CAPITOLO XXXVIII

Don Chisciotte, 2° volume

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Dopo la mesta musica cominciarono a calare dal giardino divise in due file, dodici matrone, tutte vestite con tonache larghe, che sembravano essere di anascotto purgato, e con veli candidi di sottile brabantino e lunghi sino agli orli della tonaca. Erano seguite dalla contessa Trifaldi, tenuta per mano dallo scudiere Trifaldino dalla bianca barba, vestita di finissimo e nero rovescio non cimato; ché se fosse stato cimato, avrebbe ogni pelo formato un ricciolino della grandezza di un cece di quei grossi di Martos. La coda o falda o come vogliamo chiamarla, era a tre punte, ognuna delle quali veniva sostenuta da un paggio vestito pure a bruno, e che faceva vistosa e matematica figura con quei tre angoli acuti formati da quelle tre punte: dal che tutti coloro che quella triplice falda guardavano, inferirono che questa appunto avesse dato il nome alla contessa Trifaldi come se noi dicessimo la contessa dalle tre falde.

Asserisce Ben-Engeli che non è ciò da revocarsi in dubbio, e che il suo primitivo cognome era la contessa Lupina, adottato per trovarsi gran quantità di lupi nelle sue terre; e se in luogo di lupi vi fossero state volpi sarebbesi chiamata la contessa Volpina, essendo costumanza appresso quei popoli che tutti i potenti prendano la denominazione dei loro casati dalla cosa o dalle cose che si trovano in maggior copia negli stati loro: ma questa contessa poi a fine di rendere celebre la novità della sua falda, lasciò il cognome Lupina, e assunse quello di Trifaldi.

Si avanzavano le dodici matrone e la loro signora a passo di processione, portando coperta la faccia con neri veli, non però trasparenti come quello di Trifaldino, anzi tanto serrati che niente traluceva. Subito che comparve il matronesco Squadrone, il duca, la duchessa e don Chisciotte levaronsi in piedi, e così tutti quelli che stavano mirando la flemmatica processione.

Le dodici matrone lasciarono libera la strada a Dolorida, la quale si avanzò sempre condotta a mano da Trifaldino.

Il duca, la duchessa e don Chisciotte vedendo questo, andarono ad incontrarla una dozzina di passi perché fosse eseguito l'accoglimento colle debite forme, e allora Dolorida, poste le ginocchia a terra, con grossa e rauca, piuttosto che sottile e delicata voce, disse:

— Non discendano le signorie vostre a tanta cortesia verso questo loro servidore, voglio dire verso questa loro serva, mentre io sono tanto trambasciata che non potrei mai corrispondere debitamente a tanta degnazione. Ah questa mia strana e non mai veduta disgrazia mi ha trasportato non so dove l'intendimento; e debb'essere ito assai lontano, poiché quanto più lo vo cercando tanto meno lo trovo.

— Potrebbe, rispose il duca, chiamarsi piuttosto senza cervello affatto colui che al solo considerare la persona vostra non conoscesse il merito che vi adorna, il quale senz'altri esami è capace di ogni finezza ed eccellenza di cortesia e di ogni fiore di bene creata cerimonia.»

Aiutandola allora ad alzarsi la fece sedere a canto alla duchessa, da cui pure ricevette ogni tratto gentile. Taceva don Chisciotte, e Sancio moriva di voglia di vedere il viso della Trifaldi e di qualcuna delle sue molte matrone; ma non poté appagare questo suo desiderio sino a tanto che non risolsero da per loro stesse a discoprirsi. Acchetata e taciturna tutta la compagnia stava aspettando chi fosse il primo a parlare e fu la matrona Dolorida con questi detti.

— Ho la più certa fidanza, potentissimo signore, signora bellissima, discretissimi circostanti, che la mia disgrazia abbia a trovare nei vostri petti valorosissimo ricapito, placido non pure ma generoso e doglioso, poiché è tanto strabocchevole la mia sorte che basta ad intenerire marmi, sminuzzare diamanti, a impietosire il più ferreo, feroce cuore. Prima però che pervenga alla piazza dei vostri uditi, per non dire orecchi, bramerei essere informatissima se trovasi in questo grembo e circolo e comitanza il raffinatissimo cavaliere della Mancissima e il suo scuderilissimo Sancio Pancia.»

