CAPITOLO XVI

Don Chisciotte, 2° volume

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Don Chisciotte con l'allegria già descritta, e tutto pieno d'ardire proseguiva la sua giornata, immaginando per la passata vittoria, di essere il cavaliere errante più valoroso che in quella età potesse vantare il mondo. Dava egli già per compite e condotte a fortunato fine quante altre avventure fosse quindi innanzi per incontrare. Valutava poco gl'incanti e poco gl'incantatori; erasi dimenticato affatto delle innumerevoli bastonate che nel corso delle sue cavallerie aveva ricevute, e di quella sassata che fracassati gli aveva i denti, e dell'ingrato animo dei galeotti e della audacia dei Janguesi. Andava ripetendo tra sé medesimo che se avesse conosciuto arte, via o maniera per trarre d'incanto la sua signora Dulcinea non avrebbe avuto invidia alla maggior ventura, o superata, o che fosse per superare il più avventuroso cavaliere errante degli scorsi secoli. Stava assorto intieramente in sé e giubilante, quando Sancio gli disse:

— Non è egli da stupirsi che io abbia sempre davanti agli occhi lo smisurato e sproporzionato naso di mio compare?

— E tu, Sancio, disse don Chisciotte, avresti mai creduto che il cavaliere dagli Specchi fosse stato il baccelliere Carrasco, e il suo scudiere Tommaso Zeziale tuo compare?

— Su questo punto non so che mi dire rispose Sancio: so unicamente che i contrassegni che mi ha dati di casa mia, di mia moglie e de' miei figliuoli non mi potevano venire da altri che da lui stesso in persona, il viso poi, levato il naso, era propriamente quello di Tommaso Zeziale, come l'ho veduto più volte nel mio paese e da vicino a casa mia, ed il tono della voce era il suo.

— Vien qua, caro Sancio mio, e ragioniamo un poco, disse don Chisciotte. Quale motivo mai avrebbe potuto indurre il baccelliere Carrasco a venire a tenzone con un cavaliere errante mio pari, armato di arme offensive e difensive? Sono stato io forse mai un suo nemico? gli ho dato io mai occasione di odiarmi? sono io suo rivale, o fa egli la professione delle armi per invidiare la celebrità che mi fregia, ora che le tratto con tanta fortuna?

— Ma come spiegheremo noi mai, replicò Sancio la perfetta somiglianza di quel cavaliere, sia chi diavolo esser si voglia, col baccelliere Carrasco, e quella del suo scudiere con Tommaso Zeziale, mio compare? E se ciò è per incantesimo, come ha detto vossignoria, non v'erano due altri a cui poter somigliare?

— È tutto artifizio e disegno, rispose don Chisciotte, dei maghi malefici dai quali sono perseguitato; e costoro, prevedendo che io restare doveva vincitore nella zuffa, si accordarono a fare che il vinto cavaliere vestisse le sembianze del mio amico il baccelliere Carrasco, acciocché l'amicizia che a lui mi stringe, si mettesse tra il filo della mia spada ed il rigore del mio braccio, raddolcisse il giusto risentimento del mio cuore, e a questo modo rimanesse la vita a colui che con cabale e falsità procurava di toglierla a me. E in prova di questo, tu sai pure, o Sancio, per quella sperienza che ti lascerà né mentire né ingannare, quanto riesca facile agl'incantatori cambiar uno in altro sembiante, facendo di un brutto un bello, di un bello un brutto; mentre non sono ancora due giorni che cogli occhi tuoi propri osservasti la bellezza e la gagliardia della senza pari Dulcinea in tutta la pienezza delle naturali sue forme, ed a me toccò di vederla nella bruttezza e bassezza di una zotica contadina colle cateratte agli occhi, ed esalante un pessimo fiato dalla bocca. Appunto perché il perverso incantatore osò di fare sì rea trasformazione, nulla vi è da stupire che abbia operato quella di Sansone Carrasco e l'altra del tuo compare, a fine di tormi la gloria di un bel trionfo: contuttociò mi consolo, perché finalmente qualunque sia stata la figura che mi si presentò innanzi, è incontrastabile che io rimasi vincitore del mio nemico.

— Dio, rispose Sancio, sa la verità di ogni cosa.»

La coscienza gli diceva che la trasformazione di Dulcinea altro non era fuorché un intrigo e artifizio suo; quindi non potevano persuaderlo le chimere del suo padrone; ma d'altra parte non doveva tirare in lungo il colloquio per non lasciarsi sfuggir parola che chiarisse il padrone stesso di quell'imbroglio ch'egli aveva ordito.

