CAPITOLO LXII

Don Chisciotte, 2° volume

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Don Chisciotte faceva congetture continue intorno alle risposte della testa incantata, senza però che alcuna riuscisse mai a scoprirne l'artifizio, od a sospettare d'inganno, ma andavano tutte a finire nelle promesse ch'egli teneva per indubitate, del disincanto di Dulcinea. Non aggiravasi il suo pensiero che sopra tal punto, e gioiva seco medesimo nella speranza di vedere adempiuti i suoi voti. Sancio, benché abborrisse la sola idea di tornare ad essere governatore, come si è detto, avrebbe tuttavia voluto ritornare al piacere di comandare e di vedersi ubbidito: che questa è la mala conseguenza del dominio, per quanto sia di poca considerazione e da burla. Finalmente e don Chisciotte e Sancio e l'ospite don Antonio Moreno e i due amici si recarono in quella sera a vedere le galere, ed il capo della squadra li attendeva, ansioso di poter conoscere i due famosi uomini don Chisciotte e Sancio. Appena arrivarono alla marina, le galere tutte fecero tenda, suonarono i pifferi, e gettarono in acqua lo schifo, coperto di ricchi tappeti e di cuscini di velluto chermisino. All'istante che don Chisciotte vi mise il piede, la capitana sparò il cannone di corsia, e le altre galere fecero lo stesso; e al salire egli per la scala esterna venne salutato dalla ciurma tutta come si usa quando persona di grande affare entra nelle galere, dicendo: hu, hu, hu, per tre volte. Gli porse la mano il generale, che così il chiameremo, il quale era un nobilissimo cavaliere valenzano, che abbracciando don Chisciotte, gli disse:

— Io segnerò questo giorno con bianca pietra, essendo uno dei migliori che io possa contare in vita mia, poiché mi è toccato in sorte di vedere il signor don Chisciotte della Mancia, il quale in sé rinserra e tiene compreso tutto il valore dell'errante cavalleria.»

Gli rispose don Chisciotte con altre non meno gentili espressioni, lieto soprammodo nel vedersi trattare sì alla signorile. Tutti entrarono alla poppa, che stava apparecchiata a festa e sedettero sulle balestriere. Il comite passò alla corsia, e diede segno col fischio che la ciurma facesse fuor camiciola, ciò che eseguì in un baleno. Sancio, che osservò tanta gente ignuda, restò trasecolato, e molto più quando vide far tenda con grande velocità, sicché a lui parve che ogni cosa fosse quivi opera di diavoli: ma tutto finora fu bagattelle a paragone di quelle che sono per riferire. Stava Sancio seduto presso lo stentaruolo, accanto allo spalliere dalla mano dritta; il quale, avvertito di ciò che doveva fare, acchiappò Sancio, e lo gittò come una palla; dopo di che tutta la ciurma ritta in piè e all'erta, cominciò dalla banda dritta ed andò passandolo e rivoltandolo sulle sue braccia di banco in banco, e andava ciò facendo con tanta celerità che il povero Sancio perdette la vista, e si persuase senz'altro che fossero i diavoli che lo gittassero al vento. Non desistettero dal giuoco sino a tanto che non lo ebbero voltato dalla banda sinistra, e poi ripostolo sulla poppa, restò il meschino fracassato ed ansante, mandando fuori il sudore a goccioloni come nocciuole, senza sapere neppur che cosa gli andasse accadendo.

Don Chisciotte che vide volar Sancio senz'ali, dimandò al generale se quelle fossero cerimonie che si usassero colle persone ch'entravano nelle galere per la prima volta; perché quando ciò fosse per avventura, egli, che non aveva intenzione alcuna di farvi la sua professione, non vorrebbe sottostare a simiglianti esercizi: e giurava da cavaliere, che se osato avesse qualcuno accostarsegli per prenderlo e rivoltarlo, gli avrebbe fatto uscir l'anima a calci; e in così dire rizzossi lesto, ed impugnò la sua spada. In questo istante fecero tenda, e lasciarono cadere con grande frastuono l'antenna dall'alto al basso. Parve a Sancio che il cielo uscisse fuori da' suoi cardini e fosse per cadergli in testa, cosiché stavasene accovacciato e gobbo e impaurito. Non era in molto miglior condizione il suo signor don Chisciotte, che mezzo spaventato egli pure, stringeva le spalle ed aveva tutto scolorito il viso. La ciurma alzò l'antenna colla stessa fretta e collo stesso fracasso con cui era stata ammainata, e tutto questo nel silenzio, e come se niuno fra tanta gente avesse avuto voce e fiato. Diede segno il comite che raccogliessero le ancore e saltando in mezzo alla corsia col corvaccio e frusta cominciò a scacciare le mosche dalle spalle della ciurma ed allontanarsi a poco a poco dalla riva.