Sancio, prima che altri facesse parola, disse:

— Sancio Pancia è qua in persona, e don Chisciotte ancora, e potrete, dogliosissima matronissima, dire ciò che foste bramosissima di far sapere, ché siamo tutti prontissimi e dispostissimi ad esser vostri servitorissimi.»

In questo si rizzò don Chisciotte, e rivolgendo la parola alla Dolorida matrona, disse:

— Se per opera di qualche atto valoroso, o per gagliardia di un cavaliere errante possono, o angustiata signora, promettersi le sciagure vostre qualche speranza di alleggiamento, eccovi il valore e le forze mie, le quali tuttoché deboli e poche, saranno impiegate tutte a servigio vostro. Io sono don Chisciotte della Mancia, il cui animo è di accorrere in favore di ogni maniera di bisognosi; e ciò essendo, come lo è, d'uopo non avrete, o signora, di accattare protezioni, né di mettere in campo preamboli; ma pianamente e senza giri viziosi di parole esponete il tenore dei mali vostri, ché orecchi vi hanno in questo luogo i quali sapranno, se non sanarli compassionarli per lo manco.»

Ciò udendo la Dolorida matrona fece segno di gittarsi ai piedi di don Chisciotte, e anche vi si gittò, e facendo ogni sforzo per abbracciarli, dicea:

— Davanti a questi piedi ed a queste gambe io mi butto, o cavaliere invitto, tenendoli come basi e colonne della errante cavalleria: sì, voglio baciar questi piedi dai passi dei quali dipende ogni mia ventura. Ah valoroso errante le cui veridiche prodezze fanno dimenticare ed annuvolare le favolose degli Amadigi, degli Splandiani e dei Balianigi!»

E lasciando don Chisciotte, si volse a Sancio Pancia, e pigliatolo per le mani, gli disse:

— O tu, il più leale scudiere che abbia avuto in alcun tempo a servigio suo cavaliere errante nei presenti e nei preteriti secoli, più lungo in bontà della barba di Trifaldino, mio accompagnatore qui presente, tu puoi bene darti vanto che nel servir il gran don Chisciotte servi in compendio alla caterva tutta dei cavalieri che trattarono arme sull'orbe. Io ti scongiuro per quello che devi alla tua bontà fedelissima, che tu sia valevole intercessore presso il tuo padrone, perché favorisca questa umilissima e disgraziatissima contessa.»

Cui Sancio rispose:

— In quanto all'essere, o signora, la mia bontà tanto lunga e tanto grande quanto la barba del vostro scudiere, questo a niente monta, anche se alla barba aggiungeste le basette e le ciocchette, ché qua si bada a vivere e non a tener conto delle barbe; ma senza tale adulazione io pregherò il mio padrone (il quale so che mi porta amore e molto più adesso che per un certo negozio ha bisogno di me) che dia favore e soccorso alla signoria vostra in quanto sa e può: ora sventri pure vossignoria le sue disgrazie, e le racconti, e lasci fare, che fra noi d'accordo ce la intenderemo.»

Scoppiavano i duchi dalle risa per questo dialogo, siccome quelli che ordita avevano la ventura, e davano lode fra loro all'acutezza e dissimulazione della Trifaldi, la quale sedutasi di nuovo, disse:

— Del famoso regno di Candaia, che giace fra la gran Trapobana e il mare del sud, due leghe oltre il Capo Comorino, fu signora la regina donna Magunzia: vedova del re Arciperone suo signore e consorte, dal cui matrimonio si procreò la infanta Antonomasia erede del regno, la quale infanta Antonomasia fu allevata e crebbe sotto la mia tutela e dottrina per essere io l'anziana e la principale matrona della sua genitrice. Avvenne dunque che col progresso del tempo la fanciulletta Antonomasia arrivò alla età di quattordici anni, bella, di sì gran perfezione, che di più non poteva la natura innalzarla; e se si trattasse della discrezione, potremmo noi dire che fosse commisurata alla età sua? Era ella così discreta, come vezzosa e la più bella del mondo, e lo è tuttavia quando però gl'invidiosi destini e le parche inesorabili reciso non abbiano lo stame della sua vita. Ma non lo avranno tagliato no, ché non hanno a permettere i cieli che tanto danno abbia la terra: egli sarebbe uno strappare in agresto il grappolo della più bella vite del campo. Di sì esimia bellezza e sì debolmente lodata dalla infeconda mia lingua, s'innamorò un numero infinito di principi sì naturali come snaturali, fra i quali osò alzare i pensieri al cielo di tanta formosità un cavaliere privato che viveva nella corte, confidato nella sua gioventù, nel suo brio, e nelle molte abilità e grazie, accoppiate a facilità e felicità d'ingegno. Io voglio che sappiano le vostre grandezze, se non do loro fastidio, ch'egli suonava la chitarra sì bene che la faceva parlare, e di più, che era poeta e gran ballerino, e sapeva fare gabbie da uccelli tanto perfette, che con sì fatti lavori avrebbe potuto guadagnare da vivere se fosse diventato un pitocco. Queste grazie e queste buone parti sono bastanti ad abbattere una montagna, non che a fare inciampare una delicata donzella; tutta questa sua gentilezza, questo raro brio, queste virtù, unite a tutte le attrattive e ai meriti che lo adornavano, a nulla sarebbero valse per far piegare la fanciulletta, se il vituperevole ladrone non avesse usato il rimedio di sedurre prima la mia persona. Volle il malandrino vagabondo senz'anima entrare a buon conto nella mia grazia, e subornarmi nel mio debole; accioché io, quale disleale castellano, gli dessi le chiavi della fortezza da me custodita. In sostanza egli mi ottenebrò lo intendimento, e sottomise la mia volontà con non so quali gioie ed orecchini che mi donò, ma quello che finì di farmi prostrare e cadere per terra furono certi versi che ho udito cantare una notte in una inferriata, la quale rispondeva in un chiassetto dov'egli stava, e che, se male non mi sovviene, erano così:

Dalla dolce mia nemica
Nasce un mal che punge il cuore:
E per mio maggior dolore:
Vuol ch'io 'l senta e non lo dica.

La composizione mi è sembrata una perla e la voce una mandorla dolcissima, e d'allora in poi, scorgendo in quale errore io caddi a causa di questi e di altri consimili versi, ho considerato meco stessa che dovrebbero, seguendo il consiglio di Platone, bandirsi tutti i poeti dalle buone e ben regolate repubbliche, o almanco i più scorretti nella lingua, perché scrivono canzoni non già come quelle del marchese di Mantova, che incantano o fanno piangere i fanciulli e le donne, ma sì bene certe acutezze che a foggia di blande spine trapassano l'anima, e la feriscono come saette, lasciando intatto il vestito, e un'altra volta cantò:

Morte vieni sì celata
Ch'io non senta il tuo venir,
Onde il gusto del morir
Non mi torni a vita odiata.

Ed altri versi e strambotti di questa tempera, che cantati incantano, e scritti avvelenano. E che dirò poi quando si applicava a comporre un genere di versi che in Candaia si usava a quei tempi, e che dai poeti erano chiamati Seghidiglie? Oh come balzavano i cuori di gioia, le risa abbondavano, nasceva uno sconvolgimento nei corpi come se fossero stati posti nell'argento vivo! E perciò dico, o signori miei, che tali compositori dovrebbero con giusto titolo essere rilegati nelle isole di Ramarri. Ma la colpa non è no dei poeti, ma di questi semplici uomini che li celebrano, e delle sciocche donne che loro credono: se io fossi stata quella buona matrona che doveva essere, sarebbero riusciti inefficaci per me tanto elucubrati concetti, né avrei creduti veri quei detti: vivo morendo, ardo nel gelo, tremo nel fuoco, spero senza speranza, vado e resto, con altri impossibili di questa natura, dei quali i loro scritti sono pieni zeppi.