Stavano in questi ragionamenti quando furono raggiunti da un viaggiatore che venia dietro a loro per la medesima strada sopra una cavalla bellissima, coperto di un gabbano verde di panno fino, con gherone di velluto lionato e con montiera dello stesso velluto. I fornimenti della cavalla erano da campagna e alla ginetta con colore pavonazzo e verde; portava una scimitarra moresca pendente da una larga cintura trapunta d'oro, ed i borzacchini erano dello stesso lavoro: gli sproni non erano dorati ma coperti da una vernice verde, sì tersi e bruniti che facendo rilievo al lavoro del vestito apparivano più belli ancora che se fossero stati d'oro purissimo. Questo signore salutò cortesemente don Chisciotte e Sancio, e spronando poi la cavalla se ne passava a dilungo, ma don Chisciotte così gli rivolse la parola:

— Gentil signore, se vossignoria batte questa medesima strada e non ha gran fretta, sarebbe per noi un favore distinto se gradisse la compagnia nostra.

— Siate certo, o signore, rispose subito quel passeggero, che non mi sarei scostato da voi se non avessi temuto che il vostro destriere non si fosse commosso alla presenza della mia cavalla.

— Può sicuramente, signor mio, disse allora Sancio, può tirare la briglia alla sua cavalla perché il nostro è un modello di onestà e di continenza incomparabile, e non si conta una scappata da lui commessa; e sappia che una mera volta ch'ebbe a incapparvi, il mio signore ed io abbiamo fatta per lui la penitenza: non si dia dunque fastidio per questo.»

Tirò allora il passeggero a sé la briglia, maravigliandosi dell'arnese e del sembiante di don Chisciotte, il quale andava senza celata perché Sancio la portava, come se fosse valigiotto, all'arcione dinanzi la bardella del leardo. Ma se grande attenzione metteva quello dal verde gabbano in guatare don Chisciotte, molto maggiore ne metteva questi nel considerar l'altro, che sembravagli di un aspetto da forte e da valoroso. Mostrava una età di circa cinquant'anni, era alquanto canuto e col viso aquilino, e la guardatura era un misto di gravità e di allegria; in fine l'abito e l'attillatura lo faceano credere uomo d'importanza. Il giudizio all'incontro che il passeggero fece di don Chisciotte si fu ch'egli non si fosse mai imbattuto in uomo di tale portatura e stranezza.

Osservava la lunghezza del suo cavallo, la grandezza del suo corpo, il suo volto smunto e giallastro, le armi, la statura, la figura: un ritratto insomma non mai veduto in quelle terre da lungo tempo. Notava don Chisciotte l'attenzione con cui era guardato, e dalla sospensione in cui stava il passeggero indovinò il suo desiderio; e siccome era molto inchinevole a far piacere a tutti, senza aspettare di essere dimandato di alcuna cosa, fu il primo a dirgli:

— Non mi meraviglio punto che la mia figura riesca un po' strana a vossignoria, per esser nuova e fuori del costume, e che muova perciò la vostra attenzione; ma cesserà la maraviglia quando io vi dica, come vi dico, ch'io sono un cavaliere di quelli che si dice dal mondo che vanno cercando avventure. Mi allontanai dalla patria, impegnai la mia roba, rinunziai ad ogni benefizio, e mi posi in braccio della fortuna perché facesse di me il suo piacere: volli far rivivere la morta errante cavalleria; e corre non poco tempo da che con vicendevoli, buoni e tristi successi, qua inciampando, là cadendo, qua precipitandomi, là rizzandomi, ho compito in gran parte i miei desideri soccorrendo vedove, difendendo donzelle, favorendo maritate, orfani e pupilli, proprio e naturale offizio dei cavalieri erranti, e così per le mie molte e valorose e cristiane prodezze meritato mi sono di andar nominato in quasi tutte o nella maggior parte delle nazioni del mondo. Stanno impressi trentamila volumi della mia istoria, e se le cose procedono di questo passo se ne stamperanno trentamila migliaia, quando il Cielo non vi rimedii: per tutto dire in poche, anzi in una parola sola, le notifico che io sono don Chisciotte della Mancia, chiamato per nome il cavaliere dalla Trista Figura, e tuttoché sconvenga la lode nella propria bocca, mi è forza pronunziare talvolta la mia, sottintendendosi già che non siavi presente alcuno ad ascoltarla. Dopo tutto ciò, o signore, né questo cavallo, né questa lancia, né questo scudo, né lo scudiere, né questo fascio d'arme, né il gialliccio del mio volto, né la mia stenuata magrezza vi potranno quindi innanzi recar maraviglia avendo ora saputo chi sono e la professione che io esercito.»