Quando Sancio vide muoversi tutti in un punto quei piedi coloriti (ché tali avvisò esser i remi), disse fra sé: — Queste sì che sono cose veramente incantate, e non quelle che il mio padrone suol nominare; che han fatto eglino questi disgraziati, poiché li frustano in tal maniera? E come quest'uomo solo che sta qui fischiando può avere sì grande audacia di frustare tanta gente? Ora sì che avrò ragione di dire che questo è un inferno o per lo manco un purgatorio.» Don Chisciotte, vedendo con quanta attenzione stava Sancio osservando quello che si faceva, disse: — Oh, amico Sancio, con quale speditezza e con quanto tuo poco incomodo potresti ora, volendolo, spogliarti ignudo dalla cintola in su, metterti fra questi signori, e dar fine una volta al disincanto di Dulcinea! Quanto poco tu sentiresti la tua miseria confusa colla miseria e la pena di tutta questa ciurmaglia! E tanto più quanto che forse il savio Merlino potrebbe valutare per dieci ognuna delle tue frustate per essere data da buona mano; che già alla fin fine te le dovrai pur affibbiare,» Voleva sapere il generale di che frustate si trattasse o di che disincanto di Dulcinea, quando un marinaro disse: — Monscivi fa segno che nella costa ci sono vascelli da remo per la banda di ponente.»

Ciò udito, saltò il generale nella corsia, e soggiunse — Orsù, figliuoli, facciamo che non ci scappi qualche brigantino di corsari, e questo che la torre ci accenna debb'essere di Algeri.»

Si appressarono all'istante le altre tre galere alla capitana per ricevere gli ordini, e comandò il generale che due di quelle s'innoltrassero in mare, mentr'egli colle altre avrebbe fatto cammino terra terra, perché con queste precauzioni la capitana sarebbe in istato di far il suo ufficio. La ciurma dié mano ai remi, spingendo le galere con tanta furia che pareva che volassero; e quelle che camminarono al mare scopersero a due miglia un brigantino, il quale parve loro di quattordici o quindici banchi all'incirca e così era. Questo vascello, quando si accorse delle galere, si mise alla fuga con disegno e con isperanza di scappare attesa la sua leggerezza: ma il contrario gli avvenne, perché la capitana era uno dei più leggeri vascelli che navigassero in mare, ond'è che andò accostandosegli siffattamente che quelli del brigantino conobbero a tutta evidenza di non potere più sottrarsi colla fuga.

L'arraez avrebbe voluto che, deposti i remi, si fossero tutti arresi per non irritare il capitano che comandava le nostre galere, ma la sorte altramente guidava ogni cosa, e fece avvicinare tanto la capitana che i nemici potevano udire le voci che da essa partivano intimando che si arrendesse. Due Torracchi, ch'è come a dire, due Turchi briachi, i quali stavano sul brigantino, spararono allora alcune archibugiate e uccisero due soldati che maneggiavano le nostre balestriere. Il generale a tal vista giurò di non lasciar vivo uomo di quelli che stavano sul vascello: e fattosi ad investirlo con furia gli riuscì di sottrarsi di sotto alla palamenta. La galera passò innanzi buon tratto, e quelli del vascello, vedendosi allora perduti, fecero vela frattantoché la galera voltava, e di nuovo a vele e a remi tentarono di fuggire: ma infruttuosa riuscì loro ogni diligenza, come inutile era riuscita l'audacia; giacché arrivandoli la capitana, a poco più di mezzo miglio, li gittò sopra la palamenta e li pigliò tutti vivi. In questo sopraggiunsero le altre due galere, e tutte e quattro tornarono colla preda alla spiaggia, dove infinita gente era corsa ad attenderle, desiderosa di vedere quello che si portasse. Il generale diede fondo vicino a terra, ed accorgendosi che stava alla marina il viceré della città, fece calare lo schifo per guidarlo alla galera, e ordinò che si ammainasse l'antenna per appiccare subito l'arraez e gli altri Turchi da lui presi e trovati nel vascello, che in tutti arrivavano al numero di trentasei: gente robusta e per la maggior parte della classe degli archibusieri.

Dimandò il generale quale di loro fosse l'arraez del brigantino, e gli venne risposto in lingua castigliana da uno dei prigionieri (che si scoperse essere rinnegato spagnuolo): — Il giovine che vi vedete dinanzi, o signore, è il nostro arraez,» e accennò uno dei più belli e ben disposti garzoni che umana immaginazione figurare potesse; non arrivava egli, per quanto ne pareva, all'età di venti anni. Gli disse il generale: — Rispondimi, cane malconsigliato, e che ti indusse ad ammazzare i miei soldati, quando vedevi che era per te impossibile la fuga? È egli questo il rispetto che si porta alle capitane? Non sai tu che la temerità non è bravura? Le speranze dubbie possono bensì rendere audaci gli uomini, ma non temerari.» Voleva ripigliare l'arraez, ma non poté per allora il generale udir la risposta, essendo passato in fretta ad accogliere il viceré, che già entrava nella galea seguitato da alcuni suoi servi e da altre persone della città. — È riuscita bene la caccia? signor generale, disse il viceré. — E tanto bene, rispose il generale, che la vedrà vostra eccellenza or ora pendente all'antenna. — Perché questo? — replicò il viceré.