Che diremo poi quando promettono la fenice di Arabia, la corona del Sole, le perle del Sud, l'oro del Pattolo, il balsamo di Pancaia? Qua è dove distendono più la penna, poco loro costando promettere ciò ch'è parto unicamente della fantasia, né si può adempire in alcun tempo! Ma dove trapasso io mai! Oh me disgraziata! quale follia o quale frenesia mi porta a raccontare i mancamenti altrui, avendo tanto di che dire dei miei! Lo ripeterò, ahi sfortunatissima di me, ahi sventurata? ché non fui già sedotta dai versi, ma dalla mia inesperienza e semplicità. Non m'intenerirono le serenate, ma sì bene la mia leggerezza e la mia crassa ignoranza apersero la via, e sbarattarono il sentiero a don Claviscio, ché il nome è quello del perfido cavaliere. Si riseppe che coll'opera mia una e più volte passò nella stanza della mia signora, la quale tanto fu presa di lui, che non ostante la disuguaglianza del grado, promise di averlo a marito; e senza informare i parenti se ne fece la scritta, e si conchiuse la cosa per modo che più non potea disfarsi, e nemmeno tenersi occulta. Il vicario che per buone ragioni credette di benedire quelle nozze, volendo sottrar Antonomasia al primo impeto di quello sdegno che dovean sentire i parenti quando avessero notizia dell'avvenuto, la fece rifugiare nella casa del servidore di un birro, persona molto onorata.»

A questo passo disse Sancio:

— Anche in Candaia vi sono birri, con servidori e poeti e seghidiglie? Sempre più mi persuado che tutto il mondo è un paese; ma vossignoria, signora Trifaldi, la finisca, ch'è tardi, e non veggo l'ora di sapere come si è determinata questa scandalosa istoria.

— Sarò a compiacervi,» rispose la contessa.