Tacque dopo avere detto ciò don Chisciotte, e quello dal verde gabbano, tardando molto a rispondere, pareva che non trovasse la via di farlo: ma dopo un corto silenzio gli disse:

— Colpiste nel segno, o signor cavaliere, coll'indovinare dalla mia sospensione il mio desiderio, ma non vi è riuscito di togliere affatto la maraviglia in me cagionata dall'avervi veduto. Voi supponete, per quanto dite, che l'avermi fatto sapere chi siete debba avermela tolta, ma diversamente passa la cosa, e vi dirò anzi che adesso più che mai resto stupito e sbalordito. Com'è possibile che si dieno oggidì cavalieri erranti nel mondo, e che corrano impresse le istorie di vere cavallerie? Non mi posso persuadere che siavi più sulla terra a questi nostri tempi chi dia favore a vedove, difenda donzelle, onori maritate, soccorra orfanelli: né l'avrei mai creduto se con questi occhi veduto non lo avessi in vossignoria. Benedetto sia il Cielo, mentre con la istoria che voi mi assicurate essere in luce delle vostre luminose e veraci cavallerie, saranno poste in profonda oblivione quelle innumerevoli dei sognati erranti cavalieri, delle quali è pieno il mondo con discapito dei buoni costumi e con iscredito e pregiudizio delle istorie vere e lodevoli.

— Vi ha molto di che discorrere rispose don Chisciotte; in quanto all'essere finte o no le istorie dei cavalieri erranti.

— Avvi forse chi dubiti, soggiunse l'altro, che false non sieno tutte quante?

— Io sono che ne dubito, rispose don Chisciotte; ma lasciamo per ora la discussione di questo argomento: ché se resteremo in compagnia, confido in Dio di convincere la signoria vostra che ha fatto male ad andare dietro la corrente di quelli che le suppongono favolose.»

Queste ultime parole di don Chisciotte fecero sospettare a quello dal gabbano verde che dovesse essere un qualche mentecatto, e ne attendeva la conferma da qualche suo nuovo discorso. Prima che passassero ad altro, don Chisciotte lo richiese dell'esser suo giacché aveva anch'egli dato conto della propria condizione e della sua vita. Quello dal gabbano verde rispose:

— Io, signor cavaliere dalla Trista Figura, sono un cittadino nato in un paese dove, a Dio piacendo, oggi faremo il nostro pranzo. Io sono più che mezzanamente ricco, mi chiamo don Diego di Miranda, e passo la vita in compagnia di mia moglie, dei miei figliuoli e degli amici miei. Mi divertono la caccia e la pesca, ma non mantengo né falcone, né levrieri, e mi contento di qualche starnotto piacevole e di qualche donnoletta ardita. Possedo circa sei dozzine di libri quali in volgare, quali in latino, alcuni di storia, altri di divozione. Quelli di cavalleria non hanno ancora oltrepassata la soglia della porta di casa mia; mi dilettano più i profani che i divoti, sempreché sieno di onesto trattenimento e scritti con eleganza, e che la loro invenzione desti nell'animo ammirazione: benché di tal genere pochi ne conti la Spagna. Una qualche volta mi piace di banchettare in casa degli amici, ma più mi diletta di convitarli in casa mia, specialmente quella gente ch'è educata, di buon garbo e non misera. Odio la mormorazione, né la soffro mai in mia presenza; non mi piace d'investigare i fatti altrui, né di osservarli con occhio di lince; ascolto ogni giorno la messa: fo parte coi poveri degli averi miei senza far vana mostra delle buone opere per non macchiare il mio cuore di ipocrisia e di vanagloria (nemici che con piacevole insidia dominano spesso le anime men avvertite); e non lascio niun mezzo d'insinuare la pace dove regnasse la discordia. Ho Nostra Donna in particolar divozione, e confido sempre nella misericordia infinita di Dio Signore.»

Attentissimo stava Sancio alla narrazione di quel viaggiatore, sembrandogli buono e santo il suo sistema di vita, e che chi lo avesse adottato, avrebbe potuto arrivare a far miracoli. E perciò, smontato dal suo leardo, si affrettò a porsegli dalla parte diritta, e con devoto cuore, e quasi con lagrime gli baciò i piedi reiteratamente. Il viaggiatore gli dimandò allora:

— Fratello, che state voi facendo? che significan questi baci?

— Mi lasci fare, Sancio rispose, perché vossignoria mi pare il primo santo della ginetta che io abbia veduto mai in tutto il corso della mia vita.

— Non sono altrimenti un santo, rispose, ma dite piuttosto un peccatore indegno: tu sì, fratello, che devi essere buono per quella tua semplicità che dimostri.»

Continuò Sancio nelle sue balordaggini per modo da promuovere le risa nel suo padrone, e da trarlo da una profonda melanconia non senza cagionar maraviglia nel viaggiatore don Diego. Gli chiese don Chisciotte quanti figli avesse, e gli disse che una delle cose nelle quali riponeano il sommo bene gli antichi filosofi mancanti del conoscimento del vero supremo Essere, era non già l'aver beni della natura e della fortuna, ma il possedere molti amici, e l'avere molti e buoni figliuoli.