— Perché, rispose il generale, contro ogni legge e in offesa di ogni diritto e costumanza di guerra furono uccisi due dei migliori soldati che fossero su queste galere; ed io ho giurato d'impiccare quanti ne prendessi, e specialmente l'arraez del brigantino.»

In ciò dire accennò il prigioniero, che aveva già legate le mani, e con la fune alla gola stava aspettando la morte. Lo guardò il viceré, e scorgendolo sì bello, sì ben composto e sì rassegnato, che gli serviva per lettera di raccomandazione la sua leggiadria, gli venne voglia di fargli perdonare la morte. Gli dimandò tosto: dimmi, arraez, sei turco tu di nazione, o moro o rinnegato. — Cui rispose il giovine in lingua pura castigliana: — Né sono turco di nazione, né moro, né rinnegato. — Dunque chi sei? replicò il viceré. — Una donna cristiana, rispose il giovane. — Donna e cristiana, in tale abito e in tale cimento? soggiunse il viceré, è cosa più da maravigliarsi che da credersi. — Sospendete, replicò il giovane, l'esecuzione della mia sentenza finché vi dia conto di me, che già non perderete per questo gran tempo a isfogare la vostra vendetta.»

Quale sarebbe stato mai quel cuore di pietra che non si fosse intenerito a questi detti, o che non si fosse almeno invogliato di udire quello che l'infelice ed afflitto garzone voleva narrare? Il generale soggiunse che parlasse pure a sua voglia; ma che non isperasse di trovare perdono della conosciuta sua colpa.

