CAPITOLO XXXI

Don Chisciotte, 2° volume

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Sancio era allegrissimo vedendosi, a parere suo, dalla duchessa cotanto favorito, e immaginandosi di trovar in quel castello ciò di che aveva goduto in casa di don Diego e in quella pur di Basilio; e proclive com'era a darsi buon tempo, coglieva, come suol dirsi, tutte le occasioni pel ciuffo. Ci fa sapere la istoria che prima che giugnessero alla casa di campagna ossia castello, li precedette il duca, e ordinò a' suoi dipendenti il genere di accoglienza da farsi a don Chisciotte. Arrivato questi colla duchessa al palagio gli vennero tosto incontro due staffieri o palafrenieri con zimarra indosso da capo a piedi, fatta di stoffa che chiamasi di levante, e ch'è un finissimo raso chermisi: e preso don Chisciotte a braccia, lasciandogli appena tempo di udire e di vedere gli dissero:

— Accorra la grandezza vostra ad assistere la duchessa che smonta.»

Così fece don Chisciotte, e passarono allora tra l'uno e l'altra grandi cerimonie, ma la vinse la insistenza della duchessa, la quale non volle scender dal palafreno se non in braccio del duca, dicendo che degna non era di dare sì inutile carico a tanto cospicuo cavaliere. Uscì il duca ad aiutarla a smontare, ed all'entrare in un ampio cortile comparvero due vaghe donzelle che misero sulle spalle di don Chisciotte un gran manto di scarlatto finissimo, dopo di che i corridoi del cortile si riempirono in un baleno di servi e di serve che andavano sclamando: Sia ben venuto il fiore purissimo dei cavalieri erranti! Tutti o quasi tutti spruzzavano di acque odorose le vesti di don Chisciotte e quelle dei duchi, delle quali cerimonie rimaneva don Chisciotte stupefatto; e fu quello il giorno in cui veramente terminò di persuadersi di essere cavaliere errante in tutta la pienezza della parola, vedendosi trattare alla foggia stessa che aveva letto usarsi cogli erranti cavalieri degli andati secoli. Sancio abbandonato l'asino, si accostò alla duchessa, ed entrò nel castello: ma rimordendogli la coscienza di avere lasciata sola la bestia, accostossi ad un'attempata e reverenda matrona che unitamente alle altre era uscita incontro alla duchessa, e sotto voce le disse:

— Signora mia reverenda, come si chiama la grazia della vostra signoria?

— Io mi chiamo donna Rodrighez di Criscialva, rispose la matrona; e che bramate, o fratello?»

Cui Sancio:

— Vorrei un piacere da vossignoria, ed è che andasse alla porta del castello dove troverà l'asino leardo mio, e ordinasse che fosse tosto messo in istalla, perché la povera bestia è piuttosto paurosa, e male si adatta a star sola.

— Se il padrone è sì discreto come il servitore, disse tra sé la matrona, noi siamo conciate pel dì delle feste! Fratello, andate alla malora voi e chi qua vi ha condotto, e tenete voi in guardia il vostro giumento, che le matrone di questa casa non sono accostumate a queste faccende.

— Signora, rispose Sancio, il mio padrone, che ha sulle dita tutte le istorie, mi ha detto le tante volte che anche Lancerotte quando tornò in Brettagna, ebbe le dame che si presero cura di lui, e le damigelle del suo ronzino; e inquanto al mio asino io non lo cambierei col ronzino del signor Lancerotte.

— Se tu sei burlone, fratello, serba le tue burle e i tuoi garbi, replicò la matrona, per altri luoghi dove sieno più conosciuti e premiati, ché da me non puoi attenderti che un bel diavolo che ti porti.

— Or bene, rispose Sancio, se questo è il corriere ci porterà ambedue, e meglio vossignoria ch'è molto più matura di me, e non perderà la primiera dei suoi anni per un punto manco.

