza degli dèi, neppure noi abbiamo paura di essere da essi trascurati. Gli dei, infatti, secondo il concetto che ne abbiamo, e gli uomini, come chiaramente si vede, tendono sempre, per necessità di natura, a dominare ovunque prevalgano per forze.Questa legge non l'abbiamo istituita noi e non siamo nemmeno stati i primi ad applicarla; così, come l'abbiamo ricevuta e come la lasceremo ai tempi futuri e per sempre, ce ne serviamo, convinti che anche voi, come gli altri, se aveste la nostra potenza, fareste altrettanto.

A questo punto gli Ateniesi troncarono il negoziato, si ritirarono e posero l'assedio all'isola."

da La guerra del Peloponneso

DOMANDA: Lo storico greco Tucidide, nella sua opera La guerra del Peloponneso, ricostruisce il dialogo dei Meli e degli Ateniesi sottolineando il brutale realismo politico di questi ultimi. Durante questa guerra, che segna il declino di Atene, si manifesta un cambiamento radicale della mentalità e dei costumi ateniesi. Che rapporto ha tutto questo con la nascita e lo sviluppo di quel movimento culturale che conosciamo con il nome di "sofistica"?

HÖSLE: La sofistica è il primo grande momento illuministico della storia. Si tratta di un movimento che è peculiare alla cultura greca. La cultura indiana, per esempio - una cultura sotto molti aspetti molto elevata -, ha sviluppato una filosofia impressionante: ci sono metafisiche di grande rigore logico, di grande fantasiosità e costruttività. Ma nella cultura indiana non c'è mai stato un fenomeno come l'illuminismo. Non c'è mai stato un tentativo di mettere in dubbio, basandosi su argomenti razionali, i valori accettati dalla società. Questo è quello che succede con la sofistica. Da una parte questo indubbiamente è un passo necessario per il progresso dell'umanità. Se noi non siamo disposti a mettere in dubbio le nostre convinzioni, basate sull'autorità e sulla tradizione, evidentemente non faremo mai dei progressi. Dall'altra parte - e questo lo vediamo come risultato tremendo della sofistica - se la critica alla morale tradizionale non è in grado di sviluppare in maniera costruttiva nuovi valori, allora l'ultima parola dell'illuminismo dev'essere il nichilismo, cioè la negazione di ogni valore e la negazione di ogni rapporto di diritto e di pretesa di diritto al di là dei rapporti fattuali di potere.

Questo è quello che accade nel Dialogo dei Meli: noi vediamo che la convinzione, profondamente radicata nell'anima umana, che esistano un diritto che bisogna rispettare e certe norme e certi valori nel trattare con l'altro, viene radicalmente negata.

Tucidide, La guerra del Peloponneso, V, 105 (segue Il dialogo dei Meli e degli Ateniesi): "Nell'inverno seguente, aggiuntosi un nuovo esercito da Atene, stretti da un assedio molto rigoroso, ed essendosi anche infiltrato il tradimento, i Meli si arresero senza condizioni. Gli Ateniesi passarono per le armi tutti i Meli adulti caduti nelle loro mani e resero schiavi i fanciulli e le donne."


DOMANDA: La sofistica si sviluppa nella seconda parte delsec. a.C, quando dall'intero mondo greco converge ad Atene un gruppo di intellettuali: Protagora di Abdera, Gorgia di Lentini,Trasimaco di Calcedonia, Ippia di Elide, Crizia di Munichia, Prodico di Ceo. Ci può illustrare i caratteri tipici di questa nuova figura intellettuale?

Il sofista ha alcune caratteristiche che sono risultate preoccupanti per la cultura ateniese e che l'hanno reso inviso ad una parte di questa cultura. Egli è un intellettuale di professione, è straniero e insegna a pagamento: queste sono le grandi accuse rivolte al sofista. Egli fa dunque mercimonio del sapere, è un artigiano della conoscenza.