Ottenuta questa licenza, cominciò il giovane a dire: — Nata di genitori moreschi, io appartenni a quella sfortunata più che prudente nazione sulla quale piovve nei giorni nostri un mare di sciagure, e nella corrente dell'infortunio fui raccolta dai miei due zii in Barberia. A nulla mi giovò l'asserire che io ero cristiana, come in effetto lo sono, né già per finzione o per apparenza, ma con vera ed intima credenza; né vollero prestarmi fede gl'incaricati del nostro luttuoso esiglio, né gli zii medesimi, che piuttosto mi giudicarono menzognera e industriosa ad attaccare quei ripieghi che potessero farmi rimanere nel mio paese naturale; di maniera che più colla forza che colla volontà mi strascinarono seco. Ebbi genitori savii e cristiani, succhiai col latte la fede cattolica, fui allevata nei buoni costumi, né colla lingua, né colle usanze diedi mai indizii di essere moresca. A pari passo di queste virtù (che io tengo per tali) crebbe la mia avvenenza, se ne ho alcuna, e tuttoché il mio vivere solitario e circospetto fosse mantenuto con rigore, ciò non tolse che non potesse vedermi un giovane cavaliere, detto don Gaspare Gregorio, primogenito di un signore che aveva la sua abitazione vicina alla mia. Ebbe il giovane occasione di vedermi e di parlarmi, restò acceso di me ed io non meno di lui; e troppo lungo sarebbe l'informarvi di mille eventi; che fatalmente il divietano e il corto tempo ed il terrore del mio spirito, ora che tra la lingua e la gola vedo la terribile fune che mi minaccia. Sappiate almeno che nel mio esilio ebbi don Gregorio a compagno, ch'egli si confuse tra i moreschi usciti dai vostri regni e dei quali conosceva bene la lingua, e che legò amicizia coi due miei zii che seco mi conducevano. Il mio genitore, scoppiato che fu il primo fulmine contro tutti noi era fuggito e passato in regni stranieri a cercare altro asilo, lasciando sotterrate in luogo che io sola conosco, e perle e gemme e argenti ed ori, comandandomi che in nessun modo io toccassi tanti tesori, nemmanco se fossi bandita. Lo ubbidii, e con gli zii ed altri parenti ed amici passammo in Barberia, eleggendo per nostro soggiorno Algeri, che ci parve allora un inferno. Venne a cognizione del re la mia bellezza, ed ebbe sentore di quelle ricchezze alle quali dovetti in parte la mia ventura. Mi chiamò a sé, mi chiese il nome del paese di Spagna che mi aveva veduta nascere, e quali gioie e danari recassi meco. E della patria e delle gioie e dei denari lo resi istrutto, dicendogli che questi erano sotterrati, e che facilmente potevansi ricuperare se io fossi tornata per essi: e tutto questo gli dissi colla speranza che potesse piuttosto accecarlo la sua avarizia che la mia bellezza. Durante il nostro colloquio gli fu riferito che io ero accompagnata da un giovine di belle maniere e di molta avvenenza, né rimasi punto in dubbio che dovesse essere don Gaspare Gregorio, le cui leggiadre forme non avevano pari. Mi turbai tutta considerando il pericolo ch'egli correva fra quella barbara gente. In effetto ordinò il re che gli fosse subito condotto innanzi e chiese a me se io giudicassi veramente sincere le informazioni che gli venivano date. Come se il Cielo stesso mi suggerisse il consiglio, risposi che era appunto così, ma che io doveva confidargli che non era egli altramente uomo, ma donna mia pari, e che lo supplicavo a concedermi che andassi a vestirla de suoi abiti naturali perché potesse far pompa di sua leggiadria e comparirgli dinanzi senza rossore. Ottenni questa permissione, rimettendo ad altro giorno il conferire sul modo da tenersi perché io passassi in Ispagna a dissotterrare il tesoro nascosto. Informai don Gaspare del pericolo che correva restando colle apparenze di uomo, gli posi indosso un vestito da mora, e la sera stessa lo condussi alla presenza del re, il quale restò sorpreso vedendolo, e divisò seco stesso di custodirlo, per poi farne un dono al gran signore. Per evitare ogni pericolo che potesse passare nel serraglio delle sue donne, e non si fidando neppure di se medesimo, volle che andasse a soggiornare in casa di alcune more di grande distinzione perché ottenesse e custodia e assistenza, il che si eseguì senz'altro dire. Il dolore che ambedue provammo (mentre non posso negare che io l'amo) lo immaginino quelli che struggonsi per amore, e che sieno costretti a separarsi. Diede ordine il re che io tornassi in Ispagna su questo brigantino, e che mi accompagnassero due Turchi originari, che furono quelli dai quali furono uccisi i vostri soldati. Si unì meco anche questo rinnegato spagnuolo (accennando colui che aveva parlato il primo), il quale so bene ch'è cristiano celato, e che viene con maggior desiderio di rimanere in Ispagna che tornarsene in Barberia. La ciurma del brigantino è composta di Turchi e di Mori che ad altro non servono se non al remo; e quei due Turchi avari insolenti, disobbedendo agli ordini che avevano di mettermi in terra con questo rinnegato e cogli abiti di cristiani che abbiamo con noi, vollero da prima scorrere tutta la costa per tentare qualche buona preda; e ciò facevano temendo che, postici a terra, non potesse avvenirci qualche accidente pel quale fosse scoperto il loro brigantino, e poi preso con loro.

«Sull'imbrunire del giorno arrivammo su questa spiaggia, e senza esserci accorti delle quattro galere fummo scoperti, e voi sapete pur troppo adesso quale fu la nostra disavventura. Don Gregorio rimase tra le more in abito di donna, con manifesto pericolo di perdersi, ed io sono alla presenza vostra colle mani cinte di funi, aspettando, o per meglio dire, paventando di perdere una vita che peraltro mi è ormai venuta a noia. Ho narrato l'istoria che mi risguarda, quanto vera altrettanto infelice, ed ora quello di cui vi prego si è che mi lasciate morire cristiana, da che come vi ho già detto, io non sono rea di alcuna di quelle cose che si considerano come delitto in quelli di mia nazione.

Tacque, avendo gli occhi pregni di tenere lagrime, le quali vennero accompagnate dal pianto dei circostanti. Il viceré, uomo di animo dolce e compassionevole, senza dir parola si avvicinò e sciolse colle propie sue mani la funicella che stringeva le belle mani della vezzosa mora. Ora è da sapersi che mentre la moresca cristiana stava narrando la sua storia, teneva in lei fissi gli occhi un vecchio pellegrino, che unitamente ad altri era entrato col viceré nella galera, ed appena aveva ella dato fine al suo discorso, che si lanciò al collo di lei, ed abbracciandola e con parole interrotte da mille singhiozzi e sospiri, così disse:

— O Anna Felice, o sventurata figliuola mia, io sono Ricotte tuo padre, che ti cerca per ogni dove, e che senza di te non sa vivere, poiché tu sei l'anima mia.»