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  • CAPITOLO I: ESPERIMENTI DEL CURATO E DEL BARBIERE SOPRA LA MALATTIA DI DON CHISCIOTTE.
  • CAPITOLO II: NARRASI IL NOTABILE CONTRASTO SEGUITO TRA SANCIO PANCIA, LA NIPOTE E LA SERVA DI DON CHISCIOTTE; CON ALTRI GRAZIOSI SUCCESSI.
  • CAPITOLO III: DEL RIDICOLO DISCORSO TENUTO DA DON CHISCIOTTE, SANCIO PANCIA E IL BACCELLIERE SANSONE CARRASCO.
  • CAPITOLO IV: VENGONO SCIOLTI DA SANCIO PANCIA I DUBBII PROMOSSI DAL BACCELLIERE SANSONE CARRASCO E RESTANO SODDISFATTE LE SUE DOMANDE; CON LA GIUNTA Dl ALTRI SUCCESSI DEGNI DI ESSERE SAPUTI E RACCONTATI.
  • CAPITOLO V: DELL'ACCORTA E GRAZIOSA CONVERSAZIONE TENUTA DA SANCIO PANCIA CON TERESA SUA MOGLIE, E DI ALTRI AVVENIMENTI DEGNI DI FELICE RICORDANZA.
  • CAPITOLO VI: CIÒ CHE SEGUÌ TRA DON CHISCIOTTE, LA SUA NIPOTE, E LA SERVA: UNO DEI PIÙ IMPORTANTI CAPITOLI DI TUTTA L'ISTORIA.
  • CAPITOLO VII: DI CIÒ CHE SEGUÌ TRA DON CHISCIOTTE ED IL SUO SCUDIERE, CON ALTRI FAMOSISSIMI AVVENIMENTI.
  • CAPITOLO VIII: RACCONTASI CIÒ CHE ACCADDE A DON CHISCIOTTE RECANDOSI A VEDERE LA SIGNORA DULCINEA DEL TOBOSO.
  • CAPITOLO IX: SI RACCONTA QUELLO CHE STA SCRITTO NEL PRESENTE CAPITOLO.
  • CAPITOLO X: DELL'ARTE USATA DA SANCIO PER INCANTARE LA SIGNORA DULCINEA CON ALTRI AVVENIMENTI ALTRETTANTO GIOCOSI CHE VERI.
  • CAPITOLO XI: DELLA STRANA VENTURA CHE SUCCESSE AL VALOROSO DON CHISCIOTTE COLLA CARRETTA DELLA MORTE.
  • CAPITOLO XII: DELLA STRANA AVVENTURA ACCADUTA A DON CHISCIOTTE COL VALOROSO CAVALIERE DAGLI SPECCHI.
  • CAPITOLO XIII: SEGUITA L'AVVENTURA DEL CAVALIERE DAL BOSCO, E SI DESCRIVE IL GIUDIZIOSO, NUOVO E SOAVE COLLOQUIO SEGUITO FRA I DUE SCUDIERI.
  • CAPITOLO XIV: SEGUITA L'AVVENTURA DEL CAVALIERE DAL BOSCO.
  • CAPITOLO XV: DOVE SI NARRA CHI FOSSE IL CAVALIERE DAGLI SPECCHI E IL SUO SCUDIERE.
  • CAPITOLO XVI: CIÒ CHE AVVENNE A DON CHISCIOTTE CON UN GIUDIZIOSO CAVALIERE DELLA MANCIA.
  • CAPITOLO XVII: DIMOSTRASI L'ULTIMO PUNTO ED ESTREMO A CUI GIUNSE E POTÉ GIUGNERE L'INAUDITO ANIMO DI DON CHISCIOTTE, CON L'AVVENTURA DEI LEONI CONDOTTA A FORTUNATO FINE.
  • CAPITOLO XVIII: DI QUELLO CHE AVVENNE A DON CHISCIOTTE NEL CASTELLO O CASA DEL CAVALIERE DAL VERDE GABBANO CON ALTRI STRAORDINARI SUCCESSI.
  • CAPITOLO XIX: AVVENTURA DEL PASTORE INNAMORATO, CON ALTRI VERI E GRAZIOSI SUCCESSI.
  • CAPITOLO XX: NOZZE DI CAMACCIO IL RICCO, ED AVVENIMENTO DI BASILIO IL POVERO.
  • CAPITOLO XXI: PROSEGUONO LE NOZZE DI CAMACCIO CON ALTRI GUSTOSI SUCCESSI.
  • CAPITOLO XXII: GRANDE AVVENTURA DELLA GROTTA DI MONTÉSINO SITUATA NEL CUORE DELLA MANCIA ALLA QUALE DIEDE IL VALOROSO DON CHISCIOTTE COMPIMENTO FELICE.
  • CAPITOLO XXIII: MARAVIGLIOSE COSE VEDUTE DAL CELEBRATISSIMO DON CHISCIOTTE NELLA PROFONDA GROTTA DI MONTESINO E DA LUI RACCONTATE, LA CUI GRANDEZZA E IMPOSSIBILITÀ VA A STABILIRE PER APOCRIFA LA PRESENTE VENTURA.