Tutto ciò comporta, agli occhi della cultura ateniese - la quale, fino a Platone (il principale artefice di queste accuse), è fondamentalmente aristocratica - una svalutazione sociale e anche una svalutazione morale. "C'è", dice Platone, "una sorta di prostituzione della cultura che i sofisti operano". Tuttavia la loro opera è ben lungi dall'essere così universalmente deprezzata, anzi è profondamente apprezzata ed è necessaria.

La dimensione politica e poi anche accentuatamente democratica della vita sociale di Atene nella seconda metà del V secolo richiede una profonda trasformazione rispetto alle forme di educazione tradizionale, rispetto alle competenze tradizionalmente assunte; ci sono le assemblee in cui si confrontano le diverse possibilità di scelta politica, in cui si tratta di ottenere maggioranze, di prendere decisioni; ci sono i tribunali che funzionano anch'essi con dibattiti, persuasione, maggioranze. Occorre dunque essere in grado di comportarsi adeguatamente a questi nuovi ambiti centrali della vita sociale. Per questo non basta più la vecchia forma di educazione gentilizia, propria dei giovani aristocratici ateniesi; non basta più imparare a memoria Omero, conoscere qualcosa sulla teologia di Esiodo e per il resto limitarsi all'esempio dei padri o degli anziani di famiglia. Occorrono competenze nuove, in primo luogo la tecnica della persuasione, la retorica. Occorre dunque poter convincere le folle riunite in assemblea o i giudici del tribunale.

Gorgia

DOMANDA: Gorgia da Lentini, una delle figure di maggior rilievo della sofistica, è autore del trattato filosofico del Non ente, un testo in aperta polemica con la filosofia di Parmenide. Può riassumere brevemente le tesi di Gorgia e l'obiettivo delle sue argomentazioni?

HÖSLE: Il titolo del Non ente, che è stato in verità attribuito più tardi al testo, dimostra che è un testo opposto alla filosofia di Parmenide. Se Parmenide costituisce la tesi della filosofia greca, Gorgia è l'antitesi. Ricordiamoci che Parmenide è convinto che esiste solo l'essere e che questo essere assoluto è conoscibile, è comunicabile dal pensiero e dalla parola umana. Gorgia nega esattamente quello che Parmenide ha voluto dire.

Nella filosofia di Gorgia troviamo i membra disiecta, le membra divise, della unità di Parmenide. Gorgia infatti sviluppa l'argomento del suo trattato in tre tesi fondamentali.

La prima tesi è: "non c'è niente". Con ciò naturalmente Gorgia non vuole dire che non ci sia veramente niente, ma vuol dire che non c'è un essere della struttura dell'essere parmenideo, che non c'è niente di assoluto.

La seconda tesi dice: "anche se ci fosse qualcosa noi non potremmo conoscerlo".

La terza tesi dice: "anche se noi potessimo conoscerlo non potremmo comunicarlo".

Abbiamo qui, in una grandiosa e semplice struttura analitica le tre categorie fondamentali della filosofia: la categoria ontologica, l'essere; la categoria gnosologica, il conoscere; e la categoria sul livello della comunicazione, il comunicare; categorie che corrispondono alle categorie dell'oggettività, della soggettività e della intersoggettività.

A tutte queste tre categorie Gorgia nega un valore assoluto. Secondo lui l'essere che esiste è solo un essere fluttuante ed empirico, la conoscenza che noi abbiamo è una conoscenza empirica e la comunicazione che noi abbiamo è una comunicazione che poi deve essere influenzata dalla retorica che non è basata su verità assolute.

GORGIA, Del non ente

"In primo luogo: nulla è, in secondo luogo se anche qualcosa fosse non sarebbe comprensibile per l'uomo, in terzo luogo se anche fosse comprensibile non sarebbe comunicabile e spiegabile agli altri.

Che nulla è lo dimostro in questo modo: se infatti qualcosa esiste o è essere o è non essere o è essere e non essere insieme.

Ma il non essere non esiste perché se e il non essere esistesse, esso sarebbe e insieme non sarebbe.

Infatti, pensato come non essere, non esiste, ma in quanto esistente proprio come non essere esiste.

Ma è completamente assurdo che qualcosa sia e non sia nello stesso tempo, dunque il non essere non esiste.

Ma neppure l'essere esiste.