— Ah, razza di bastardi! esclamò la matrona tutta accesa e stizzita; se io son vecchia ho da render conto a Dio e non ad un furfante come tu sei, che puzzi di aglio.»

Queste parole furono dette sì sonoramente che la duchessa le udì, e voltossi; e vedendo la matrona tutta invelenita e sconvolta, e con occhi che schizzavano fuori la bile, le chiese che cosa mai avesse.

— Mi lagno, rispose la matrona, di cotestui, che mi ha domandato con insistenza che andassi a metter in istalla il suo asino che sta alla porta del castello, citandomi per esempio che altre dame ebbero cura per certo Lancerotte, e altre damigelle per lo ronzino: e ciò non basta, che costui giunse sino a permettersi di prendersi giuoco della mia età rispettabile.

— Questo, disse la duchessa, io lo terrei per affronto sopra tutti gli altri che mi potessero esser fatti: e rivoltasi a Sancio, gli disse: Avvertite, amico Sancio, che donna Rodrighez è piuttosto giovane, e che porta quei veli più pel suo grado e per usanza che per causa degli anni.

— Ch'io non abbia più bene durante la mia vita, rispose Sancio, se ho parlato con animo di farle offesa: e siccome io porto sviscerato amore al mio caro leardo, così non feci altro che raccomandarlo, parendomi che qua non fosse persona più caritativa di questa signora donna Rodrighez.»

Don Chisciotte che intese quant'era seguito, gli soggiunse: — Ti sembrano, Sancio, discorsi questi per un tal luogo?

— Signore, rispose Sancio, ognuno ha diritto di parlare del suo bisogno in qualsivoglia parte si trovi: qua mi sono ricordato del leardo, e qua ne ho fatto parola, e se me ne fossi ricordato nella stalla, ivi ne avrei parlato.»

Disse allora il duca:

— Non va errato il nostro Sancio, né occorre incolparlo di cos'alcuna: avrà buon governo il leardo, né vi pigliate fastidio, o amico, che sarà trattato come la vostra persona medesima.»

Tra questi ragionamenti, che furono piacevoli a tutti, salirono al nobile appartamento, ed assegnarono a don Chisciotte una sala ricchissima, tutta parata di drappi d'oro e di broccato, sei donzelle lo disarmarono, servendogli da paggi, tutte avvertite e ammaestrate dal duca e dalla duchessa di ciò che dovessero fare, e del modo con cui dovevano assistere don Chisciotte, affinché vedesse che lo trattavano da cavaliere errante. Deposta l'armatura, restò mezzo spoglio coi suoi calzoncini stretti e col suo giubbone di camozza, secco, alto, lungo, con le ganasce che per di dentro si baciavano l'una con l'altra: figura che avrebbe fatto scoppiar dalle rise le donzelle che lo corteggiavano, se non avessero dovuto astenersene per preciso comando dei loro padroni. Rimasto poi solo con Sancio, così prese a parlargli:

— Dimmi, bufalo moderno e pezzo di asino antico, ti par egli ben fatto il disonorare e il fare affronto a matrona venerabile degna di ogni riguardo com'era quella? ti parve quello il tempo opportuno da risovvenirti del tuo leardo? ti paiono questi signori da dimenticar le bestie quando accolgono tanto allegramente i padroni? Ti prego Sancio, per quanto so e posso, che tu voglia serbare più decoroso contegno, e non lasciare scoprire le fila in maniera che qua si accorgano che sei tessuto di tela rustica e grossolana. Pensa, povero ignorante, che in tanto maggior conto è tenuto il padrone quanto più onorevoli e ben nati sono i servi che ha al suo comando, e che uno dei più speziosi vantaggi che hanno i principi sopra gli altri uomini si è quello che si valgono di servitori quasi tanto bene educati quanto essi medesimi. Non consideri, o te meschino e me malavventurato! che se veggono che tu se' un villano zotico od uno scimunito grazioso, penseranno tosto che io sia qualche giramondo o qualche cavaliere scroccone? Per carità, amico Sancio, fuggi, fuggi questi inconvenienti, ché chi inciampa nell'essere ciarlone e sputa sentenze, presto pericola e va a riuscire sguaiato buffone: raffrena la tua lingua, considera e rumina bene le parole prima che ti escano di bocca, e pensa che siamo giunti in luogo di dove col favore del Cielo e mercé della gagliardia del mio braccio dobbiamo uscire con miglioramento notabilissimo di fama e di sostanze.»