  • CAPITOLO XXIV: SI RACCONTANO MILLE CHIAPPOLERIE TANTO APPARTENENTI QUANTO NECESSARIE A BEN INTENDERE QUESTA GRANDE ISTORIA.
  • CAPITOLO XXV: AVVENTURA DEL RAGLIO DELL'ASINO, E GRAZIOSO SUCCESSO DEL BAGATTELLIERE COLLE MEMORABILI DIVINAZIONI DELLO SCIMMIOTTO INDOVINO.
  • CAPITOLO XXVI: CONTINUA LA GRAZIOSA AVVENTURA DEL BURATTINAIO, CON ALTRE COSE IN VERITÀ MOLTO GUSTOSE.
  • CAPITOLO XXVII: SI FA SAPERE CHI FOSSE MAESTRO PIETRO E LO SCIMIOTTO, ED IL MAL SUCCESSO DI DON CHISCIOTTE NELLA VENTURA DEL RAGLIO DELL'ASINOCHE NON LA FINÌ COM'EGLI AVREBBE VOLUTO, E COM'ERASI IMMAGINATO.
  • CAPITOLO XXVIII: COSE DETTE DA BEN-ENGELI CHE CHI LE LEGGERÀ LE SAPRÀ SE LE LEGGERÀ CON ATTENZIONE.
  • CAPITOLO XXIX: LA FAMOSA VENTURA DELLA BARCA INCANTATA.
  • CAPITOLO XXX: DI QUELLO CHE INTERVENNE A DON CHISCIOTTE CON UNA BELLA CACCIATRICE.
  • CAPITOLO XXXI: TRATTASI DI MOLTE E MOLTO IMPORTANTI COSE.
  • CAPITOLO XXXII: RISPOSTA DI DON CHISCIOTTE AL SUO RIPRENSORE, CON ALTRI IMPORTANTI SUCCESSI.
  • CAPITOLO XXXIII: SAPORITO RAGIONAMENTO CHE LA DUCHESSA E LE SUE DONZELLE TENNERO CON SANCIO PANCIA DEGNO DI ESSERE LETTO E PONDERATO.
  • CAPITOLO XXXIV: PROGETTO PER TRARRE D'INCANTO DULCINEA DEL TOBOSO CHE FORMA UNA DELLE PIÙ CELEBRI AVVENTURE DI QUESTO LIBRO.
  • CAPITOLO XXXV: SI SEGUITA A PARLARE DEL MODO INDICATO A DON CHISCIOTTE PER TRARRE D'INCANTO DULCINEA, CON ALTRI MARAVIGLIOSI SUCCESSI.
  • CAPITOLO XXXVI: RACCONTASI LA STRANA E NON PRIMA IMMAGINATA VENTURA DELLA MATRONA DOLORIDA, DETTA ALTRIMENTI LA CONTESSA TRIFALDI; E SI LEGGERÀ UNA LETTERA SCRITTA DA SANCIO PANCIA A SUA MOGLIE TERESA PANCIA.
  • CAPITOLO XXXVII: CONTINUA LA FAMOSA VENTURA DELLA MATRONA DOLORIDA.
  • CAPITOLO XXXVIII: NARRASI CIÒ CHE FECE LA MATRONA DOLORIDA INTORNO ALLA SUA DISAVVENTURA.
  • CAPITOLO XXXIX: LA TRIFALDI CONTINUA IL RACCONTO DELLA SUA STUPENDA E MEMORABILE ISTORIA.
  • CAPITOLO XL: SI DICONO COSE APPARTENENTI A QUESTA AVVENTURA ED A SÌ MEMORABILE ISTORIA.
  • CAPITOLO XLI: VENUTA DI CLAVILEGNO E FINE DELLA PRESENTE PROLUNGATA VENTURA.
  • CAPITOLO XLII: DEI CONSIGLI DATI DA DON CHISCIOTTE A SANCIO PANCIA PRIMA CHE ANDASSE AL GOVERNO DELL'ISOLA CON ALTRE MEMORABILI COSE.
  • CAPITOLO XLIII: DEI SECONDI CONSIGLI DATI A SANCIO PANCIA DA DON CHISCIOTTE.
  • CAPITOLO XLIV: SANCIO PANCIA È CONDOTTO AL GOVERNO. — STRANA AVVENTURA ACCADUTA A DON CHISCIOTTE.
  • CAPITOLO XLV: COME IL GRAN SANCIO PANCIA PRESE IL POSSESSO DELLA SUA ISOLA E IN QUALE MANIERA COMINCIÒ A GOVERNARLA.
  • CAPITOLO XLVI: FORMIDABILE TERRORE CHE DIEDERO I CAMPANACCI ED I GATTI A DON CHISCIOTTE NEL PROGRESSO DEGLI AMORI COLLA INVAGHITA ALTISIDORA.
  • CAPITOLO XLVII: SEGUITA IL RACCONTO DEL MODO CON CUI CONDUCEVASI SANCIO PANCIA NEL SUO GOVERNO.
  • CAPITOLO XLVIII: DI CIÒ CHE AVVENNE A DON CHISCIOTTE CON DONNA RODRIGHEZ, MATRONA DELLA DUCHESSA, CON ALTRE VENTURE DEGNE DI ESSERE SCRITTE E CONSERVATE PERPETUAMENTE.
