Amleto, principe di Danimarca
la ineludibile responsabilità davanti al reale
Table of Contents
William Shakespeare
The Tragedy oh Hamlet, Prince of Denmark
Tragedia in cinque atti
PERSONAGGI
AMLETO : , principe di Danimarca, figlio del defunto re Amleto e di Gertrude, e nipote del regnante
ORAZIO : , amico e confidente di Amleto
SPETTRO : del padre di Amleto
CLAUDIO : , re di Danimarca, fratello del defunto re Amleto
GERTRUDE : , regina di Danimarca, vedova del defunto re Amleto e ora moglie del fratello Claudio
POLONIO : , alto dignitario danese
LAERTE : , suo figlio
OFELIA : , sua figlia
REGINALDO : , suo servitore
consiglieri danesi, ambasciatori in Norvegia:
- VOLTIMANDO :
- CORNELIO :
gentiluomini, vecchi compagni di scuola di Amleto:
- ROSENCRANTZ
- GUILDESTERN
OSRICO, cortigiano
MARCELLO, ufficiale danese
soldati di guardia
- FRANCESCO
- BERNARDO
FORTEBRACCIO, principe di Norvegia
Un capitano norvegese, attori di una compagnia di giro, due clown come becchini, ambasciatore inglese, un prete, un gentiluomo, soldati, un marinaio, un messaggero, e altri del seguito
scena : il castello reale di Elsinore, in Danimarca, e i suoi dintorni.
ATTO PRIMO
scena I
Elsinore. Piattaforma sul castello.
Entrano Bernardo e Francesco, due sentinelle.
BERNARDO : Chi è là?
FRANCESCO : Fermo dove sei! La parola: fatti conoscere.
BERNARDO : Lunga vita al re.
FRANCESCO : Bernardo?
BERNARDO : Lui.
FRANCESCO : Sei molto puntuale.
BERNARDO : È mezzanotte suonata. Vattene a letto, Francesco.
FRANCESCO : Grazie per il cambio; è un freddo feroce, da stringere il cuore.
BERNARDO : La guardia è stata tranquilla?
FRANCESCO : Non si è mosso un topo.
BERNARDO : Buona notte, dunque. Se incontrassi i miei compagni di guardia, Orazio e Marcello, dì che si affrettino.
(Entrano Orazio e Marcello)
FRANCESCO : Credo di sentirli. Fermi dove siete! Chi è là?
ORAZIO : Amici e compatrioti.
MARCELLO : E vassalli della corona.
FRANCESCO : La buona notte a voi.
MARCELLO : Salve, onesto soldato. Chi è venuto a rilevarti?
FRANCESCO : Bernardo ha preso il mio posto. Buonanotte. (Esce.)
MARCELLO : Bernardo?
BERNARDO : La parola! Orazio?
ORAZIO : Un pezzo di lui.
BERNARDO : Benvenuto, Orazio. Bravo, Marcello, benvenuto.
MARCELLO : Dimmi, la cosa è apparsa di nuovo?
BERNARDO : Non si è visto niente.
MARCELLO : Secondo Orazio, ce lo siamo immaginato. Lui non è così superstizioso da prestare fede a ciò che noi abbiamo visto a due riprese. L'ho invitato a dividere con noi la guardia di questa notte, minuto per minuto: se l'apparizione si mostrerà di nuovo, potrà testimoniare che abbiamo buoni occhi, e parlarle.
ORAZIO : Via, che non si mostrerà.
BERNARDO : Siedi un momento, e noi assaliremo ancora una volta le tue orecchie, così ben difese, con il racconto della nostra ripetuta esperienza.
ORAZIO : Sediamoci, e ascoltiamo Bernardo.
BERNARDO : L'altra notte, quando la stella che vedi a oriente del Polo ebbe fornito il suo corso fino a illuminare quella parte del cielo dove ora risplende, Marcello e io, sul battere di un'ora...
MARCELLO : Silenzio! Aspetta. Guardate, viene!
(Entra lo Spettro.)
BERNARDO : Nella stessa figura, simile al re che è morto.
MARCELLO : Parlagli, Orazio, tu che sei istruito.
BERNARDO : Non sembra il re? Guardalo bene, Orazio.
ORAZIO : La somiglianza mi opprime di paura e di stupore.
BERNARDO : Aspetta che gli si parli.
MARCELLO : Interrogalo, Orazio.
ORAZIO : Che cosa sei tu, che usurpi quest'ora della notte, e l'imponente forma guerriera in cui usava incedere la maestà del sepolto re di Danimarca? Per il cielo, ti ordino, parla!
MARCELLO : È offeso.
BERNARDO : Guardate, si ritira.
ORAZIO : Fermati! Parla! Parla! Te lo ordino, parla!
(Esce lo Spettro)
MARCELLO : È andato, senza rispondere.
BERNARDO : Orazio, ti vedo scosso e impallidito. Era immaginazione? Che pensi, ora?
ORAZIO : Davanti a Dio che non l'avrei creduto, senza la chiara testimonianza di questi occhi veraci.
MARCELLO : Non era simile al re?
ORAZIO : Come tu a te stesso. Con l'armatura che indossava per combattere l'ambizioso re di Norvegia; corrucciato, come quando, in aspri parlamentari, rovesciò sul ghiaccio i polacchi, piloti di slitte. È singolare.
MARCELLO : Anche le altre due volte era passato con andatura marziale, in quest'ora da morti, mentre noi eravamo di guardia.
ORAZIO : Non so che cosa pensare. Ma se devo azzardare un'opinione, c'è il presagio di un rivolgimento politico.
MARCELLO : È ben questo. Sediamoci. E chi di voi lo sa, mi dica perché una guardia così strettamente osservata affatica ogni notte i sudditi del regno, e di giorno le officine lavorano a fondere cannoni; perché tanti prodotti importati per l'industria di guerra, e tanti arruolamenti nei cantieri navali, dove la domenica non si distingue più dal resto della settimana; a che tende l'affannoso fervore che inchioda la notte al banco di lavoro del giorno. Chi può darmene la spiegazione?
ORAZIO : Io posso. Almeno, è la voce che corre. Bisogna rifarsi a un giorno che ognuno di noi ricorda, quando il defunto re, la cui immagine non più tardi di ora ci è apparsa, fu provocato da Fortebraccio di Norvegia, mosso da orgoglio geloso; e il nostro Amleto, Amleto il valoroso, come questa parte di mondo usava chiamarlo, uccise il re norvegese, che con patto sigillato, valido a lettera di legge e di araldica, aveva, insieme alla vita, posto in campo un territorio di sua proprietà, che toccasse al vincitore; e a pareggiare la posta il nostro re aveva messo un uguale dominio, che, se Fortebraccio avesse vinto, sarebbe passato alla corona di Norvegia, come, per il medesimo patto e i termini convenuti, il suo toccò ad Amleto. Ma è di questi giorni la notizia che il giovane Fortebraccio, di metallo non ancora temprato, ardente e impavido, è venuto reclutando qua e là per i fiordi scandinavi una torma di disperati, capaci, per soldo e vitto, di una impresa che vuole del fegato: perché Fortebraccio, armata mano, rivendica le terre perdute dal padre. Ecco, per me, la causa prima del nostro riarmo, della guardia che vegliamo ogni notte, e della tensione che tiene il paese mobilitato.
BERNARDO : Credo anch'io che la ragione non sia altra. Così si spiega perché la figura portentosa si mostri armata, come il sovrano che fu ed è la causa di queste guerre.
ORAZIO : Un grano di polvere basta a turbare l'occhio del pensiero. Nel più alto e glorioso momento di Roma, poco prima che l'onnipotente Giulio cadesse, le tombe restarono vuote, e i morti nei loro sudari vagarono gemendo per le vie dell'Urbe: comete di fuoco rigarono il cielo, disastri nel sole, rugiade di sangue, e l'astro spento che governa l'impero di Nettuno parve offuscato in una eclisse, come fosse vicino il giorno del giudizio. Simili segni, forieri di eventi infausti, prologo a sventure temute, cielo e terra vengono ora mostrando al popolo delle nostre regioni. (Rientra lo Spettro.) Silenzio. Eccolo, è apparso ancora. Lo tratterrò, dovesse folgorarmi. Parlami, illusione! Se hai suono o uso di voce, parlami! (Lo Spettro allarga le braccia.) Se qualche buona azione può essere compiuta, che dia indulgenza a te e grazia a me, parlami! Se conosci il destino della patria, che una felice prescienza può evitare, oh, parla! O se in vita hai sepolto nel grembo della terra tesori trafugati, per il che, dicono, i vostri spiriti in morte vagano, parlane, fermati e parla! (Canta il gallo.) Fermalo, Marcello!
MARCELLO : Devo colpirlo con la mia partigiana?
ORAZIO : Se non si ferma, colpisci !
BERNARDO : È qui!
ORAZIO : È qui!
(Esce lo Spettro.)
MARCELLO : È svanito! È stato male offendere con lo spettacolo della nostra violenza una figura così maestosa; per essa, invulnerabile come l'aria, i nostri vani colpi sono maliziosa follia.
BERNARDO : Si adattava a parlare, quando il gallo cantò.
ORAZIO : E fuggì, come una presenza colpevole al temuto richiamo. Ho sentito dire che quando il gallo, araldo del mattino, desta con la chiara gola stridula il dio del giorno, al suo allarme, nell'aria o in terra, in mare o nel fuoco, gli spiriti erranti usciti dai loro confini rientrano nella loro sfera. La presente occorrenza conferma la verità della leggenda.
MARCELLO : Dileguò al canto del gallo. Qualcuno vuole che quando si approssima il tempo dell'anno in cui si festeggia la nascita del Salvatore l'uccello dell'alba canti tutta la notte; e allora, si dice, nessuno spirito osa mostrarsi, le notti sono salubri, nessun pianeta infierisce, né fata sortilegio né strega può fare fattura, tanto propizio e clemente è quel tempo.
ORAZIO : Così ho sentito, e in parte lo credo. Ecco, il mattino dalla sciarpa scarlatta si bagna alla rugiada dell'alta collina a oriente. La guardia è finita. Mio consiglio è di riferire tutto al giovane Amleto, perché, sulla mia vita, lo spettro, muto per noi, a lui parlerà. Consentite a metterlo a parte di questo, come vuole il dovere, e l'amore che gli portiamo?
MARCELLO : Acconsento. Facciamo così. So dove possiamo trovarlo.
(Escono)
scena II
La sala del consiglio della corona. Squilli.
Entrano Claudio re di Danimarca, Gertrude la regina, membri del Consiglio quali Polonio e suo figlio Laerte, Voltimando e Cornelio, Amleto, cum aliis.
RE
Quantunque la memoria della morte di Amleto, nostro amato fratello, sia ancora recente, e un giusto lutto ci abbia oppresso i cuori, stringendo il regno in un dolore unanime, pure moderazione prevalendo su natura ha voluto che noi si pensasse a lui con pena più ragionevole, tornando a ricordarci di noi stessi. Perciò la nostra sorella di ieri, oggi nostra regina, compagna d’imperio su questa nazione bellicosa, noi, con gioia disperata, un occhio ilare e l'altro velato, mischiando quasi all'ufficio funebre la marcia nuziale, abbiamo preso per consorte. E nel farlo non siamo stati sordi ai vostri appropriati consigli, espressi liberamente lungo il corso di questo affare di Stato: volevo ringraziarvene, prima di passare ad altro. Il giovane Fortebraccio, come sapete, per l'opinione inferiore in cui tiene la nostra potenza, presumendo forse che la morte di nostro fratello abbia indebolito l'autorità e promosso il disordine, si perde in sogni di rivincita, e ci tempesta di note chiedendo la cessione del territorio di cui nostro fratello il Valoroso ha legalmente spossessato suo padre. Queste le sue intenzioni; noi, ed ecco l'oggetto della presente riunione, abbiamo deciso di scrivere al re di Norvegia, zio del giovane principe, che, costretto immobile in letto, poco sa delle mene del nipote; sta in lui, gli abbiamo scritto, mettere fine alle provocazioni, dato che gli arruolamenti, le leve e i reclutamenti sono fatti fra i suoi sudditi. E inviamo voi, Cornelio, e voi, Voltimando, latori della nota al vecchio re di Norvegia, conferendovi potere di negoziare con lui, nei limiti stabiliti da questo protocollo. Buon viaggio, e il vostro zelo vi assista nella missione.
VOLTIMANDO : e CORNELIO In questo e in tutto vi sapremo ubbidire.
RE
Non ne dubitiamo. Addio di cuore. (Escono Cornelio e Voltimando) Dunque, Laerte, che c'è di nuovo? So che hai una supplica: inoltrala. Nessuna parola ragionevole fu detta invano a un re danese. E che mai potresti volere, che la mia offerta non preceda la tua domanda? La testa non è congenita al cuore, la mano pronta a servire la bocca, più che non sia il trono di Danimarca a tuo padre. Che domandi, Laerte?
LAERTE : Mio temuto sire, benevola licenza di tornarmene in Francia. Venni con entusiasmo in Danimarca, a prestare giuramento alla corona: ma ora che il dovere è compiuto, i miei pensieri e i miei voti guardano, lo confesso, dalla parte della Francia, e io li sottometto alla vostra indulgenza per un grazioso congedo.
RE
Hai quello di tuo padre? Che dice Polonio?
POLONIO : Sire, con insistenza così laboriosa egli ha saputo estorcere il mio reticente permesso, che infine ho dovuto sigillare la sua volontà con un forzato consenso. Ve ne prego, lasciatelo partire.
RE
Scegli tu stesso il giorno, Laerte; il tempo sia tuo, spendilo come ti piace. E adesso, Amleto, mio cugino e figlio...
AMLETO : (a parte) Un po' più che cugino, molto meno che figlio.
RE
Perché ancora quelle nubi sulla tua fronte?
AMLETO : Nubi? Monsignore, c'è fin troppo sole.
REGINA : Dolce Amleto, scuoti di dosso quel colore notturno, guarda con occhio amico alla tua patria e al re, non cercare per sempre con le ciglia abbassate il tuo nobile padre nella polvere. Sai che è sorte comune: ogni cosa vivente è dovuta alla morte, attraverso natura a eternità.
AMLETO : È vero, signora, è sorte comune.
REGINA : Dunque perché sembra che tu ne soffra particolarmente?
AMLETO : Sembra, signora? È, io non so di «sembra». Non è solo il mio mantello d'inchiostro, o il ricco abito nero di circostanza, non sono singhiozzi o sospiri forzati, né il fiume copioso dagli occhi, né un viso compunto, buona madre, con ogni forma, guisa, mostra di sofferenza, che possono farmi giustizia. Cose che l'uomo può fingere, di queste diciamo «sembrano»; ma dentro io ho cosa che passa la mostra. L'altro è frangia, livrea del dolore.
RE È degno della tua natura generosa, Amleto, rendere a tuo padre gli onori di questo lutto. Ma, dovresti saperlo, tuo padre perse un padre, questo padre perduto ne aveva perso un altro; chi sopravvive è tenuto a mostrare la sua sofferenza per un certo periodo; ma intestardirsi in un lutto ostinato è manifestazione di empietà, è cruccio poco virile, dimostra una volontà non sottomessa al cielo, un cuore imbelle, un carattere impaziente, una intelligenza rimasta allo stadio elementare: a che può giovare opporsi con vana ostinazione a ciò che deve essere, a ciò che sappiamo comune come la più ricorrente esperienza dei sensi? È colpa contro il cielo, contro chi è morto, contro la natura; è un affronto alla ragione, la quale ha per tema la morte dei padri, e dal primo lutto all'ultimo ha sempre esclamato: è così che deve essere! Getta questo dolore infruttuoso, e pensa a noi come a un padre, perché, vogliamo dichiararlo in pubblico, la successione al trono sarà tua, e il mio affetto per te non è meno nobile di quello che il genitore più tenero porta al figlio. Quanto alla tua idea di tornare a Wittemberga agli studi, essa è contraria a ogni nostro desiderio; e ti chiediamo, ti esortiamo, resta, a conforto dei nostri occhi solleciti, il primo della corte, nostro cugino e figlio.
REGINA : Non fare che le preghiere di tua madre siano vane, Amleto. Resta con noi, ti prego, rinuncia a Wittemberga.
AMLETO : Vi obbedirò del mio meglio, signora.
RE
Risposta amabile, veramente filiale! Sii nostro pari in Danimarca. Signori, venite. La gentile, spontanea decisione di Amleto sorride al mio cuore; e per festeggiarla non ci sia brindisi libato oggi dal re di Danimarca di cui il cannone non parli alle nubi, e il cielo risuoni del festino reale, facendo eco ai tuoni della terra. Venite.
(Squillo. Escono tutti tranne Amleto.)
AMLETO : Se questa troppo, troppo solida carne potesse fondere, evaporare, ricadere in rugiada! Se l'Eterno contro il suicidio non avesse eretto la sua legge! Dio! Mio Dio! Come tedioso, vuoto, stantio, sterile, mi è il mondo con tutti i suoi usi. Abiezione del mondo, giardino di gramigna, vegetazione sconcia che pullula sovrana. A questo si doveva venire! Morto da soli due mesi! no, non da tanto, non due. Un re eccellente, che stava a costui come Iperione a un satiro, innamorato di lei da non permettere agli zeffiri del cielo di toccarle il viso troppo rudemente. Cielo e terra! Devo ricordare? Si stringeva a lui come se nuovo appetito rinascesse dal cibo; e ora, non più tardi di un mese... Potessi non pensarci ! Fragilità, il tuo nome è donna. Un piccolo mese; prima che fossero consumate le scarpe con cui, una Niobe di lagrime, aveva seguito il feretro, eccola, lei, la stessa - Dio, l'animale che manca di ragione avrebbe aspettato di più - eccola sposa a mio zio, fratello di mio padre, ma non più simile a lui che io a Ercole. Meno di un mese, prima che il sale delle lacrime ipocrite avesse finito di arrossarle gli occhi, rimaritata. Fretta abominevole, scivolare con tanta leggerezza sotto lenzuola incestuose. Non è, né può nascerne bene. Spezzati, cuore, devo frenare la lingua.
(Entrano Orazio, Marcello e Bernardo)
ORAZIO : Salute a vostra signoria.
AMLETO : Sono lieto di vederti in buona salute: Orazio, se non mi confondo.
ORAZIO : Lui, principe, sempre il vostro umile servo.
AMLETO : Il mio buon amico: ecco il titolo che scambierò con te. Che fai qui, Orazio, lontano da Wittemberga? Marcello?
MARCELLO : Monsignore.
AMLETO : Sono lieto di vederti. (A Bernardo) Buona sera, signore. (A Orazio) Che cosa ti ha indotto a lasciare Wittemberga?
ORAZIO : Amore di vagabondaggio.
AMLETO : Non permetterei al tuo nemico di dirlo, né devi fare torto al mio orecchio affidandogli una calunnia contro di te: so che non hai l'anima del chierico vagante. Che cosa ti ha portato a Elsinore? Ti insegneremo ad alzare il gomito, prima che tu riparta.
ORAZIO : Monsignore, venni al funerale di vostro padre.
AMLETO : Ti prego, amico studente, non farti gioco di me. Sei venuto alle nozze di mia madre.
ORAZIO : Infatti seguirono molto presto.
AMLETO : Orazio, economia, economia. L'arrosto del banchetto funebre ha servito da piatto freddo sulla mensa nuziale. Avrei voluto incontrare il mio nemico più intimo in cielo, piuttosto che vivere un tale giorno, Orazio. Mio padre, mi sembra di vedere mio padre.
ORAZIO : Dove, monsignore?
AMLETO : Con gli occhi della mente, Orazio.
ORAZIO : Io lo vidi, una volta. Era un grande re.
AMLETO : Era un uomo, in tutto e per tutto; non vedrò mai il suo pari.
ORAZIO : Monsignore, credo di averlo veduto stanotte.
AMLETO : Chi?
ORAZIO : Il re vostro padre, monsignore.
AMLETO : Il re mio padre?
ORAZIO : Sospendete la vostra meraviglia, e prestate attenzione, affinché io possa rivelarvi, testimoni due uomini d'onore, un fatto soprannaturale.
AMLETO : In nome di Dio, spiegati.
ORAZIO : Per due notti consecutive Bernardo e Marcello, durante la loro guardia, nella morta cavità della mezzanotte, hanno avuto l'incontro che ora vi dirò: una figura come vostro padre, armata di tutto punto, da capo a piedi, appare davanti a loro, e con andatura maestosa li oltrepassa, lento e severo. Tre volte passò davanti ai loro occhi sorpresi e atterriti, a distanza di una lancia, e portava quella del comando; tre volte essi, come liquefatti dal terrore, ammutoliti, non gli parlarono. Riferito che mi ebbero questo nel più grande segreto, la terza notte io condivisi la guardia, dove, come mi avevano detto, all'ora e nella forma descritta, ogni loro parola facendo vera e chiara, l'apparizione tornò.
Conobbi vostro padre; queste mani non si somigliano di più.
AMLETO : Ma dove fu?
MARCELLO : Sulla piattaforma dove stiamo di guardia, monsignore.
AMLETO : E tu, non gli hai parlato?
ORAZIO : Sì, monsignore, ma non diede risposta. Una volta ci sembrò che alzasse il capo e accennasse un movimento, quasi volesse parlare; ma proprio allora cantò forte il gallo dell'alba, e la forma si ritirò in fretta, svanendo dalla nostra vista.
AMLETO : Molto strano.
ORAZIO : Ma vero, monsignore, come è vero che io vivo. Era nostro dovere mettervene a parte.
AMLETO : Certo, signori, certo; ma mi turba. Siete di guardia voi questa notte?
TUTTI : Sì, monsignore.
AMLETO : Armato, avete detto?
TUTTI : Monsignore, armato.
AMLETO : Da capo a piedi?
TUTTI : Sì, monsignore.
AMLETO : Allora non vedeste il suo volto.
ORAZIO : Sì, monsignore: portava la visiera alzata.
AMLETO : E l'espressione? Corrucciato?
ORAZIO : Più di dolore che d'ira.
AMLETO : Pallido o acceso?
ORAZIO : Così pallido.
AMLETO : E teneva gli occhi fissi su di voi?
ORAZIO : Costantemente.
AMLETO : Avrei voluto esserci.
ORAZIO : Vi avrebbe molto colpito.
AMLETO : Lo credo. Stette a lungo?
ORAZIO : Il tempo di contare con moderata velocità fino a cento.
MARCELLO : e BERNARDO Di più.
ORAZIO : Non quando io lo vidi.
AMLETO : La sua barba era grigia?
ORAZIO : Sì, come nel ricordo che ho di lui in vita: nera e d'argento.
AMLETO : Veglierò con voi questa notte, borse tornerà.
ORAZIO : Ne sono certo.
AMLETO : Se assume l'aspetto del mio nobile padre, gli parlerò, dovesse l'inferno scoperchiarsi a ordinarmi il silenzio. Vi prego, voi tutti, che finora avete conservato il segreto, tenetelo ancora; e qualunque cosa accada questa notte, datele intendimento, non lingua. La vostra fedeltà sarà ricompensata. Separiamoci. Sulla piattaforma, tra undici ore e mezzanotte, vi raggiungerò.
TUTTI : I nostri doveri a vostra signoria.
AMLETO : Il vostro amore, come il mio a voi. A presto. (Escono tutti tranne Amleto) Lo spettro di mio padre, in armi. Non tutto è bene. Come non sospettare qualcosa! Fosse già notte! Fino allora contieniti, anima mia; le azioni abbiette verranno alla luce, la terra intera fosse lì a coprirle. (Esce.)
scena III
L'appartamento di Polonio nel castello.
Entra Laerte con Ofelia, sua sorella.
LAERTE : Ciò che mi è necessario è a bordo. Addio. E quando il vento sarà favorevole e un convoglio pronto, non sonnecchiare, sorella, ma dammi tue notizie.