Sancio promise e giurò che si sarebbe cucita la bocca e morsicata la lingua prima di proferire parola mal a proposito o non pensata a dovere, siccome gli comandava, e che se ne stesse per questo conto sicurissimo che mai per colpa sua non si scoprirebbe il netto dell'esser loro. Don Chisciotte si vestì, si pose il suo armacollo, cinse la spada, si mise addosso un largo manto di scarlatto, ed una montiera di raso verde datagli dalle donzelle, e con la nuova attilatura si recò nella gran sala dove trovò le donzelle messe in ala tanto da una parte quanto dall'altra, e tutte apparecchiate a dargli l'acqua alle mani: ciò che fecero dopo molte riverenze e cerimonie. Sopraggiunsero poi dodici paggi collo scalco per condurlo alla mensa, dov'era dai padroni aspettato. Lo attorniarono dunque pomposamente e con maestà lo condussero in altra sala dove stava apparecchiata ricchissima tavola con soli quattro serviti. La duchessa ed il duca furono alla porta della sala a riceverlo; ed era con essi un grave ecclesiastico di quelli che governano le case dei principi; di quelli, che, non essendo nati grandi, mal possono consigliare i veri signori, e spesso, in vece di parchi, li fanno apparir miserabili.

Seguirono allora molto cortesi e gentili offizi, e circondato don Chisciotte con riverenza, passarono a sedere alla mensa. Il duca gli offerì il capo di tavola, e tuttoché egli vi si rifiutasse, tanto furono le solleciti e gentili insistenze che gli fu forza accettarlo. L'ecclesiastico si pose dirimpetto, ed il duca e la duchessa ai due lati.

Presente a tutto questo era Sancio attonito e colla bocca aperta in vedere di quale alto onore andava il suo padrone fregiato per cortesia di quei principi; ed osservando i molti complimenti e prieghi che passarono fra il duca e don Chisciotte per farlo stare a capo di tavola si fece a dire:

— Se mi permettono le signorie loro io racconterò una cosa accaduta nel mio paese in proposito delle preferenze di posto.»

Non avea egli dette appena queste parole che tremò don Chisciotte, immaginandosi che avrebbe dato in alcuna delle sue scappate. Sancio lo guardò, lo intese, e soggiunse:

— La signoria vostra non dubiti ch'io sia per trasgredire ai suoi comandi, oppure ch'io non dica cosa che non venga a pelo, ché non mi son mica dimenticato dei consigli che poco fa vossignoria mi ha dati intorno al parlare molto o poco, bene o male.

— Sancio caro io non mi ricordo di nulla, rispose don Chisciotte; narra ciò che vuoi purché te ne sbrighi.

— Quello che voglio dire, soggiunse Sancio, è tanto vero che non mi darà una mentita il mio signor don Chisciotte ch'è qua presente.

— Quanto a me, replicò questi, non ismentirò quel che tu dica, ma guarda bene a quello che tu dici.

— Ho tanto guardato e riguardato, rispose Sancio, che sono sicuro di non proferire cosa che possa esser contradetta, e l'effetto lo farà vedere.

— Sarebbe migliore avviso, disse allora don Chisciotte rivolto al duca e alla duchessa, che le grandezze vostre facessero scostar di qua questo balordo, il quale potrebbe prorompere in mille scimunitaggini.