  • CAPITOLO XLIX: NARRASI CIÒ CHE AVVENNE A SANCIO PANCIA VISITANDO LA SUA ISOLA.
  • CAPITOLO L: SI DICHIARA QUALI FURONO GL'INCANTATORI E I CARNEFICI CHE FRUSTARONO LA MATRONA E PIZZICARONO DON CHISCIOTTE, E SI NARRA QUANTO ACCADDE AL PAGGIO CHE PORTÒ LA LETTERA A TERESA, MOGLIE DI SANCIO PANCIA.
  • CAPITOLO LI: DEL PROGRESSO NEL GOVERNO DI SANCIO PANCIA, CON ALTRI AVVENIMENTI IMPORTANTI E CURIOSI.
  • CAPITOLO LII: RACCONTASI L'AVVENTURA DELLA SECONDA MATRONA DOLORIDA, O ANGUSTIATA, CHIAMATA CON ALTRO NOME DONNA RODRIGHEZ.
  • CAPITOLO LIII: DEL TRAVAGLIOSO FINE CH'EBBE IL GOVERNO DI SANCIO PANCIA.
  • CAPITOLO LIV: TRATTASI DI COSE APPARTENENTI A QUESTA E NON AD ALCUN'ALTRA ISTORIA.
  • CAPITOLO LV: AVVENIMENTI DI SANCIO NEL SUO VIAGGIO, ED ALTRE COSE TANTO SINGOLARI QUANTO MAI SI PUÒ DIRE.
  • CAPITOLO LVI: DELLA SANGUINOSA E NON PIÙ VISTA BATTAGLIA SEGUITA TRA DON CHISClOTTE E LO STAFFIERE TOSILO, E DEL CONGEDO CHE PRESE DON CHISCIOTTE DAL DUCA.
  • CAPITOLO LVII: COME PIOVVERO SOPRA DON CHISCIOTTE TANTE VENTURE CHE L'UNA NON ASPETTAVA L'ALTRA.
  • CAPITOLO LVIII: STRAORDINARIO CASO CHE SUCCESSE A DON CHISCIOTTE E CHE PUÒ TENERSI IN CONTO DI VENTURA.
  • CAPITOLO LIX: DI QUELLO CHE AVVENNE A DON CHISCIOTTE ANDANDO A BARCELLONA.
  • CAPITOLO LX: DI CIÒ CHE AVVENNE A DON CHISCIOTTE ENTRANDO A BARCELLONA, CON ALTRE COSE CHE HANNO PIÙ DEL VERO CHE DEL SAVIO.
  • CAPITOLO LXI: LA VENTURA DELLA TESTA INCANTATA, CON ALTRE BAGATTELLE CHE NON SI PUÒ FAR A MENO DI NON RACCONTARE.
  • CAPITOLO LXII: DEL MALE CHE OCCASIONÒ A SANCIO LA VISITA DELLE GALERE, E DELLA NUOVA VENTURA DELLA BELLA MORESCA.
  • CAPITOLO LXIII: DELLA VENTURA CHE DIEDE PIÙ MOLESTIA A DON CHISCIOTTE DI QUANTE ALTRE GLI ERANO SUCCESSE.
  • CAPITOLO LXIV: SI VIENE A SAPERE CHI FOSSE IL CAVALIERE DALLA BIANCA LUNA, LIBERAZIONE DI DON GREGORIO ED ALTRI AVVENIMENTI.
  • CAPITOLO LXV: TRATTASI DI QUELLO CHE VEDRÀ CHI LEGGE O SARÀ PER UDIRE CHI SI FARÀ LEGGERE.
  • CAPITOLO LXVI: SI DETERMINA DON CHISCIOTTE DI FARSI PASTORE, E DI CONDURRE LA VITA TRA LE CAMPAGNE, FINCHÉ SCORRA L'ANNO DI SUA PROMESSA, CON ALTRI AVVENIMENTI PIACEVOLI E GUSTOSI.
  • CAPITOLO LXVII: SI NARRA IL PIÙ RARO E IL PIÙ NUOVO SUCCESSO CHE NELL'INTERO CORSO DI QUESTA GRANDE ISTORIA AVVENUTO SIA A DON CHISCIOTTE.
  • CAPITOLO LXVIII: CHE TIEN DIETRO AL CAPITOLO SESSANTASETTE, E TRATTA DI COSE NECESSARIE A SAPERSI PER MAGGIOR CHIAREZZA DI QUESTA STORIA.
  • CAPITOLO LXIX: DI CIÒ CHE ACCADDE A DON CHISCIOTTE CON SANCIO NEL RESTITUIRSI AL PAESE NATIVO.
  • CAPITOLO LXX: DON CHISCIOTTE E SANCIO ARRIVANO AL LORO PAESE.
  • CAPITOLO LXXI: DEGLI AUGURI CH'EBBE DON CHISCIOTTE ALL'ENTRARE NEL SUO PAESE CON ALTRI AVVENIMENTI CHE ADORNANO E ACCREDITANO QUESTA GRANDE ISTORIA.
  • CAPITOLO LXXII: COME DON CHISCIOTTE CADDE AMMALATO, E DEL TESTAMENTO CHE FECE E DELLA SUA MORTE.