OFELIA : Puoi dubitarne?
LAERTE : Quanto ad Amleto e alla corte che ti fa, considerala galanteria, capriccio, una viola nella primavera della giovinezza, precoce ma non durevole, dolce ma non costante, nient'altro che il profumo e lo svago di un minuto.
OFELIA : Proprio nient'altro?
LAERTE : Non ti illudere. L'uomo, sviluppandosi, non cresce solo di forza e di mole: con l'ampliarsi di questo tempio, si fa più vasto l'uffizio che mente e anima vi celebrano. Forse ora egli ti ama, senza che riserva e frode vizino la sua volontà, ma, considerato il suo rango, essa, bada, non gli appartiene. Egli è il primo suddito della sua nascita, non può disporre di sé come le persone di nessun conto; la sicurezza e il bene dello Stato dipendono dalla sua scelta, che va subordinata alla voce e al consenso del corpo di cui egli è il capo. Dunque, se dice di amarti, sarai saggia a credergli non più di quanto egli, nella responsabilità della sua posizione, possa tradurre in atto la sua parola, del che non è libero, perché andrebbe contro la voce pubblica di Danimarca. E pesa la perdita cui si esporrebbe il tuo onore, se tu prestassi alle sue canzoni un orecchio troppo credulo, o perdessi il cuore, o aprissi il tuo casto tesoro alla sua indisciplinata insistenza. Attenta, Ofelia, attenta, sorella, rimani alla retroguardia della passione, fuori dalla portata del pericoloso desiderio. La fanciulla più modesta è già prodiga, se offre senza veli la sua bellezza alla luna; la virtù non sfugge alla calunnia: spesso il verme rode la prole della primavera prima che i boccioli si schiudano, e al mattino, ancora umida la rugiada di giovinezza, il contagio soffia più prossimo. Dunque sii riservata: la migliore salvezza sta nella cautela, perché la giovinezza sa ribellarsi contro se stessa anche senza alleati.
OFELIA : La morale della tua lezione sarà la guardiana del mio cuore. Ma, buon fratello, non fare come certi indegni ecclesiastici, che, mentre additano la via del cielo, ardua e spinosa, calcano per conto loro il sentiero fiorito dei piaceri, da tronfi e spavaldi libertini, sordi ai propri consigli
LAERTE : Oh, per me non temere. (Entra Polonio.) È tardi. Ecco mio padre. Doppia benedizione, doppia grazia; l'occasione invita a un secondo commiato.
POLONIO : Ancora qui, Laerte? A bordo, a bordo! Vergogna! Il vento siede sulla spalla delle vele, non si aspetta che te. Ecco la mia benedizione. E cerca di stampare nella memoria questi pochi precetti. Non dare lingua ai tuoi pensieri, né attuazione a pensieri non misurati. Sii familiare senza essere volgare. Gli amici provati, agganciali all'anima tua con rampini d'acciaio, ma non intorpidirti la mano accogliendo ogni nuovo, implume camerata. Evita le liti, ma se ci caschi, fa che il tuo avversario debba ricordarsi di te. Da' orecchio a tutti, voce a pochi; ascolta i pareri degli altri, poi giudica da te. Il tuo abito sia costoso quanto la borsa te lo può comprare, ma non stravagante; ricco, non ostentato; spesso l'abbigliamento rivela l'uomo, e in Francia le persone di società, di gusti eletti, vi badano molto. Non fare debiti, e non prestare, perché con il prestito spesso si perde il denaro e l'amico, e con l'indebitarsi, è il taglio dell'economia che si smussa. E soprattutto questo: sii fedele a te stesso; ne seguirà, come la notte al giorno, che non potrai essere falso con gli altri. Addio: la mia benedizione condisca in te i miei consigli.
LAERTE : Prendo umilmente commiato, signore.
POLONIO : Il tempo ti invita; va', i servi aspettano.
LAERTE : Addio, Ofelia, e ricorda le mie parole.
OFELIA : Porti con te la chiave della mia memoria, dove sono chiuse.
LAERTE : Addio. (Esce.)
POLONIO : Che ti ha detto, Ofelia?
OFELIA : Piacendo a voi, parlava del principe Amleto.
POLONIO : Acconcio discorso. Ultimamente il principe ti ha dato parecchio del suo tempo, e in segreto, così ho sentito dire, trovandoti generosamente disposta al colloquio. Se è vero - e mi è stato riferito in via di ammonimento - devo dirti che non hai di te stessa quella considerazione che si addice a mia figlia e al tuo onore. Che cosa c'è fra voi? Voglio la verità.
OFELIA : Signore, negli ultimi tempi egli mi ha fatto molte dichiarazioni di affetto.
POLONIO : Affetto? Parli da quella fanciulla verdolina che sei, inesperta dei pericoli. E credi alle sue dichiarazioni, come le chiami?
OFELIA : Non so che pensare, signore.
POLONIO : Te lo insegnerò io. Pensa che sei stata una bambina, a prendere per oro zecchino le sue dichiarazioni, e dichiara invece a te stessa che vali di più, altrimenti finirai col dichiarare sciocco me, per non mozzare il fiato a questa povera frase facendola correre tanto.
OFELIA : Signore, mi ha sollecitato d'amore in modo onorevole.
POLONIO : Chiamalo modo, tu; vai, vai.
OFELIA : Confortando il suo discorso con tutti, o quasi, i santi voti del cielo.
POLONIO : Laccioli da beccacce! Quando il sangue arde, come prodiga, l'anima, presta voti alla lingua! Lo so ben io. Ma questi guizzi, che tu prendi per fuoco, figlia, danno più luce che calore, e già nella promessa non hanno più né l'una né l'altro. D'ora in poi sii più avara della tua virginale presenza, metti i colloqui a più caro prezzo che un ordine di udienza. Il principe Amleto è un giovane, e può scorrazzare con un guinzaglio più lungo del tuo. In breve, Ofelia, i suoi voti non sono intermediari del colore di cui vanno vestiti, ma crudi lenoni di amorazzi profani, che si danno arie di pii procuratori per meglio accalappiare. Una volta per tutte, io ti proibisco di coprire di biasimo ogni tuo momento di ozio scambiando motti o chiacchiere con il principe Amleto. Va' pure.
OFELIA : Obbedirò, padre mio.
(Escono)
scena IV
Piattaforma del castello.
Entrano Amleto, Orazio e Marcello.
AMLETO : L'aria taglia; fa molto freddo.
ORAZIO : C'e una brezza pungente.
AMLETO : Che ora è?
ORAZIO : Quasi mezzanotte, credo.
MARCELLO : È già suonata.
ORAZIO : Davvero? Non ho sentito. Siamo vicini al momento in cui lo spettro usa mostrarsi. (Squilli di tromba, due colpi di cannone) Che cos'è, monsignore?
AMLETO : Baldoria. Alza la coppa, il re, guida il vorticoso saltinsù, e, come tracanna sorsate di vino del Reno, tamburo e tromba solennizzano i suoi trionfi nella guerra dei brindisi.
ORAZIO : È l'usanza?
AMLETO : Una di quelle usanze che a mio parere vanno infrante più che rispettate: e lo dice uno avvezzo dalla nascita ai costumi nazionali. Queste orgie sfrenate a ogni tempo e occasione ci espongono alla critica e al biasimo degli stranieri, che ci chiamano beoni, macchiando la nostra fama di brutti appellativi - e in verità c'è di che sminuire le nostre imprese, anche eccellenti - ledendoci nel nerbo e nel midollo della reputazione. Spesso così vediamo creature eccezionali, per una crina nel loro carattere, dalla nascita, e di cui non sono responsabili, poiché natura non può scegliere la propria origine; per lo sviluppo eccessivo di una tendenza, cresciuta fino ad abbattere palizzate e fortezze di ragione; o per un modo di fare, che rende insufficiente la scorza delle buone maniere; queste creature, dico, segnate dall'impronta di un difetto dovuto alla natura o alla fortuna, fossero le virtù di cui si abbelliscono infinite quante l'uomo può averne, limpide come la grazia, le vediamo incappare nella condanna di tutti per quel solo difetto. Spesso una goccia di male contamina la sostanza più pura.
(Entra lo Spettro)
ORAZIO : Guardate, monsignore: viene!
AMLETO : Angeli e ministri di grazia difendeteci! Spirito di bene, o folletto dannato, sia che porti con te aure del cielo o miasmi d'inferno, siano le tue intenzioni maligne o caritatevoli, la forma in cui ti presenti è un tale interrogativo che io voglio parlarti. Ti chiamerò Amleto, re, padre, re dei danesi! Rispondimi: non lasciare che io mi consumi nella ignoranza, ma dì perché le tue ossa, consacrate da sepoltura cristiana, hanno sciolto i sudari di cera, e la tomba dove ti abbiamo visto deporre in pace ha spalancato le gravi mascelle di marmo per darti fuori. Che cosa può voler dire, che tu, morto, ritorni, chiuso nell'acciaio, a visitare i lucori della luna, terrificando la notte, e noi, bersagli di natura, inorridiamo, sopraffatti da pensieri oltre il raggio delle anime nostre? Dì, perché? a quale fine? che dovremmo fare?
(Lo Spettro fa cenno ad Amleto)
ORAZIO : Vi fa cenno di andare con lui, come volesse rivelare qualcosa a voi solo.
MARCELLO : Guardate con che atto benevolo accenna a guidarvi in luogo appartato. Non andate con lui.
AMLETO : Non parlerà qui. Devo seguirlo.
ORAZIO : No, monsignore.
AMLETO : Per paura di che? Non tengo la vita in più conto di uno spillo, e che male può fare alla mia anima, immortale come lui? Mi invita di nuovo. Lo seguirò.
ORAZIO : E se vuole tentarvi in direzione dei flutti, o sulla tetra sommità della rupe che pencola dalle fondamenta sul mare, e lassù prendere un'altra forma orribile che può detronizzare la vostra ragione e rovesciarla nella pazzia? Riflettete. Il luogo stesso, senza altro motivo, empie di idee perniciose la mente di chi guarda il mare dal precipizio e lo ascolta ruggire.
AMLETO : Mi accenna ancora. Va' avanti! Io ti seguirò.
MARCELLO : No, monsignore.
AMLETO : Togli le mani!
ORAZIO : Prudenza: non andate.
AMLETO : Il mio destino grida e rende ogni arteria del mio corpo dura come i tendini del leone nemèo. Mi chiama ancora una volta. Lasciatemi! Per il cielo, farò un fantasma di chi mi trattiene: Via! Va' avanti, io ti seguo.
(Escono lo Spettro e Amleto.)
ORAZIO : La sua immaginazione lo fa delirare.
MARCELLO : Andiamogli dietro. Non siamo tenuti a ubbidire al suo ordine.
ORAZIO : Seguiamolo. Come finirà?
MARCELLO : Qualcosa è marcio nello Stato di Danimarca.
ORAZIO : Il cielo provvederà.
MARCELLO : Seguiamolo, presto.
(Escono)
scena V
Una parte remota della piattaforma.
Entrano lo Spettro e Amleto.
AMLETO : Dove vuoi condurmi? Parla: non verrò più lontano.
SPETTRO : Ascolta.
AMLETO : Ti ascolto.
SPETTRO : È quasi l'ora per me di tornare alle fiamme lancinanti dello zolfo.
AMLETO : Anima infelice!
SPETTRO : Non compiangermi. Ascolta ciò che rivelerò.
AMLETO : Parlami: sono pronto all'ascolto.
SPETTRO : Siilo così alla vendetta, quando avrai udito.
AMLETO : Che?
SPETTRO : Sono lo spirito di tuo padre, condannato per un tempo deciso a vagare la notte, e il giorno a digiunare tra le fiamme, finché non siano arsi e purificati i delitti che commisi nei giorni di natura. Se non fosse interdetto di svelare il segreto del mio carcere, potrei farti un racconto la cui più innocua parola saprebbe straziare la tua anima, agghiacciare il tuo giovane sangue, far roteare fuori dalle orbite, come stelle, i tuoi occhi, dividere le tue ciocche pettinate e annodate, drizzare i tuoi capelli, uno a uno, come gli aculei dell'istrice minacciato. Ma questa araldica di eternità non è fatta per orecchie di carne e di sangue. Ascolta, ascolta, oh ascolta! Se amasti tuo padre...
AMLETO : Dio!
SPETTRO : Vendica il suo scellerato, snaturato assassinio.
AMLETO : Assassinio!
SPETTRO : Empio come sa essere il delitto, ma questo empio, pazzo, e snaturato.
AMLETO : Parla, presto, voglio buttarmi alla vendetta, con ali veloci come pensieri d'amore o meditazioni.
SPETTRO : Ti trovo disposto. Saresti più fiacco dell'erba grassa che ha radici pigre sui banchi del Lete, se non sussultassi a queste parole. Amleto, ascolta. Si è detto che un serpente mi ha morso mentre dormivo in giardino. Così la Danimarca è perfidamente ingannata da una versione artefatta della mia morte; ma sappi, nobile giovane, il serpente che morse la vita di tuo padre, oggi ne porta la corona.
AMLETO : Mia profetica anima! Mio zio?
SPETTRO : Sì. Quella bestia incestuosa e adultera, con ingegno stregato, con doni traditori - ingegno, doni maledetti che hanno tanta seduzione! - attrasse ai suoi piaceri infami il desiderio della mia regina. Non pareva onesta? Amleto, che caduta fu quella! Da me, dal mio amore, dignità che andava mano nella mano con i voti nuziali, decadere a un miserabile, i cui doni naturali erano povertà, paragonati ai miei! La virtù sta salda anche se il vizio la corteggia sotto apparenza divina; ma la lussuria, anche unita a un angelo radioso, può stendersi su un letto celeste a pascersi di letame. Basta. Sento l'aria del mattino, devo affrettarmi. Durante il mio consueto riposo pomeridiano in giardino tuo zio approfittò del mio sonno con una fiala di succo del maledetto giusquiamo, e mi versò nei padiglioni delle orecchie quell'estratto lebbroso, la cui essenza è talmente contraria al sangue dell'uomo che guizza come argento vivo attraverso le porte, lungo le vie naturali del corpo, e con vigore fulmineo rapprende e caglia, aceto gocciante nel latte, il sano, sottile sangue. Così fu di me, e una scabbia istantanea coprì di una vile crosta ripugnante, crosta di Lazzaro, tutto il mio corpo liscio. Così nel sonno, per mano di un fratello, fui spogliato a un tempo della vita, della corona, e della regina; falciato nel rigoglio dei peccati, impreparato, senza i sacramenti, non assolto, fui spinto davanti al mio giudice, tutte le mie imperfezioni ancora su me.
AMLETO : Orribile, orribile! La cosa più orribile!
SPETTRO : Se hai natura in te, non accettarlo; non permettere che il talamo decida di agire, non si macchi la tua mente, la tua anima non cospiri contro tua madre. Lasciala al cielo, i rovi stanno nel suo petto a trafiggerla. Devo dirti addio! La lucciola mostra che l'alba si avvicina, il suo fuoco senza calore comincia a impallidirne. Addio, addio, addio! Ricordati di me. (Esce.)
AMLETO : Armi del cielo, tutte! Terra! Che altro? L'inferno? Vergogna! Saldo, cuore, saldo ! Voi, miei nervi, non invecchiate di colpo, tenetemi. Ricordarmi di te? Sì, povero spettro, finché memoria avrà luogo in questo globo impazzito. Ricordarmi di te? Sì, dalle tavole della memoria cancellerò i ricordi triviali, fatui, le massime di tutti i libri, tutte le forme, le impressioni passate, che gioventù e osservazione vi copiarono; e solo il tuo comando vivrà nel libro, nel volume del mio cervello, sgombro di soggetti più vili: così, per il cielo! Donna sciaguratissima! Miserabile, miserabile sorridente, miserabile dannato! Le mie tavole! Voglio annotarlo, che un uomo può sorridere, sorridere, ed essere un miserabile; almeno in Danimarca. (Scrive.) Zio, eccoti qui. Ora la mia parola. «Addio, addio, ricordati di me.» L'ho giurato.
ORAZIO : e MARCELLO (internamente): Monsignore! Monsignore! (Entrano Orazio e Marcello)
MARCELLO : Monsignore Amleto!
ORAZIO : Lo assista il cielo!
AMLETO : Così sia!
ORAZIO : Hillo ho ho! Monsignore!
AMLETO : Hillo ho ho! Giù, falchetto, vien giù!
MARCELLO : Monsignore, che accade?
ORAZIO : Qualcosa di nuovo, monsignore?
AMLETO : Meraviglie!
ORAZIO : Dite, monsignore.
AMLETO : No, lo andreste a ridire.
ORAZIO : Non io, monsignore, per il cielo!
MARCELLO : Né io, monsignore.
ORAZIO : e MARCELLO Sì, monsignore, per il cielo.
AMLETO : In tutta la Danimarca non c'è un miserabile, che non sia un furfante matricolato.
ORAZIO : Non c'è bisogno che uno spettro esca dalla tomba, monsignore, a dirci questo.
AMLETO : Hai ragione. E dunque io credo che per noi sia più saggio, a questo punto, senza più, stringerci la mano e separarci: voi verso le vostre occupazioni e i vostri desideri - perché ogni uomo è occupato e desidera, così è - e io, per quel che mi riguarda, andrò a pregare.
ORAZIO : Monsignore, non sono che parole sconnesse.
AMLETO : Mi dispiace che ti abbiano offeso; di cuore, sì, mi dispiace.
ORAZIO : Non c'era offesa, monsignore.
AMLETO : Sì che c'è, Orazio, per san Patrizio che c'è, grande offesa. Quanto all'apparizione, lasciatevelo dire, è un fantasma onesto. Il vostro desiderio di sapere cosa c'è fra me e lui, reprimetelo. E ora, buoni amici, poiché siete amici, uomini colti, soldati, esauditemi una povera preghiera.
ORAZIO : Quale, monsignore? La esaudiremo.
AMLETO : Mai riferire ciò che avete veduto stanotte.
ENTRAMBI : Mai, monsignore.
AMLETO : Sta bene, ma giuratelo.
ORAZIO : Sulla fede, non sarò io a riferirlo.
MARCELLO : Né io, sulla fede.
AMLETO : Sulla mia spada.
MARCELLO : Abbiamo giurato, monsignore.
AMLETO : Fatelo meglio, sulla mia spada, meglio.
SPETTRO : (dal sottopalco) Giurate.
AMLETO : Ha, ha, ragazzo! Sei tu che parli? Sei là sotto, moneta buona? Avanti, lo sentite, l'amico in cantina: consentite a giurare.
ORAZIO : Monsignore, la formula.
AMLETO : Mai parlare di questo che avete veduto. Giurate sulla mia spada.
SPETTRO : Giurate.
AMLETO : Hic et ubique? Cambieremo di posto. Qui, signori, di nuovo, la mano sulla mia spada, e giurate, sulla mia spada, di non parlare di questo che avete sentito.
SPETTRO : Sulla sua spada, giurate.
AMLETO : Ben detto, vecchia talpa! Sai trapanare la terra così presto? Valente minatore! Amici, spostiamoci ancora una volta.
ORAZIO : Per il giorno e la notte, questo è miracoloso e strano.
AMLETO : E come straniero abbia il tuo benvenuto. Ci sono più cose in cielo e in terra, Orazio, di quante se ne sognano nella tua filosofia. Avanti; qui, come prima, giurate che mai, così vi assista la grazia, per quanto incomprensibile sia in futuro il mio comportamento - forse crederò opportuno assumere un umore fantastico - mai, vedendomi in simile stato, voi, le braccia conserte, così, o scuotendo la testa, così, o lasciandovi scappare mezze frasi come «va, noi la sappiamo lunga», o «se volessimo», o «se ci decidessimo a parlare», o «se potessimo», o altre uscite ambigue, giurate che mai darete segno di sapere cosa mi succede. Sulla grazia e la misericordia, che vi soccorrano.
SPETTRO : Giurate.
(Giurano)
AMLETO : Riposa, riposa, spirito affannato! Mi affido a voi, signori, con tutto il mio amore, e ciò che un pover'uomo come Amleto può fare, con l'aiuto di Dio non mancherà d'essere fatto. Rientriamo insieme. Le dita sulle labbra, mi raccomando. I tempi sono fuori di sesto; brutta sorte, che io debba essere nato a mettere ordine. Venite, rientriamo insieme.
(Escono.)
ATTO SECONDO
scena I
L'appartamento di Polonio nel castello.
Entra il vecchio Polonio, con il suo servo Reginaldo.
POLONIO : Dagli il denaro e le carte, Reginaldo.
REGINALDO : Sì, signore.
POLONIO : Farai saggissima cosa, Reginaldo, se prima di incontrarlo indagherai sulla sua condotta.
REGINALDO : Mi proponevo di farlo, signore.
POLONIO : Ben detto, bravo, benissimo detto. Comincia con l'informarti sui danesi residenti a Parigi: e come, e chi, e con che rendite, e dove dimorino, che brigata, con che tenore di vita; e se, menando il can per l'aia, scoprirai qualcuno che sa di mio figlio, vieni all'argomento senza domande dirette. Fingi, che ho da dirti, di conoscerlo alla lontana, per esempio: «Conosco suo padre, e i suoi amici, e un po' anche lui». Mi segui, Reginaldo?
REGINALDO : A puntino, signore.
POLONIO : «E un po' anche lui, però» puoi aggiungere «non bene: ma se è chi penso io, è uno sfrenato, un dedito, così e così», e qui attribuiscigli ogni sorta di piccoli vizi, nessuno, bada, così spinto da disonorarlo, seguimi; solo quei trascorsi lascivi, quelle mattane, compagnia consueta della giovinezza e della libertà.
REGINALDO : Come giocare, signore?
POLONIO : Per l'appunto; o bere, duellare, far questioni, andare a donne - guarda, puoi spingerti fino alle donne.
REGINALDO : Signore, questo lo disonorerebbe.
POLONIO : Anzi, perché puoi mettere del pepe nell'accusa. Non farlo passare per incontinente, lungi. La tua abilità sia di sussurrare i suoi difetti: che sembrino le mende della libertà, la vampa e l'eruzione di un temperamento, quel rimescolìo del sangue non ancora domato che insorge in ognuno.
REGINALDO : Ma, buon signore...
POLONIO : Perché dovresti farlo?
REGINALDO : Sì, signore, vorrei proprio saperlo.
POLONIO : Attento, qui sta la mia sottigliezza, ed è, mi sembra, un sotterfugio ben giustificabile. Se tu spruzzi mio figlio di queste piccole macchie, come una cosa sporcatasi lavorando, mi segui, in caso che l'altra parte della conversazione, l'uomo da sondare, sappia colpevole dei prenominati eccessi il giovane di cui tu mormori, si assocerà a te dicendo: «Signor mio», o così o «messere», o «gentiluomo», secondo l'appellativo o il titolo dell'uomo e del paese...
REGINALDO : Benissimo, signore.
POLONIO : E non lo fa, non lo fa? Egli fa - che volevo dire? Per la messa, volevo dire qualcosa. Dove sono rimasto?
REGINALDO : A «si assocerà dicendo»; a «amico, o così», e «gentiluomo».
POLONIO : «Si assocerà dicendo»? Ecco, dicendo: «Conosco il gentiluomo, l'ho visto ieri, o l'altro giorno, o quella volta, o quell'altra, con il tale, o il tal altro e, come voi dite, lì stava giocando, là straparlava per il vino, e alla pallamaglio litigava»; o magari: «L'ho visto entrare in quella tale casa di vendite», videlicet bordello, e così via. Mi hai seguito? La tua esca di menzogne pesca un carpione di verità; e come noi, consiglieri lungimiranti, per vie traverse e approcci camuffati scopriamo indirettamente qual è la via giusta, così tu scoprirai mio figlio, seguendo le istruzioni e i consigli che ti ho dato. Mi hai, o non mi hai?
REGINALDO : Signore, vi ho.
