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il Catechismo di Ginevra (brani)

[Testi tratti dal Catechismo di Ginevra]

LA FEDE

Con la legge soltanto

Ecco dunque l'esempio d'una vita santa e giusta e un'immagine perfettissima della giustizia, così che se qualcuno nella sua vita compie la legge di Dio, non gli mancherà nulla per essere perfetto al cospetto del Signore. E per attestare questo egli promette a quelli che avranno adempiuta la sua legge non solo le grandi benedizioni della vita presente (menzionate in Levitico XXVI [3-131 e Deuteronomio XXVII [l 141), ma anche la ricompensa della vita eterna (Levitico XVIII [51). D'altro lato Egli minaccia di morte eterna quelli che non avranno compiute le opere ch'essa comanda. Anche Mosè, pubblicando la legge, prese a testimoni il cielo e la terra, ch'egli aveva proposto al popolo il bene e il male, la vita e la morte.

Ma sebbene essa ci mostri la via della vita, dobbiamo pure vedere in che ci giova con questa dimostrazione. Certo che se la nostra volontà fosse formata e disposta per l'obbedienza alla volontà divina, la sola conoscenza della legge basterebbe pienamente per la salvezza. Ma poiché la nostra natura carnale e corrotta contrasta alla legge spirituale di Dio e non è affatto emendata dall'insegnamento di questa, avviene che la legge stessa, che sarebbe stata per la salvezza se avesse trovato degli uditori buoni e atti a compierla, diventa invece occasione di peccato e di morte. Infatti più essa ci rivela la giustizia di Dio, tanto più siamo convinti d'averla trasgredita e ci appare manifesta la nostra iniquità. E di nuovo, come ci sorprende nella più grande trasgressione, così ci rende degni del più severo giudizio di Dio e tolta la promessa della vita etema ci resta la sola maledizione, che coglie noi tutti per mezzo della legge.

La legge come pedagogo per condurci a Cristo

Ora la testimonianza della legge non ci convince d'iniquità e di trasgressione per piombarci nella disperazione e farci cadere in rovina togliendoci ogni coraggio. Certo l'apostolo (Romani 111 [19-201) testimonia che noi tutti siamo dannati secondo il giudizio della legge, affinché ogni bocca sia turata e tutto il mondo sia trovato colpevole davanti a Dio. Ma egli stesso insegna altrove (Romani XI [32]) che Dio ha rinchiuso tutti nell'incredulità, non già per perderli o lasciarli perire, ma per far misericordia a tutti.

Il Signore adunque, dopo averci ricordato per mezzo della legge la nostra debolezza ed impurità, ci consola suscitando in noi la fiducia nella sua potenza e nella sua misericordia. Ed è in Gesù Cristo suo figliuolo, ch'egli si mostra a noi benevolo e propizio. Infatti nella legge egli appare solo come rimuneratore della giustizia perfetta, della quale noi siamo del tutto sprovvisti e d'altro lato come giudice integro e severo dei peccati. Ma in Cristo il suo volto rifulge pieno di grazia e di benignità verso i peccatori miseri ed indegni; perch'egli ha dato quest'esempio ammirevole del suo amore infinito, che ha offerto per noi il suo proprio figliuolo e ci ha aperto in lui tutti i tesori della sua clemenza e della sua bontà.

Noi riceviamo Cristo per mezzo della fede

Come il Padre misericordioso ci offre il Figliuolo per mezzo della parola del Vangelo, così noi per mezzo della fede l'accogliamo e lo riconosciamo come donato a noi. È vero che la parola del Vangelo invita tutti a essere partecipi di Cristo, ma molti accecati e induriti dall'incredulità disprezzano questa grazia tanto singolare. Perciò di Cristo gioiscono solo i credenti che lo ricevono essendo inviato a loro, non lo respingono essendo loro donato, e lo seguono essendo chiamati da lui.

Elezione e predestinazione

In questa diversità d'atteggiamenti si deve considerare necessariamente il grande segreto del consiglio di Dio; perché il seme della parola di Dio mette radice e fruttifica solo in quelli che il Signore, mediante la sua elezione eterna, ha predestinati a essere suoi figliuoli ed eredi del Regno dei cieli.