Spalancò gli occhi Sancio, presente a questi detti, e alzò la testa che teneva china, pensando ancora alla fatalità de' suoi sbalzi; e osservato bene il pellegrino, lo riconobbe tosto per quel Ricotte stesso in cui si era incontrato nel giorno che lasciato aveva il governo dell'isola. Si scoprì allora che quella era fuori di dubbio la figliuola del pellegrino, la quale, sciolta appena dalle funi volò ad abbracciare suo padre ed a confondere con lui mille lagrime di allegrezza. Ricotte gridò: — Questa, o signori, è mia figliuola, è Anna Felice, più sfortunata nelle vicende che nel suo nome: è Anna Felice, col soprannome di Ricotte, tanto nota per la sua bellezza quanto per le ricchezze mie. Io dovetti uscire di patria per cercare in regni stranieri chi mi albergasse e accogliesse, e dopo domiciliato in Alemagna, tornai in questo regno sotto le spoglie di pellegrino, in compagnia di altri Tedeschi per rintracciar nuove della figlia e per dissotterrare un importante tesoro, da me nascosto. Non trovai la figlia, trovai bene il tesoro che porto meco, ed ora per quello stravagante giro di vicende che avete udito, anche l'altro tesoro che sopra tutti mi fa ricco, ritrovo nella mia dilettissima Anna Felice. Se il nostro poco fallo, se le sue lagrime, se le mie possono aprire le porte della misericordia senza offesa della giustizia, usatela verso di noi che non avemmo mai in pensiero di offendervi, né conveniamo punto nelle intenzioni dei nostri che sono stati da voi esiliati.»

Allora disse Sancio:

— Io conosco molto bene Ricotte ed è verissimo quello che ha detto di Anna Felice, sua figliuola, ma quanto alle altre bagattelle di andare e tornare, di avere buona o cattiva intenzione, io non mi c'intrammetto.»

In mezzo alla maraviglia prodotta in tutti dallo stranissimo caso, così pronunziò il generale:

— Certo, le vostre lagrime, o bella Anna Felice, non mi lasceranno dar retta al mio giuramento: vivete, pietosa giovine, gli anni di vita che vi serba il Cielo, e portino la pena del loro delitto gl'indegni e gli audaci che hanno provocato il mio sdegno.»

Ordinò sul fatto che fossero impiccati all'antenna i due Turchi che ucciso avevano i suoi soldati: ma il viceré disse affettuosamente che non s'impiccassero, perché erano stati piuttosto pazzi che scellerati. Il generale fece quanto il viceré desiderava: perché l'uomo difficilmente persiste a volersi vendicare quando è cessato il bollore dell'ira.

Rivolsero poi ogni cura per trarre don Gaspare Gregorio dal pericolo in cui era rimasto. Ricotte offerì per questo da duemila ducati in perle e gioie che aveva seco. Si tennero varii consigli, ma nessuno fu tanto opportuno quanto quello che diede il rinnegato spagnuolo già ricordato, il quale si offerse di tornare ad Algeri in una piccola barca d'intorno a sei banchi, armata di vogatori cristiani, sapendo egli bene e come e quando poteva e doveva sbarcare, e conoscendo eziandio la casa dove albergava don Gaspare. Dubitavano il generale e il viceré se fosse da prestar fede ad un rinnegato, ed affidare a lui i vogatori cristiani; ma Anna Felice fece sicurtà, e Ricotte suo padre aggiunse che prometteva che avrebbe pagato il riscatto dei cristiani se la mala sorte li avesse condotti a perdersi. Così raccomandata ogni cosa, il viceré sbarcò, don Antonio Moreno menò seco la moresca e suo padre, colle raccomandazioni del viceré perché desse loro favore e li accarezzasse per quanto potesse, ed egli stesso, il buon principe, largheggiò in doni: tanto grande era la benevolenza e la carità che le bellezze di Anna Felice infuso avevano nel petto di lui.