POLONIO : Dio sia con te. Addio.
REGINALDO : Buon signore.
POLONIO : Osserva di persona le sue inclinazioni.
REGINALDO : Le osserverò, signore.
POLONIO : E lasciagli suonare la sua musica.
REGINALDO : Bene, signore.
POLONIO : Addio. (Esce Reginaldo. Entra Ofelia) Ofelia! Che c'è?
OFELIA : Signore, mio signore, ho avuto tanta paura!
POLONIO : Di che, in nome di Dio?
OFELIA : Ricamavo nella mia stanzetta, e il principe Amleto, signore, il giustacuore tutto slacciato, niente cappello in testa, le calze imbrattate, sciolte, cadute come ceppi alle caviglie, il pallore della sua camicia, le ginocchia tremanti una contro l'altra, nello sguardo l'espressione pietosa di un fuggiasco dall'inferno, loquace di orrori, mi si presenta.
POLONIO : Pazzo per amor tuo?
OFELIA : Non lo so, padre mio, ma è questo che temo.
POLONIO : Che cosa ti ha detto?
OFELIA : Mi afferrò il polso, tenendomi forte; si scosta poi di tutto il suo braccio, con l'altra mano sulla fronte, così, e scruta il mio viso con l'intensità di chi voglia disegnarlo. Stette a lungo così. Finalmente, scuotendomi un poco il braccio, dopo avere accennato tre volte su e giù con il capo, levò un sospiro di spasimo così profondo che sembrava schiantargli la persona, mettere fine al suo essere. Fatto questo mi lascia, e con il capo rivolto indietro sulle spalle parve trovare la strada senza occhi, perché passò le porte senza il loro aiuto, e fino all'ultimo tenne la loro luce su me.
POLONIO : Vieni subito. Bisogna cercare il re. È la tipica follia d'amore, capace di annientare se stessa e di condurre la volontà ad atti disperati, come nessun’altra passione umana. Mi fa dolore. Dimmi, hai usato con luiparole dure, negli ultimi tempi?
OFELIA : No, padre mio, ma conforme al vostro ordine ho respinto le sue lettere, e l'ho tenuto lontano.
POLONIO : E lui ne è impazzito. Mi duole di non averlo osservato con più attenzione; temevo che si divertisse, che volesse la tua rovina, maledetta la gelosia paterna! Lo sa il cielo, rischiamo, noi uomini di età, di smarrirci per eccesso di precauzioni; con i giovani è tutto il contrario. Vieni, presentiamoci al re. La cosa si ha da sapere: a tenerla segreta potrebbe nascerne più sofferenza, che odio a rivelare il suo amore. Vieni.
(Escono.)
scena II
Una sala nel castello.
Entrano il re e la regina, Rosencrantz e Guildestern, cum aliis.
RE
Benvenuti, cari Rosencrantz e Guildestern. A parte il nostro desiderio di vedervi, la necessità in cui ci troviamo di giovarci di voi dettò questo urgente richiamo. Avrete sentito parlare della metamorfosi di Amleto. La chiamo così, perché né l'uomo esteriore né l'interiore somigliano più a ciò che erano. Che cosa, se non la morte del padre, lo abbia tanto fuorviato dalla coscienza di sé, non riesco a immaginarlo. Vi scongiuro, voi due, cresciuti con lui, vicini a lui per l'età e gli studi, vogliate rimanere qualche tempo a corte: se da un lato la vostra compagnia lo riaccosterà ai piaceri della vita, dall'altro voi potrete spigolare, cogliendo l'occasione, se a turbarlo sia un fattore ignoto, che, scoperto, sia da noi rimediabile.
REGINA : Buoni signori, egli ha parlato molto di voi, e sono certa che non esistono altri due uomini ai quali si senta più legato. Mostrandovi gentili verso di noi e volenterosi, con lo spendere qui poco del vostro tempo in soccorso e per il buon esito delle nostre speranze, avrete per questo intervento ricompense degne della memoria di un re.
ROSENCRANTZ : Le vostre maestà, per il potere sovrano che hanno su di noi, potrebbero comandare anziché pregare.
GUILDESTERN : Entrambi, ubbidienti, qui ai vostri piedi, ci dedichiamo a servirvi in tutto e per tutto.
RE
Grazie, Rosencrantz e gentile Guildestem.
REGINA : Grazie, Guildestem e gentile Rosencrantz. Vi imploro, fate subito visita al mio troppo mutato figlio. Qualcuno conduca i gentiluomini da Amleto.
GUILDESTERN : Cieli, fate che la nostra presenza e la nostra attività gli siano di conforto e di aiuto.
REGINA : Sì, amen.
(Escono Rosencrantz e Guildestern. Entra Polonio)
POLONIO : Gli ambasciatori sono felicemente ritornati dalla Norvegia.
RE
Tu sei sempre stato il padre di buone nuove.
POLONIO : Sì, monsignore? Benigno sovrano, io devo il mio ossequio, come l'anima mia, tanto a Dio quanto al mio grazioso re. E penso - altrimenti, questo mio cervello non sa più andare a caccia sulla pista della cosa pubblica - penso di avere scoperto la vera causa della pazzia di Amleto.
RE
Parla! Sono ansioso di udire.
POLONIO : Prima, l'udienza agli ambasciatori; le mie notizie saranno le frutta di questo gran festino.
RE
Sbriga tu stesso il cerimoniale, e introducili. (Esce Polonio) Gertrude, mi dice di avere scoperto la fonte della malinconia di tuo figlio.
REGINA : La morte del padre, il nostro affrettato matrimonio: temo non sia altro.
RE
Bene, lo vagheremo.
(Entrano Polonio, Voltimando e Cornelio.) Benvenuti, fedeli amici!
Parla, Voltimando, che dice il nostro Iratello di Norvegia?
VOLTIMANDO : Ricambia saluti e voti di prosperità. Per prima cosa mandò a interrompere le leve del nipote; egli le considerava preparativi di guerra contro i polacchi, ma, da migliori informazioni, le scoprì dirette contro vostra altezza. Adirato che si approfitti così della sua malattia, della sua età, e della sua immobilità forzata, ordina di mettere un fermo a Fortebraccio; che, in breve, ubbidisce, ascolta il rimprovero del re di Norvegia, e infine giura in cospetto dello zio di non tentare mai più la prova delle armi contro vostra altezza. Sopraffatto dalla gioia, il vecchio re di Norvegia gli concede un annuo di tremila corone, con l'incarico di usare contro i polacchi le milizie ormai arruolate; ed ecco una circostanziata richiesta, che per l'impresa vogliate concedere il transito sul vostro territorio, ferme stando le garanzie di sicurezza e di rimborso qui esposte.
RE Ci è molto gradito; a nostro migliore agio prenderemo visione, risponderemo, decideremo. Frattanto, grazie per la missione brillantemente eseguita. Andate a riposarvi; questa notte vi festeggeremo. Bentornati in patria.
(Escono gli ambasciatori)
POLONIO : La faccenda si è chiusa con soddisfazione. Mio sovrano, e signora, dissertare intorno a cosa sia la maestà, cosa il dovere, perché il giorno sia giorno, la notte notte, il tempo tempo, sarebbe perdere la notte, il giorno, il tempo. Laonde, poiché la brevità è l'anima del giudizio, e la prolissità fa da membra e da abbellimenti, sarò breve. Il vostro nobile figlio è pazzo. Pazzo lo chiamo, perché voler definire la pazzia, che cos'è se non essere pazzi? Ma sorvoliamo.
REGINA : Più sostanza e meno arte.
POLONIO : Signora, cerco di non usare arte, vi giuro. Che egli sia pazzo, è vero; che sia vero, è un peccato; ed è un peccato che sia vero; un'originale figura retorica, ma diciamole addio, non voglio usare arte. Concediamo dunque che sia pazzo; ci resta da trovare la causa di questo enetto, o meglio la causa di questo difetto, poiché anche un effetto difettoso viene da una causa. Si rimane così, e il rimanente è lì. Considerate. Io ho una figlia - la ho perché è mia - che per dovere di ubbidienza, notate, mi ha dato questo; udite e deducete. (Lettera.) «Alla celeste, all'idolo dell'anima mia, alla molto abbellita Ofelia.» Frase infelice; è detto male, «abbellita» è detto male. Ma state a sentire. Allora: «Nel suo squisitamente bianco seno, queste ecc.».
REGINA : Amleto scrive così?
POLONIO : Buona signora, aspettate, sarò fedele.
Dubita che le stelle siano fuoco,
dubita che il sole si muova,
dubita che la verità sia bugiarda,
ma non dubitare del mio amore.
Ofelia diletta, non so rimare; mi manca l'arte di scandire i miei sospiri; ma che ti amo, carissima, credilo. Sempre più tuo, fanciulla adorata, finché questa macchina è sua,
Amleto
Mia figlia me l'ha mostrata in ubbidienza, confidandomi per di più come si susseguivano, tempo modi e luogo, le sollecitazioni di lui.
RE
Ma ella, come ha accolto il suo amore?
POLONIO : Chi mi pensate?
RE
Uomo fidato e d'onore.
POLONIO : Tale vorrei mostrarmi. Ma che cosa potreste pensarmi se quando vidi questo ardente amore a volo - perché me ne ero accorto, ora devo dirlo, prima che mia figlia me ne parlasse - voi, o la mia diletta maestà, la vostra regina qui presente, che cosa potreste pensare, se avessi fatto da leggìo, da taccuino, o avessi strizzato l'occhio al mio cuore, o, sordo e muto, avessi gettato su questo amore uno sguardo ozioso? No, mi posi al lavoro, e indirizzando a mia figlia un sermone - «Monsignore Amleto è un principe, fuori della tua stella; non può essere» - le ordinai di astenersi dai luoghi che egli frequenta, di non ricevere inviati, né accettare doni. Ciò fatto, ella colse i frutti del mio consiglio, ed egli, respinto, cadde - per tarla breve - nella tristezza, poi nel digiuno, indi nella veglia, indi nello sfinimento, indi nel delirio, e, giù per la china, nella pazzia dove ora vaneggia, per il dolore di tutti noi.
RE Pensi che sia così?
REGINA : Può essere; è molto verosimile.
POLONIO : C'è mai stata una volta, vorrei saperlo, che avendo io detto un positivo «È così», si sia poi verificato altrimenti?
RE No, che io sappia.
POLONIO : Staccate questa da questo, se fosse altrimenti. (Si tocca la testa e il tronco.) Con il favore delle circostanze io scoprirò la verità nascosta, anche nascosta, dico, al centro della terra.
RE Come averne altre prove?
POLONIO : Sapete che a volte egli passeggia ore e ore qui nella sala.
REGINA : È vero.
POLONIO : Gli libererò mia figlia. Io e voi saremo dietro un tendaggio, a osservare l'incontro; se egli non l'ama, e non è capitombolato giù dalla sua ragione per questo, non voglio più essere consigliere di Stato, ma fattore e capo di carrettieri.
RE Faremo la prova.
(Entra Amleto, leggendo un libro)
REGINA : L'infelice si avvicina leggendo. Come è triste, guardate.
POLONIO : Via! Ve ne prego, via entrambi. Conto di accostarlo subito, con vostra licenza.
(Escono il re e la regina)
POLONIO : Come sta il mio buon signore Amleto?
AMLETO : Bene, ringraziando Iddio.
POLONIO : Mi riconoscete, monsignore?
AMLETO : Perfettamente. Siete il pescivendolo.
POLONIO : No, monsignore.
AMLETO : Allora vorrei che foste onesto come lui.
POLONIO : Onesto, monsignore?
AMLETO : Sì, perché rimanere onesto, con il mondo come è fatto, è dato a un uomo sopra diecimila.
POLONIO : Grande verità, monsignore.
AMLETO : E dato che il sole sa far nascere vermi dalla carogna di un cane - voi avete una figlia?
POLONIO : Sì, monsignore.
AMLETO : Che non passeggi al sole. Concepire è una benedizione, ma come vostra figlia potrebbe concepire - attento, amico.
POLONIO : (a parte) Che ne dite? Sempre attorno a mia figlia. Pure, lì per lì non mi riconobbe, disse che ero un pescivendolo. È ito, è ito. Del resto ai miei tempi anche io conobbi gli estremi delle pene d'amore, uno stato vicino al suo. Gli parlerò ancora. Che state leggendo, monsignore?
AMLETO : Parole, parole, parole.
POLONIO : Qual è la questione?
AMLETO : Fra chi?
POLONIO : Io dico, qual è il soggetto e il proposito.
AMLETO : Calunnie, signore. Figuratevi, secondo questo satirico da pochi soldi i vecchi avrebbero la barba grigia, il volto segnato di rughe, occhi secernenti un'ambra spessa come gomma di susino, mancherebbero copiosamente di senno, e avrebbero lombi, ah, debolissimi. Cose, signore, che sebbene io potentemente e risolutamente le creda, non penso sia decenza spiattellarle così; perché voi stesso, signore, diventereste vecchio come me, se poteste, fatto gambero, marciare all'indietro.
POLONIO : (a parte) È pazzia, ma c'è del metodo. Volete mettervi al riparo dall'aria, monsignore?
AMLETO : Nella mia tomba?
POLONIO : Sarebbe davvero al riparo dalle correnti. (A parte) Come sanno essere pregne, a volte, le sue risposte! Qualità felice riservata alla pazzia, che non si saprebbe altrettanto bene far partorire alla ragione e alla salute. Me ne andrò a predisporre l'incontro con mia figlia. Onorabile monsignore, prendo umile congedo da voi.
AMLETO : Non potreste prendere da me cosa alcuna da cui io mi separi più volentieri, tranne la mia vita, tranne la mia vita, tranne la mia vita.
POLONIO : Addio, monsignore. (Si allontana.)
AMLETO : Questi noiosi vecchi stolidi!
(Entrano Rosencrantz e Guildestern.)
POLONIO : Cercate il principe Amleto? Eccolo.
ROSENCRANTZ : (a Polonio) Dio vi salvi, signore!
(Esce Polonio.)
GUILDESTERN : Mio diletto signore!
ROSENCRANTZ : Mio dilettissimo signore!
AMLETO : Eccellenti amici! Come stai, Guildestern? Rosencrantz! Come state, ragazzi?
ROSENCRANTZ : Da comuni rampolli della terra.
GUILDESTERN : Felici in questo, che non siamo troppo felici; sulla berretta della fortuna, non sul suo pennacchio.
AMLETO : Né sotto la suola delle sue scarpe?
GUILDESTERN : Neppure, monsignore.
AMLETO : Siete dunque alla sua cintura? O nel bel mezzo delle sue grazie?
GUILDESTERN : Siamo a parte dei suoi segreti.
AMLETO : Nelle parti segrete della fortuna? Dimenticavo, è una sgualdrina. Che si dice di nuovo?
ROSENCRANTZ : Poco, monsignore, se non che il mondo si è fatto onesto.
AMLETO : Allora il giorno del giudizio è vicino; ma la voce è infondata. Quante cose avrei da chiedervi! Che punizione avete meritato dalla sorte, perché essa vi mandi qui in prigione?
GUILDESTERN : In prigione, monsignore!
AMLETO : La Danimarca è una prigione.
ROSENCRANTZ : Allora il mondo ne è una.
AMLETO : E ben fatta, con le sue celle, i sotterranei, le segrete: la Danimarca, una delle peggiori.
ROSENCRANTZ : Noi non pensiamo così, monsignore.
AMLETO : Allora per voi non lo è; niente è buono o cattivo in sé, ma nel nostro pensiero. Per me è una prigione.
ROSENCRANTZ : L'ambizione ve la fa parere tale; è troppo angusta per una mente come la vostra.
AMLETO : Dio, potrei essere confinato in un guscio di noce e sentirmi un re dello spazio infinito, se non facessi cattivi sogni.
GUILDESTERN : I quali appunto sono ambizione, la cui sostanza è la mera ombra di un sogno.
AMLETO : Un sogno non è che ombra.
ROSENCRANTZ : E io tengo l'ambizione per così fatua e leggera da non essere che l'ombra di un'ombra.
AMLETO : Allora i nostri mendicanti sono i corpi, e i nostri monarchi e i vocianti eroi, le ombre dei mendicanti. Vogliamo raggiungere la corte? In fede mia, non ragiono.
ENTRAMBI : Siamo al vostro servizio.
AMLETO : Non ditelo. Non voglio confondervi con gli altri che mi ronzano attorno, perché, se devo parlarvi franco, sono mal circondato. Ma, per la via battuta dell'amicizia, che cosa vi ha condotto a Elsinore?
ROSENCRANTZ : Per fare visita a voi, monsignore, nessun altro motivo.
AMLETO : Mendicante quale sono, a corto perfino di ringraziamenti, pure vi ringrazio; e la mia gratitudine, cari amici, anche se è un mezzo soldo, vale già troppo. Non foste chiamati? Venite di vostra iniziativa? È una visita spontanea? Avanti, scopriamo il giuoco; avanti, su, parlate.
GUILDESTERN : Che dovremmo dire, monsignore?
AMLETO : Qualunque cosa, ma senza cambiare discorso. Foste chiamati: nei vostri occhi c'è una specie di confessione che le vostre modestie non sanno colorare. So che il buon re e la regina vi hanno mandato a chiamare.
ROSENCRANTZ : A che scopo, monsignore?
AMLETO : Ditelo voi a me. Ma vi scongiuro, per i diritti della nostra amicizia, per le confidenze di gioventù, per gli obblighi di un affetto inalterato, e per ciò che di più caro un più efficace oratore saprebbe invocare, siate leali e sinceri con me. Foste o no chiamati?
ROSENCRANTZ : Tu che dici? (A parte a Guildestern.)
AMLETO : Attenti, vi osservo. Se mi volete bene, non mentite.
GUILDESTERN : Monsignore, fummo chiamati.
AMLETO : E io vi dirò perché: così il mio intuito precederà le vostre rivelazioni, e la vostra lealtà verso il re e la regina non verrà meno. Da tempo - ma perché non so - ho perso tutta la mia gaiezza, ho tralasciato ogni esercizio consueto; e il mio umore è così depresso, che questa vaga struttura, la terra, mi sembra uno sterile promontorio; questo padiglione fulgido, l'aria, guardate, con il bel firmamento sovrastante, soffitto maestoso adorno di fuochi d'oro, per me non è che un ammasso di vapori pestiferi. Quale capolavoro è l'uomo! Come nobile nell'intelletto! Come infinito nelle facoltà! Nella forma e nel moto, come raggiunto e mirabile! Un angelo nell'azione, un dio nel pensiero! La bellezza del mondo, il paragone del regno animale. Eppure, ai miei occhi cos'è, questa quintessenza di polvere? L'uomo non mi piace; no, e neanche la donna, se è questo che suggerisce il tuo sorriso.
ROSENCRANTZ : Monsignore, non lo pensavo.
AMLETO : E perché hai riso, quando ho detto che l'uomo non mi piace?
ROSENCRANTZ : Pensavo all'accoglienza quaresimale che troveranno qui gli attori, se non vi piace l'uomo. Li oltrepassammo; stanno venendo a offrirvi i loro servigi.
AMLETO : Colui che fa le parti di re sarà il benvenuto, sua maestà leverà tributi da me; l'eroe userà la spada e la targa; l'amoroso non sospirerà gratis; il caratterista finirà la parte in pace; il buffone farà ridere chi ha i polmoni solleticabili; e l'attrice dirà liberamente quello che pensa, o il verso zoppicherà. Che compagnia?
ROSENCRANTZ : Proprio quella che vi piaceva: i tragici della città.
AMLETO : Si sono messi a viaggiare? Una sede stabile era più conveniente per loro, sia per il successo che per gli incassi.
ROSENCRANTZ : Le loro difficoltà sono dovute alle più recenti innovazioni, credo.
AMLETO : Godono la stessa stima di quando ero in città? Hanno sempre il loro pubblico?
ROSENCRANTZ : Veramente no.
AMLETO : Perché? Sono peggiorati?
ROSENCRANTZ : Il livello dei loro spettacoli è sempre lo stesso; ma è venuta fuori una banda di giovani, una nidiata di falchetti, che si tengono al corrente delle ultime novità, e perciò vengono scandalosamente applauditi. Vanno di moda, ora, e hanno talmente denigrato con le loro polemiche il teatro comune - così lo chiamano - che molti uomini di qualità non lo frequentano più per non sembrare arretrati.
AMLETO : Sono bambini? Chi li sovviene? Come si tengono a galla? Smetteranno la professione, quando non potranno più cantare? E col tempo, diventati a loro volta attori comuni - come è probabile, se non hanno un talento superiore - non diranno che gli scrittori della loro parte li hanno rovinati, spingendoli a inveire contro il loro stesso futuro?
ROSENCRANTZ : C'è stato un gran darsi da fare da una parte e dall'altra, e il pubblico non crede di far peccato gettando olio sul fuoco. Per un certo periodo non si riusciva a piazzare una commedia, se nella trama non c'era un riferimento alla questione.
AMLETO : Possibile?
GUILDESTERN : Oh, è stato un grande spremicervella.
AMLETO : E i giovani la vincono?
ROSENCRANTZ : Si portano via Ercole con tutto il globo.
AMLETO : Non è così strano. Mio zio è re di Danimarca, e chi gli voltava le spalle quando mio padre era in vita, ora dà venti, quaranta, cento ducati per una sua miniatura. Per il sangue, qui c'è qualcosa che passa la natura, se la filosofia sapesse definirlo.
(Squillo.)
GUILDESTERN : Gli attori.
AMLETO : Signori, siete i benvenuti a Elsinore. Le vostre mani. Avanti, belle maniere e cerimonie sono la cornice del benvenuto. Lasciatemi osservare queste formalità con voi, o l'accoglienza che farò agli attori, e sarà calorosa, sembrerà più ospitale di quella che vi ho riservato. Siete i benvenuti, ma lo zio che mi fa da padre e la madre che mi fa da zia si ingannano.
GUILDESTERN : In che, monsignore?
AMLETO : Io sono pazzo solo a nord-nord-ovest. Quando il vento spira da sud, so distinguere un airone da un falco.
(Entra Polonio.)
POLONIO : Ogni bene, signori!
AMLETO : Ascolta, Guildestern, e anche tu, a ogni orecchio un origliatore: quel gran bambino che vedete là non è ancora uscito dalle fasce.
ROSENCRANTZ : Forse vi è rientrato: si dice che un vecchio sia due volte fanciullo.
AMLETO : Profetizzo che viene a parlarmi degli attori. State a vedere. Diceste bene, signore: di lunedì mattina, sì.
POLONIO : Monsignore, ho notizie da darvi.
AMLETO : Monsignore, ho notizie da darvi. Quando Roscio recitava a Roma...
POLONIO : Sono arrivati gli attori, monsignore.
AMLETO : Ma no.
POLONIO : Sul mio onore.
AMLETO : «Quindi ogni attore venne sul somaro».
POLONIO : I migliori attori del mondo, nel genere tragico, nel comico, nel dramma storico, nel dramma pastorale, nel comico-pastorale, nell'istorico-comico-pastorale, nel tragico-istorico, nel tragico-comico-istorico-pastorale; nelle tre unità come nel dramma libero; Seneca non è troppo pesante, né Plauto troppo leggero per loro; sia sul testo che improvvisando, sono più unici che rari.
AMLETO : Jefte, giudice di Israele, quale tesoro possedevi!
POLONIO : Che tesoro possedeva, monsignore?
AMLETO : Una figlia bella e niente più, che amava oltremisura.
POLONIO : (a parte) Sempre mia figlia.
AMLETO : Non ho ragione, vecchio Jefte?
POLONIO : Se è me che chiamate Jefte, monsignore, ho una figlia che amo oltremisura.
AMLETO : Ma questo non ne consegue.
POLONIO : Che ne consegue, allora?