Per tutti gli altri, che per il medesimo consiglio di Dio avanti la fondazione del mondo sono stati riprovati, la chiara ed evidente predicazione della verità non può essere altro che odore di morte a morte. Ora perché il Signore usa misericordia verso gli uni ed esercita il rigore del suo giudizio verso gli altri? Dobbiamo lasciare che la ragione di ciò sia conosciuta da lui soltanto, che non senza motivi plausibilissimi ha voluto tenerla celata a noi tutti. Infatti la rozzezza del nostro spirito non potrebbe sopportare una così grande chiarezza, né la nostra piccolezza comprendere una così grande sapienza. Poiché tutti quelli che tenteranno di elevarsi sin lassù e non vorranno tenere in freno la temerarietà del loro spirito, sperimenteranno la verità del detto di Salomone (Proverbi XXV [271), che colui che vorrà investigare la maestà sarà oppresso dalla gloria. Ma solo teniamo per fermo in noi questo, che la dispensazione del Signore, per quanto a noi nascosta, è pur nondimeno santa e giusta; perché s'egli volesse perdere tutto il genere umano, avrebbe diritto di farlo, e in coloro che ritrae dalla perdizione non si può contemplare altro che la sua bontà sovrana. Dunque riconosciamo che gli eletti sono vasi della sua misericordia (come anche lo sono veramente) ed i riprovati vasi della sua ira, che ad ogni modo non è che giusta.

Riconosciamo dagli uni e dagli altri motivo d'esaltare la sua gloria. E d'altro lato non cerchiamo (come fanno molti), per confermare la certezza della nostra salvezza, di penetrare fin dentro il cielo e d'investigare quel che. Dio dall'eternità ha deciso di fare di noi (tale pensiero non può che renderci inquieti turbandoci con una miserevole angoscia); ma accontentiamoci della testimonianza, con cui egli ci ha sufficientemente ed ampiamente confermata questa certezza. Infatti, come in Cristo sono eletti quanti sono stati preordinati alla vita prima della fondazione del mondo, così anche abbiamo in lui la caparra della nostra elezione se lo riceviamo e accettiamo per fede. Perché, che cosa cerchiamo noi nell'elezione se non d'essere partecipi della vita eterna? E noi l'abbiamo in Cristo, ch'è stato la vita sin dal principio e ci è offerto per la vita, affinché quanti credono in lui non periscano, ma abbiano la vita eterna. Se dunque possedendo Cristo per fede abbiamo parimenti la vita in lui, non abbiamo più bisogno d'investigare oltre l'eterno consiglio di Dio; perché Cristo non è solo uno specchio nel quale ci sia riflessa la volontà di Dio, ma è una caparra per cui la vita ci è come confermata e suggellata.

La vera fede

Non bisogna credere che la fede cristiana sia una nuda e pura conoscenza di Dio o una comprensione della Scrittura che sfiori il cervello senza toccare il cuore, come suole essere una nostra opinione intorno a cose che sono confermate da qualche buona ragione. Ma essa è una fiducia ferma e sicura del cuore, per mezzo della quale ci appoggiano con certezza alla misericordia di Dio promessaci nel Vangelo. Infatti la definizione della fede dev'essere presa dalla sostanza della promessa, perché essa fede s'appoggia talmente su questo fondamento che, se fosse tolto, di subito rovinerebbe o meglio svanirebbe. Perciò se quando il Signore nella promessa del Vangelo ci presenta la sua misericordia, noi con sicurezza e senza esitazione ci confidiamo in Lui che promette, diciamo che riceviamo la sua parola per fede. E questa definizione non è affatto diversa da quella dell'apostolo (Ebrei XI [11), in cui insegna che la fede è certezza di cose che si sperano, dimostrazione di cose che non si vedono, perché egli intende un possesso certo e sicuro di ciò ch'è promesso da Dio e una certezza di cose che non si vedono, cioè della vita eterna, di cui noi concepiamo la speranza per la fiducia nella bontà divina, che ci è data dal Vangelo. Ora, siccome tutte le promesse di Dio sono in Cristo confermate e per così dire mantenute e compiute, è senza dubbio certo che Cristo è l'oggetto eterno della fede, nel quale essa contempla tutte le ricchezze della misericordia divina.

