Freia riscattata dagli dei
a peso d'oro
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il pagamento
FRICKA, FROH E DONNER avevano passato la giornata tristemente, aggirandosi lungo il fiume, in preda a un'ansia che andava crescendo man mano che si avvicinava l'ora del tramonto. Muti, abbattuti, non osavano guardarsi l'un l'altro, per timore di scorgere le loro forme cadenti, che la fitta nebbia rendeva ancora piú spettrali.
Ma verso sera, la nebbia si diradò; solo il Walhalla rimaneva invisibile; piú in basso i vapori rapidamente si rischiararono. Nel cuore degli dèi rinacque la speranza. Ed ecco, sulle pendici più basse del monte dietro cui si stendeva il regno dei giganti, apparire Fafner e Fasolt, e in mezzo a loro la gentile Freia, che Fasolt tenevaper mano come una sorellina.
Gli dèi corsero loro incontro, agitati dalla gioia di rivedere Freia e dall'incertezza di ciò che sarebbe avvenuto di lei e di essi. Ma nello stesso tempo, la nebbia facendosi sempre piú rada all'avvicinarsi di Freia, scorsero, a poca distanza, Wotan e Loge, e ai loro piedi, rutilante, il tesoro.
«Ben tornati, ben tornati!» gridarono correndo loro incontro; e l'aspetto di floridezza e di radiosa giovinezza li riprendeva per incanto. «Che notizie ci portate?»
«Meravigliose! — esclamò Loge additando il tesoro. — Vedete? Con la forza e con l'inganno abbiamo vinto. Ecco il riscatto di Freia!»
«Piano, piano! — disse Fasolt. — Non la toccate, non è ancora vostra. Con gran rimpianto ve la darò, se la saprete riscattare.»
«Ecco l'oro, — disse Wotan. — Misuratelo generosamente».
«Davvero mi sanguina il cuore nel doverla perdere! — disse ancora il povero Fasolt. — Se volete che il mio cuore la possa dimenticare, fate del tesoro un mucchio cosí alto che nasconda ai miei occhi per sempre la fanciulla dolce come una rosa!»
«Sia dunque Freia la vostra misura.»
Allora i giganti piantarono i loro due bastoni ai lati di Freia, in modo da incorniciarne in altezza e in larghezza la gentile figura.
«Ecco, mettete il tesoro qui in mezzo, in modo che arrivi fin quassú!»
Loge, aiutato da Froh, incominciò ad ammucchiare l'oro. Su, su, elmi, corazze, scudi, piatti, coppe, vasi si accatastavano con cozzi e tintinnii che facevano fremere di gioia il cuore di Fafner.
«Piú compatto, ammucchiate! Fate il mucchio piú saldo! Qui c'è un vuoto (e giú un mazzo di braccialetti); qui c'è un buco (e giú una manciata d'anelli e orecchini). Riempite qui (e giú catene)!» E ancora, ancora.
La povera Freia se ne stava dritta dietro il mucchio, in silenzio, tutta tremante; i suoi occhi soli esprimevano dolorosamente la sua vergogna.
Finalmente Loge disse :
«Il tesoro è finito.»
Fafner misurò meticolosamente di qua e di là; guardò se vi erano ancora fessure e spiragli. Poi disse:
«Ancora vedo luccicare di sopra i capelli di Freia.»
«Ma non c'è piú nulla da mettere!» osservò Loge.
«Codesta cosa che tieni fra le mani?»
«Come, anche l'elmo?»
«Presto, buttalo là!»
E Loge, buttando l'elmo in cima al resto, disse :
«Finalmente c'è tutto. Ne avete abbastanza?»
Ma allora fu la volta di Fasolt:
«Oh, Freia, la bella Freia è nascosta per sempre! Ah, l'ho perduta!»
Si avvicinò alla pila d'oro, e cercava di penetrarla con l'occhio.
«Ancora vedo i suoi dolci occhi che brillano come stelle; ancora per questo buchino passa un po' della sua luce. Finché vedrò quei cari occhi, come potrò separarmi da lei?»
«Olà, — disse Fafner — un buchino? Turatelo, presto!»