AMLETO : Ecco: «Per caso, Dio sa», si intende, e poi: «capitò, come c'era da aspettarsi...». La prima strofa della pia canzone vi dirà il seguito, perché ecco di che interrompermi. (Entrano quattro o cinque attori.) Entrate, maestri, benvenuti, benvenuti! Sono felice di vederti. Benvenuti, amici. Oh, vecchio amico! Il tuo viso si è ombreggiato, dall'ultima volta che ti ho visto: vieni a farmi crescere la barba, in Danimarca? Ma qui c'è l'attrice, la nostra prima donna! Signora, dall'ultimo incontro la tua muliebre signoria si è fatta più vicina al cielo dell'altezza di un rialzo. Prego Dio che la tua voce squillante non si sia fessa come una moneta fuori corso. E tu, e tu. Maestri, siete tutti i benvenuti. Vogliamo fare come il falconiere francese, che lancia il falcone contro la preda appena scorta? Una scena, un racconto! Dateci un saggio della vostra arte; avanti, una tirata piena di passione.
I ATTORE Quale tirata, monsignore?
AMLETO : Ti ho sentito una volta dirmi un racconto, ma non fu mai recitato, o, se lo fu, non più di una volta, perché il dramma, ricordo, non divertì la folla, era caviale per il palato volgare; ma, come piacque a me, e ad altri la cui competenza in materia superava la mia, era eccellente teatro, ben diviso in scene, drammatizzato con sobrietà ma con efficacia. Qualcuno che era con me notò, ricordo, che i versi non erano infarciti di spezie per renderli saporiti, e che nei giri di frase non c'era affettazione; lo chiamò un lavoro onesto, sano quanto gradevole, dove la bellezza non concedeva alla sofisticheria. Una battuta mi colpì specialmente: era il racconto di Enea a Didone, e di esso anzi quel passaggio dove è descritta l’uccisione di Priamo. Se vive ancora nella tua memoria, prendi dal verso che dice, fammi pensare:
Pirro feroce come tigre ircana...
Non è così, ma comincia con Pirro.
Pirro feroce, sulla cui armatura
notte come il suo animo nereggia
quando incalza proteso sul cavallo
fatale, vedi, ha aggiunto al suo blasone
un cremisi più atroce: interamente
ridipinto nel sangue del massacro
- donne, vecchi, fanciulli - sulle piazze
lastricate di strage, ora il tiranno,
in un rogo di collera, brucianti
carboni gli occhi, ora l'insanguinato
Pirro, creatura dell'inferno, il re
cerca, il vecchio re Priamo.
Continua tu.
POLONIO : Ben recitato, principe! Ah sì! Con buona dizione e bel sentimento.
I ATTORE lo trova che pugna troppo presso ai greci; il brando,
l'antico brando, ribelle al suo braccio,
sta dove cade, rifiuta il comando;
in duello ineguale Pirro a Priamo
cavalca incontro, colpisce con furia;
ma al sibilo e al vento dell'iniqua
spada, lo stanco patriarca cade.
Allora Ilio, la rocca inanimata,
sembra avvertire il colpo, e dalla vetta
rovina in fiamme, e il crollo ha catturato
l'orecchio del feroce Pirro, se
la spada che calava sulla chioma
di latte dell'inerme Priamo, sta,
sembra stare nell'aria: così Pirro,
come il tiranno di un affresco, immobile,
senza pensiero, senza decisione,
nulla fa. Ugualmente, spesso, prima
dell'uragano, in cielo si dichiara
un silenzio, le nuvole non muovono,
l'aspro vento non parla, e, sotto, l'orbe
è come morto, poi repente, cupo
latrando, il tuono rompe - così Pirro,
dopo la pausa, di nuovo a vendetta
si affatica, e il martello dei Ciclopi
non cadde sull'eterna, indistruttibile
armatura di Marte, con minore
rimorso, che di Pirro l'affilata
spada piombando su Priamo. Fortuna,
meretrice fortuna! Dèi, voi tutti,
adunati a consiglio, destituitela
del suo potere, scardinate raggi
e cerchio dalla ruota, e rotolate
il mozzo dalle pendici d'Olimpo!
POLONIO : È troppo lungo.
AMLETO : Altrettanto direbbe il barbiere della tua barba. Continua, ti prego: costui non capisce che le farse o le oscenità, sennò si addormenta. Prosegui, vieni a Ecuba.
I ATTORE
Perché, chi la regina intabarrata
avesse visto...
AMLETO : «La regina intabarrata?»
POLONIO : Eccellente! «La regina intabarrata» è eccellente.
I ATTORE
...nuda i piedi, ovunque
vagante, disperata, il fuoco d'Ilio
quasi spegnendo di lacrime, stracci
sul capo che conobbe la corona,
e per manto, sull'omero e sui fianchi
più volte sacri alla maternità,
un lenzuolo raccolto nel terrore,
chi avesse visto questo, la Fortuna
e i suoi tratti con lingua di veleno
avrebbe maledetto. E se gli dèi
avesser visto mentre ella vedeva
Pirro malvagiamente esercitarsi
le membra dello sposo con la spada
tranciando, l'urlo in cui Ecuba ruppe,
gli stessi dèi, se alle cose del mondo
non fossero neutrali, dagli occhi
dal cielo ardenti ne avrebbero pianto.
POLONIO : Guardate, ha cambiato colore, ha le lacrime agli occhi. Basta, vi prego.
AMLETO : Va bene. Presto ti chiederò di recitarmi il seguito. Signore, volete provvedere un alloggio per i miei amici? E attento, fate che siano ben trattati: gli attori sono l'epitome e la cronaca del nostro tempo, e sarebbe meglio per voi avere un epitaffio maligno sulla tomba, che essere da loro dileggiato in vita.
POLONIO : Principe, li tratterò conforme al loro merito.
AMLETO : Meglio, per Dio incarnato, molto meglio, signore. Date a ognuno ciò che si merita, e chi si salverà dalle frustate? Dovete trattarli conforme al vostro onore e alla vostra dignità: quanto minore il loro merito, tanto più generoso voi. Occupatevene.
POLONIO : Venite.
AMLETO : Seguitelo, amici. Domani avremo una recita. (Via Polonio con gli attori, meno il primo) Una parola, vecchio amico. Avete in repertorio l'Assassinio del duca Gonzago?
I ATTORE: Sì, monsignore.
AMLETO : Sia pronto per domani sera. Potreste, al caso, mandare a mente una battuta di dodici o sedici versi, che vorrei scrivere e inserire nel testo?
I ATTORE Certo, monsignore.
AMLETO : Perfetto. Segui quel signore, e bada, non burlarti troppo di lui.
(Via l’attore. A Rosencrantz e Guildestern) Miei ottimi amici, fino a questa sera vi lascio. Siete i benvenuti a Elsinore.
ROSENCRANTZ : Buon principe!
AMLETO : Sì, sì, addio, andate! (Escono Rosencrantz e Guìldestern) Sono solo. Io schiavo miserabile, e zotico ! Non è mostruoso che un attore, nient'altro che per un simulacro di passione, un sogno, si immedesimi tanto nella parte che il suo aspetto cambia, il volto gli si sbianca, gli occhi umidi, la voce spezzata, e in lui tutto incarna sentimenti suggeriti? E questo per niente! Per Ecuba! Che cos'è Ecuba a lui o lui a Ecuba, che debba piangerne? Che farebbe, avendo per la passione l'imperativo che ho io? Inonderebbe la scena di lacrime, ululerebbe, il colpevole ne impazzirebbe e l'innocente ne sarebbe angosciato, l'ignorante confuso, e stupefatti udito e vista. E io, infima comparsa, marionetta di fango, sogno a occhi aperti, mal convinto della mia causa, e non alzo la voce, non parlo, per un re sul cui regno e la preziosissima vita un complotto ha prevalso! Non sono un vigliacco? Chi mi ha per codardo, chi mi prende a schiaffi, chi mi strappa la barba e me la dà in faccia, chi mi trascina per il naso, chi mi fa rimangiare le menzogne giù fino ai polmoni? Chi? Per le piaghe di Cristo, lo avrei meritato, perché c'è una sola spiegazione, che io ho il fegato di una colomba, e i torti non mi si fanno fiele, altrimenti da quanto avrei ingozzato gli avvoltoi di Elsinore con le viscere di quella canaglia. Mostro sanguinario, impudente, lubrico mostro, degenerato! Vendetta! Ma cosa, che asino. Ecco, io, figlio di una vittima adorata, spinto a vendetta dal cielo e dall'inferno, sto qui a sfogarmi a parole, come la prostituta, con un turpiloquio da facchino! Vergogna! Cervello. Sì. Ho inteso dire che altri criminali, sedendo in teatro, si sono fatti prendere così profondamente dalla verità della rappresentazione che hanno proclamato le loro malefatte: perché il delitto, privo di lingua, parla con voci miracolose. Farò che gli attori mettano in scena di Ironte a mio zio qualcosa che ricordi l'assassinio di mio padre. Osserverò il suo volto, lo metterò alla prova. Se soltanto trasale, so cosa mi resta. Lo spettro che vidi poteva essere un diavolo, il diavolo può assumere forme ingannatrici, è noto, e con due potenti alleate, la mia debolezza e la mia malinconia, forse mi provoca per dannarmi. Mi occorrono prove più manifeste. La recita è la trappola in cui farò cadere la coscienza del re. (Esce.)
ATTO TERZO
scena I
Una stanza del castello.
Entrano il re, la regina, Polonio, Ofelia, Rosencrantz e Guildestern.
RE
E non poteste cavargli, senza averne l'aria, perché affetti quelle stranezze, che scheggiano la superficie dei suoi giorni con asperità così pericolose?
ROSENCRANTZ : Egli è il primo a riconoscere che si sente sconvolto, ma non vuole parlare della causa.
GUILDESTERN : E non è a dire che sia facile sondarlo: si sottrae con malizia da demente a ogni nostro sforzo di indurlo a confidenze significative.
REGINA : Vi ha accolto bene?
ROSENCRANTZ : Da gentiluomo perfetto.
GUILDESTERN : Ma era evidente che si controllava.
ROSENCRANTZ : Avaro di domande, prolisso nelle risposte.
REGINA : Poteste invogliarlo a distrarsi?
ROSENCRANTZ : Signora, gli parlammo di certi attori da noi incontrati in cammino, e sembrò averne piacere. La compagnia è a corte, e credo abbia già l'ordine di recitare stasera davanti a lui.
POLONIO : Verissimo; anzi mi ha pregato di ottenere dalle vostre maestà che presenzino allo spettacolo.
RE
Con tutto il cuore. Sono lieto di saperlo ben disposto. Signori, stimolatelo ancora, indirizzando i suoi pensieri verso questi svaghi.
ROSENCRANTZ : Così faremo, maestà.
(Escono Rosencrantz e Guìldestern.)
RE Dolce Gertrude, anche tu, lasciaci. Abbiamo fatto in modo che Amleto venga qui, affinché possa imbattersi in Ofelia, come per caso. Il di lei padre, e io stesso, legittime spie, nascosti in modo da vedere non veduti, osserveremo l'incontro, per capire dalla condotta di Amleto se sia o no la pena d'amore a farlo tanto soffrire.
REGINA : Vi obbedirò. Ofelia, come io mi auguro che la vostra squisita bellezza sia la dolce causa del turbamento di Amleto, così spero che le vostre virtù lo riportino in senno, per l'amore di entrambi.
OFELIA : Signora, lo vorrei.
(Esce la regina)
POLONIO : Ofelia, passeggia avanti e indietro. Noi ci nascondiamo, altezza, col vostro gradimento. (A Ofelia) Leggi questo libro: la tua solitudine si colori di cultura. Con un viso devoto e un atteggiamento pio, spesso noi diamo lo zuccherino al demonio; è riprovevole, ma è così.
RE (a parte) Troppo vero. Che cocente sferzata alla mia coscienza! La gota della meretrice, abbellita dai cosmetici, non è più laida, sotto quanto finge, dei miei atti al paragone delle mie stradipinte parole. Oh carico pesante!
POLONIO : Lo sento venire. Altezza, ritiriamoci.
(Entra Amleto)
AMLETO : Essere, non essere, qui sta il problema: è più degno patire gli strali, i colpi di balestra di una fortuna oltraggiosa, o prendere armi contro un mare di affanni, e contrastandoli por fine a tutto? Morire, dormire, non altro, e con il sonno dire che si è messo fine alle fitte del cuore, a ogni infermità naturale alla carne: grazia da chiedere devotamente. Morire, dormire. Dormire? sognare forse. Ecco il punto: perché nel sonno di morte quali sogni intervengano a noi sciolti da questo viluppo, e pensiero che deve arrestarci. Ecco il dubbio che tiene in vita a così tarda età gli infelici, perché chi vorrebbe subire la sferza e gli sputi del tempo, i torti dell'oppressore, contumelie dall'uomo arrogante, pene per l'amore sprezzato, remore in luogo di legge, gli uffici e la loro insolenza, e gli oltraggi che il merito paziente ha inflitti dalla iniquità, quando egli stesso, nient'altro che con un pugnale, potrebbe far sua la pace? Chi vorrebbe portare some, gemere, smaniare sotto una vita opprimente, se lo sgomento di qualcosa dopo la morte, l'inesplorato dei continenti dalla cui frontiera non c'è viaggiatore che torni, non intrigasse la volontà, facendo preferire il peso dei mali presenti al volo verso altri di cui non si sa? È la coscienza che ci fa vili, noi quanti siamo. Così la tinta nativa della risoluzione si stempera sulla fiacca paletta del pensiero, imprese di grande flusso e momento insabbiano il loro corso e perdono il nome di azione. La bella Ofelia. Nelle tue preghiere, ninfa, intercedi per me peccatore.
OFELIA : Mio buon signore, come è stato vostro onore tutto questo tempo?
AMLETO : Vi ringrazio umilmente; bene, bene, bene.
OFELIA : Monsignore, i vostri ricordi, desideravo renderveli da tempo. Vi prego, riprendeteli.
AMLETO : No. Io non vi diedi mai niente.
OFELIA : Sapete bene che lo faceste, monsignore, accompagnandoli con parole sussurrate così dolcemente da accrescerne il pregio. Ora che hanno perso il loro profumo, riprendeteli; per un'anima nobile i ricchi doni si fanno povera cosa, quando chi dona si dimostra crudele. Ecco, monsignore.
AMLETO : Ah! Siete onesta?
OFELIA : Monsignore!
AMLETO : Siete bella?
OFELIA : Che vuol dire?
AMLETO : Se siete onesta e bella, non lasciate che la vostra onestà discorra con la vostra bellezza.
OFELIA : Potrebbe la bellezza avere miglior commercio che con l’onestà?
AMLETO : Sì, oh sì! Ha più potere la bellezza di cambiare l'onestà da quella che è in una ruffiana, di quanto l'onestà non abbia forza di tradurre la bellezza a sua somiglianza. Una volta era un paradosso, ma ora i tempi ne offrono prove. Vi amai.
OFELIA : Così mi faceste credere, monsignore.
AMLETO : Credermi non dovevate, non si può innestare la virtù sul nostro vecchio ceppo e fargli perdere la sua natura. Non vi amavo.
OFELIA : Tanto più fui ingannata.
AMLETO : Va' in convento. Vorresti farti madre di peccatori? Io sono passabilmente onesto, eppure potrei accusarmi di vizi tali, che sarebbe meglio se mia madre non mi avesse partorito: ambizioso, e molto, vendicativo, orgoglioso, con più peccati pronti al mio comando che io non abbia pensieri in cui versarli, fantasia per dare loro forma, o tempo per commetterli. Perché gente come me deve strisciare fra cielo e terra? Siamo tutti della stessa razza: non credete a nessuno di noi. Va' per la tua strada, in convento. Dov'è vostro padre?
OFELIA : Nelle sue stanze, monsignore.
AMLETO : Chiudetegli bene a chiave le porte, che possa fare il buffone solo in casa sua. Addio.
OFELIA : Aiutatelo, potenze celesti !
AMLETO : Se ti sposerai abbi per dote questa maledizione: sia tu casta come il ghiaccio, pura come la neve, non sfuggirai alla calunnia. Va' in convento. Va'. Addio. O se vuoi ancora sposarti, prendi un gonzo: gli uomini saggi sanno troppo bene che mostri fate di loro. In convento, in convento, prima che sia tardi! Addio!
OFELIA : Cieli, ridategli il senno!
AMLETO : Mi hanno anche detto che vi truccate. Dio vi ha dato una faccia, voi ve ne fate un'altra; danzate e caracollate e sussurrate, date nomignoli alle creature di Dio, e fate passare per ignoranza la vostra malizia. Va', non dirò di più. È questo che mi ha reso pazzo. Non ci saranno più matrimoni; sono io che lo dico. Gli sposati vivranno tutti, tranne uno; gli altri resteranno come sono. In convento, va'. (Esce.)
OFELIA : Sconvolta, una mente così nobile! L'occhio, la lingua, la spada, del cortigiano, del soldato, del dotto; la speranza e la rosa di tutto il nostro Stato, lo specchio della moda, l'esempio delle maniere, l'osservato da tutti gli osservatori, così, finire così ! E io, la più reietta e misera fra le donne, che ho succhiato il miele delle sue promesse armoniose, ora assisto al disordine di quella nobile mente sovrana, che dissona come le dolci campane slacciate: quella forma e figura impareggiabile di gioventù in fiore, guasta dal delirio. Me infelice, che ho visto quel che ho visto, vedo quel che vedo!
(Entrano il re e Polonio)
RE
Amore! Le sue passioni non vanno per questo corso, e ha detto parole incoerenti, ma non da pazzo. C'è qualcosa in quell'anima, su cui sta la malinconia: pericolosa la covata che se ne schiuderà. Prevenire. Ecco la mia decisione tempestiva: andrà immediatamente in Inghilterra, a esigere i tributi arretrati. Altri mari, altre contrade, nuovi oggetti, espelleranno dal suo cuore ciò che vi si è radicato, su cui il suo cervello batte e ribatte, alienandolo da quello che era.
POLONIO : Sarà bene; ma io credo ancora che principio e origine delle sue pene sia l'amore non ricambiato. Che c'è, Ofelia? Non hai bisogno di riferirci le parole di Amleto, ascoltavamo il colloquio. Sire, agite a vostro garbo, ma, se vi sembra opportuno, fate che dopo la recita la madre, da sola, lo inviti a confidare le sue sofferenze. Sia franca con lui; io mi sarò collocato, col vostro beneplacito, nell'orecchio del loro colloquio. Se la madre non capirà il figlio, mandatelo in Inghilterra, o confinatelo dove parrà alla vostra saggezza.
RE Questo, questo. La pazzia nei potenti non deve restare inosservata.
(Escono)
scena II
Entra Amleto con tre degli attori.
AMLETO : Dì la battuta, mi raccomando, come io te l'ho letta, varia, giocata sulla lingua: per sentirla berciare, come troppi attori fanno, tanto varrebbe affidassi i miei versi al banditore di piazza. E non trinciare l'aria con le mani, così, ma gestisci con garbo, perché nel torrente, nella tempesta, nel turbine, diciamo, della passione, sta in voi trovare e rendere una misura che le dia grazia. Oh, mi ferisce fino in fondo all'anima sentire un guitto imparruccato snaturare una passione, metterla in pezzi, in proiettili, per spaccare i timpani degli spettatori, i quali generalmente d'altro non sono avidi che di inesplicabili contorsioni e rumori. Merita la frusta chi vuole farsi più stentoreo di Stentore, più Erode di Erode. Ve ne prego, no.
I ATTORE: Vostro onore si lasci servire.
AMLETO : Attento però a non restarmi in sottotono. Lasciate che il gusto sia la vostra guida; misurate il gesto sulla parola, la parola sul gesto, con la regola di non soverchiare mai la modestia di natura: perché l'errore di chi vuol fare troppo è estraneo al concetto dell'arte drammatica la quale, in origine come ora, aveva ed ha lo scopo di porgere, diciamo, uno specchio alla vita, mostrando alla virtù la sua immagine, al vizio la sua guisa, e alla società la sua struttura, come il tempo la determina. Invece l'esagerazione o la sciatteria, se muovono al riso il pubblico della domenica, non possono che spiacere all'intenditore, della cui censura dovete fare più conto che degli applausi di un teatro esaurito. Ci sono attori che ho visto recitare, e ho udito il prossimo coprirli di lodi eccelse, per non dire sacrileghe, che non avendo accento di cristiani, né grinta di cristiani, o di pagani, o di uomini, si gonfiavano e spolmonavano tanto, che io credetti qualche manovale della natura li avesse impastati alla meglio, così pietosamente essi imitavano l'umanità.
I ATTORE: Nella nostra compagnia abbiamo emendato questo difetto, più o meno.
AMLETO : Emendatelo del tutto. E chi recita le parti comiche badi a non fare aggiunte al testo; perché ce n'è di quelli capaci di ridere essi stessi a squarciagola per prendere una risata, quantunque così facendo coprano battute importanti. Questo uso volgarissimo dimostra una ambizione scempia in chi lo pratica. Andate a prepararvi.
(Escono gli attori. Entrano Polonio, Rosencrantz e Guildestern.)
AMLETO : Che notizie? Si degna il re di ascoltare il capolavoro?
POLONIO : Anche la regina, e immantinente.
AMLETO : Pregate i comici di affrettarsi. (Esce Polonio.) Voi due non contribuite a sollecitarli?
ROSENCRANTZ : e GUILDESTERN Sì, monsignore. (Escono.)
AMLETO : Orazio!
ORAZIO : Sono qui, monsignore.
AMLETO : Orazio, tu sei la creatura più vicina a un uomo giusto con cui finora io abbia avuto a che fare.
ORAZIO : Monsignore.
AMLETO : Non pensare che io ti aduli. Quali vantaggi potrei sperare da te, che non hai altra rendita che il tuo ingegno per nutrirti e vestirti? Chi adulerebbe il povero? No, lascia che la lingua di melassa lecchi la storditaggine pomposa, le ginocchia pieghino le giunture flessibili dove c’è ricompensa per la bassezza. Mi senti? Da quando questa mia anima, che mi è cara, fattasi padrona di scegliere, seppe far differenza tra gli uomini, tu sei colui che ha marcato del suo sigillo, perché in te vide uno che per soffrire di tutto di niente soffre, uno riconoscente alla sua sorte per i rovesci come per i premi: e beato chi porta in sé una tale mistura di temperamento e di ragione da non essere una zampogna tra le dita della fortuna per suonare qualunque nota le piaccia. Mostrami l'uomo che non sia schiavo delle passioni, e io lo avrò in fondo al mio cuore, nel cuore del mio cuore, come ho te. Parlo troppo. In presenza del re verrà dato stasera un dramma, una scena del quale ricorda le circostanze della morte di mio padre, come te le ho raccontate. Quando vedrai che l'azione procede, raduna, ti prego, le facoltà di tutta la tua anima per osservare mio zio; se il suo delitto occulto non si stana a una certa battuta, bene, è uno spettro, quello che vedemmo, d'inferno, e la mia fantasia è intossicata di esalazioni come la fucina di Vulcano. Mai perderlo di vista. Quanto a me, ribadirò gli occhi sul suo volto. Dopo, scambiandoci le osservazioni, giudicheremo il suo contegno.
ORAZIO : Monsignore, fate che egli abbia qualcosa da dissimulare durante la recita, e che ci riesca, e io pagherò da bere.
AMLETO : Vengono. Devo fare il tonto. Scegliti un posto.
(Entrano il re, la regina, Polonio, Ofelia, Rosencrantz e Guildestern, e altri cortigiani, e servi con torce. Marcia danese. Squillo)
RE Come sta il nostro cugino Amleto?
AMLETO : Benissimo, con la dieta del camaleonte: aria farcita di promesse. Non potreste ingrassare così i vostri capponi.
RE Risposta incomprensibile. Amleto, non posso fare mie le tue parole.
AMLETO : Tant'è, neanch'io. (A Polonio) Signore, una volta recitaste, quando eravate agli studi?