Se infatti l'essere esiste o è eterno o è generato o è eterno e generato insieme.

Se l'essere è eterno non ha alcun principio; non avendo principio è illimitato, se è illimitato non è in alcun luogo, se non è in alcun luogo non esiste.

Ma l'essere non può nemmeno essere nato.

Se infatti è nato o è nato dall'essere o dal non essere; ma non è nato dall'essere se infatti esiste come essere non può essere nato, ma esiste da sempre.

E non è nato nemmeno dal non essere perché il non essere non può generare alcuna cosa e dunque l'essere non è neppure generato e neppure può essere tutte e due insieme, cioé eterno e generato poiché le due cose si escludono a vicenda e quindi se l'essere non è eterno né generato nè tutte e due le cose insieme esso non esiste."

DOMANDA: Il Del non ente è l'unica opera filosofica che si conosca di Gorgia, ma Gorgia è stato anche un grande retore e tra le sue opere figuravano manuali di retorica ed esempi di orazioni. In uno di questi, L'encomio di Elena, Gorgia tesse un celebre elogio della potenza della parola dominatrice degli affetti e delle passioni dell'uomo. Quale significato Lei attribuisce a questo elogio dell'arte retorica?

GADAMER: Mi sono sempre servito di quell'elogio per mostrare che il sofista è il vero tecnico. I sofisti erano "tecnici dello spirito", grandi oratori e grandi argomentatori logici. Fieri di questa nuova capacità credevano che essa fosse tutto. Essi rappresentano ciò che per noi, nella nostra società, è il "monopolio dell'esperto". Socrate ha mostrato che l'esperto non sa che cosa è il bene. Io dico che anche noi avremo bisogno di una razionalità dei valori politica e sociale. In questo senso i sofisti non sono il male, e la loro pratica si mostra però limitata rispetto alle loro pretese, soprattutto quando la si impiega nel senso che per noi assume il termine "sofistica", e cioè quando si riferisce ad argomentazioni che contrastano con il senso comune.

Tramite la retorica la parte più debole in una lite, diviene quella più forte e in ciò è presente una degenerazione del sapere e del saper fare, fino al punto in cui la pratica dell'oratore e dell'argomentatore diviene un abuso. Socrate, tramite Platone, ci ha indicato i rischi che si corrono quando gli uomini non tengono presente nelle loro domande la responsabilità da assumere nei confronti del bene dell'umanità nel suo insieme.

GORGIA, Elogio di Elena

"La parola è una potente signora che pur dotata di un corpo piccolissimo e invisibile compie le opere più divine; essa può far cessare il timore, togliere il dolore, suscitare la gioia ed accrescere la compassione. Chi la ascolta è invaso da un brivido di terrore, da una compassione che strappa le lacrime e dà una struggente brama di dolore.

Ma il fascino divino che suscita la parola è anche generatore di piacere e può liberare dal dolore. La forza dell'incantesimo, accompagnandosi all'opinione dell'anima, la seduce e la persuade e la trasforma per mezzo del suo incanto."

DOMANDA: Non solo Gorgia, ma tutti i Sofisti hanno grandemente sviluppato la retorica in quanto arte del discorso persuasivo e dell'argomentazione convincente. Quale rilievo assume la retorica e come si connette alle concezioni filosofiche della sofistica?

HÖSLE: Questo è molto importante. Sicuramente questa è stata una delle cause per cui la sofistica ha avuto un tale successo intellettuale in Atene. I Sofisti erano dei professori che insegnavano ai giovani aristocratici di Atene come si vincevano le cause nei processi, come si era in grado di convincere altre persone. È chiaro che l'importanza della parola cresce quando non si crede più in un essere assoluto. Per Parmenide l'essere assoluto è qualcosa che bisogna capire basandosi su una chiara intuizione logica. Siccome per i Sofisti non esiste una verità assoluta al di là delle nostre opinioni, la cosa più importante per avere potere è influenzare le nostre opinioni. Perciò la sofistica dà una tale importanza alla retorica in quanto attraverso la retorica noi manipoliamo, formiamo le opinioni di altre persone e siamo in grado di usarle per il nostro interesse.