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  • CAPITOLO I: ESPERIMENTI DEL CURATO E DEL BARBIERE SOPRA LA MALATTIA DI DON CHISCIOTTE.
  • CAPITOLO II: NARRASI IL NOTABILE CONTRASTO SEGUITO TRA SANCIO PANCIA, LA NIPOTE E LA SERVA DI DON CHISCIOTTE; CON ALTRI GRAZIOSI SUCCESSI.
  • CAPITOLO III: DEL RIDICOLO DISCORSO TENUTO DA DON CHISCIOTTE, SANCIO PANCIA E IL BACCELLIERE SANSONE CARRASCO.
  • CAPITOLO IV: VENGONO SCIOLTI DA SANCIO PANCIA I DUBBII PROMOSSI DAL BACCELLIERE SANSONE CARRASCO E RESTANO SODDISFATTE LE SUE DOMANDE; CON LA GIUNTA Dl ALTRI SUCCESSI DEGNI DI ESSERE SAPUTI E RACCONTATI.
  • CAPITOLO V: DELL'ACCORTA E GRAZIOSA CONVERSAZIONE TENUTA DA SANCIO PANCIA CON TERESA SUA MOGLIE, E DI ALTRI AVVENIMENTI DEGNI DI FELICE RICORDANZA.
  • CAPITOLO VI: CIÒ CHE SEGUÌ TRA DON CHISCIOTTE, LA SUA NIPOTE, E LA SERVA: UNO DEI PIÙ IMPORTANTI CAPITOLI DI TUTTA L'ISTORIA.
  • CAPITOLO VII: DI CIÒ CHE SEGUÌ TRA DON CHISCIOTTE ED IL SUO SCUDIERE, CON ALTRI FAMOSISSIMI AVVENIMENTI.
  • CAPITOLO VIII: RACCONTASI CIÒ CHE ACCADDE A DON CHISCIOTTE RECANDOSI A VEDERE LA SIGNORA DULCINEA DEL TOBOSO.
  • CAPITOLO IX: SI RACCONTA QUELLO CHE STA SCRITTO NEL PRESENTE CAPITOLO.
  • CAPITOLO X: DELL'ARTE USATA DA SANCIO PER INCANTARE LA SIGNORA DULCINEA CON ALTRI AVVENIMENTI ALTRETTANTO GIOCOSI CHE VERI.
  • CAPITOLO XI: DELLA STRANA VENTURA CHE SUCCESSE AL VALOROSO DON CHISCIOTTE COLLA CARRETTA DELLA MORTE.
  • CAPITOLO XII: DELLA STRANA AVVENTURA ACCADUTA A DON CHISCIOTTE COL VALOROSO CAVALIERE DAGLI SPECCHI.
  • CAPITOLO XIII: SEGUITA L'AVVENTURA DEL CAVALIERE DAL BOSCO, E SI DESCRIVE IL GIUDIZIOSO, NUOVO E SOAVE COLLOQUIO SEGUITO FRA I DUE SCUDIERI.
  • CAPITOLO XIV: SEGUITA L'AVVENTURA DEL CAVALIERE DAL BOSCO.
  • CAPITOLO XV: DOVE SI NARRA CHI FOSSE IL CAVALIERE DAGLI SPECCHI E IL SUO SCUDIERE.
  • CAPITOLO XVI: CIÒ CHE AVVENNE A DON CHISCIOTTE CON UN GIUDIZIOSO CAVALIERE DELLA MANCIA.
  • CAPITOLO XVII: DIMOSTRASI L'ULTIMO PUNTO ED ESTREMO A CUI GIUNSE E POTÉ GIUGNERE L'INAUDITO ANIMO DI DON CHISCIOTTE, CON L'AVVENTURA DEI LEONI CONDOTTA A FORTUNATO FINE.
  • CAPITOLO XVIII: DI QUELLO CHE AVVENNE A DON CHISCIOTTE NEL CASTELLO O CASA DEL CAVALIERE DAL VERDE GABBANO CON ALTRI STRAORDINARI SUCCESSI.
  • CAPITOLO XIX: AVVENTURA DEL PASTORE INNAMORATO, CON ALTRI VERI E GRAZIOSI SUCCESSI.
  • CAPITOLO XX: NOZZE DI CAMACCIO IL RICCO, ED AVVENIMENTO DI BASILIO IL POVERO.
  • CAPITOLO XXI: PROSEGUONO LE NOZZE DI CAMACCIO CON ALTRI GUSTOSI SUCCESSI.
  • CAPITOLO XXII: GRANDE AVVENTURA DELLA GROTTA DI MONTÉSINO SITUATA NEL CUORE DELLA MANCIA ALLA QUALE DIEDE IL VALOROSO DON CHISCIOTTE COMPIMENTO FELICE.
  • CAPITOLO XXIII: MARAVIGLIOSE COSE VEDUTE DAL CELEBRATISSIMO DON CHISCIOTTE NELLA PROFONDA GROTTA DI MONTESINO E DA LUI RACCONTATE, LA CUI GRANDEZZA E IMPOSSIBILITÀ VA A STABILIRE PER APOCRIFA LA PRESENTE VENTURA.