— Io, signor don Chisciotte, rispose don Diego, ho un figliuolo solo, e mi riputerei compiutamente felice se non ne avessi alcuno, e ciò vi dico non perch'egli sia un tristo, ma perché non è fornito di quella intera bontà che io vorrei. Conterà intorno a diciott'anni: sei ne impiegò in Salamanca imparando le lingue greca e latina; e quando volli che passasse a studiare altre scienze, lo trovai così incapricciato nello studio della poesia (se pure essa merita il nome di scienza) che non m'è possibile condurlo ad applicarsi alle leggi a seconda del mio desiderio, e neppure a quello della regina delle scienze, la teologia. Era unico mio voto ch'egli coronasse con altri meriti l'onore del suo lignaggio, poiché viviamo in un secolo in cui s'impartisce dai nostri re largo premio alle virtuose e buone lettere, ma queste se alla virtù non si accompagnino, diventano perle tra le sozzure. Egli consuma le intiere giornate a esaminare se bene o male in un tal verso dell'Iliade siasi spiegato Omero, se il tale epigramma di Marziale sia esente o no da disonestà; se abbiansi ad intendere in un modo piuttostoché in un altro i tali versi di Virgilio; in conclusione tutte le sue occupazioni si confinano nei riferiti poeti, e in altri ancora, come in Orazio, Persio, Giovenale e Tibullo, non facendo molto conto dei poeti moderni: ed a fronte del mal genio che mostra di avere per la romanzesca poesia volgare, si lambicca il cervello in fare una glosa in quattro versi che inviatigli vennero da Salamanca e che credo sieno fatti per una giostra letteraria.

A tutto questo don Chisciotte rispose:

— Signore, i figli sono parte delle viscere dei loro genitori, e si hanno perciò ad amare, buoni o tristi che sieno, nella maniera stessa che si porta affetto a chi diede la vita. Debbono i padri sin dall'infanzia condurli sul sentiero della virtù, della civiltà e dei buoni e cristiani costumi, affinché fatti grandi, sieno il bastone della vecchiaia dei genitori e la gloria della posterità. Quanto al costringerli ad applicarsi allo studio di una piuttosto che di un'altra scienza, io non giudico che questa sia cosa ben fatta, sebbene il consiglio non sarà mai dannoso; ma quando non si ha da studiare pro pane lucrando, quando sia fortunato lo studente per modo di aver genitori che a ciò non lo astringano, sarei di avviso che si lasciasse libero il corso a quella tra le scienze cui spiegasse maggiore inclinazione; ed abbenché più dilettevole che utile sia lo studio della poesia, non è però tra quelli che rechino disonore a chi vi si esercita. La poesia, signor mio, è a mio parere come una tenera donzella di poca età e di bel costume, che si vuole arricchita, resa tersa, ed adorna da molte altre donzelle, le quali sono appunto le altre scienze tutte di cui deve valersi il poeta e con cui presidiarsi; non ha poi da essere tramenata questa giovanetta né prostituita per le strade, per le piazze, né pei cantoni dei gran palagi: essa è fatta di un'alchimia di tal virtù che chi saprà maneggiarla a dovere la convertirà in oro purissimo di inestimabile valore. Ora quell'uno che la possede ha da tenerla a freno, né lasciarla mai trascorrere in turpi satire o in indegni componimenti, non ha da essere mai venale, se già non fosse destinata a poemi eroici, a dolenti tragedie o a commedie allegre od artifiziose; e non si dee lasciar maneggiare da' buffoni o dal volgo ignorante incapace di conoscere e di apprezzare i tesori che in essa si ascondono. Né crediate, signor mio, che io per volgo m'intenda unicamente parlare della gente plebea ed