È famosa la frase di Protagora, secondo la quale lui era in grado di trasformare il logos più debole nell'argomento più forte, cioè di farlo apparire migliore. Ciò non significa che Protagora volesse far apparire vero quello che è falso: Protagora negherebbe l'esistenza di una verità al di là dell'apparire. Protagora direbbe che il grande retore è quello che sa apparire ciò che vuole e in questa maniera fa la verità.

Per quanto riguarda l'analisi del linguaggio, la sofistica ha un grande merito: proprio a causa della diffidenza verso la conoscenza umana ci si mette a criticare il linguaggio. Vari Sofisti, come Prodico ad esempio, analizzano gli omonimi: analizzano il fatto che ci sono delle parole che significano cose diverse e che un filosofo deve essere conscio di questo fatto per non essere sedotto dal linguaggio a commettere errori logici.

Protagora sviluppa il tema della orthoépeia, della giustezza delle parole. Lui scopre per esempio che alcuni sostantivi della lingua greca con un significato maschile hanno un genere grammatico femminile e viceversa; l'analisi di omonimie, sinonimie, metonimie, come la troviamo in Democrito è sicuramente un contributo importante per una fondazione più rigorosa e più critica della filosofia.

Quello che diceva Gorgia, nonché la scissione dell'unità di essere, pensiero e parola che noi troviamo ancora in Parmenide, deve portare ad una critica del linguaggio. Bisogna scoprire che il linguaggio, la parola e il pensiero non sono identici, ma che ci sono distinzioni fra di esse come per esempio nel caso dell'omonimia.

Protagora

DOMANDA: Protagora è un altro grande protagonista della sofistica. Nella sua opera La verità o discorsi sovvertitori egli espresse il principio che l'uomo è misura di tutte le cose, di quelle che sono in quanto sono, di quelle che non sono in quanto non sono. Qual è il rapporto tra la concezione dell'essere di Gorgia e quella di Protagora?

HÖSLE: Io credo che l'ontologia dei due sia assai simile perché non credo che Gorgia volesse negare che esistesse veramente qualcosa. Lui voleva negare che esista un essere inteso in senso parmenideo. Questa è la convinzione di Protagora. Protagora è convinto che tutto l'essere è relativo, come dice Aristotele nella metafisica, e che l'essere cambia secondo il soggetto al quale appare.

Ricordiamo la famosa sentenza di Protagora secondo la quale: "l'uomo è la misura delle cose in quanto sono, e delle cose in quanto non sono". Questo è chiaro soggettivismo. Naturalmente ci si può domandare se Protagora intende parlare dell'uomo nel senso della ragione umana o nel senso del singolo uomo; almeno i suoi allievi lo hanno interpretato in maniera chiaramente soggettivista, ed infatti Protagora attacca ogni tentativo di fondare una ontologia che trascenda la sfera pragmatica nella quale noi viviamo.

Protagora dice che non può giudicare se esistono le idee o no, per varie ragioni. Prima di tutto perché la cosa è oscura e poi per la brevità della vita umana. Una frase evidentemente ironica perché è improbabile che, se la vita umana durasse alcuni anni di più, noi potremmo arrivare ad una conclusione su questa questione. Protagora attacca persino la validità della matematica. Lui, siccome aveva una ontologia materialista, afferma che la tangente non tocca il cerchio in un unico punto ma in vari punti. Questo è, in un certo senso, giusto: infatti se disegnamo un cerchio per terra, la tangente lo toccherà in vari punti. Ci vorrà l'ontologia dell'entità matematica di Platone per dare una base scientifica alla matematica greca.

Molti Sofisti intorno a Protagora si richiamavano con dubbia ragione a Eraclito, come per esempio Cratilo - il maestro di Platone -, il quale, superando Eraclito, diceva che non solo non è possibile scendere due volte nello stesso fiume ma nemmeno un unica volta. E ci sono anche altre figure come Antistene, che dicono simili cose: tutto è in flusso, tutto cambia, non c'è un essere stabile e perciò la nostra conoscenza non può mai essere assoluta ma si cambia e si muta a seconda della situazione nella quale noi ci troviamo.