La fede è un dono di Dio

Se consideriamo rettamente in noi stessi quanto il nostro pensiero sia cieco per i segreti celesti di Dio e quanto il nostro cuore sia diffidente in ogni cosa, non possiamo dubitare che la fede supera e non di poco ogni virtù della nostra natura e ch'essa è un singolare e prezioso dono di Dio. Poiché, come dice S. Paolo (1 Corinti, 2), se nessuno conosce le cose dell'uomo se non lo spirito dell'uomo ch'è in lui, come potrebbe l'uomo essere sicuro della volontà divina? E se la verità di Dio in noi vacilla perfino nelle cose che l'occhio vede, come potrebbe essere ferma e stabile dove il Signore promette le cose che l'occhio non vede e l'intelletto dell'uomo non comprende?

Dunque non v'è dubbio che la fede è un riflesso dello Spirito Santo, per mezzo del quale i nostri pensieri sono rischiarati e i nostri cuori confermati in una persuasione certa che la verità di Dio è tanto sicura ch'egli non può non effettuare ciò che la sua parola santa ha promesso che farà. Perciò (2 Corinti I [2 2] ed Efesini I [I 31) lo Spirito Santo è chiamato una caparra che assicura nei nostri cuori la certezza della verità divina e un sigillo col quale i nostri cuori sono suggellati nell'attesa del giorno del Signore. Infatti è lui che testimonia al nostro spirito che Dio è nostro Padre e che noi sìamo suoi figliuoli (Romani VIII [I 61).

Noi siamo giustificati per la fede in Cristo

Poiché è chiaro che Cristo è l'oggetto eterno della fede, noi non possiamo conoscere ciò che riceviamo mediante la fede, se non riguardando a lui. Ora, è bensì vero che egli ci è stato dato dal Padre, affinché otteniamo in lui la vita eterna, siccome è detto (Giov. XVII [31) che la vita eterna è conoscere Dio, il Padre e colui ch'egli ha mandato, Gesù Cristo; e di nuovo (Giov. XI [261): “Chi crede in me non morrà mai, e quand'anche muoia vivrà”. Tuttavia, affinché ciò avvenga, bisogna che noi, contaminati dal peccato, siamo nettati in lui, perché nulla d'impuro entrerà nel Regno di Dio. Egli ci fa dunque così partecipi di sé, affinché noi peccatori, per la sua giustizia, siamo reputati giusti dinanzi al trono di Dio. Ed essendo così spogliati della nostra propria giustizia, siamo rivestiti della giustizia di Cristo, e ingiusti per le opere nostre siamo giustificati mediante la fede in Cristo.

Infatti noi diciamo che siamo giustificati per fede, non nel senso che riceviamo in noi qualche giustizia ma nel senso che la giustizia di Cristo ci viene attribuita, proprio come se fosse nostra, mentre non ci viene imputata la nostra iniquità. Talché in una parola si può ben chiamare questa giustizia la remissione dei peccati. Il che l'apostolo afferma più volte in modo evidente, quando confronta la giustizia delle opere con la giustizia che viene dalla fede e insegna che l'una viene annullata dall'altra (Romani X [31]; Filippesi III [91]). Ora noi vedremo nel credo in che modo Cristo ci ha acquistato questa giustizia e su che cosa essa sia fondata. Infatti nel credo tutto ciò su cui la nostra fede è basata, è esposto con ordine.

Santificati dalla fede per obbedire alla legge

Come per mezzo della sua giustizia Cristo intercede per noi presso il Padre, affinché, essendo egli come nostro mallevadore, siamo reputati giusti, così, rendendoci partecipi del suo Spirito, ci santifica in ogni purezza e innocenza. Poiché lo Spirito del Signore riposa su lui senza misura, lo spirito di sapienza, d'intelligenza, di consiglio, di forza, di scienza e di timore del Signore, affinché noi tutti attingiamo dalla sua pienezza e riceviamo grazia per la grazia che gli è stata data.

Dunque s'ingannano quelli che si gloriano della fede in Cristo, essendo del tutto estranei alla santificazione per mezzo del suo Spirito; poiché la Scrittura c'insegna che Cristo ci è stato fatto non solo giustizia, ma anche santificazione. Perciò noi non possiamo ricevere la sua giustizia per fede, senza afferrare ad un tempo quella santificazione, perché il Signore, nel medesimo patto che ha stretto con tutti in Cristo, promette d'essere clemente verso le nostre iniquità e di scrivere la sua legge nei nostri cuori (Geremia XXXI [33]; Ebrei VIII [101 e X [161).