abbietta; ma sia pure un signore od un principe, quando è ignorante sarà sempre una parte del volgo. Colui pertanto che coi requisiti che ho esposto tratterà e scriverà poeticamente, avrà il guiderdone di vedere il suo nome adorno di celebrità e di stima presso le colte nazioni tutte. Quanto poi concerne la poesia romanzesca e volgare di cui mi dite che non si diletta punto il vostro figliuolo, a me pare ch'egli in ciò prenda errore, ed eccone la ragione. Il grande Omero non iscrisse latinamente essendo greco, né scrisse in greco Virgilio essendo latino. Tutti gli antichi poeti composero nella lingua succhiata da loro col latte né andarono accattando le straniere per ispiegare l'altezza dei loro concetti. Ciò posto, ne viene di conseguenza, che comune alle nazioni tutte debbe essere sì lodevole costumanza, e che non abbia a tenersi in minore stima un poeta alemanno perché scrive nel proprio idioma, di un castigliano o biscaino perché compone nel suo linguaggio nativo. Il vostro figliuolo, per quanto sembrami d'indovinare, non dee essere nemico della volgare poesia ma dei poeti che sono meramente volgari e digiuni di altre lingue e scienze che li adornino e sveglino e dieno impulso al loro genio. Ma anche in ciò potrebbe egli andare errato, perché opinione si è fondatissima che il poeta nasce; vale a dire che il poeta esce tale di sua natura dal grembo della madre; e con quell'attitudine che Dio gli ha concessa senza studio od artifizio compone cose che rendono veritiero quel detto: est Deus in nobis, ecc. Aggiungo ancora che il poeta nato, il quale chiami l'arte a soccorimento, migliorerà di assai, e si renderà superiore a quel poeta, che tale pretende di essere perché è conoscitore dell'arte; e la ragione è questa: l'arte prevalere non può alla natura, ma sì bene accrescerle perfezione, di maniera che frammischiata la natura all'arte e l'arte alla natura, si avrà un poeta per ogni conto perfetto. Sia conclusione del mio ragionamento che lasci vossignoria battere al suo figliuolo quella via cui la sua stella lo chiama, ed essendo egli oggidì un valoroso studente, ed avendo fatti con grande felicità i primi passi nella carriera delle scienze e in quella delle lingue, sarà per mezzo di esse in grado di salire da per se stesso all'apice delle lettere umane. Oh esse stanno pur bene in un uomo di cappa e spada! gli recano tanto lustro ed onore quanto le mitre ai vescovi, e quanto le guarnacche ed i lucchi ai periti giureconsulti! Riprendete vostro figliuolo se spende il tempo in satire pregiudizievoli all'onore altrui, inceneritele, castigatelo; ma se scrive sermoni alla foggia di quelli di Orazio per correggere i vizî in generale, in questo caso dategli pure ogni lode. Lice al poeta scrivere contro l'invidia e percuotere gl'invidiosi, e lo stesso faccia degli altri vizî, purché non accenni persone in particolare, e non prenda mai esempio da coloro i quali, purché possano dire una malignità, corrono volentieri il pericolo di essere esiliati nel Ponto. Sarà nei suoi versi casto il poeta se lo sarà nei costumi; la penna è la lingua dell'anima; quali saranno i concetti che andranno in lui germogliando, tali riusciranno gli scritti; e quando i re ed i principi veggano collocata in prudenti, virtuosi e gravi uomini la scienza maravigliosa della poesia, li avranno in somma estimazione; li renderanno opulenti, e saranno coronati colle foglie dell'arbore che non è mai colpito dal fulmine, in segno che non hanno a ricevere offesa da chicchessia coloro che portano cinta la fronte di corone tanto onorate.»