DOMANDA: Platone definisce generalmente i sofisti come cacciatori di denaro, commercianti all'ingrosso di nozioni concernenti l'anima, atleti che applicano l'arte della lotta alla discussione. Ma Platone parla anche della "nobile sofistica" in alcuni suoi dialoghi, riferendosi particolarmente a Protagora - al quale tuttavia si oppone polemicamente. Qual è la posta in gioco della polemica fra Platone e Protagora?

VEGETTI: La famosa frase che l'uomo è la misura di tutti i valori è stata variamente interpretata intendendo a volte "l'uomo" nel senso di genere umano contrapposto al divino, oppure invece come l'uomo nel senso di individuo singolo. Più probabilmente la tesi di Protagora si può definire in questo modo: non c'è una giustizia che origini da principi trascendenti o esterni al mondo umano, la giustizia del mondo umano è ciò che viene sancito dalla legge, è giusto ciò che la legge della città considera tale, la legge della città è promulgata da una maggioranza democratica all'interno della città, quindi la città, gli uomini in quanto membri della città sono la misura dei valori perchè promulgano le leggi che sanciscono il giusto e l'ingiusto.

Questa tesi di Protagora è una tesi pericolosa, pericolosa per la stessa democrazia alla quale essa vuole offrire un fondamento e una giustificazione anche morale. Da un lato si ritiene che la vita della città sia in questo modo autosufficiente moralmente e giuridicamente; dall'altro però, e questo ragionamento sarà fatto da alcuni sofisti, se non c'è alcun fondamento oggettivo per le norme morali e politiche, se questo fondamento sta soltanto nel potere di chi è in grado di imporre le leggi, o attraverso maggioranze o attraverso atti di imposizione tirannica, si dovrà allora dire che la norma morale è totalmente in balìa dei potenti, che la "norma morale", come dirà un sofista come Trasimaco, è soltanto il mascheramento degli interessi del potere.

SOFOCLE, Edipo tiranno, vv. 83O - 924

(Canto della fede che illumina e del dubbio che ottenebra)

"Chiedo solo probità e giustizia

e fede nella legge morale

che gli Dei crearono dalle antiche vette di Olimpo

la montagna sacra.

Nessun uomo creò questi precetti

né mai essi si smarriscono nell'oblio o decadono con il tempo

così come l'uomo afferma intorno alle cause prime da sorgenti naturali

generati come una pura ed eterna fonte

Al di sopra dei precetti regole eterne dominio assoluto

il tiranno divora denaro e uomini

brama potere assoluto

e in un'ora fatale

sopravanza se stesso e finisce nel fango

Un uomo ambizioso

si mostra devoto agli dei

lo guida il suo demone nel risolvere l'enigma

ha in dispreggio la legge morale

lo amano gli Dei e il suo popolo prospera

Ma che uomo è quello

che si fa beffe della giustizia

arraffa ciò che vuole non si cura con parole ed azioni dell'onestà e della verità

e saccheggia i sacri altari?

Può egli sperare di sfuggire

alle conseguenze della sua violenza?

Quando l'uomo crudele fugge impunito si dilegua con il bottino

e l'assassino diventa re

perché dovrei affidarmi alla vecchia saggezza e moralità

o onorare con il canto il segreto rifugio?

Perché dovrei in pellegrinaggio recarmi

a Delfi o ad Olimpia o in qualche altro luogo sacro

se tali manifeste verità non sono evidenti a tutti gli uomini

e gli avvertimenti divini provocano il riso

senza che il pensiero scorga ciò che verrà?

O Zeus universale

se odi i nostri canti

mostraci ancora il tuo potere immortale

e in questa ora nefasta

in cui i mentitori dominano

e spargono il loro orrido verbo

scaglia la tua saetta ammonitrice."