«Brontoloni incontentabili, non vedete che non c'è piú nulla? che vi abbiamo dato tutto?»
«Non tutto, amico. Al dito di Wotan brilla, mi sembra, un anello d'oro; proprio adatto per turare il buco!»
«Come, il mio anello?»
E Loge : «Non sapete che egli lo prese per restituirlo alle Figlie del Reno?»
«Macché! Lo presi per me e lo terrò!» — disse Wotan scuotendo la gran barba, ciò che era segno di bufera vicina.
«No, no, l'anello ci viene con il riscatto!»
Fu allora una gazzarra. Wotan gridava: «L'anello non l'avrete, dovesse cadere il mondo.»
Fasolt, allora, urlò raggiante : «Il patto è rotto; Freia è nostra per sempre!» — e, afferratala. per la mano, stava per portarla via.
Le grida della poveretta salivano al cielo. Fricka, Froh e Donner supplicavano Wotan di cedere; ma questo ripeteva: «Lasciatemi, l'anello è mio!»
A un tratto l'aria si oscurò. Tutti si fermarono e tacquero. Da una spaccatura di una roccia, si vide scaturire una fiamma azzurrognola, dalla quale sorse fino alla cintola una figura di donna, dall'aspetto severo e triste.
«Cedi l'anello, o Wotan! — disse con voce solenne, stendendo verso il dio un braccio in atto di avvertimento. — Cedi l'anello! Fuggi la sua maledizione! Terribile, estrema rovina esso ti porterà!»
«Chi sei tu, donna, che mi predici sventura?»
«Io so tutte le cose che furono, tutte quelle che sono e che saranno. La madre del mondo, Erda, ti dice: guardati. Ascolta, ascolta, ascolta! Tutte le cose finiranno tra breve, e per gli dèi verranno tristi giorni. Ascoltami: non tenere l'anello!»
Poi lentamente la donna severa discese tra la fiamma che impallidiva.
«Nelle tue parole suona un potere misterioso! — esclamò Wotan.
Fermati e dimmi di piú!»
Ti ho avvertito : «ascolta le mie parole». — E disparve.
Wotan si precipitò per seguirla; ma gli dèi lo arrestarono, e lo scongiurarono di cedere l'anello ai giganti. Egli rimase a lungo incerto, pensoso; poi, agitando la lancia : «Vieni, Freia, — disse — sei libera. Ritorna, eterna giovinezza! E voi, giganti, tenete!»
E gettò l'anello sul mucchio.
Il piccolo gingillo cadde sul tesoro con un esile tintinnio e ruzzolò a terra.
la maledizione dell'anello
Ma la maledizione di Alberico non era caduta a vuoto. Appena Fafner e Fasolt si seppero padroni del tesoro, vollero dividerselo fra loro.
«Tu preferivi la ragazza, stupido innamorato!» — disse Fafner. — «E se l'avessi ottenuta, te la saresti sposata tu. Invece c'è toccato l'oro; è giusto che la piú grossa parte sia mia!».
«Oh, mi vuoi derubare, ladro infame? Giudicate voi, dèi, fra noi due!»
«Ascolta me, Fasolt, — disse il sottile Loge. — Lasciagli il tesoro e tienti l'anello!»
«A me l'anello, dunque. Fu esso che mi nascose il sorriso di Freia!
Fatti in là! L'anello mio!»
E si misero a lottare come belve, finché l'anello rimase nelle mani di Fasolt. «è mio!» gridò questi stringendo nella sua granfia l'esile cerchio d'oro.
«Tienlo stretto che non ti cada!» E, levata la mazza enorme, Fafner gliela lasciò cadere pesantemente sul capo. Fasolt crollò come una quercia segata dal fulmine. Batté la terra con i piedi e rimase lí morto. Fafner gli strappò l'anello dal dito e disse ghignando:
«Ora goditi il sorriso di Freia : non toccherai piú l'anello.» Tranquillamente lo pose nel sacco con le altre cose d'oro, si gettò il fardello sulle spalle e se ne andò.
Tratto da La leggenda di Sigfrido(ed. Mursia)