Rimase attonito don Diego dal gabbano verde sentendo il ragionamento di don Chisciotte, e quasi andava perdendo l'opinione già concepita di essersi accompagnato ad un pazzo.

Verso la metà del discorso, Sancio che non trovava il dialogo quadrare al suo gusto, si era appartato per andar a dimandar un po' di latte ad alcuni pastori, che stavan là presso mungendo le loro pecore. Voleva don Diego che si continuassero i ragionamenti, soddisfatto estremamente del giudizio e del sano intendimento di don Chisciotte; ma questi, alzando la testa, vide che per la strada veniva un carro carico di bandiere reali. Credendo che questa fosse una nuova ventura chiamò Sancio con sonora voce perché venisse a recargli la celata. Sancio lasciò i pastori, con gran fretta batté il suo asino e raggiunse il padrone, cui accadde un'altra ventura stupenda e veramente stravagantissima.

📂 In questa sezioneIn this section

  • CAPITOLO I: ESPERIMENTI DEL CURATO E DEL BARBIERE SOPRA LA MALATTIA DI DON CHISCIOTTE.
  • CAPITOLO II: NARRASI IL NOTABILE CONTRASTO SEGUITO TRA SANCIO PANCIA, LA NIPOTE E LA SERVA DI DON CHISCIOTTE; CON ALTRI GRAZIOSI SUCCESSI.
  • CAPITOLO III: DEL RIDICOLO DISCORSO TENUTO DA DON CHISCIOTTE, SANCIO PANCIA E IL BACCELLIERE SANSONE CARRASCO.
  • CAPITOLO IV: VENGONO SCIOLTI DA SANCIO PANCIA I DUBBII PROMOSSI DAL BACCELLIERE SANSONE CARRASCO E RESTANO SODDISFATTE LE SUE DOMANDE; CON LA GIUNTA Dl ALTRI SUCCESSI DEGNI DI ESSERE SAPUTI E RACCONTATI.
  • CAPITOLO V: DELL'ACCORTA E GRAZIOSA CONVERSAZIONE TENUTA DA SANCIO PANCIA CON TERESA SUA MOGLIE, E DI ALTRI AVVENIMENTI DEGNI DI FELICE RICORDANZA.
  • CAPITOLO VI: CIÒ CHE SEGUÌ TRA DON CHISCIOTTE, LA SUA NIPOTE, E LA SERVA: UNO DEI PIÙ IMPORTANTI CAPITOLI DI TUTTA L'ISTORIA.
  • CAPITOLO VII: DI CIÒ CHE SEGUÌ TRA DON CHISCIOTTE ED IL SUO SCUDIERE, CON ALTRI FAMOSISSIMI AVVENIMENTI.
  • CAPITOLO VIII: RACCONTASI CIÒ CHE ACCADDE A DON CHISCIOTTE RECANDOSI A VEDERE LA SIGNORA DULCINEA DEL TOBOSO.
  • CAPITOLO IX: SI RACCONTA QUELLO CHE STA SCRITTO NEL PRESENTE CAPITOLO.
  • CAPITOLO X: DELL'ARTE USATA DA SANCIO PER INCANTARE LA SIGNORA DULCINEA CON ALTRI AVVENIMENTI ALTRETTANTO GIOCOSI CHE VERI.
  • CAPITOLO XI: DELLA STRANA VENTURA CHE SUCCESSE AL VALOROSO DON CHISCIOTTE COLLA CARRETTA DELLA MORTE.
  • CAPITOLO XII: DELLA STRANA AVVENTURA ACCADUTA A DON CHISCIOTTE COL VALOROSO CAVALIERE DAGLI SPECCHI.
  • CAPITOLO XIII: SEGUITA L'AVVENTURA DEL CAVALIERE DAL BOSCO, E SI DESCRIVE IL GIUDIZIOSO, NUOVO E SOAVE COLLOQUIO SEGUITO FRA I DUE SCUDIERI.
  • CAPITOLO XIV: SEGUITA L'AVVENTURA DEL CAVALIERE DAL BOSCO.
  • CAPITOLO XV: DOVE SI NARRA CHI FOSSE IL CAVALIERE DAGLI SPECCHI E IL SUO SCUDIERE.
  • CAPITOLO XVI: CIÒ CHE AVVENNE A DON CHISCIOTTE CON UN GIUDIZIOSO CAVALIERE DELLA MANCIA.
  • CAPITOLO XVII: DIMOSTRASI L'ULTIMO PUNTO ED ESTREMO A CUI GIUNSE E POTÉ GIUGNERE L'INAUDITO ANIMO DI DON CHISCIOTTE, CON L'AVVENTURA DEI LEONI CONDOTTA A FORTUNATO FINE.
  • CAPITOLO XVIII: DI QUELLO CHE AVVENNE A DON CHISCIOTTE NEL CASTELLO O CASA DEL CAVALIERE DAL VERDE GABBANO CON ALTRI STRAORDINARI SUCCESSI.
  • CAPITOLO XIX: AVVENTURA DEL PASTORE INNAMORATO, CON ALTRI VERI E GRAZIOSI SUCCESSI.