POLONIO : Sì monsignore, e passai per un buon commediante.
AMLETO : Qual era la vostra parte?
POLONIO : Giulio Cesare. Venivo ucciso in Campidoglio. Bruto mi uccideva.
AMLETO : Azione veramente brutale, macellare un vitello tanto fatto. Sono pronti gli attori?
ROSENCRANTZ : Prontissimi: stanno sulla vostra pazienza.
REGINA : Caro Amleto, siedi vicino a me.
AMLETO : Perdonate, buona madre, ho qui calamita più attraente.
POLONIO : (al re): Avete notato?
AMLETO : (a Ofelia): Signora, posso giacervi in grembo?
OFELIA : No, monsignore.
AMLETO : Intendo, con il capo sul vostro grembo.
OFELIA : Sì, monsignore.
AMLETO : Pensavate che dicessi villania?
OFELIA : Non penso niente, monsignore.
AMLETO : Pensiero stimolante, giacere tra le cosce di una fanciulla.
OFELIA : Che cosa, monsignore?
AMLETO : Niente.
OFELIA : Siete allegro, monsignore.
AMLETO : Chi, io?
OFELIA : Sì, monsignore.
AMLETO : Mio Dio, signora, un buffone, tutto vostro. Che dovremmo fare, se non darci buon tempo? Guardate come è allegra mia madre, e mio padre è morto che non son due ore.
OFELIA : Sono due volte due mesi, monsignore.
AMLETO : Tanto tempo? Allora il diavolo porti il lutto, io voglio vestirmi di zibellino. Cieli, morto da due mesi, e non ancora dimenticato! Dunque c'è da sperare che la memoria di un grand'uomo gli sopravviva una mezza annata - ma, per nostra signora, han da essere chiese, quelle che ha costruito, altrimenti dovrà rassegnarsi all'oblio, come il cavallino di legno dell'epitaffio:
Quaggiù, quaggiù,
al cavallino chi ci pensa più?
(Suono di oboe.Entra la pantomima. Entrano un re e una regina in atteggiamento d'innamorati; la regina lo abbraccia, si inginocchia e gli protesta devozione. Il re la rialza, e reclina il capo sul collo di lei. Si pone a giacere su un'aiuola. Ella, vedendolo addormentato, lo lascia. Segue un altro uomo, che entra, gli toglie la corona, la bacia, versa >veleno negli orecchi del re, ed esce. Torna la regina, e trovando il re morto fa una mimica appassionata. L'Avvelenatore, con due o tre comparse, rientra e finge di addolorarsi con lei. Il cadavere è portato via. L'Avvelenatore corteggia la regina con doni; sulle prime ella sembra riluttante e contraria, ma infine accetta il suo amore. Escono)
OFELIA : Che significa, monsignore?
AMLETO : Delitto e mistero - c'è sotto qualcosa.
OFELIA : Certo la pantomima conteneva l'argomento del dramma.
(Entra il Prologo)
AMLETO : Lo sapremo da costui: gli attori sono incapaci di tenere un segreto, spifferano tutto.
OFELIA : E ci dirà il significato della sciarada?
AMLETO : Di questa, e di qualsiasi altra che voi gli scioriniate davanti: non abbiate vergogna di sciorinare, lui non avrà vergogna di dirvi di che si tratta.
OFELIA : Siete maligno. Lasciatemi sentire.
PROLOGO : Per questo ludo tragico
chiediamo al nostro pubblico
un ascoltar benevolo.
AMLETO : È un prologo, o il motto di un anello?
OFELIA : È breve, monsignore.
AMLETO : Come amor di donna.
(Entrano due attori, il re e la regina.)
RE
Ben trenta volte Febo col suo cocchio
di Nettuno le onde ha circondato
e la terra rotonda, e trenta l'occhio
delle dodici lune, il dì fugato,
con lo splendore del riflesso raggio
dodici volte trenta ruote ha piene,
dacché Cupido i cuor, le mani Imene,
mutuamente ci unì con sacro laccio.
REGINA : E sole e luna altrettanto viaggio
a noi uniti facciamo contare!
Ma sire, ahimè, così stanco vi vedo,
così lontano dall'antico stato,
che per voi tremo, sire. Ma se cedo
al mio timore, non siate turbato.
Troppo teme la donna che sa amare,
e in donna amore e tema han quantità
o nessuna, o d'avanzo. E se il mio amore
è fondato, lo è pure il mio timore.
Dove è grande l'amore, l'ansia serra:
timore e amor sono alleati in guerra.
RE
Ti lascerò, diletta, molto presto,
lo so, delle mie forze sono al termine.
Nel dolce mondo devi sopravvivermi,
amata ed onorata; un nuovo, onesto
marito troverai.
REGINA : Signore, no! Nuove nozze sarebber mercimonio.
Chi ama un secondo, il primo assassinò
AMLETO È assenzio, è assenzio. (A parte.)
REGINA : Motivo di un secondo matrimonio
sarebbe convenienza, amore no.
Un'altra volta uccido il mio diletto
se da un altro mi fo baciare in letto.
RE
Io credo che tu pensi quel che dici,
ma proposito e atto son nemici.
L'intenzione è la schiava di memoria,
di nascita violenta e breve vita:
la bacca acerba è appesa alla magnolia
ma poi, matura, cadrà giù diritta.
Vuole natura che noi rimettiamo
i debiti dovuti a noi medesimi:
ciò che alla calda passione giuriamo,
spento il fuoco, è documento di cenere.
Con la loro violenza, gioia e duolo
il proprio effetto in se stessi distruggono;
dove più canta gioia, più geme il duolo;
la gioia si addolora, il duolo allegrasi
di repente. Regina, questo mondo
non è fatto per noi, e non è strano
che Amore giri con Fortuna in tondo,
e sarà sempre il gran quesito umano,
se Amor guidi Fortuna, o questa Amore,
l'uno, o l'altra. La fuga degli amici
per il grande che cade è gran dolore,
e amici sono a chi sorge i nemici.
Mai mancherà d'amici chi non manca,
ma in bisogno chi chiede ad un amico
immantinente se ne fa un nemico.
E per finire dove cominciai,
destino e volontà son così avversi
che i nostri piani spesso vanno persi:
nostri i pensieri, gli esiti mai.
Qui ti ripugna un secondo marito,
che poi ti avrà, il primo dipartito.
REGINA : Luce il cielo, la terra nutrimento
mi neghi, ed il riposo notte e giorno,
torni qualunque canzone in lamento,
ogni contrario che la gioia toglie
combatta e frustri tutte le mie voglie,
sempre il disastro sia sulla mia traccia,
s'io da vedova mai moglie mi faccia!
AMLETO Se dopo questo rompesse il giuramento!
RE
Bene giurato. Lasciami, mia dolce;
uole il mio spirito stanco l'oblio
che del tedioso dì gli affanni molce. (Dorme.)
REGINA : Buon sonno, amato. Sempre voi e io
si resti uniti contro ogni dissidio. (Esce.)
AMLETO : Signora, come vi piace la commedia?
REGINA : La donna promette troppo, a mio avviso.
AMLETO : Certo manterrà la parola.
RE Conoscete la trama? C'è niente di offensivo?
AMLETO : No, no. È per giuoco. Veleno per giuoco. Nessuna offesa al mondo.
RE Qual è il titolo?
AMLETO : La trappola. Faceto, no? Metaforicamente. È la storia di un delitto commesso a Vienna. Gonzago è il nome del duca; sua moglie, Batista; vedrete, vedrete. È un capolavoro di abominio, ma che fa? Siamo innocenti, non può toccarci. La rozza ulcerata scalpiti, noi abbiamo la schiena sana. (Entra un attore, come Luciano.) Quest altro e Luciano, nipote del re.
OFELIA : Fate da coro molto bene, monsignore.
AMLETO : Saprei improvvisare un dialogo tra voi e il vostro amante, se potessi vedere le marionette in azione.
OFELIA : Siete acuto, monsignore, acuto.
AMLETO : Vi costerebbe un sospiro, smussare la mia punta.
OFELIA : Sempre meglio - e sempre peggio.
AMLETO : Diceva colei che ingannava il marito. Comincia, assassino; licenzia quelle smorfie, comincia. Avanti: «Il corvo gracchia vendetta...».
LUCIANO : Pensier foschi, man pronte, ora sicura,
stagione complice, droga perfetta,
nessuno intorno. Agisci, mistura
d'erbe notturne, tre volte infetta,
sacra a Ecate, mostra alla natura
la tua magia, goccia delle onde stigie,
e della vita usurpa le vestigie.
(Versa il veleno negli orecchi del dormiente)
AMLETO : E lo avvelena in giardino per i suoi beni! Il nome è Gonzago, la storia è autentica, scritta in prezioso italiano, e ora vedrete come l'assassino conquista l'amore della moglie del duca!
OFELIA : Il re si alza.
AMLETO : Come! Turbato da un fuoco fatuo?
REGINA : State male, sire?
POLONIO : Cessate la recita!
RE Luce! Fatemi luce! Via di qua!
TUTTI : Le torce! Luce, luce!
(Via tutti, meno Amleto e Orazio)
AMLETO : Così il daino ferito piangerà,
il capriolo salterà in tondo,
altri veglia, qualcuno dormirà,
così va il mondo!
Orazio, non basterebbe questa scena, e una foresta di piume, se l'altro mio Stato mi rinnegasse come un turco, più due rose di Provins sulle scarpe traforate, a farmi accettare in sociale in una compagnia?
ORAZIO : Mezza caratura è vostra.
AMLETO : Una intera- io!
Come tu sai, Damone diletto,
questo reame è privo
di Giove, spinto all'Orco,
e ora regna qui
un vero, vero - rospo!
ORAZIO : Avreste dovuto rispettare la rima.
AMLETO : Buon Orazio, da ora in poi terrò per mille ducati la parola dello spettro. Ti sei accorto?
AMLETO : Quando si è trattato di veleno...
ORAZIO : Ho visto perfettamente.
AMLETO : Ah, ah! Un po' di musica! I flauti!
Perché se al re la commedia non piacque,
nome di un nome, certo gli dispiacque!
Musica!
(Entrano Rosencrantz e Guildestern)
GUILDESTERN : Monsignore, concedetemi una parola.
AMLETO : Un intero discorso.
GUILDESTERN : Il re, monsignore...
AMLETO : Che ne è?
GUILDESTERN : Si è ritirato, eccezionalmente indisposto.
AMLETO : Per il vino?
GUILDESTERN : Monsignore, per la collera.
AMLETO : La vostra saggezza farebbe meglio a significare questo al medico, perché se fossi io a somministrargli la purga, forse aumenterei la sua collera.
GUILDESTERN : Monsignore, acconciate in qualche forma il vostro discorso, e non divagate così balzanamente dal soggetto che mi mena qui.
AMLETO : Sono calmo, signore. Favellate.
GUILDESTERN : La regina vostra madre, nella più grande afflizione di spirito, mi ha inviato a voi.
AMLETO : Siete il benvenuto.
GUILDESTERN : La vostra accoglienza, monsignore, è tutt'altro che incoraggiante. Se vi piacerà darmi una risposta sensata, eseguirò il comando di vostra madre; nel caso contrario, il mio congedo da voi e il mio ritorno saranno la fine della mia missione.
AMLETO : Signore, non posso.
GUILDESTERN : Che cosa, monsignore?
AMLETO : Darvi una risposta sensata: il mio spirito è infermo. Quanto alla risposta che è in mia facoltà darvi, comandate - o piuttosto mia madre, come voi dite. Perciò, non più: all'argomento. Mia madre, dunque...
ROSENCRANTZ : Ella così dice: il vostro comportamento l'ha percossa di stupore e di costernazione.
AMLETO : Figlio meraviglioso, che puoi stupire così tua madre! Ma non c'è seguito a tanta costernazione materna? Impartite.
ROSENCRANTZ : Desidera parlarvi nella sua camera, prima che vi corichiate.
AMLETO : Obbediremo, fosse ella dieci volte nostra madre. Avete ulteriore commercio con noi?
ROSENCRANTZ : Monsignore, un tempo mi amavate.
AMLETO : E vi amo ancora, per questi dieci ladri e fornicatori.
ROSENCRANTZ : Qual è, monsignore, la causa del vostro turbamento? È un chiudere a catenaccio la guarigione, celare all'amico ciò che ci affligge.
AMLETO : Signore, non faccio strada.
ROSENCRANTZ : Che dite? Non avete la parola del re per la successione in Danimarca?
AMLETO : È vero, signore, ma: «Campa cavallo mio» - banalità dei proverbi. (Passano gli attori con dei flauti) I flauti! Datemene uno. Finiamola: perché la fate da battitori con me, quasi voleste cacciarmi in una rete?
GUILDESTERN : Monsignore, se il mio zelo è troppo ardito, è la mia devozione che è importuna.
AMLETO : Non capisco bene. Suonate questo flauto.
GUILDESTERN : Non posso.
AMLETO : Vi prego.
GUILDESTERN : Credetemi, non posso.
AMLETO : Vi Supplico.
GUILDESTERN : Non conosco lo strumento, monsignore.
AMLETO : È facile come mentire. Governate le aperture con le dita, e il pollice, date fiato con la bocca, ed esso emetterà la musica più eloquente. Guardate, queste sono le chiavi.
GUILDESTERN : Ma non saprei trarne musica: non ne ho l'arte.
AMLETO : Vedi dunque in che bassa stima mi tieni! Vorresti suonarmi; vorresti far conto di conoscere le mie chiavi, di poter sondare il cuore del mio mistero; vorresti farmi cantare dalla nota più bassa fino al culmine del mio registro; e in una cannuccia, qui, c'è tanta musica, eccellente voce, eppure non sai farla parlare. Pensi che io sia più facile a manovrare di un flauto? Qualunque strumento io sia, anche se puoi strimpellarmi, non mi puoi suonare! (Entra Polonio) Dio sia con voi, signore.
POLONIO : Monsignore, la regina vuole parlarvi, e d'urgenza.
AMLETO : Lassù, vedete quella nuvola? Non ha quasi la forma di un cammello?
POLONIO : Per la santa messa, pare proprio un cammello.
AMLETO : O piuttosto una donnola.
POLONIO : Ha la gobba come una donnola.
AMLETO : O una balena.
POLONIO : Una vera balena.
AMLETO : Allora verrò subito da mia madre. (A parte) Costoro tendono l'arco della mia pazienza fino a spaccarlo. (Forte) Verrò subito.
POLONIO : Le dirò così.
AMLETO : È presto detto. Lasciatemi, amici. (Escono tutti tranne Amleto) È l'ora più stregata della notte, i cimiteri sbadigliano, l'inferno esala contagio sul mondo. Potrei bere sangue caldo, compiere azioni che il giorno tremerebbe a vedere. Piano - da mia madre, per ora. Cuore, non perdere la tua natura, non permettere che l’anima di Nerone entri in questo saldo petto. Io sia crudele, non snaturato. Parlerò di pugnali con lei, ma non ne userò. Si alleino lingua e anima in questa ipocrisia: qualunque minaccia io le infligga a parole, anima mia, non consentire ad attuarla! (Esce.)
scena III
Una stanza nel castello.
Entrano il re, Rosencrantz e Guildestern.
RE
Non mi convince il suo stato, né è prudente per noi lasciare che la sua pazzia si sfreni. Quindi preparatevi; ratificherò le vostre credenziali, ed egli verrà in Inghilterra con voi. Il regime non può tollerare un pericolo così vicino a noi come quello che d'ora in ora cresce per le sue bravate.
GUILDESTERN : Ci prepareremo. È sacrosanto scrupolo vegliare alla sicurezza dei sudditi che vivono e prosperano sotto vostra maestà.
ROSENCRANTZ : I poteri mentali dell'individuo hanno da essere usati a difesa della vita, ma quanto più quell'intelligenza da cui dipendono le vite di molti. La maestà che cade non muore sola, e come un gorgo trascina ciò che le sta d'attorno. È una grande ruota che gira fissata al picco della più alta montagna; ai suoi raggi immensi stanno appesi a migliaia oggetti minori; così, scoscendendo la ruota, ogni appendice, ogni piccolo annesso, patisce spaventosa rovina. Il re non piange mai solo: è un singhiozzo generale.
RE Equipaggiatevi in fretta: vogliamo porre catene al piede di questa minaccia, che ora cammina con passo troppo libero.
ROSENCRANTZ : e GUILDESTERN Ci affrettiamo.
(Escono. Entra Polonio)
POLONIO : Sire, sta andando da sua madre. Nascosto dietro le tende seguirò lo svolgimento. Certo la regina lo strigherà con fermezza, ma come voi diceste, e fu ben detto, si impone che qualche orecchio, oltre all’orecchio materno per natura parziale, ascolti il colloquio. A presto, mio sovrano: mi presenterò a voi prima che vi corichiate, per un rapporto.
RE Grazie, caro Polonio. (Esce Polonio) Oh, il mio delitto è una carogna il cui fetore sale fino al cielo! Ha su di sé la più antica, primigenia maledizione: l'assassinio del fratello. Pregare? Non posso, perché sebbene io dia alla mia intenzione tutta la forza della mia volontà, la mia colpa è ancora più forte, e sto come chi, attratto da due imprese, diviso, le trascura entrambe. Eppure, mano maledetta, fossi tu incrostata a doppio di sangue fraterno, il cielo pietoso non ha pioggia bastante per renderti bianca come la neve? Perché la misericordia, se non per affrontare faccia a faccia il peccato? Preghiera, qual è la tua duplice forza, se non di trattenerci sulla china, e di farci perdonare una volta caduti? Dunque posso alzare gli occhi, la mia colpa appartiene al passato. Ma quale forma darò alla preghiera? «Rimetti a me il mio delitto orrendo?» No, sono ancora in possesso dei beni per cui lo commisi: la corona, la mia ambizione soddisfatta, la regina. Si può venir perdonati e conservare i frutti dell'offesa? Negli usi corrotti del mondo la mano dorata del crimine può scansare la legge, e di frequente si vede la giustizia comprata dal prezzo del delitto; ma così non è in cielo; non c'è scappatoia lassù, l'opera viene prodotta nella sua vera natura, e noi stessi, chiamati a deporre, ci accaniamo a testimoniare contro di noi. Che, allora? Che resta? Provare il potere del pentimento: che cosa non potrebbe? Ma che cosa può, quando pentirsi è impossibile? Stato miserando, petto nero come morte! Anima invischiata, che più ti agiti per liberarti e più sei presa! Angeli, soccorso! Impetrate la grazia! Ginocchia orgogliose, piegatevi; cuore dalle fibre di acciaio, fatti soffice come le giunture del bimbo appena nato. Tutto può essere bene. (Si inginocchia. Entra Amleto.)
AMLETO : Ora è il momento di farlo, ora posso, ora che prega. E ora io lo farò, così va diritto in paradiso. Questa è la mia vendetta? Esaminiamo. Un miserabile uccide mio padre, e per questo io, il suo unico tiglio, mando quel miserabile in cielo. Ringraziamento e premio, non vendetta! Egli colse mio padre impreparato, gonfio di cibo, nel germinare dei suoi peccati rigogliosi come maggio in fiore; e chi, tranne il cielo, sa di quali colpe debba rispondere? ma nelle circostanze, per ciò che è dato a noi giudicare, il suo carico deve essere pesante. E sarò vendicato, se coglierò costui mentre monda la sua anima, pronto e disposto al passaggio? No. Fermo, pugnale, e aspetta un'occasione più sinistra: quando è stordito dal vino, o in collera, o nel piacere incestuoso del suo letto, o al tavolo da giuoco mentre bestemmia, in un atto che non rechi speranza di salute, coglilo allora, dagli lo sgambetto, che i suoi talloni scalpitino al cielo, e la sua anima sia dannata e nera come l'inferno dove sprofonda! Mia madre aspetta. Questa medicina non fa che prolungare i tuoi giorni condannati. (Esce.)
RE
Le mie parole volano, i miei pensieri strisciano in basso. Parole senza pensieri non giungono al cielo. (Esce.)
scena IV
L'appartamento della regina.
Entrano la regina e Polonio.
POLONIO : Sta salendo. Toccatelo sul vivo, dite che le sue stranezze hanno passato il limite in pubblico, e che la vostra intercessione ha dovuto frapporsi tra lui e una grande ira. Io starò qui dietro in silenzio. Mi raccomando, siate abile.
AMLETO : (da dentro) Madre, madre, madre!
REGINA : Garantisco io, non temete. Nascondetevi: arriva.
(Polonio si nasconde dietro i tendaggi. Entra Amleto)
AMLETO : Madre, volete parlarmi?
REGINA : Amleto, tu hai molto offeso tuo padre.
AMLETO : Madre, voi avete molto offeso mio padre.
REGINA : Via, tu rispondi con lingua impudente.
AMLETO : Orsù, voi interrogate con lingua colpevole.
REGINA : Amleto, che dici, ora?
AMLETO : Che c'è, ora?
REGINA : Hai dimenticato chi sono?
AMLETO : Per la croce, no. Siete la regina, la moglie del fratello di vostro marito, e così non fosse, mia madre.
REGINA : Se mi affronti, io ti farò parlare da altri.
AMLETO : No. Oh no. Sedetevi. Non vi muovete. Di qui non si esce, finché io non vi abbia offerto uno specchio in cui possiate vedere la più riposta parte di voi.
REGINA : Che cosa vuoi fare? Vuoi uccidermi? Aiuto!
POLONIO : (da dentro) Aiuto, aiuto!
AMLETO : (sfoderando la spada): Che c'è? Un topo? È morto! Un ducato, che è morto! (Colpisce la tenda con la spada.)
POLONIO : (da dentro): Ah! Mi hanno ucciso!
REGINA : Misera me, che hai fatto?
AMLETO : Non so. Era il re?
REGINA : Oh, azione assurda e sanguinosa!
AMLETO : Sanguinosa, buona madre: quasi quanto uccidere un re e sposarne il fratello.
REGINA : Uccidere un re?
AMLETO : È la parola, signora. (Solleva la tenda e scopre il corpo di Polonio.) Tu, povero sciocco, pazzo intrigante, addio. Ti avevo preso per uno migliore di te. Subisci la tua sorte. Ci insegni che il troppo zelo è pericoloso. Smettete di tormentarvi le mani. Basta. Sedete, che io vi torca il cuore, perché lo farò, se è tessuto di scorza penetrabile, se l'uso iniquo non lo ha tanto indurito da farlo refrattario al sentimento.
REGINA : Quale colpa ho commesso, che ti dia il diritto di parlarmi così?
AMLETO : Tale un atto, che insozza il mite rossore della modestia, chiama la virtù ipocrisia, strappa le rose dalla bella fronte di un amore innocente e in luogo vi lascia una piaga, fa i voti coniugali falsi come promesse di giocatori. Un'azione che svuota d'anima il corpo del contratto e fa sembrare la santa religione una litania di parole! Il viso del firmamento ne arde, la densa materia inerte contrae la superficie in una smorfia di nausea, in attesa del giudizio finale!
REGINA : Misera me, che atto è questo, che accusa e tuona prima di essere nominato?