VEGETTI: La norma riguarda i deboli, i sottomessi, i sudditi: non riguarda i potenti che la impongono nel proprio vantaggio. Proprio da queste conseguenze del pensiero sofistico nasce la reazione socratica e platonica: se la città deve sopravvivere, se la città non deve abbandonarsi a un conflitto indirimibile per il potere, ci devono essere dei principi di valore che valgano per tutti e che non siano abbandonati all'arbitrio di chi detiene il potere, sia egli costituito da una maggioranza democratica o un tiranno o un gruppo di oligarchi. Occorre reperire delle norme indipendenti rispetto al potere e alle leggi che il potere promana; occorre trovare un fondamento oggettivo ai valori morali che devono regolare la vita politica. Questo è il punto di partenza fondamentale della riflessione platonica: come fondare oggettivamente i valori, come liberarli da quel relativismo rispetto al potere cui i sofisti in qualche modo parevano averli consegnati.

DOMANDA: Noi sappiamo che Protagora, autore fra l'altro della Costituzione della città di Turi, è considerato il fondatore di una tradizione che prenderà il nome di diritto positivo. Ciò significa che per Protagora il diritto non ha origini divine ma è solo una convenzione, un patto tra gli uomini?

HÖSLE: La tradizione greca era fermamente convinta che ci fosse qualche cosa come un diritto divino, che il principio del diritto fosse qualcosa che trascendesse la volontà degli uomini. Pensiamo alla importanza di Thémis, di Díke nella tradizione greca. L'importanza di Protagora nella filosofia del diritto è il tentativo di fondare il diritto sulla volontà degli uomini. Protagora sembra il predecessore di una teoria liberal-democratica del diritto; il diritto è la cosa sulla quale gli uomini arrivano ad un accordo pacifico: ciò ha grandi vantaggi in quanto libera l'uomo dalla paura di vincoli irrazionali. D'altra parte il grande problema della filosofia del positivismo del diritto - e questo si mostra già nella sofistica - è quello di stabilire se una città ha il diritto di emanare leggi, anche a maggioranza, che sono in contrasto con certi principi fondamentali di dignità degli uomini. Questo è un problema che è stato sviluppato in maniera grandiosa da Sofocle. Sofocle fa dire ad Antigone, contro Creonte, versi assolutamente memorabili nei quali Antigone insiste che esistono delle norme divine che l'uomo non può trasgredire: ad esempio l'uomo non ha il diritto di negare sepoltura a un morto anche se è stato un nemico della patria.

SOFOCLE, Antigone, vv. 44O - 469

"Creonte: Tu, tu che chini a terra il capo,

come rispondi a questa accusa?

Ammetti di essere colpevole oppure no?

Antigone: Si, sono colpevole, non lo nego

Creonte: E tu, soldato va. Sei libero di tornare dai tuoi compagni,

ritieniti fortunato.

Ora, dimmi semplicemente si o no:

avevi udito del mio ordine

che vietava la sepoltura?

Antigone: Certo che l'avevo udito.

Come avrei potuto non udirlo?

Creonte: Eppure osasti calpestar le leggi

Antigone: Sì, ho osato,

perché è la tua legge, non la legge di Dio.

La legge naturale

che vale in ogni tempo e in ogni luogo

non è materia umana,

spetta a Zeus

creare tali leggi e non ai re.

Tu sei solo un uomo,

un mortale come me,

e le leggi che emani non possono sovvertire l'antica moralità

o i legami di sangue.

Esse parlano il linguaggio dell'eternità

sono leggi non scritte e non mutano mai.

Non sono d'ieri né d'oggi,ma da sempre vivono

e quando diedero di sé rivelazione è ignoto,

ognuno riconosce la loro forza e non c'é arroganza o potere umano che mi potessero indurre a disobbedir loro.

Meglio patire la disapprovazione e la punizione degli uomini piuttosto che disonorare queste verità antiche.

Morirò certo un giorno che tu faccia leggi o no.

Se devo morire anzitempo

ben venga.

Sventurata è stata la mia vita

sventurata è ora

e sarò più che felice di lasciarla,

non ci sarà né dolore né disperazione.

Lasciare il figlio di mia madre

lì fuori all'aperto insepolto

questo sì sarebbe stato intollerabile,

di quello avrei sofferto,

ora, di questo, io non soffro,

Secondo il tuo giudizio io sono folle

ma per me il criminale è il giudice non l'accusato."