  • CAPITOLO XX: NOZZE DI CAMACCIO IL RICCO, ED AVVENIMENTO DI BASILIO IL POVERO.
  • CAPITOLO XXI: PROSEGUONO LE NOZZE DI CAMACCIO CON ALTRI GUSTOSI SUCCESSI.
  • CAPITOLO XXII: GRANDE AVVENTURA DELLA GROTTA DI MONTÉSINO SITUATA NEL CUORE DELLA MANCIA ALLA QUALE DIEDE IL VALOROSO DON CHISCIOTTE COMPIMENTO FELICE.
  • CAPITOLO XXIII: MARAVIGLIOSE COSE VEDUTE DAL CELEBRATISSIMO DON CHISCIOTTE NELLA PROFONDA GROTTA DI MONTESINO E DA LUI RACCONTATE, LA CUI GRANDEZZA E IMPOSSIBILITÀ VA A STABILIRE PER APOCRIFA LA PRESENTE VENTURA.
  • CAPITOLO XXIV: SI RACCONTANO MILLE CHIAPPOLERIE TANTO APPARTENENTI QUANTO NECESSARIE A BEN INTENDERE QUESTA GRANDE ISTORIA.
  • CAPITOLO XXV: AVVENTURA DEL RAGLIO DELL'ASINO, E GRAZIOSO SUCCESSO DEL BAGATTELLIERE COLLE MEMORABILI DIVINAZIONI DELLO SCIMMIOTTO INDOVINO.
  • CAPITOLO XXVI: CONTINUA LA GRAZIOSA AVVENTURA DEL BURATTINAIO, CON ALTRE COSE IN VERITÀ MOLTO GUSTOSE.
  • CAPITOLO XXVII: SI FA SAPERE CHI FOSSE MAESTRO PIETRO E LO SCIMIOTTO, ED IL MAL SUCCESSO DI DON CHISCIOTTE NELLA VENTURA DEL RAGLIO DELL'ASINOCHE NON LA FINÌ COM'EGLI AVREBBE VOLUTO, E COM'ERASI IMMAGINATO.
  • CAPITOLO XXVIII: COSE DETTE DA BEN-ENGELI CHE CHI LE LEGGERÀ LE SAPRÀ SE LE LEGGERÀ CON ATTENZIONE.
  • CAPITOLO XXIX: LA FAMOSA VENTURA DELLA BARCA INCANTATA.
  • CAPITOLO XXX: DI QUELLO CHE INTERVENNE A DON CHISCIOTTE CON UNA BELLA CACCIATRICE.
  • CAPITOLO XXXI: TRATTASI DI MOLTE E MOLTO IMPORTANTI COSE.
  • CAPITOLO XXXII: RISPOSTA DI DON CHISCIOTTE AL SUO RIPRENSORE, CON ALTRI IMPORTANTI SUCCESSI.
  • CAPITOLO XXXIII: SAPORITO RAGIONAMENTO CHE LA DUCHESSA E LE SUE DONZELLE TENNERO CON SANCIO PANCIA DEGNO DI ESSERE LETTO E PONDERATO.
  • CAPITOLO XXXIV: PROGETTO PER TRARRE D'INCANTO DULCINEA DEL TOBOSO CHE FORMA UNA DELLE PIÙ CELEBRI AVVENTURE DI QUESTO LIBRO.
  • CAPITOLO XXXV: SI SEGUITA A PARLARE DEL MODO INDICATO A DON CHISCIOTTE PER TRARRE D'INCANTO DULCINEA, CON ALTRI MARAVIGLIOSI SUCCESSI.
  • CAPITOLO XXXVI: RACCONTASI LA STRANA E NON PRIMA IMMAGINATA VENTURA DELLA MATRONA DOLORIDA, DETTA ALTRIMENTI LA CONTESSA TRIFALDI; E SI LEGGERÀ UNA LETTERA SCRITTA DA SANCIO PANCIA A SUA MOGLIE TERESA PANCIA.
  • CAPITOLO XXXVII: CONTINUA LA FAMOSA VENTURA DELLA MATRONA DOLORIDA.
  • CAPITOLO XXXVIII: NARRASI CIÒ CHE FECE LA MATRONA DOLORIDA INTORNO ALLA SUA DISAVVENTURA.
  • CAPITOLO XXXIX: LA TRIFALDI CONTINUA IL RACCONTO DELLA SUA STUPENDA E MEMORABILE ISTORIA.
  • CAPITOLO XL: SI DICONO COSE APPARTENENTI A QUESTA AVVENTURA ED A SÌ MEMORABILE ISTORIA.
  • CAPITOLO XLI: VENUTA DI CLAVILEGNO E FINE DELLA PRESENTE PROLUNGATA VENTURA.
  • CAPITOLO XLII: DEI CONSIGLI DATI DA DON CHISCIOTTE A SANCIO PANCIA PRIMA CHE ANDASSE AL GOVERNO DELL'ISOLA CON ALTRE MEMORABILI COSE.
  • CAPITOLO XLIII: DEI SECONDI CONSIGLI DATI A SANCIO PANCIA DA DON CHISCIOTTE.
  • CAPITOLO XLIV: SANCIO PANCIA È CONDOTTO AL GOVERNO. — STRANA AVVENTURA ACCADUTA A DON CHISCIOTTE.
  • CAPITOLO XLV: COME IL GRAN SANCIO PANCIA PRESE IL POSSESSO DELLA SUA ISOLA E IN QUALE MANIERA COMINCIÒ A GOVERNARLA.
  • CAPITOLO XLVI: FORMIDABILE TERRORE CHE DIEDERO I CAMPANACCI ED I GATTI A DON CHISCIOTTE NEL PROGRESSO DEGLI AMORI COLLA INVAGHITA ALTISIDORA.