AMLETO : Guardate su questo ritratto, e su questo, riprodotte le sembianze di due fratelli. Quanta grazia può brillare su una fronte! I riccioli di Iperione, le tempie di Giove, l'occhio di Marte per l'ira e il comando, il portamento dell'araldo Mercurio quando si posa su un colle che tocca il cielo: combinazione di elementi, forma, cui sembra che ognuno degli dèi abbia voluto porre il sigillo per dare al mondo una immagine autentica d'uomo. Era vostro marito. Attenta a quel che viene dopo: questo è vostro marito, la spiga bacata, fatale al fratello. Avete occhi? Abbandonare i pascoli di un monte aprico per grufolare in una marana! Avete occhi? Non potete dire che sia per amore, alla vostra età il fermento del sangue è sopito, è domato, si rimette al giudizio; e quale giudizio passerebbe dall'uno all'altro? Avete sensi, certo, o non potreste avere moto, ma certo sono sensi paralizzati, perché la pazzia non tralignerebbe così, né la coscienza cederebbe al delirio, al punto da non conservare potere di scelta di fronte a un paragone troppo chiaro! Quale demone fu, che giocò turpemente con voi a moscacieca? Occhi senza tatto, tatto senza vista, orecchie senza occhi né mani, olfatto lasciato a se stesso: perché anche una parte malaticcia di uno dei sensi, come potrebbe essere così? Vergogna, dov'è il tuo rossore? Ribellione d'inferno, se puoi ammutinarti nelle ossa di una matrona, sia la virtù cera che fonde all'incendio della giovinezza; via il pudore, quando l'istinto comanda, poiché la stessa neve brucia furiosamente, e l'intelletto fa da mezzano alla volontà.
REGINA : Basta, Amleto, non più! Tu giri i miei occhi dentro la mia anima, e io vi vedo macchie così nere e corrose che non si cancelleranno.
AMLETO : No, ma vivere nel rancido sudore di un letto insudiciato, nel putridume, facendo l'amore sul più sozzo letame!
REGINA : Non parlarmi più! Queste parole, pugnali, mi straziano. Basta, dolce Amleto!
AMLETO : Un assassino e un vigliacco, uno sguattero, non la duecentesima parte del vostro primo signore, un buffone di re, un tagliaborse dell'impero e della legge, che rubò il diadema prezioso da uno scaffale per intascarlo!
REGINA : Non più!
AMLETO : Un re di toppe, un re di soprattoppe! (Entra lo Spettro.) Sotto le vostre ali, guardie del cielo, proteggetemi voi! Che cosa vuole la tua ombra sovrana?
REGINA : Ahimè, è pazzo!
AMLETO : Vieni a rimproverare il tuo figlio infingardo, che negli indugi del tempo e della passione trascura l'azione sollecitata dal tuo temuto comando? Parla!
SPETTRO : Non dimenticare. Questa apparizione è solo per dare lena ai tuoi stremati propositi. Ma vedi, l'incertezza accascia tua madre: sta fra lei e la sua anima divisa: la passione è più forte nelle nature più deboli. Parlale, Amleto.
AMLETO : Come vi sentite, signora?
REGINA : Ahimè, tu come stai, che fissi gli occhi nell'assenza, e parli all'aria incorporea? Dalle pupille il tuo spirito arde selvaggiamente, e, soldati colti nel sonno da un allarme, i tuoi capelli coricati si animano, si alzano, stanno ritti. Figlio adorato, spargi sul bruciore delle tue tempie ardenti una rugiada di pazienza. Che guardi?
AMLETO : Lui! Lui! Guardate il suo pallore luminoso. Un aspetto, una causa, che, uniti, se predicassero alle pietre le farebbero capaci di azione. Non fissarmi, se non vuoi che il tuo appello implorante nuoccia alla mia determinazione: ciò che si aspetta da me mancherà del suo vero colore, saranno lacrime invece di sangue.
REGINA : A chi parli?
AMLETO : Non vedete niente là?
REGINA : Niente. Eppure vedo tutto quello che c'è.
AMLETO : E non sentite niente?
REGINA : La mia voce e la tua.
AMLETO : Guardate! Là, guardate! Se ne va, si cancella! Mio padre, nelle vesti che portava in vita! Dove va ora? Guardate, è al portale... è uscito.
(Esce lo Spettro)
REGINA : È una creatura del tuo cervello. Il delirio è maestro nel suggerire visioni.
AMLETO : Delirio! Il mio polso batte regolarmente, come il vostro, con un ritmo altrettanto normale. Non è pazzia ciò che ho detto: mettetemi alla prova, ripeterò parola per parola, mentre se fossi pazzo divagherei. Per amore della grazia, madre, non lenitevi l'anima con l'illusione che non sia il vostro peccato ma la mia demenza a parlare. Sarebbe unguento sulla piaga ulcerosa, ma la cancrena lavora all'interno, infetta non vista. Confessatevi al cielo, pentitevi dei trascorsi, evitate il mal passo futuro, non spargete concime sull'ortica per farla più rigogliosa. E perdonate a me la mia virtù, giacché nella crapula di questi tempi ingordi la virtù deve chiedere perdono al vizio, inchinarsi, chiedere venia del bene che gli fa.
REGINA : Amleto, hai spezzato il mio cuore in due.
AMLETO : Gettatene via la parte peggiore, vivete più castamente con l'altra metà. Buona notte. Ma non entrate nel letto di mio zio. Assumete una virtù, se non ne avete una. L'abitudine, mostro che uccide l'attenzione, demonio negli usi, è un angelo in questo, che all'esercizio di atti onesti e puri fornisce una divisa, una livrea, altrettanto tagliata da indossare. Stanotte dominatevi; questo darà una specie di abbrivio alla astinenza seguente; la prossima, più facile; perché l'uso può quasi cambiare lo stampo di natura, vincere il male, detronizzarlo con forza di miracolo. Ancora una volta buona notte. E quando vorrete una benedizione, allora io chiederò la vostra. Quanto a costui, me ne pento; ma il cielo ha voluto punire me con lui e lui con me, io ministro e flagello. Mi occuperò di lui, risponderò da uomo della morte che ho dato. Di nuovo buona notte. Devo essere crudele per essere pietoso: mal principio, e il peggio è da venire. Ancora una parola.
REGINA : Che devo fare?
AMLETO : Non quello che vi ho detto, no certo. Invece, lasciare che il re vi tenti ancora all'amplesso, vi pizzichi le guance, vi chiami suo topo, e farvi indurre, per due baci rancidi, o per una carezza di quelle dita dannate sul vostro collo, a rivelargli tutto: che la mia non è vera pazzia, ma stratagemma. Bello, se glielo direte! Perché chi mai, non essendo nient'altro che una regina, bella, composta, saggia, potrebbe tacere a un rospo, a un pipistrello, a un gatto bastardo, un così caro segreto? Chi potrebbe? No, contro logica, contro prudenza, scoperchiate il paniere sul tetto, che i passeri volino, e come la scimmia della favola saltate nel paniere per provare, per rompervi il collo cadendo!
REGINA : Amleto, se le parole sono fatte di respiro e il respiro di vita, io non ho vita per fiatare ciò che mi hai detto.
AMLETO : Mi si manda in Inghilterra. Lo sapete?
REGINA : Ahimè, dimenticavo. Fu stabilito.
AMLETO : Ci sono lettere sigillate. E due compagni di scuola, dei quali mi fido come di una coppia di vipere cornute, hanno il mandato: devono spazzare la strada che mi conduce al trabocchetto. Lasciamoli fare. Sarà grande veder saltare l'artificere sulla sua stessa carica; e non sono più io se non scaverò una yarda sotto le loro mine per scaraventarli fin sulla luna. È troppo bello, quando due congiure opposte si scontrano! Costui mi consiglia di fare fagotto; trascinerò le sue trippe nella stanza vicina. Madre, buona notte davvero. Questo consigliere è ora molto quieto, riservato, grave, che in vita era un ciarlone vanesio e insopportabile. Con me, signore, venite, sia finita con voi. Buona notte, madre. (Esce Amleto trascinando Polonio)
ATTO QUARTO
scena I
Una stanza del castello.
Entra il re con Rosencrantz e Guìldestern, e la regina.
RE
Aneliti, profondi sospiri, in cui c'è un sottinteso da interpretare. Noi vogliamo capire. Dov'è vostro figlio?
REGINA : Lasciateci un momento. (Escono Rosencrantz e Guildestern.) Mio signore, che cosa ho veduto questa notte!
RE Amleto?
REGINA : Pazzo come il mare e il vento quando confrontano la loro potenza. In un accesso furioso, udendo qualcosa muoversi dietro l'arazzo, sguaina la spada, grida «Un topo, un topo!», e nel cieco trasporto uccide il buon vecchio nascosto.
RE Azione gravissima! Toccava a noi, se eravamo là. La sua libertà è tutta una minaccia, per voi, per noi, per ognuno. Come risponderemo di questo sangue? Ci verrà imputato, la nostra previdenza avrebbe dovuto tenere a freno, confinato, isolato, quel pazzo giovane. Ma l'affetto ci impedì di capire il da farsi, e come l'infermo di una malattia turpe, non volendo farlo sapere, lasciammo che il male si nutrisse con il midollo stesso della vita. Dov'è andato?
REGINA : A nascondere il corpo dell'ucciso. La sua pazzia si mostra pura, come una vena d'oro in una miniera di metalli vili. Piange per quello che ha fatto.
RE Gertrude, dobbiamo farlo imbarcare prima che il sole tocchi le montagne; e avremo bisogno di tutta la nostra autorità e abilità per scusare la sua azione infame. Guildestern! (Entrano Rosencrantz e Guildestern) Amici, prendete altri con voi, e andate alla ricerca di Amleto, che nella sua pazzia ha trucidato Polonio e lo ha trascinato via dalla stanza di sua madre. Ammansitelo, e trasportate il cadavere nella cappella. Fate in fretta. (Escono Rosencrantz e Guìldestern.) Vieni, Gertrude, riuniamo i consiglieri, presentiamoci a loro con la notizia dell'accaduto e dei nostri provvedimenti. Forse così la calunnia, sussurro che porta il suo veleno sopra il diametro del mondo, diritto come il cannone al bersaglio, mancherà il nostro nome, andando a colpire l'aria invulnerabile. Vieni. La mia anima è piena di confusione e di angoscia.
(Escono)
scena II
Un'altra stanza nel castello.
Entra Amleto.
AMLETO : Nascosto al sicuro.
VOCI : Amleto! Monsignore Amleto!
AMLETO : Che rumore? Chi chiama Amleto? Eccoli.
(Entrano Rosencrantz e Guildestern)
ROSENCRANTZ : Monsignore, che avete fatto del cadavere?
AMLETO : Mescolato alla polvere, cui è affine.
ROSENCRANTZ : Diteci dov'è, lo porteremo in cappella.
AMLETO : Non crediatelo.
ROSENCRANTZ : Credere?
AMLETO : Che io sappia tenere il vostro segreto e non il mio. Poi, che cosa dovrebbe rispondere un figlio di re interpellato da una spugna?
ROSENCRANTZ : Mi prendete per una spugna, monsignore?
AMLETO : Sì, che si imbeve del favore del re, donazioni, cariche. Ma costoro finiscono col rendere i migliori servigi al re, che li tiene, come la scimmia la mela, nel cavo della ganascia: prima imboccati, alla fine inghiottiti. Quando ha bisogno di ciò che avete spigolato, non fa che spremervi, e, spugna, eccoti asciutta di nuovo.
ROSENCRANTZ : Non vi capisco, monsignore.
AMLETO : Meglio. Un discorso vacuo dorme in un orecchio stolido.
ROSENCRANTZ : Monsignore, dovete dirci dov'è il corpo e venire con noi dal re.
AMLETO : Il corpo è con il re, ma il re non è con il corpo. Il re è una cosa...
GUILDESTERN : Una cosa, monsignore!
AMLETO : Da niente. Portatemi da lui. Volpe, rimpiattati, e gli altri dietro!
(Escono)
scena III
Un'altra stanza nel castello.
Entra il re, cum aliis.
RE
Ho mandato a cercarlo, e a ritrovare il corpo. Che pericolo è quell'uomo in libertà! Ma contro di lui non va usata la forza della legge; egli è adorato dal popolo, che nell'amare segue gli occhi, non il discernimento; così il castigo del colpevole è soppesato, la colpa mai. Se non vogliamo disordini, la sua partenza deve sembrare frutto di una giusta decisione. A mali disperati, nient'altro che disperati rimedi. (Entra Rosencrantz) Dunque?
ROSENCRANTZ : Non si riesce a fargli dire dove ha nascosto il cadavere.
RE Lui dov'è?
ROSENCRANTZ : Qui fuori, sire, guardato a vista.
RE Portatelo davanti a me.
ROSENCRANTZ : Guildestern! Introduci monsignore.
(Entrano Amleto e Guildestern)
RE Amleto, dov'è Polonio?
AMLETO : A cena.
RE A cena! Dove?
AMLETO : Non dove mangia, dove è mangiato. Una certa assemblea di vermi politici si sta occupando di lui. Il vero imperatore della dieta è il verme: noi ingrassiamo tutte le altre creature per ingrassarci, e ci ingrassiamo per lui. Un re obeso e un pezzente allampanato non sono che un primo e un secondo: due piatti per una sola tavola. Questa è la fine.
RE Ahimè.
AMLETO : Un uomo può pescare con il verme che ha mangiato un re, e mangiare il pesce che ha inghiottito quel verme.
RE Che vuoi dire?
AMLETO : Niente; vi spiego come un re possa trovarsi in viaggio ufficiale nelle budella di un mendicante.
RE Dov'è Polonio?
AMLETO : In cielo, mandate a vedere. Se il vostro inviato non lo trovasse lì, cercatelo da voi nell'altro posto. Ma se proprio non lo trovaste entro un mese, potrete annusarlo per le scale della loggia.
RE (ad alcuni del seguito): Cercate lassù.
AMLETO : Aspetterà finché arriverete.
(Escono quelli del seguito)
RE
Amleto, per la tua sicurezza - della quale siamo solleciti, anche rammaricandoci molto delle tue azioni - è conveniente che tu parta con la rapidità del fuoco. Preparati. La nave è al porto, il vento è favorevole, i compagni attendono; tutto è pronto per l'Inghilterra.
AMLETO : Per l'Inghilterra?
RE Sì, Amleto.
AMLETO : Bene.
RE
Certo, se conoscessi i nostri pensieri.
AMLETO : Vedo un cherubino che li vede. Sia per l'Inghilterra. Addio, cara madre.
RE Il tuo amoroso padre, Amleto.
AMLETO : Mia madre. Padre e madre sono uomo e donna, uomo e donna una carne sola, dunque mia madre. In Inghilterra! (Esce.)
RE
Stategli ai fianchi. Affrettate l'imbarco. Lo voglio partito questa notte. Via! Tutto è fatto e sigillato. Siate solleciti. (Escono Rosencrantz e Guildestern) E, Inghilterra, se fai conto del mio favore - come dovrebbe consigliarti la mia potenza, poiché è ancora fresca e rossa la tua cicatrice per la spada danese, e la sottomissione che liberamente mi professi ci paga tributi - non puoi restare indifferente al nostro comando sovrano, che richiede, con tassative lettere, la morte immediata di Amleto. Fallo, Inghilterra, perché egli infuria come l'etisia nel mio sangue, e tu devi curarmi. Finché non saprò che sia fatto, niente potrà darmi gioia. (Esce.)
scena IV
Una landa nei pressi del castello.
Entra Fortebraccio con l'esercito.
FORTEBRACCIO : Capitano! Il nostro saluto al re di Danimarca. Che per sua concessione Fortebraccio traversa il territorio danese compiendo la manovra stabilita. Luogo e ora dell'udienza vi sono noti. Che, ove sua maestà degnasse incontrarsi con noi, gli esprimeremmo di persona la nostra devozione. Ecco il messaggio.
CAPITANO : Sarà portato, principe.
FORTEBRACCIO : Avanzate con ordine! (Esce con l’esercito.)
scena V
Una stanza nel castello.
Entrano la regina, un gentiluomo, e Orazio.
REGINA : Non mi sento di parlarle.
GENTILUOMO : Insiste, con l'indiscrezione di chi non è in sé. Si trova in uno stato pietoso.
REGINA : Che cos'ha?
GENTILUOMO : Parla di suo padre; dice che il mondo è tutto un inganno; e sospira, e si batte il petto; si adombra; le sue parole ambigue non hanno senso che a metà, non parlano di niente, eppure il modo in cui le deforma spinge chi l'ascolta ad associare, a cucire quelle frasi, per adeguarle ai propri pensieri; e per le occhiate, e i cenni, e i gesti che le accompagnano, sembra davvero che sotto le parole stia un pensiero, indefinibile, ma disperato.
ORAZIO : Sarà bene che la riceviate: il suo stato potrebbe spingere i malintenzionati a congetture dannose.
REGINA : Lasciatela entrare. (Esce il gentiluomo. A parte) Alla mia anima in difetto ogni inezia sembra preludere a una calamità. È la natura del peccato, la colpa è così sospettosa che si tradisce per non scoprirsi.
(Entra Ofelia sconvolta)
OFELIA : Dov'è la graziosa maestà di Danimarca?
REGINA : Ofelia, come stai?
OFELIA : (canta):
Come potremo il tuo amore fedele
distinguere fra tanti?
Dal bordone, dal nicchio sul cappello,
e dai suoi sandali.
REGINA : Dolce Ofelia, perché questa canzone?
OFELIA : Che dite? Ascoltate ancora, attenti.
Signora, è morto, è ito,
è ito, è morto;
sul capo, zolle fiorite,
alle calcagna, pietre. O, oh!
REGINA : Sì, Ofelia, ma...
OFELIA : Bianco il sudario come neve in monte...
(Entra il re.)
REGINA : Ahimè, signore, guardatela.
OFELIA : ...cosparso di bei fiori;
non fu accompagnato alla tomba dal pianto,
rugiada di vero amore.
RE Come stai Ofelia?
OFELIA : Bene, Dio vi rimeriti. Dicono che il gufo era la figlia di un fornaio. Signore, sappiamo cosa siamo, non cosa potremmo essere. Dio sieda alla vostra tavola.
RE È al padre che si riferisce.
OFELIA : Non ne parliamo, vi prego; ma quando vi chiederanno la storia rispondete così:
Domani è il giorno di san Valentino.
La mattina di buon'ora
busserò alla tua finestra,
sarò la tua Valentina.
Lui si alzò, si vestì, aprì l'usciolo
fece entrare la fanciulla, che fanciulla
fuori più non uscì.
RE Graziosa Ofelia!
OFELIA : Davvero, senza bestemmie, voglio finirla.
Per Gesù e per la santa carità,
ahimè, che vergogna;
il giovanotto se può lo fa,
di chi è la colpa?
Dice lei, prima di prendermi
di sposarmi avevi detto;
dice lui, ti sposavo, per il sole che splende,
se non venivi a letto.
RE È così da molto?
OFELIA : Tutto andrà bene, spero. Ci vuole pazienza; ma come non piangere, se penso che lo hanno messo nel freddo della terra. Mio fratello verrà a saperlo; e così, grazie dei vostri buoni consigli. Avanti la mia carrozza! Buona notte, signore mie, buona notte, dolci signore, buona notte, buona notte. (Esce)
RE Statele vicino. Sorvegliatela, mi raccomando. (Esce Orazio) È il veleno del dolore profondo: la morte del padre. Gertrude, quando arrivano le disgrazie, non è come spie solitarie, ma a battaglioni! Prima l’uccisione di suo padre; poi la partenza di tuo figlio, violentissimo autore del proprio allontanamento; il popolo in subbuglio, per le voci diffuse sulla morte del buon Polonio, e da parte nostra fu un errore seppellirlo di nascosto; la misera Ofelia divisa da se stessa, dalla sua mente, senza la quale non siamo che figure, anzi bestie; infine, ma è più di tutto, suo fratello, tornato segretamente dalla Francia, si sfama di questa incertezza, se ne sta fra le nuvole, né mancheranno mosconi a infettargli le orecchie con voci maligne sulla morte del padre, accusando noi per povertà di argomenti. Gertrude, questo pensiero, come un cannone a mitraglia, mi uccide in soprammercato.
(Un rumore interno)
REGINA : Che rumore è questo?
RE
Dove sono i miei svizzeri? La porta! (Entra un messo) Che succede?
MESSO : Salvatevi, sire! Il mare, soverchiando la sua linea, non divora i piani con più impeto del giovane Laerte, che a capo di una sommossa affronta i vostri ufficiali. La folla lo chiama suo signore, e come se il mondo cominciasse oggi, rinnegata la tradizione, dimenticata la storia, a sostegno e sanzione di ogni sua parola gridano: «Abbiamo scelto! Laerte deve essere fatto re!». Berrette, mani e lingue acclamano fino alle nuvole: «Laerte deve essere fatto re! Laerte re!».
(Rumore interno )
REGINA : Come abbaia allegramente la muta sulla falsa pista! Stupidi cani danesi!
RE Hanno forzato la porta.
(Entra Laerte con altri)
LAERTE : Dov'è questo re? Voialtri, rimanete fuori.
TUTTI : Vogliamo entrare!
LAERTE : No! Lasciatemi solo.
TUTTI : Sia. Sì, sì.
LAERTE : Grazie, amici; sorvegliate la porta. (La folla si ritira) Re infame, rendimi mio padre!
REGINA : Con calma, buon Laerte.
LAERTE : La goccia di sangue che è calma mi proclama bastardo, dà del cornuto a mio padre, stampa il timbro delle prostitute sulla fronte immacolata della mia casta madre.
RE Laerte, quale causa dà alla tua rivolta queste proporzioni? Lascialo fare, Gertrude, non temere per me. La maestà è avvolta da un'aura divina, e il tradimento può intravvedere i suoi propositi, non attuarli. Dì a me, Laerte, perché sei così furibondo. Lascialo, Gertrude. Parla, ragazzo.
LAERTE : Mio padre, dov'è?
RE Morto.
REGINA : Non per opera sua.
RE Lascia che si sfoghi.
LAERTE : Come è morto? Non mi farò ingannare. All'inferno la fedeltà! Al diavolo i giuramenti di vassallaggio! Coscienza e grazia, giù nell'abisso! Io sfido la dannazione. Sono al punto che non mi curo di questo né dell'altro mondo, e avvenga ciò che può, solo che io abbia vendetta piena per mio padre.
RE Chi ti tratterrà?
LAERTE : La mia volontà, non questo mondo né l'altro; quanto ai mezzi che ho, ne farò un uso tale da arrivare lontano con poco.
RE Bravo Laerte, vuoi la verità su tuo padre, ma sta scritto nella sua vendetta di spazzare a pigliatutto gli amici e i nemici, chi vince e chi perde?
LAERTE : Solo i suoi nemici.
RE Li conoscerai per tali?
LAERTE : Ai suoi amici veri, braccia aperte; come il generoso pellicano che dona la vita, li nutrirò del mio sangue.
RE Ora parli da figlio e da gentiluomo. La mia innocenza e il mio dolore per la perdita di tuo padre colpiranno diritto il tuo giudizio, come la luce del giorno i tuoi occhi.
(Rumore interno.)
VOCI : Lasciatela passare.
LAERTE : Che succede? Questo chiasso? (Entra Ofelia.) Febbre, calcina il mio cervello! Lacrime sette volte salate, bruciate il senso e la virtù dei miei occhi ! La tua pazzia sarà pagata a peso, per il cielo, finché la bilancia torca il suo asse. Rosa di maggio! fanciulla adorata, buona sorella, dolce Ofelia! Cieli, possibile che il senno di una giovinetta debba seguire un vecchio nella morte? La natura si affina nell'amore, e invia una parte preziosa di sé dietro la cosa amata.
OFELIA : (canta)
Nella bara lo han messo a volto nudo,
hey, nonnonny, nonny,
nella tomba gran pianto è piovuto.
Addio, colombello!
LAERTE : Se tu avessi il senno e chiedessi vendetta, non potresti commuovere di più.
OFELIA : Dovete cantare così:
Laggiù, quaggiù lo chiamate,
quaggiù, laggiù.
Gira, arcolaio: è il ritornello. Il maggiordomo infedele rapì la figlia del padrone.
LAERTE : Il niente che dice è più che tutto.
OFELIA : C'è il rosmarino, per il ricordo; amore, ti prego, ricorda; e ci sono le viole, per i pensieri.
LAERTE : Pensieri e ricordi appropriati, una lezione anche nella pazzia.