DOMANDA: Si è visto come la sofistica abbia indagato criticamente il rapporto tra governanti e governati ed abbia elaborato nuove concezioni del diritto, della giustizia e del potere; in alcuni frammenti dei sofisti vi sono anche accenni alla religione come strumento di dominio sul popolo. Qual è l'atteggiamento della sofistica verso la religione?

HÖSLE: Io credo che la critica della religione, che comincia nelsecolo a.c., abbia tre fasi. La prima è una critica ancora interna alla religione ed è il problema della teodicea - il problema che ogni persona religiosa ha, di vedere persone giuste soffrire nel mondo e persone ingiuste stare bene. Questa critica alla religione, come viene sviluppata in frasi certe volte tremende nella tragedia greca, è una critica che rimane ancora fedele a concezioni religiose e tenta solo di trascendere un concetto ingenuo della divinità per arrivarne ad uno più profondo.

Il secondo livello di critica della religione è quello che si può chiamare la critica scientifica. Secondo questo livello non ha senso assumere che le divinità agiscono nel mondo. Questo è solo un pretesto delle persone che non sono capaci di spiegare i veri nessi causali. L'esempio più bello di questo è la scrittura sull'epilessia di Ippocrate, uno scritto nel quale viene chiaramente detto che è un segno di debolezza dei medici attribuire cause divine a questa malattia, che veniva chiamata la malattia sacra. Secondo Ippocrate questa malattia ha cause normali come tutte le altre malattie e può essere risolta in maniera razionale, può essere guarita.

Il terzo aspetto di critica della religione è una critica antropologica secondo la quale la religione scaturisce dalle esigenze degli uomini. Gli uomini, viene detto, chiamano divinità le loro proprie necessità; per esempio Demetre sta per il pane, Dioniso per il vino, ecc. Da una parte la necessità degli uomini, dall'altra parte l'interesse di persone furbe che vedono che attraverso la religione possono guidare le masse. Questo è il famoso frammento di Crizia che anticipa idee nietzschiane secondo le quali un uomo intelligente ha inventato la divinità affinché gli uomini siano in grado o si sentano obbligati di rispettare il bene anche quando non debbono temere di essere puniti immediatamente. Questo è uno dei grandi problemi della sofistica. La sofistica siccome rigetta un fondamento della morale al di là dell'uomo stesso, tenta di fondare la morale sull'egoismo razionale. E questo, secondo me, è assolutamente impossibile, e nella sofistica tutte le forme di utilitarismo, di edonismo che vengono sviluppate tentano di dire: è nel proprio interesse l'agire morale, perché se noi non agiamo in maniera morale veniamo puniti o sentiremo rimorsi di coscienza. Naturalmente l'obiezione che si può fare è: se ci fosse una persona che non avrebbe da temere niente agendo in maniera immorale questa persona perché dovrebbe agire moralmente? Nell'Anonymus Iamblici, un testo assai affascinante della sofistica, viene sviluppata l'idea di un uomo fatto d'acciaio, non mortale, e viene detto che per una tale persona fatta di acciaio non ci sarebbe nessuna ragione di rispettare la morale. La ragione che noi abbiamo per rispettare la morale è che vogliamo evitare di essere puniti da altri. Ma in questa maniera è chiaro che una persona che deve morire in ogni caso non ha nessuna ragione se non prima della propria morte di commettere alcuni crimini gravissimi, se questa fosse la base della morale. E perciò il problema della religione diventa importante in quanto basandosi su questa convinzione diventa necessario inventare qualche cosa che riesca a tenere le masse sotto controllo.

CRIZIA, Sisifo

"C'è stato un tempo, quando senza ordine era la vita umana, e bestiale, e asservita alla forza, un tempo in cui non c'era premio per i buoni, né castigo per i malvagi.

In seguito ritengo, che gli uomini emanassero le leggi per punire, di modo che la Giustizia fosse assoluta signora egualmente di tutti e avesse ad ancella la Forza; e fosse punito chiunque peccasse.