  • CAPITOLO XLVII: SEGUITA IL RACCONTO DEL MODO CON CUI CONDUCEVASI SANCIO PANCIA NEL SUO GOVERNO.
  • CAPITOLO XLVIII: DI CIÒ CHE AVVENNE A DON CHISCIOTTE CON DONNA RODRIGHEZ, MATRONA DELLA DUCHESSA, CON ALTRE VENTURE DEGNE DI ESSERE SCRITTE E CONSERVATE PERPETUAMENTE.
  • CAPITOLO XLIX: NARRASI CIÒ CHE AVVENNE A SANCIO PANCIA VISITANDO LA SUA ISOLA.
  • CAPITOLO L: SI DICHIARA QUALI FURONO GL'INCANTATORI E I CARNEFICI CHE FRUSTARONO LA MATRONA E PIZZICARONO DON CHISCIOTTE, E SI NARRA QUANTO ACCADDE AL PAGGIO CHE PORTÒ LA LETTERA A TERESA, MOGLIE DI SANCIO PANCIA.
  • CAPITOLO LI: DEL PROGRESSO NEL GOVERNO DI SANCIO PANCIA, CON ALTRI AVVENIMENTI IMPORTANTI E CURIOSI.
  • CAPITOLO LII: RACCONTASI L'AVVENTURA DELLA SECONDA MATRONA DOLORIDA, O ANGUSTIATA, CHIAMATA CON ALTRO NOME DONNA RODRIGHEZ.
  • CAPITOLO LIII: DEL TRAVAGLIOSO FINE CH'EBBE IL GOVERNO DI SANCIO PANCIA.
  • CAPITOLO LIV: TRATTASI DI COSE APPARTENENTI A QUESTA E NON AD ALCUN'ALTRA ISTORIA.
  • CAPITOLO LV: AVVENIMENTI DI SANCIO NEL SUO VIAGGIO, ED ALTRE COSE TANTO SINGOLARI QUANTO MAI SI PUÒ DIRE.
  • CAPITOLO LVI: DELLA SANGUINOSA E NON PIÙ VISTA BATTAGLIA SEGUITA TRA DON CHISClOTTE E LO STAFFIERE TOSILO, E DEL CONGEDO CHE PRESE DON CHISCIOTTE DAL DUCA.
  • CAPITOLO LVII: COME PIOVVERO SOPRA DON CHISCIOTTE TANTE VENTURE CHE L'UNA NON ASPETTAVA L'ALTRA.
  • CAPITOLO LVIII: STRAORDINARIO CASO CHE SUCCESSE A DON CHISCIOTTE E CHE PUÒ TENERSI IN CONTO DI VENTURA.
  • CAPITOLO LIX: DI QUELLO CHE AVVENNE A DON CHISCIOTTE ANDANDO A BARCELLONA.
  • CAPITOLO LX: DI CIÒ CHE AVVENNE A DON CHISCIOTTE ENTRANDO A BARCELLONA, CON ALTRE COSE CHE HANNO PIÙ DEL VERO CHE DEL SAVIO.
  • CAPITOLO LXI: LA VENTURA DELLA TESTA INCANTATA, CON ALTRE BAGATTELLE CHE NON SI PUÒ FAR A MENO DI NON RACCONTARE.
  • CAPITOLO LXII: DEL MALE CHE OCCASIONÒ A SANCIO LA VISITA DELLE GALERE, E DELLA NUOVA VENTURA DELLA BELLA MORESCA.
  • CAPITOLO LXIII: DELLA VENTURA CHE DIEDE PIÙ MOLESTIA A DON CHISCIOTTE DI QUANTE ALTRE GLI ERANO SUCCESSE.
  • CAPITOLO LXIV: SI VIENE A SAPERE CHI FOSSE IL CAVALIERE DALLA BIANCA LUNA, LIBERAZIONE DI DON GREGORIO ED ALTRI AVVENIMENTI.
  • CAPITOLO LXV: TRATTASI DI QUELLO CHE VEDRÀ CHI LEGGE O SARÀ PER UDIRE CHI SI FARÀ LEGGERE.
  • CAPITOLO LXVI: SI DETERMINA DON CHISCIOTTE DI FARSI PASTORE, E DI CONDURRE LA VITA TRA LE CAMPAGNE, FINCHÉ SCORRA L'ANNO DI SUA PROMESSA, CON ALTRI AVVENIMENTI PIACEVOLI E GUSTOSI.
  • CAPITOLO LXVII: SI NARRA IL PIÙ RARO E IL PIÙ NUOVO SUCCESSO CHE NELL'INTERO CORSO DI QUESTA GRANDE ISTORIA AVVENUTO SIA A DON CHISCIOTTE.
  • CAPITOLO LXVIII: CHE TIEN DIETRO AL CAPITOLO SESSANTASETTE, E TRATTA DI COSE NECESSARIE A SAPERSI PER MAGGIOR CHIAREZZA DI QUESTA STORIA.
  • CAPITOLO LXIX: DI CIÒ CHE ACCADDE A DON CHISCIOTTE CON SANCIO NEL RESTITUIRSI AL PAESE NATIVO.
  • CAPITOLO LXX: DON CHISCIOTTE E SANCIO ARRIVANO AL LORO PAESE.
  • CAPITOLO LXXI: DEGLI AUGURI CH'EBBE DON CHISCIOTTE ALL'ENTRARE NEL SUO PAESE CON ALTRI AVVENIMENTI CHE ADORNANO E ACCREDITANO QUESTA GRANDE ISTORIA.
  • CAPITOLO LXXII: COME DON CHISCIOTTE CADDE AMMALATO, E DEL TESTAMENTO CHE FECE E DELLA SUA MORTE.