OFELIA : C'è il finocchio per voi, e le colombine; per voi la ruta, e ce n'è anche per me; possiamo chiamarla erba della grazia domenicale; ma nel vostro emblema la ruta dovrebbe essere diversa. C'è la margherita, e vorrei darvi delle violette, ma appassirono tutte quando mio padre morì; dicono che fece una buona fine.
Perché il bel Robin, il dolce Robin,
è tutta la mia gioia.
LAERTE : Pensieri e affanni, lo strazio, l'inferno stesso, ella rende incantevoli e dolci.
OFELIA : (canta)
E non tornerà?
E non tornerà?
No, è morto,
va al tuo letto di morte,
non tornerà mai più.
Bianca la barba di neve,
di lino la sua testa,
finì per lui, finì
e noi derelitti in pianto,
abbia Dio di lui pietà.
E di tutte le anime cristiane, io prego Dio. Dio sia con voi. (Esce.)
LAERTE : Dio, hai occhi per questo?
RE
Laerte, ho il diritto di allearmi con il tuo dolore. Destina i tuoi amici più fidati a giudici fra te e me. Se mi troveranno responsabile, direttamente o come istigatore, espierò cedendo a te il regno, la corona, la vita, tutto ciò che è nostro, per risarcirti; ma in caso contrario, prestaci la tua pazienza, e noi faremo causa comune con la tua anima, per darle soddisfazione.
LAERTE : Sia. Le circostanze della sua morte, la sepoltura clandestina, senza stendardi funebri né spada, senza rito araldico né cerimonia, mi gridano dal cielo alla terra di chiederne ragione.
RE È giusto. E dove è l'offesa, piombi la grande ascia. Vieni con me.
(Escono)
scena VI
Un'altra stanza nel castello.
Entrano Orazio e un servitore.
ORAZIO : Vogliono parlare con me? Chi sono?
SERVITORE : Marinai; dicono di avere lettere per voi.
ORAZIO : Entrino. (Esce il servitore) Io non so chi mai e da che parte del mondo mi dovrebbe scrivere, se non il principe Amleto.
(Entra un marinaio)
MARINAIO : Dio vi benedica, signore.
ORAZIO : Benedica te pure.
MARINAIO : Se ne avrà voglia lo farà. Qui c'è una lettera dell'ambasciatore che andava in Inghilterra; è per voi, se vi chiamate Orazio, come hanno detto.
ORAZIO : (legge la lettera): «Orazio, quando avrai scorso questa mia, dà agli uomini modo di arrivare fino al re: hanno lettere per lui. Non eravamo in mare da due giorni, e un vascello corsaro, armato come una nave da guerra, ci diede la caccia. Trovandoci troppo lenti di vela, dovemmo farci coraggio e li abbordammo. Saltai sul ponte della loro nave, che subito si scostò dalla nostra, e io solo restai prigioniero. Mi hanno trattato da ladroni misericordiosi, ma sapevano quello che facevano, e ora dovrò ricambiare. Fa che il re abbia le lettere che gli invio;tu corri da me, veloce come se fuggissi la morte. Per le tue orecchie ho parole da farti ammutolire, eppure ancora leggere per il calibro della faccenda. Questa brava gente ti condurrà da me. Rosencrantz e Guidestern proseguono per l'Inghilterra; di loro ho molto da dirti. Addio. Colui che sai tuo, Amleto». Venite, vi aiuterò a inoltrare le lettere. Fate presto, perché dovete condurmi da colui che le invia.
(Escono)
scena VII
Una stanza nel castello.
Entrano il re e Eaerte.
RE
Ormai la tua coscienza deve assolvermi, e merito il posto dell'amico nel tuo cuore, se ti sei davvero convinto che chi uccise tuo padre attentava alla mia vita.
LAERTE : Appare chiaro. Ma perché non avete proceduto contro questo delitto capitale, come esigevano la vostra sicurezza, la vostra posizione, la vostra politica, tutto?
RE Oh, per due ragioni precise, fiacche forse a tuo giudizio, forti al mio. La regina sua madre non vive che per i suoi occhi, ed ella, mia fortuna o maledizione non so, è una cosa sola con la vita dell'anima mia; non è più avvinta una stella alla propria orbita che io a lei. L'altra ragione per evitare un processo pubblico, è la devozione che il popolo gli porta: come certe sorgenti mutano il legno in pietra, essa avrebbe fatto del prigioniero un martire, bagnando le sue colpe nell'affetto; e le mie frecce, leggere a quel vento impetuoso, invece di colpire il bersaglio, si sarebbero rivolte contro il mio arco.
LAERTE : Nobile, il padre che ho perduto così; sfida all'età nostra per le sue doti, se posso lodare ciò che non è più, la sorella che vedo ridotta alla disperazione; e non avrò la mia vendetta?
RE
Non devi perdere il sonno per questo. Ci credi fatti di stoffa così vile da lasciare che il pericolo ci tiri la barba per passatempo? Presto ne saprai di più. Tuo padre mi era caro, per di più io sono caro a me stesso, immagina dunque... (Entra un messo con una lettera) Notizie?
MESSO : Lettere, monsignore, da parte di Amleto, per vostra maestà e per la regina.
RE Da parte di Amleto? I latori?
MESSO : Marinai, dicono; io non li ho visti. A darmele fu Claudio; le ebbe da chi le portò.
RE Sentirai, Laerte. Lasciaci. (Esce il messo) «Alto e potente, sappiatemi sbarcato nudo sul vostro regno. Domani chiederò licenza di guardarvi in quegli occhi di re, e di esporre il motivo del mio strano, inopinato ritorno.» Che significa? Saranno tornati anche gli altri? O è un falso?
LAERTE : Riconoscete la mano?
RE La scrittura è di Amleto. «Nudo»! Un poscritto, qui. Dice: «Solo». Come lo spieghi?
LAERTE : Mi ci perdo, monsignore. Ma venga! Il mio cuore malato risana al pensiero di potergli gridare sui denti: «Sei stato tu!».
RE Se è così, Laerte - può essere? ma può essere altrimenti? - ti farai guidare da me?
LAERTE : Monsignore, purché non mi chiediate di riappacificarmi.
RE
Con te stesso. Se è tornato interrompendo il viaggio, con l'intenzione di non ripartire, mi varrò contro di lui di un piano che sta maturando in me. Non potrà che soccombere. E la sua morte non muoverà alito di biasimo; perfino la madre assolverà l'astuzia, chiamandola disgrazia.
LAERTE : Mi lascerò guidare, monsignore; fate in modo che sia io lo strumento.
RE Cadi a proposito. Durante il tuo viaggio si è parlato molto di te, anche in presenza di Amleto, per una qualità in cui eccelli, sembra; le tue doti, riunite, non gli hanno strappato l'invidia di quest'una, che a mio parere è l'ultima.
LAERTE : Qual è, monsignore?
RE Un nastro sul berretto della gioventù, è tuttavia necessario, perché la sua livrea spensierata le conviene quanto all'età matura le vesti scure e le pellicce, denotanti ricchezza e contegno. Due mesi or sono ci visitò un gentiluomo normanno. Ho visto i francesi, ho militato contro di loro: sanno stare a cavallo; ma costui è un virtuoso dell'equitazione. Piantato sulla sella, faceva compiere alla sua splendida bestia tali acrobazie, da sembrare un centauro. Figure, giuochi, non saprei immaginarne più di quanti egli ne mostrò.
LAERTE : Normanno?
RE Normanno.
LAERTE : Sulla mia vita, Lamord.
RE Lui.
LAERTE : Lo conosco bene; è la gemma di tutta la nazione.
RE Fu lui a parlare di te, chiamandoti maestro nella teoria e nella pratica della scherma, specie nell'uso del fioretto; esclamò che sarebbe uno spettacolo trovare chi ti stesse a pari. Gli schermidori francesi, giurò, non hanno più guardia, né a fondo, né occhio, quando scendono contro di te. L'elogio amareggiò talmente Amleto di invidia, che egli invocava il tuo ritorno immediato per battersi con te. Approfittando di questo...
LAERTE : Approfittando di questo, monsignore?
RE
Amavi tuo padre, Laerte? O sei come la pittura di un dolore, un volto senza cuore?
LAERTE : Lo chiedete?
RE
Non che io ne dubiti; ma il tempo, che dà principio all'amore, ne modifica il fuoco e la scintilla; io lo so per prova. Dentro la fiamma stessa dell'amore c'è uno stoppaccio che la consuma. Niente che sia ottimo può mantenersi eternamente tale; anzi, ogni buona qualità, facendosi pletorica, muore del suo proprio eccesso. Ciò che vorremmo fare, dovremmo farlo quando vorremmo, perché quel «vorremmo» cambia, passando crisi e indugi quante sono lingue, mani, evenienze; dunque il «dovremmo» è come il sospiro del prodigo, che duole ma dà sollievo. Al vivo dell'ulcera, Amleto ritorna. Dimostrati figlio di tuo padre a fatti, non a parole. Che cosa sei pronto a fare?
LAERTE : A tagliargli la gola in chiesa.
RE
Infatti nemmeno un luogo santo dovrebbe dare asilo al delitto, la vendetta non dovrebbe avere limiti. Bravo Laerte, saresti capace di rimanere chiuso in camera tua? Amleto, di ritorno, ti saprà in patria. Lo circonderemo di chi loderà la tua eccellenza, riverniciando gli elogi del francese; poi si combinerà un incontro fra voi, scommettendo. Trascurato qual è, così generoso, ignaro di intrighi, egli non controllerà i fioretti; grazie a un piccolo trucco tu sceglierai agevolmente un arma non spuntata, e potrai rendergli, con un colpo mancino, quello che tuo padre gli deve.
LAERTE : Lo farò. E per maggiore sicurezza ungerò il mio fioretto. Un facitore mi ha venduto una pomata così mortale, che dove il coltello unto con essa cava sangue, non vale il più raro infuso di tutte le erbe che hanno virtù sotto la luna a salvare chi ne sia stato appena graffiato. Toccherò la mia punta con quel contagio, e basterà che lo colpisca di striscio perché sia la morte.
RE Riflettiamo ancora, precisiamo i particolari e il ritmo del piano, perché se, fallendo, la nostra inettitudine dovesse tradire le nostre intenzioni, sarebbe meglio non provare. Dobbiamo avere in riserva un'altra carta da buttare sulla prima. Un momento. Potrei essere io, a scommettere sul duello. Ecco! Nel corso dello scontro, quando avrete caldo e sete, e dipende da te, che i tuoi assalti siano violenti, egli certo chiederà da bere; io terrò pronta una coppa; ne beva un sorso, e anche se fosse scampato al veleno della stoccata, lo scopo sarà ugualmente raggiunto. Aspetta! Non senti? (Entra la regina.) Dolce regina!
REGINA : Un dolore calpesta l'altro, tanto rapidi si succedono. Tua sorella è annegata, Laerte. LAERTE Annegata? Oh! Dove?
REGINA : Un salice cavalca il ruscello, specchiando le foglie canute nella vitrea corrente; ella passava con fantastiche ghirlande di ranuncoli, ortiche, margherite, e quelle lunghe orchidee rosse a cui i pastori danno un nome più volgare, ma che le nostre fredde fanciulle chiamano dita di morto; lassù, arrampicatasi per dedicare i suoi diademi di prato ai ramoscelli penduli, un giunto invidioso si spezzò; e quei trofei d'erba, ed ella stessa, caddero nel ruscello piangente. Le sue vesti si sparsero e gonfiarono a sostenerla, una sirena, mentre ella intonava arie di vecchie canzoni, come inconsapevole della sventura, o come creatura nata e vissuta in quell'elemento; ma non a lungo, e le vesti, appesantite d'acqua, la trassero giù, infelice, dal suo mormorio melodioso alla morte nel fango.
LAERTE : Miseria mia, è annegata!
REGINA : Annegata, annegata.
LAERTE : Di troppa acqua sei già vittima, povera Ofelia: tratterrò le mie lacrime. Pure, non c'è vergogna dove la natura reclama i suoi diritti: quando avrò pianto queste, non avrò più niente di femmineo in me. Addio, monsignore. Ho un discorso di fuoco, e vorrebbe divampare, ma la sciagura lo estingue. (Esce.)
RE Seguiamolo, Gertrude. Quanto ho fatto per calmare la sua furia! Temo che ora si scateni di nuovo. È meglio seguirlo.
(Escono.)

ATTO QUINTO
scena I
Un cimitero nei pressi di Elsinore.
Entrano due clowns, come becchini
I BECCHINO Ha da essere sepolta in terra consacrata, quando con le sue stesse mani provocò la sua distruzione?
II BECCHINO Ti dico di sì. Perciò fa la buca, e cominciala subito. Il giudice che ha deliberato ha detto, bene sta la sepoltura cristiana.
I BECCHINO Possibile? A meno che non si sia annegata per legittima difesa.
II BECCHINO Così hanno deliberato.
I BECCHINO Dev'essere la clausola se offendendo. Non può essere altrimenti. Qui è il cavillo: se io annego intenzionalmente me stesso, ciò implica un atto; ogni atto ha tre fasi, agire, compiere, e fare; argal, si è annegata intenzionalmente.
II BECCHINO Ma no, senti, compare becchino...
I BECCHINO Permetti. Qui c'è l'acqua, bene; qui c'è l'uomo, benone; se l'uomo va all'acqua e si annega, fatto sta che, volente o nolente, ci è andato, rimarca; ma se l'acqua viene all'uomo e lo annega, non è lui che si è annegato; argal, chi non è colpevole della propria morte non accorcia la propria vita.
II BECCHINO Questa è la legge?
I BECCHINO La legge come l'applica il giudice.
II BECCHINO La verità vuoi saperla da me? Se non fosse un cadavere gentildonna, niente sepoltura cristiana.
I BECCHINO L'hai detto. È una grande ingiustizia, che a questo mondo la gente ripulita abbia più diritto di annegarsi o di impiccarsi che noi, comuni cristiani. Affonda, vanga! Non c'è nobiltà più antica di quella del giardiniere, del terrazziere e del becchino: la loro professione discende da Adamo.
II BECCHINO Adamo era nobile?
I BECCHINO Fu o non fu il primo ad avere armi sulla sua insegna?
II BECCHINO No, che non ne aveva.
I BECCHINO Eresia! Come interpreti tu la Scrittura? La Scrittura dice, Adamo scavava; poteva scavare se non aveva una vanga? e non è un'arma, la vanga? Ti voglio dire un altro indovinello, ma se non sai sciogliere neanche questo puoi confessarti e comunicarti.
II BECCHINO Vai con l’indovinello.
I BECCHINO Chi è che costruisce più solidamente del muratore, del carpentiere o del falegname?
II BECCHINO Il costruttore di forche: il suo palazzo sopravvive a mille inquilini.
I BECCHINO Non mi dispiace il tuo spirito. La forca fa buona riuscita; ma come la fa, questa buona riuscita? Fa buona riuscita con quelli che hanno fatto cattiva riuscita; e tu farai cattiva riuscita, se andrai dicendo che c'è più architettura nelle nostre forche che nelle nostre chiese; e allora la forca farà buona riuscita con te. Prova ancora, avanti.
II BECCHINO Chi è che costruisce più solidamente del muratore, del carpentiere o del falegname?
I BECCHINO Di' un nome.
II BECCHINO Aspetta. Lo dico. Lo dico.
I BECCHINO Avanti.
II BECCHINO Non lo dico più.
(Entrano Amleto e Orazio in lontananza)
I BECCHINO Smetti di picchiarti il cervello, perché l'asino testardo non cammina più lesto per le bastonate. E quando te lo chiederanno un'altra volta rispondi: il becchino. Le case che fa durano fino al giorno del giudizio. Via dai piedi, adesso, va all'osteria a prendermi da bere.
(Esce il secondo becchino. Il primo scava e canta)
In gioventù, facendo l'amore, l'amore, ha,
ad altro non pensavo;
il tempo correva veloce, veloce, ha,
la gioventù passava.
AMLETO : Non ha costui coscienza del mestiere che fa? Canta scavando una fossa.
ORAZIO : L'abitudine gli ha reso il lavoro meccanico.
AMLETO : È sempre così: la mano che non fatica ha il tatto più sviluppato.
I BECCHINO (canta)
Ma il tempo dal passo felpato, he hi ho,
mi ha preso nella tenaglia,
sulla nave mi ha imbarcato, he hi ho,
mi ha tolto anche la voglia.
AMLETO : Quel teschio ebbe una lingua, un tempo, e poteva cantare, e il marrano lo scaraventa per terra come se fosse la mascella di Caino, che commise il primo delitto. Potrebbe essere il cranio di un politicante, questo che il villano ha gettato via, di uno che si sarebbe sentito di ingannare anche Dio: tu che ne dici, Orazio?
ORAZIO : Potrebbe essere.
AMLETO : O di un cortigiano. «Buondì, mio sire; dolce mio sire, avete ben dormito?» Perché no, il cranio di un messer Tal-dei-tali, che lodava il roano di messer Tal-dei-tal-altro con la speranza di averlo in dono. Che ne dici, Orazio?
ORAZIO : Perché no, monsignore.
AMLETO : Comunque, adesso appartiene a sua signoria il verme di terra; eccolo senza mandibola, l'occipite feso dalla vanga di un sacrista: una rivoluzione istruttiva, se ci dessimo pena di osservarla. Costarono così poco queste ossa a nutrirle, che ora le si usino per giocare a birilli? Orazio, le mie mi dolgono a pensarci.
I BECCHINO
Una zappa e una vanga, e una vanga, hi ho hu,
e un sudario per lenzuol,
per baciare il primo che venga, hi ho hu,
c'è una bocca di argilla nel suol.
(Getta via un altro teschio)
AMLETO : Eccone un altro. Non potrebbe essere il teschio di un avvocato? Dove sono ora i suoi cavilli, i suoi trucchi, i suoi casi, i contratti, le quiddità? Perché permette a questo villano di percuoterlo con il suo sudicio arnese, senza trascinarlo in giudizio per aggressione? Ai suoi tempi l'amico poteva essere un grande speculatore di terreni, trincerato dietro ipoteche, garanzie, servitù, doppie ricevute, strumenti fondiarii: e ciò che riceve dalle sue ricevute, il servizio che può esigere per le sue servitù, che cos'è ora? di avere il cranio foderato di immondizia? E non potranno, le sue garanzie, garantirgli più che l'area di due carte da bollo? Tutti i documenti delle sue proprietà entrerebbero a stento nella cassa, e anche il proprietario non ne avrà di più; tu che ne dici?
ORAZIO : Non un jota di più, monsignore.
AMLETO : La pergamena, Orazio, non si fa dalla pelle di montone?
ORAZIO : Sì, monsignore, o anche di vitello.
AMLETO : Montoni e vitelli coloro che danno valore a simili cose. Voglio parlare a costui. Amico, di chi è questa tomba?
I BECCHINO Mia, signore. (Canta)
, Per baciare il primo che venga
c'è una bocca di argilla nel suol.
AMLETO : Tua davvero, dal momento che vi sei dentro. Per questo?
I BECCHINO Voi ne siete fuori, signore, dunque non è vostra; dal canto mio, vi sono ma non vi giaccio, eppure è mia.
AMLETO : Tu non ci sei, se dici che è tua perché ci sei dentro; è fatta per i morti, non per i vivi; dunque è soltanto la tua bugia, che è tua.
I BECCHINO Una bugia, signor mio, viva e verde: rimbalza da me a voi.
AMLETO : Chi è l'uomo a cui scavi la fossa?
I BECCHINO Non è per un uomo, signore.
AMLETO : Chi è la donna?
I BECCHINO Non è per una donna.
AMLETO : Chi mai vi sarà seppellito?
I BECCHINO Una che fu donna, signore, ma pace all'anima sua, è morta.
AMLETO : È pedante, il villano! Dobbiamo pesare bene le parole, altrimenti saremo subissati. In fede, Orazio, in questi due o tre anni che ne ho preso nota, il nostro secolo si è fatto così ricercato, che l'alluce del contadino sfrega sul tallone del cortigiano e lo scortica. Da quanto tempo fai il becchino?
I BECCHINO Fra tutti i giorni dell'anno, il giorno che fui ricevuto nella corporazione fu quello in cui il nostro re Amleto trionfò su Fortebraccio.
AMLETO : Quanto è, da allora?
I BECCHINO Non lo sapete? Qualunque analfabeta può fare il conto: fu lo stesso giorno in cui nacque il giovane Amleto, quello che è matto, e lo hanno mandato in Inghilterra.
AMLETO : E perché lo hanno mandato in Inghilterra?
I BECCHINO Dico, perché era matto. Laggiù ritroverà il senno, e se non lo ritroverà sarà poco male, laggiù.
AMLETO : Perché?
I BECCHINO Nessuno se ne accorgerà, laggiù: gli inglesi sono matti come lui.
AMLETO : Come fu che impazzì?
I BECCHINO Misteriosamente, dicono.
AMLETO : Misteriosamente? Come?
I BECCHINO Perdendo la ragione.
AMLETO : Dove l'ha perduta?
I BECCHINO Qui in Danimarca. Fra apprendista e mastro affossatore, sono trent'anni che faccio il becchino.
AMLETO : Un uomo, quanto tempo può restare sottoterra senza marcire?
I BECCHINO In fede, signore, se non era marcio prima di morire - oggi di carogne infranciosate ce n'è tante che non arrivano a farsi calare nella fossa - può restare qualche otto o nove anni; un conciatore di pelli, nove anni.
AMLETO : Perché lui più di un altro?
I BECCHINO Signore, la sua pelle è così ben conciata dal mestiere che fa, che terrà lontana l'acqua per un pezzo; ed è la vostra propria acqua che vi fa marcire, quando siete ben bene cadavere. Guardate, ecco un teschio rimasto qua sotto per ventitré anni.
AMLETO : A chi apparteneva?
I BECCHINO A un pazzo scatenato. Chi pensate che fosse? Dite un nome.
AMLETO : Non saprei.
I BECCHINO La peste su di lui per i suoi scherzi! Una volta mi vuotò sulla testa un boccale di vino del Reno. Il teschio che vedete, signore, fu il teschio di Yorick, il buffone del re.
AMLETO : Questo?
I BECCHINO Proprio.
AMLETO : Dammelo. (Prende il teschio) Povero Yorick. Io lo conobbi, Orazio; un uomo di un'arguzia infinita, di una fantasia senza pari. Mille volte mi portò a cavalcioni sulle spalle, e ora come lo aborre la mia immaginazione! Lo stomaco mi si rovescia. Qui pendevano le labbra che baciai non so quante volte. Dove sono ora le tue canzoni, le facezie, le burle, gli scoppi di allegria a cui faceva eco l'intera tavolata? Nessuno più da far ridere, con questa smorfia? È umiliante. Affacciati allo specchio della mia bella, e devi dirle, dille che si dipinga quanto vuole, a questa apparenza dovrà venire: che ne rida, se può. Ti prego, Orazio, dimmi.
ORAZIO : Monsignore?
AMLETO : Pensi che Alessandro Magno avesse questo aspetto, sottoterra?
ORAZIO : Tale e quale.
AMLETO : E questo odore? (Butta via il teschio.)
ORAZIO : Tale e quale, monsignore.
AMLETO : A quali bassi usi può capitarci di tornare, Orazio ! La nostra fantasia non può seguire le tracce della nobile polvere di Alessandro, fino a ritrovarla in una doga di botte?
ORAZIO : Sarebbe un tirarla per i capelli.
AMLETO : No, affatto. Possiamo seguirla fin là con discrezione e con ogni verosimiglianza. Alessandro morì, Alessandro fu seppellito, Alessandro tornò in polvere, la polvere è terra, con la terra si impasta la creta - e non potrebbe, questa creta, essere usata per tappare un fusto di birra?
Cesare imperator, fatto cemento,
ottura un buco per parare il vento;
dell'argilla a cui il mondo si prosterna
si farà un muro contro il freddo inverno.