  • CAPITOLO XXIV: SI RACCONTANO MILLE CHIAPPOLERIE TANTO APPARTENENTI QUANTO NECESSARIE A BEN INTENDERE QUESTA GRANDE ISTORIA.
  • CAPITOLO XXV: AVVENTURA DEL RAGLIO DELL'ASINO, E GRAZIOSO SUCCESSO DEL BAGATTELLIERE COLLE MEMORABILI DIVINAZIONI DELLO SCIMMIOTTO INDOVINO.
  • CAPITOLO XXVI: CONTINUA LA GRAZIOSA AVVENTURA DEL BURATTINAIO, CON ALTRE COSE IN VERITÀ MOLTO GUSTOSE.
  • CAPITOLO XXVII: SI FA SAPERE CHI FOSSE MAESTRO PIETRO E LO SCIMIOTTO, ED IL MAL SUCCESSO DI DON CHISCIOTTE NELLA VENTURA DEL RAGLIO DELL'ASINOCHE NON LA FINÌ COM'EGLI AVREBBE VOLUTO, E COM'ERASI IMMAGINATO.
  • CAPITOLO XXVIII: COSE DETTE DA BEN-ENGELI CHE CHI LE LEGGERÀ LE SAPRÀ SE LE LEGGERÀ CON ATTENZIONE.
  • CAPITOLO XXIX: LA FAMOSA VENTURA DELLA BARCA INCANTATA.
  • CAPITOLO XXX: DI QUELLO CHE INTERVENNE A DON CHISCIOTTE CON UNA BELLA CACCIATRICE.
  • CAPITOLO XXXI: TRATTASI DI MOLTE E MOLTO IMPORTANTI COSE.
  • CAPITOLO XXXII: RISPOSTA DI DON CHISCIOTTE AL SUO RIPRENSORE, CON ALTRI IMPORTANTI SUCCESSI.
  • CAPITOLO XXXIII: SAPORITO RAGIONAMENTO CHE LA DUCHESSA E LE SUE DONZELLE TENNERO CON SANCIO PANCIA DEGNO DI ESSERE LETTO E PONDERATO.
  • CAPITOLO XXXIV: PROGETTO PER TRARRE D'INCANTO DULCINEA DEL TOBOSO CHE FORMA UNA DELLE PIÙ CELEBRI AVVENTURE DI QUESTO LIBRO.
  • CAPITOLO XXXV: SI SEGUITA A PARLARE DEL MODO INDICATO A DON CHISCIOTTE PER TRARRE D'INCANTO DULCINEA, CON ALTRI MARAVIGLIOSI SUCCESSI.
  • CAPITOLO XXXVI: RACCONTASI LA STRANA E NON PRIMA IMMAGINATA VENTURA DELLA MATRONA DOLORIDA, DETTA ALTRIMENTI LA CONTESSA TRIFALDI; E SI LEGGERÀ UNA LETTERA SCRITTA DA SANCIO PANCIA A SUA MOGLIE TERESA PANCIA.
  • CAPITOLO XXXVII: CONTINUA LA FAMOSA VENTURA DELLA MATRONA DOLORIDA.
  • CAPITOLO XXXVIII: NARRASI CIÒ CHE FECE LA MATRONA DOLORIDA INTORNO ALLA SUA DISAVVENTURA.
  • CAPITOLO XXXIX: LA TRIFALDI CONTINUA IL RACCONTO DELLA SUA STUPENDA E MEMORABILE ISTORIA.
  • CAPITOLO XL: SI DICONO COSE APPARTENENTI A QUESTA AVVENTURA ED A SÌ MEMORABILE ISTORIA.
  • CAPITOLO XLI: VENUTA DI CLAVILEGNO E FINE DELLA PRESENTE PROLUNGATA VENTURA.
  • CAPITOLO XLII: DEI CONSIGLI DATI DA DON CHISCIOTTE A SANCIO PANCIA PRIMA CHE ANDASSE AL GOVERNO DELL'ISOLA CON ALTRE MEMORABILI COSE.
  • CAPITOLO XLIII: DEI SECONDI CONSIGLI DATI A SANCIO PANCIA DA DON CHISCIOTTE.
  • CAPITOLO XLIV: SANCIO PANCIA È CONDOTTO AL GOVERNO. — STRANA AVVENTURA ACCADUTA A DON CHISCIOTTE.
  • CAPITOLO XLV: COME IL GRAN SANCIO PANCIA PRESE IL POSSESSO DELLA SUA ISOLA E IN QUALE MANIERA COMINCIÒ A GOVERNARLA.
  • CAPITOLO XLVI: FORMIDABILE TERRORE CHE DIEDERO I CAMPANACCI ED I GATTI A DON CHISCIOTTE NEL PROGRESSO DEGLI AMORI COLLA INVAGHITA ALTISIDORA.
  • CAPITOLO XLVII: SEGUITA IL RACCONTO DEL MODO CON CUI CONDUCEVASI SANCIO PANCIA NEL SUO GOVERNO.
  • CAPITOLO XLVIII: DI CIÒ CHE AVVENNE A DON CHISCIOTTE CON DONNA RODRIGHEZ, MATRONA DELLA DUCHESSA, CON ALTRE VENTURE DEGNE DI ESSERE SCRITTE E CONSERVATE PERPETUAMENTE.