L'osservanza della legge non è dunque un'opera che possa essere compiuta dalle nostre forze, ma un'opera di una potenza spirituale, che fa sì che i nostri cuori siano nettati della loro corruzione e resi obbedienti aria giustizia 4. Ora l'uso della legge è per i cristiani ben diverso di quel che può esserlo senza la fede. Poiché il Signore ha scolpito nei nostri cuori l'amore per la sua giustizia, la dottrina esteriore della legge (che prima soltanto ci accusava di debolezza e di trasgressione) è ora una lampada al nostro piede, affinché non deviamo dal retto cammino, la nostra sapienza dalla quale siamo formati, istruiti e incoraggiati all'integrità, e la nostra disciplina che non ci permette d'essere dissoluti per cattiva sfrenatezza'.

Ravvedimento e rigenerazione

Da ciò è facile intendere perché il ravvedimento sia sempre congiunto alla fede in Cristo e perché il Signore affermi (Giovanni 111 [31) che nessuno può entrare nel Regno dei cieli se non sia stato rigenerato. Infatti ravvedimento significa conversione, mediante la quale ritorniamo sulla via del Signore, dopo avere lasciata la perversità di questo mondo. Ora siccome Cristo non è ministro di peccato, dopo averci purificati dal peccato non ci riveste della sua giustizia affinché poi profaniamo una grazia sì grande con nuove cadute, ma affinché, essendo stati adottati come figliuoli di Dio, co nel futuro la nostra vita alla gloria del nostro Padre.

L'effetto di questo ravvedimento dipende dalla nostra rigenerazione che consiste di due parti: della mortificazione del nostra carne, cioè della corruzione ch'è stata generata noi, e della vivificazione spirituale mediante la quale la n tura dell'uomo è restaurata e reintegrata. Dobbiamo dunq meditare tutta la vita che, essendo morti al peccato e a n stessi, viviamo a Cristo e alla sua giustizia. E visto che questa rigenerazione non è mai compiuta finché siamo nella prigione di questo corpo mortale, bisogna che la cura del ravvedimento sia continua fino alla morte.

Accordo tra la giustizia delle opere buone e la giustizia della fede

Non v'è dubbio che le opere buone, compiute con una tal purezza di coscienza, sono gradite a Dio, poich'eglì non può che approvare e apprezzare la sua giustizia quando la ricono sce in noi. Tuttavia dobbiamo stare ben in guardia di non la sciarci guidare da una tale vana fiducia in queste opere buone, da dimenticare che siamo giustificati per la sola fede in Cristo; poiché, dinanzi a Dio, non vale nessuna giustizia di opere, se non quella che corrisponde alla sua giustizia. Perciò, non basta che colui che cerca d'essere giustificato mediante le opere compia certe opere buone, ma è necessario che obbedisco in modo perfetto alla legge, dalla quale perfetta obbedienza certo sono ancora molto lontani anche quelli che più di tutti gli altri hanno progredito nella legge del Signore.

Di più, se pure la giustizia di Dio volesse accontentarsi d'una sola opera buona, il Signore non troverebbe tuttavia neppure un'opera buona nei suoi santi, che per quanto meritoria egli potesse lodare come giusta. Poiché, per quanto ciò possa sembrare strano, pure è verissimo che noi non compiamo opera alcuna che sia assolutamente perfetta e che non sia oscurata da alcuna macchia.

E poiché siamo tutti peccatori, e vi sono in noi parecchi residui di peccato, dobbiamo venir giustificati da qualche cosa fuori di noi, cioè abbiamo sempre bisogno di Cristo, affinché dalla sua perfezione venga ricoperta la nostra imperfezione, dalla sua purezza venga lavata la nostra impurità, dalla sua obbedienza sia cancellata la nostra iniquità; e infine affinché dalla sua giustizia ci venga imputata giustizia gratuitamente, cioè senza considerazione alcuna delle nostre opere, che non sono di tal valore che possano reggere al giudizio di Dio. Ma quando le nostre macchie, che nel cospetto di Dio potrebbero contaminare le nostre opere, vengono in tal modo coperte, il Signore non vede più in esse se non una completa purezza e santità. Perciò onora con grandi titoli e lodi, e le chiama e le reputa giuste e promette loro una buona remunerazione. Insomma, dobbiamo affermare che la compagnia di Cristo ha un tal valore che per essa noi non solo veniamo reputati giusti gratuitamente, ma le stesse opere nostre vengono considerate giuste ricompensate con una retribuzione eterna.”