Silenzio! Silenzio, ripariamoci: sta venendo il re. (Il re, la regina, Laerte, un prete, e un feretro, con seguito di cortigiani.) La regina, la corte! Chi seguono, con cerimoniale così ridotto? Deve essere il feretro di un suicida, trafittosi con mano disperata. Persona di rango. Nascondiamoci, voglio osservare. (Si ritira con Orazio.)
LAERTE : Allora, le altre cerimonie?
AMLETO : È Laerte, un giovane della migliore nobiltà. Osserva.
LAERTE : Nessun'altra cerimonia?
PRETE : Abbiamo celebrato le sue esequie con la più grande solennità consentita. La sua morte fu dubbia, e se non fosse perché un intervento sovrano ha controbilanciato la regola, avrebbe dovuto essere sepolta in terra sconsacrata, ad attendervi la tromba finale; non preghiere caritatevoli avrebbe ella ricevuto, ma sassi, cocci, pietrame. Così almeno ha avuto la corona virginale, i paramenti bianchi, e le campane hanno suonato durante il funerale.
LAERTE : Non si può fare nient'altro?
PRETE : Nient'altro. Sarebbe profanare il servizio dei defunti cantare un requiem su di lei, e invocarle il riposo, come su di un'anima che si fosse dipartita in pace.
LAERTE : Deponetela dunque nella terra, e dalla sua bella carne inviolata nascano le viole! Io ti dico, prete bigotto, che mia sorella sarà un angelo in cielo quando tu tremerai dannato!
AMLETO : La bella Ofelia!
REGINA : (spargendo fiori): Dolcezze alla dolce: addio! Speravo di vederti sposa al mio Amleto, pensavo di adornare il tuo letto nuziale, dolce fanciulla, non di infiorare la tua tomba.
LAERTE : Oh, dieci volte tre maledizioni scendano triplicate sul capo miserabile di colui che con le sue azioni perverse ti privò del tuo eletto ingegno! Non ancora: non gettare la terra finché io non l'abbia stretta un'ultima volta fra le braccia! (Salta nella fossa.) Ora ammucchia la tua polvere sulla morta e sul vivo, finché di questa buca tu abbia fatto una montagna più alta dell'antico Pelio o della cima dell'azzurro Olimpo!
(Amleto si avanza.)
AMLETO : Chi è che esprime il suo dolore con tanta enfasi? le cui frasi di lutto disturbano le stelle nel loro cammino, facendole fermare, ascoltatrici imbarazzate? Sono io, Amleto il Danese. (Salta nella fossa)
LAERTE : Il diavolo abbia l'anima tua! (Lo assale.)
AMLETO : Tu non sai pregare. Ma togli le dita dalla mia gola, perché, quantunque io non sia impulsivo né facile all'ira, pure ho in me qualcosa di pericoloso, che sta alla tua saggezza temere. Togli la mano.
RE Separateli.
REGINA : Amleto, Amleto!
TUTTI : Signori!
ORAZIO : Monsignore, calmatevi.
(Vengono separati, ed escono dalla fossa)
AMLETO : Competerò con lui su questo tema finché le mie palpebre siano stanche di battere.
REGINA : Quale tema, figlio?
AMLETO : Ofelia, io l'amavo. L'affetto di quarantamila fratelli non potrebbe eguagliare il mio amore. Che cosa sei pronto a fare per lei?
RE Laerte, è pazzo.
REGINA : Non badargli, Laerte, per amor di Dio.
AMLETO : Per il sangue di Cristo, avanti, mostra che cosa vuoi fare. Piangere? Batterti? Digiunare per lei? Farti a pezzi? Bere fiele? Divorare un'idra? Lo farò anch'io. Vieni qui a piatire? Per superarmi gettandoti nella sua fossa? Vuoi farti seppellire con lei? Avanti, lo farò anch'io. E se vai declamando di montagne, scaglino acri a milioni su di noi, finché il nostro tumulo, bruciandosi la nuca al fuoco della zona ardente, riduca il monte Ossa a un foruncolo! Avanti, stivati la bocca di vento: io griderò forte come te.
REGINA : È pazzia furiosa. Così, a tratti, la crisi sembra sopraffarlo; poi, dolce come la colomba che vede schiudersi la covata, il suo silenzio si reclina in sé.
AMLETO : Davvero, signore, ascoltate, perché provocarmi? Un tempo vi amai. Ma non importa.
Ercole stesso faccia quel che può,
miagola il gatto, e il cane avrà il suo giorno.
(Esce.)
RE
Bravo Orazio, ti prego, non lasciarlo solo. (Esce Orazio. A Laerte) Trattieniti, ricorda il nostro colloquio di stanotte; prenderemo immediate misure. Buona Gertrude, fai vigilare tuo figlio. Questa tomba avrà un monumento di carne. Presto conosceremo cosa sia la quiete; fino allora, la pazienza sia la nostra divisa.
scena II
La sala del castello.
Entrano Amleto e Orazio.
AMLETO : Non parliamone più. Senti il seguito dell'altra storia. Ricordi in quali circostanze mi trovavo?
ORAZIO : Se ricordo, monsignore!
AMLETO : Una specie di tumulto nel cuore non mi lasciava prendere sonno, come l'ammutinato in ceppi. Temerariamente - sia lodata la temerità, che ci aiuta, bisogna riconoscerlo, dove le nostre profonde trame falliscono, e impariamo che una divinità dà forma ai nostri fini, comunque noi li abbozziamo...
ORAZIO : Questo è più che certo.
AMLETO : Su dalla mia cabina, la gabbana da mare gettata sulle spalle, nell'oscurità, cercai a tentoni, li trovai, frugai nei loro bagagli, e scesi di nuovo nel mio quartiere. Il timore fa dimenticare il protocollo, e osai manomettere i sigilli dei loro solenni documenti; e vi trovai, Orazio - canagliata da re! - l'ordine perentorio, condito con la ragion di Stato di Danimarca e d'Inghilterra, e non ti dirò con quali spauracchi agitati all'idea di me vivo, l'ordine che alla lettura dei documenti, subito, senza perdere tempo ad affilare la scure, mi fosse mozzato il capo.
ORAZIO : È possibile?
AMLETO : Ecco il messaggio: quando avrai tempo leggilo. Vuoi sapere come mi regolai?
ORAZIO : Ve ne prego.
AMLETO : Prima che io gli avessi fornito un prologo, il mio cervello era già nel pieno del dramma. Mi sedetti, pensai un nuovo messaggio, e lo vergai. Un tempo credevo, con i nostri statisti, che la calligrafia fosse cosa vile, e mi applicavo a dimenticarla: ma in questa occasione mi ha reso un gran servizio. Vuoi sapere quel che ho scritto?
ORAZIO : Sì, monsignore.
AMLETO : Com'è vero che il re d'Inghilterra è suo fido tributario; affinché l'amore fiorisca tra loro due come una palma; affinché la pace dalla ghirlanda di avena stia come un apostrofo tra le loro amicizie; con altri affinché di effetto sicuro; una pressante preghiera del danese all'inglese, questa: che appena presa conoscenza della lettera se ne mettano a morte i latori, senza discutere né tanto né quanto, senza neanche una pausa per i sacramenti.
ORAZIO : Come la suggellaste?
AMLETO : Anche qui provvide il cielo. Avevo nella borsa l'anello di mio padre, copia del sigillo ufficiale danese. Piegai lo scritto come l'altro, lo firmai, lo timbrai, e lo rimisi a posto, senza che si conoscesse la sostituzione. L'indomani avemmo lo scontro navale, e il seguito ti è noto.
ORAZIO : Così è toccata a Rosencrantz e Guildestern.
AMLETO : Uomo, hanno fatto all'amore con questo incarico; non li ho sulla coscienza; si sono rovinati da sé mettendosi in mezzo. Per le nature inferiori è rischioso interporsi fra le stoccate di avversari potenti e accaniti.
ORAZIO : Che re!
AMLETO : Pensa tu se non ho il dovere, se non è sacrosanta coscienza ripagarlo con questo braccio, lui che ha ucciso il mio re e corrotto mia madre, che si è intrufolato fra la successione e la mia legittima attesa, che ha gettato un amo alla mia vita, e così da vigliacco! Che io sia dannato, se lascerò germinare ancora questo cancro della nostra natura!
ORAZIO : Presto avrà notizie dall'Inghilterra.
AMLETO : Presto. L'intervallo è mio, e la vita di un uomo non è più che dire: «uno». Quello che mi rincresce, buon Orazio, è di avere trasceso con Laerte, perché nell'immagine della mia causa vedo il ritratto della sua. Mi farò perdonare. A sentirlo millantare il suo lutto, la mia collera divampò.
ORAZIO : Tacete. Chi è?
(Entra il giovane Osrico.)
OSRICO : Vostra signoria è la benvenuta, di ritorno in Danimarca.
AMLETO : Vi ringrazio umilmente, signore. (A Orazio, a parte) Conosci questo moscardino?
ORAZIO : No, monsignore.
AMLETO : Sei in stato di grazia, conoscerlo è peccato mortale. Possiede molta terra, e fertile; che una bestia sia padrona di altre bestie, e la sua mangiatoia sarà alla mensa del re; questa cornacchietta è un grande proprietario di letame, te lo dico io.
OSRICO : Dolce signore, col beneplacito di vostra signoria impartirò qualcosa da parte di sua maestà.
AMLETO : Signore, la riceverò con tutta la diligenza del mio spirito. Adoperate il cappello per l'uso suo, è fatto per il capo.
OSRICO : Ringrazio vostra signoria, è un gran caldo.
AMLETO : Io sento un gran freddo, c'è tramontana.
OSRICO : È vero, monsignore, fa piuttosto freddo.
AMLETO : Eppure mi sembra che sia un caldo afoso - a meno che la mia complessione...
OSRICO : No, monsignore, sto comodo così, davvero. Signore, Laerte è ritornato a corte: io so che voi non siete ignorante dell’eccellenza di Laerte.
AMLETO : Non oso confessarlo, per tema di dovermi confrontare a lui; ma conoscere bene un uomo, sarebbe conoscere se stessi.
OSRICO : Intendo, nella sua arma, signore; stando all'imputazione che gli appongono, è senza rivali.
AMLETO : Che arma è la sua?
OSRICO : Stocco e pugnale.
AMLETO : Fanno due, di armi. Concediamo.
OSRICO : Il re, signore, ha scommesso con lui sei cavalli berberi; di contro egli ha imposto, se così posso esprimermi, sei fioretti francesi, completi di pugnali e accessori, quali cinghie, pendagli, e via; tre degli affusti sono una gioia per la fantasia, così risponsivi alle else, delicatissimi affusti, e di concezione così liberale.
AMLETO : Affusti?
ORAZIO : Sapevo che avreste avuto bisogno del glossario prima della fine.
OSRICO : Signore, gli affusti sono i pendagli.
AMLETO : L'espressione sarà più germana al soggetto quando potremo portare cannoni al fianco; per ora preferisco dire pendagli. Dunque, sei cavalli berberi contro sei fioretti francesi completi di accessori, più tre affusti liberalmente concepiti, ecco la posta francese contro la danese, ma su che cosa è imposto tutto quanto, per dirla come voi?
OSRICO : Il re, signore, ha scommesso che in una dozzina di scontri fra voi e Laerte egli non vi supererà di tre stoccate; Laerte ha scommesso per dodici contro nove; e si passerebbe immediatamente alla prova, se vostra signoria degnasse dare una risposta.
AMLETO : Se rispondessi di no?
OSRICO : Voglio dire, l'opposizione della vostra persona nella prova.
AMLETO : Signore, passeggerò qui nella sala, essendo questa, con buona grazia di sua maestà, la mia ora quotidiana di respiro. Si portino i fioretti, acconsenta il gentiluomo, il re insista nel proposito, e io vincerò per lui, se posso; altrimenti mi terrò la vergogna e le stoccate in più.
OSRICO : Devo riportarvi così?
AMLETO : Signore, è il nocciolo; a voi rivestirlo con la polpa della vostra natura.
OSRICO : Raccomando il mio omaggio a vostra signoria.
AMLETO : Alla vostra, alla vostra. (Esce Osrico.) Fa bene a raccomandarsi da sé, è un servigio che nessun'altra lingua gli renderebbe.
ORAZIO : Quel pulcino svolazza, ed ha ancora il guscio d'uovo attaccato al ciuffo.
AMLETO : Faceva i complimenti alla mammella prima di succhiarla. Quanti ce n'è, della sua covata, e la nostra età frivola ne va in visibilio, che hanno orecchiato solo il ritornello del tempo e l'esteriorità della conversazione; massa schiumosa, che li porta attraverso le più stolte e risapute opinioni; soffiaci sopra per prova, le bolle scoppiano.
(Entra un gentiluomo.)
GENTILUOMO : Monsignore, il giovane OSRICo ha riferito a sua maestà che voi aspettate qui in sala; mi si manda a chiedervi se gradite sempre battervi, o se volete prendere più tempo.
AMLETO : Mi consiglia bene. (Esce il gentiluomo.)
ORAZIO : Perderete, monsignore.
AMLETO : Non credo; dal tempo della sua partenza per la Francia mi sono tenuto in esercizio; vincerò sul vantaggio. Non puoi credere che male io senta qui vicino al cuore; ma non importa.
ORAZIO : Anzi, monsignore.
AMLETO : È una sciocchezza; quel genere di presentimento che potrebbe turbare una donna.
ORAZIO : Se il vostro animo esita, ubbiditegli. Rimanderanno la loro venuta perché dirò che non siete disposto.
AMLETO : No. No, affatto. Sfidiamo i presagi; la provvidenza è manifesta anche nella caduta di un passero. Se è ora, non sarà dopo; se non deve essere dopo, sarà ora; se non è ora, comunque sarà. Essere pronti è tutto. Poiché nessuno sa quello che lascia, che cosa conta lasciare prima del tempo? Vada così.
(Entrano il re, la regina, Laerte, con i cortigiani e altri del seguito; una tavola con brocche di vino)
RE Vieni, Amleto, vieni, prendi questa mano da me.
(Il re pone la mano di Laerte in quella di Amleto)
AMLETO : Il vostro perdono, signore. Vi feci torto; ma perdonatemi, da gentiluomo. Sanno i presenti, e voi dovete averne inteso parlare, che io sono punito da una forma di pazzia. Ciò che ho fatto, e che potrebbe destare bruscamente la vostra natura, il vostro onore, e la vostra suscettibilità, fu pazzia: lo proclamo qui. Fu Amleto a fare torto a Laerte? Non sia detto: se Amleto è alienato da se stesso, e mentre non è in sé fa torto a Laerte, non è Amleto, Amleto lo rinnega. Chi è dunque? La sua pazzia. Se è così, Amleto è dalla parte dell'offeso, la sua pazzia è la nemica del povero Amleto. Davanti a questa assemblea, signore, lasciate che negando ogni offesa intenzionale io mi affranchi nel vostro generoso giudizio, quasi mi fosse accaduto di ferire mio fratello scoccando la freccia sopra la casa.
LAERTE : La natura, che più dovrebbe spingermi a vendetta, è soddisfatta; ma in termini d'onore mi riservo di riconciliarmi solo quando maestri più anziani, esperti nelle questioni di cavalleria, mi avranno garantito, con un parere e un precedente, che il mio nome ne esce senza macchia. Intanto, accolgo come affetto l'affetto che mi si offre, e non gli farò torto.
AMLETO : Capisco, sarà una competizione fraterna. Dateci i fioretti.
LAERTE : Uno per me.
AMLETO : Vi metterò in buona luce, Laerte; nella mia imperizia la vostra valentia brillerà come una stella di fuoco nella notte più fonda.
LAERTE : Vi fate giuoco di me.
AMLETO : No, per la mia destra.
RE
Osrico, ragazzo, porgi loro i fioretti. Cugino Amleto, sai la scommessa.
AMLETO : Vostra grazia ha puntato sul perdente.
RE
Non ho timore, vi ho visto entrambi; anche se lui ha fatto progressi, noi abbiamo il vantaggio di partenza.
LAERTE : Questo pesa troppo; un altro.
AMLETO : Questo fa per me. I fioretti, sono di pari lunghezza?
(Si preparano.)
OSRICO : Sì, monsignore.
RE
Posate sulla tavola i boccali di vino. Se Amleto dà la prima o la seconda stoccata, o si rifa al terzo assalto, ordinate che tutte le batterie sparino a salve: il re berrà alla migliore lena di Amleto, gettando nel calice una perla più preziosa di quante ne abbiano portate sulla corona danese quattro generazioni di re. Le coppe! E il tamburo dica alla tromba, la tromba al cannoniere, là fuori, i cannoni al cielo, il cielo alla terra: «Ecco, il re sta bevendo alla salute di Amleto!». Cominciate! (Trombe.) Giudici, occhi aperti.
AMLETO : In guardia, signore.
LAERTE : In guardia, monsignore.
AMLETO : Uno.
LAERTE : No.
AMLETO : Giudizio.
OSRICO : Toccato; evidentemente toccato.
LAERTE : Sta bene. Di nuovo.
RE
Fermi. Da bere. Amleto, la perla è tua: ecco, alla tua salute.
(Tamburo, trombe, spari, uno squillo, una salva) Dategli la coppa.
AMLETO : Prima farò un altro assalto, mettetela da parte. Avanti. Toccato ancora: che avete da dire?
LAERTE : Toccato, non lo nego, toccato.
RE
Nostro figlio vincerà.
REGINA : È grosso, ha il respiro affannoso. Amleto, asciugati la fronte con il mio fazzoletto. La regina beve alla tua buona sorte, Amleto. (Prende la coppa destinata ad Amleto.)
AMLETO : Buona madre!
RE Non bere, Gertrude!
REGINA : Voglio bere, signore, perdonate.
RE (a parte)
La coppa avvelenata! Troppo tardi.
AMLETO : Non vorrei bere, ora; in seguito.
REGINA : Lascia che ti asciughi il volto.
LAERTE : Questa volta lo colpirò, monsignore.
RE Non credo.
LAERTE : (a parte)
Eppure sento che va contro la mia coscienza.
AMLETO : Il terzo assalto, Laerte, avanti. Finora avete scherzato. Vi prego di tirare con tutta la foga; temo vi burliate di me.
LAERTE : Davvero? In guardia.
(Si battono.)
OSRICO : Niente di fatto.
LAERTE : Questa è per voi!
(Laerte ferisce Amleto; indi, in una zuffa, si scambiano i fioretti, e Amleto ferisce Laerte)
RE Divideteli! Sono infuriati!
AMLETO : Un altro, avanti, venite!
(La regina cade)
OSRICO : Guardate, la regina!
ORAZIO : Sanguinano tutti e due. Monsignore!
OSRICO : Come stai, Laerte?
LAERTE : Osrico, sono caduto nella mia tagliola come una beccaccia. Il mio stesso tradimento mi ha ucciso, ed è giusto.
AMLETO : Che cos'ha la regina?
RE Svenuta alla vista del sangue.
REGINA : No, no, la bevanda, la bevanda. Amleto, mio Amleto, la bevanda, la bevanda. Sono avvelenata. (Muore.)
AMLETO : Perfidia! Oh! Sprangate le porte! Si cerchi il traditore!
(Laerte cade.)
LAERTE : È qui, Amleto. Amleto, sei morto, nessuna medicina al mondo ti può salvare. In te non c'è mezz'ora di vita. L'arma del tradimento è in mano tua, senza il fiocco, e avvelenata. L'astuzia infame si è rovesciata su me. Guardami, giaccio per non rialzarmi. Tua madre è vittima del veleno. Non posso più. Il re, il re ne ha colpa.
AMLETO : Anche la punta avvelenata? Allora, veleno, l'opera tua! (Ferisce il re.)
TUTTI : Tradimento! Tradimento!
RE
Difendetemi, amici! Sono soltanto ferito.
AMLETO : Qua, incestuoso, assassino, dannato re danese! Bevi la tua pozione. Qui dentro è la tua perla? Segui mia madre.
(Il re muore)
LAERTE : Ha quello che merita, fu lui a mischiare il veleno. Scambia il perdono con me, nobile Amleto: la morte di mio padre e la mia non ricadano su te, né la tua su me. (Muore)
AMLETO : Te ne assolva il cielo. Io ti seguo. Orazio, muoio. Infelice regina, addio. Voi che assistete tremanti e pallidi a questa azione, come comparse o pubblico, se avessi tempo - ma la morte crudele è uno sgherro meticoloso - oh, potrei dirvi... Basta. Orazio, io muoio, tu vivi, racconta la verità su me, sulla mia causa, ai dubbiosi.
ORAZIO : Non crediatelo! Sono più un romano antico che un danese. C'è ancora del liquore.
AMLETO : Se sei uomo dammi la coppa. Lasciala, per il cielo. L'avrò! Buon Orazio, se i fatti restassero ignoti, che nome offeso lascerei dietro di me. Se tu mi avesti nel cuore, assentati ancora per poco dalla felicità, respira nel dolore di questo mondo acre per dire la mia storia. (Una marcia in lontananza, sparì) Che rumore è questo? di guerra?
(Entra Osrico)
OSRICO : Il giovane Fortebraccio, conquistatore della Polonia, rivolge il benvenuto guerresco agli ambasciatori inglesi.
AMLETO : Io muoio, Orazio; il veleno potente sopraffa il mio spirito. Non vivrò fino a sentire le notizie d'Inghilterra, ma profetizzo che la scelta cadrà su Fortebraccio. Egli ha il mio voto morente. Digli questo, con i fatti, più o meno, che hanno provocato... Il resto è silenzio. (Muore.)
ORAZIO : Ora si spezza un nobile cuore. Buona notte, dolce principe, voli di angeli cantino per il tuo riposo. Perché si avvicina il tamburo?
(Entrano Fortebraccio e gli ambasciatori inglesi, con tamburi, bandiere e seguito)
FORTEBRACCIO : Dov'è questa vista?
ORAZIO : Aspettate una scena pietosa e terribile? Non cercate oltre.
FORTEBRACCIO : Questo carnaio parla di strage. Vanitosa morte, quale festino si prepara nella tua eterna grotta che tu dovessi abbattere di un sol colpo, e così sanguinoso, tanti principi?
AMBASCIATORE : La scena è atroce. Veniamo troppo tardi con i messaggi dall'Inghilterra. Sono sorde per sempre le orecchie che dovrebbero ascoltare come venne eseguito il suo ordine, con la morte di Rosencrantz e Guildestern. Chi ci ringrazierà?
ORAZIO : Non la sua bocca, anche se avesse moto di vita per ringraziare; non ordinò la loro esecuzione. Ma voi, poiché siete sopraggiunti, chi dalle guerre di Polonia, chi dall'Inghilterra, subito dopo l'eccidio, date ordine che i cadaveri siano esposti su un tumulo; e lasciatemi dire, al mondo che ancora non sa, come tutto avvenne. Sentirete di atti carnali, sanguinosi, e contro natura, di giudizi accidentali, di uccisioni dovute al caso, di morti provocate dalla malizia o dalla necessità, e, in questo epilogo, di macchinazioni capovolte ricadute sul capo di chi vi ricorse. Su tutto posso riferire la verità.
FORTEBRACCIO : Sia presto; aduniamo i maggiorenti ad ascoltare. Quanto a me, nel dolore abbraccio la mia fortuna. Posso vantare su questo regno antichi diritti, che il momento mi invita a far valere.
ORAZIO : Anche su questo dovrò parlare, e da parte di chi con il suo voto ne orienterà molti. Ma sia fatto subito: gli animi sono ancora sconvolti, e intrighi ed errori non devono provocare nuove sventure.
FORTEBRACCIO : Quattro capitani portino Amleto sul tumulo come un soldato, poiché, messo alla prova, sono certo che avrebbe dimostrato indole di re; e al suo passaggio terreno la musica militare e i riti della guerra parlino alto per lui. Sollevate i corpi. È una vista che si addice al campo di battaglia, non a questo luogo. Ordinate ai soldati di sparare.
(Escono tutti. Una salva)