  • CAPITOLO XLIX: NARRASI CIÒ CHE AVVENNE A SANCIO PANCIA VISITANDO LA SUA ISOLA.
  • CAPITOLO L: SI DICHIARA QUALI FURONO GL'INCANTATORI E I CARNEFICI CHE FRUSTARONO LA MATRONA E PIZZICARONO DON CHISCIOTTE, E SI NARRA QUANTO ACCADDE AL PAGGIO CHE PORTÒ LA LETTERA A TERESA, MOGLIE DI SANCIO PANCIA.
  • CAPITOLO LI: DEL PROGRESSO NEL GOVERNO DI SANCIO PANCIA, CON ALTRI AVVENIMENTI IMPORTANTI E CURIOSI.
  • CAPITOLO LII: RACCONTASI L'AVVENTURA DELLA SECONDA MATRONA DOLORIDA, O ANGUSTIATA, CHIAMATA CON ALTRO NOME DONNA RODRIGHEZ.
  • CAPITOLO LIII: DEL TRAVAGLIOSO FINE CH'EBBE IL GOVERNO DI SANCIO PANCIA.
  • CAPITOLO LIV: TRATTASI DI COSE APPARTENENTI A QUESTA E NON AD ALCUN'ALTRA ISTORIA.
  • CAPITOLO LV: AVVENIMENTI DI SANCIO NEL SUO VIAGGIO, ED ALTRE COSE TANTO SINGOLARI QUANTO MAI SI PUÒ DIRE.
  • CAPITOLO LVI: DELLA SANGUINOSA E NON PIÙ VISTA BATTAGLIA SEGUITA TRA DON CHISClOTTE E LO STAFFIERE TOSILO, E DEL CONGEDO CHE PRESE DON CHISCIOTTE DAL DUCA.
  • CAPITOLO LVII: COME PIOVVERO SOPRA DON CHISCIOTTE TANTE VENTURE CHE L'UNA NON ASPETTAVA L'ALTRA.
  • CAPITOLO LVIII: STRAORDINARIO CASO CHE SUCCESSE A DON CHISCIOTTE E CHE PUÒ TENERSI IN CONTO DI VENTURA.
  • CAPITOLO LIX: DI QUELLO CHE AVVENNE A DON CHISCIOTTE ANDANDO A BARCELLONA.
  • CAPITOLO LX: DI CIÒ CHE AVVENNE A DON CHISCIOTTE ENTRANDO A BARCELLONA, CON ALTRE COSE CHE HANNO PIÙ DEL VERO CHE DEL SAVIO.
  • CAPITOLO LXI: LA VENTURA DELLA TESTA INCANTATA, CON ALTRE BAGATTELLE CHE NON SI PUÒ FAR A MENO DI NON RACCONTARE.
  • CAPITOLO LXII: DEL MALE CHE OCCASIONÒ A SANCIO LA VISITA DELLE GALERE, E DELLA NUOVA VENTURA DELLA BELLA MORESCA.
  • CAPITOLO LXIII: DELLA VENTURA CHE DIEDE PIÙ MOLESTIA A DON CHISCIOTTE DI QUANTE ALTRE GLI ERANO SUCCESSE.
  • CAPITOLO LXIV: SI VIENE A SAPERE CHI FOSSE IL CAVALIERE DALLA BIANCA LUNA, LIBERAZIONE DI DON GREGORIO ED ALTRI AVVENIMENTI.
  • CAPITOLO LXV: TRATTASI DI QUELLO CHE VEDRÀ CHI LEGGE O SARÀ PER UDIRE CHI SI FARÀ LEGGERE.
  • CAPITOLO LXVI: SI DETERMINA DON CHISCIOTTE DI FARSI PASTORE, E DI CONDURRE LA VITA TRA LE CAMPAGNE, FINCHÉ SCORRA L'ANNO DI SUA PROMESSA, CON ALTRI AVVENIMENTI PIACEVOLI E GUSTOSI.
  • CAPITOLO LXVII: SI NARRA IL PIÙ RARO E IL PIÙ NUOVO SUCCESSO CHE NELL'INTERO CORSO DI QUESTA GRANDE ISTORIA AVVENUTO SIA A DON CHISCIOTTE.
  • CAPITOLO LXVIII: CHE TIEN DIETRO AL CAPITOLO SESSANTASETTE, E TRATTA DI COSE NECESSARIE A SAPERSI PER MAGGIOR CHIAREZZA DI QUESTA STORIA.
  • CAPITOLO LXIX: DI CIÒ CHE ACCADDE A DON CHISCIOTTE CON SANCIO NEL RESTITUIRSI AL PAESE NATIVO.
  • CAPITOLO LXX: DON CHISCIOTTE E SANCIO ARRIVANO AL LORO PAESE.
  • CAPITOLO LXXI: DEGLI AUGURI CH'EBBE DON CHISCIOTTE ALL'ENTRARE NEL SUO PAESE CON ALTRI AVVENIMENTI CHE ADORNANO E ACCREDITANO QUESTA GRANDE ISTORIA.
  • CAPITOLO LXXII: COME DON CHISCIOTTE CADDE AMMALATO, E DEL TESTAMENTO CHE FECE E DELLA SUA MORTE.