Ma poiché le leggi scoraggiavano gli uomini dal compiere delitti palesi, ma non di nascosto, allora, io suppongo, che un uomo saggio di mente ed ingegnoso abbia inventato per loro il timore degli dèi, si che uno spauracchio vi fosse ai malvagi anche per ciò che di nascosto facessero, pensassero o dicessero.

E per colpire la mente degli uomini poneva la dimora degli dei là da dove sapeva che vengono ai mortali gli spaventi e le consolazioni alla loro misera vita: dalla sfera celeste, dove vedeva i lampi, dove udiva gli orrendi rombi dei tuoni e il corpo stellato del cielo, opera mirabilmente varia di un artefice sapiente: il Tempo; da dove avanza fulgida la massa rovente del Sole, e scende sulla terra l'umida pioggia.

Così agitando tali spaventi dinanzi agli occhi degli uomini, e servendosi di essi, costruì, da artista, con la parola la divinità ponendola in un luogo a lei adatto; sconfisse con le leggi l'illegalità.

Per tale via, dunque, io credo che in principio qualcuno abbia persuaso gli uomini a credere nella esistenza degli dèi."

DOMANDA: La polemica tra Socrate e i Sofisti rivela una situazione di crisi morale e intellettuale della società greca: l'uomo greco, scoperta la libertà e la potenza del pensiero, del discorso e del ragionamento, si trova disorientato, senza punti fermi tradizionali ai quali legare la propria riflessione e la propria azione. Qual è la responsabilità dei sofisti nella crisi di valori etici e politici che ha scosso Atene alla fine delsecolo?

GADAMER: È molto difficile rimuovere la convinzione che i sofisti fossero intellettuali distruttori. Questa è l'immagine tracciata da Platone, perchè egli propugnava un principio di solidarietà per la costruzione di un ordine nella società. Tucidide ha descritto magnificamente la disgregazione dei costumi, l'assedio di Atene, la peste e così via: ma dare la responsabilità di tutto questo ai sofisti, a questi maestri che insegnavano la virtù politica per conseguire il successo nella vita pubblica, è una leggenda che noi oggi dobbiamo oramai ripensare.

Non si possono rendere responsabili della crisi di Atene questi intellettuali - i Sofisti. Essi, in fondo, hanno solo cercato di rendere i valori tradizionali di nuovo convincenti nella loro validità. Ma Socrate ha visto più in profondità di loro. Ha visto che la radice dalla quale scaturisce una autentica solidarietà fra gli uomini doveva essere nuovamente configurata. Questa era la sua domanda ammonitrice: dove correte tutti? pensate piuttosto alla giusta conduzione della vostra vita. Questo è ciò che importa, e non quella fretta, quella eccitazione nel farsi avanti per avere successo.

DOMANDA: Si può parlare oggi di attualità della sofistica? E quale utilità può avere oggi un ripensamento di quel momento della storia del pensiero?

HÖSLE: Io sono convinto che la sofistica è un momento necessario della storia dello spirito. Alcune forme di sofistica - cioè di filosofia negativa, di una ontologia empirista, di scetticismo, di relativismo morale, di un tentativo di ridurre la morale al proprio interesse -, tutte queste forme ricorrono e si ripetono nella storia della filosofia.

Purtroppo il nostro secolo ha avuto quasi solo grandi filosofie sofistiche. Il pensiero dominante del nostro secolo è sicuramente un pensiero relativista e nichilista. Perciò io credo che analizzando la sofistica noi possiamo capire molto sui princìpi della filosofia moderna: la filosofia moderna è in gran parte una ripetizione della sofistica, su livelli più alti, più differenziati, basata sulla negazione di norme e princìpi ontologici assoluti. Perciò credo che chi voglia capire il nostro tempo debba studiare la sofistica.

Ancor più della sofistica si deve studiare il superamento della sofistica effettuato da Socrate e da Platone. La grandezza della cultura greca fu che essa, intellettualmente e filosoficamente, arrivò a un sistema filosofico - quello di Platone - nel quale i momenti negativi della sofistica vennero integrati in un sistema complesso che dava spazio al non essere e alla storia. Con Platone vengono superate le conseguenze negative e nichiliste di questo approccio.

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