— Per la vita del duca, disse la duchessa, che Sancio non deve scostarsi da me di un punto solo, egli mi è assai caro, perché so ch'è molto discreto.

— Discreti giorni, soggiunse Sancio, viva la santità vostra per lo buono concetto che tiene di me, quantunque io sappia di non meritarlo: ma intanto vengo alla istoria che io voglio raccontare.

«Un cittadino del mio paese, dei principali e dei più ricchi perché proveniva dagli Alami di Medina del Campo, che si maritò con donna Mencia di Chignones, che fu figlia di don Alfonso di Malagnone, cavaliere di san Jacopo, che si annegò nella Herradura, per cui nacque, or sono molti anni, nella nostra terra quella quistione alla quale, per quanto intesi, si trovò presente il mio signor don Chisciotte, e nella quale rimase ferito Tommasiglio lo Scapigliato, figliuolo di Balaustro il Fabbro... Non è egli vero tutto questo, signor mio padrone? Lo affermi per vita sua, perché questi signori non mi tengano per qualche ciarlone bugiardo. Questo cittadino dunque convinto...

— Sin qui, proruppe allora l'ecclesiastico, Sancio si dimostra bugiardo, no, ma ciarlone; vedremo poi in che conto si avrà a tenere.

— Tu metti a campo tante testimonianze e tanti contrassegni, o Sancio, disse don Chisciotte, che non posso dispensarmi dall'asserire che ti esca di bocca la verità; ora tira innanzi; ma accorcia il racconto perché tu hai ciera di non la finire in tre giorni.

— Non lo accorciate, no, soggiunse la duchessa, per fare piacere a me, mentre io anzi mi diletto assai in sapere la storia come la narrate, e se la finirete in sei giorni tanto più ne avrò gradimento.

— Dunque io dico, signori miei, seguitò Sancio, che questo tal cittadino che io conosco come le mie mani, perché dalla mia casa alla sua non vi è un tiro di balestra, convitò un contadino povero ma onorato.

— Avanti fratello, disse l'ecclesiastico, che vi siete posto in un viaggio da non uscirne sino al dì del giudizio.

— Piacendo a Dio, lo terminerò la metà prima, rispose Sancio. Dico dunque che giunto il tal contadino a casa del detto cittadino convitatore, che il Signore dia riposo all'anima sua mentre è già morto, e per più contrassegni assicurano che fece una morte da angelo, alla quale io non era presente, trovandomi in quel tempo a segare a Temblecche...

— Per vita vostra, figliuolo, replicò l'ecclesiastico, accelerate il vostro ritorno da Temblecche e senza dare sepoltura al cittadino (se non ne avete altri da sotterrare) mettete fine al vostro racconto.

— La conclusione dunque è questa, continuò Sancio, che stando ambedue per mettersi a tavola, ché mi pare in questo momento di vederceli più che mai...»

Non è da dirsi quanto si divertissero i duchi del fastidio in cui mostrava di esser l'ecclesiastico per tante dilazioni e pause che andava Sancio facendo, e della bile e della rabbia in cui vedeasi che don Chisciotte si consumava.

— Dico dunque, riprese Sancio, che stando quei due, come ho già detto, per mettersi a tavola, il contadino perfidiava col cittadino perché si mettesse in capo della tavola, ed il cittadino dal canto suo perfidiava perché l'altro si sedesse egli in quel posto, adducendo che era padrone di comandare le feste in casa sua. Il contadino, che si presumeva di essere cortese e bene creato, non voleva consentirvi, sicché stizzito il cittadino, e postegli ambe le mani sopra le spalle, lo fece sedere per forza, dicendogli: Siedi, ignorantone, che in qualunque posto io mi metta, io sarò sempre il solo capo di tavola. Questo è il racconto che spero certo di non aver fatto fuori di proposito.»

Don Chisciotte diventò di mille colori, e sino anche sopra la bruna sua tinta naturale tralucevano e campeggiavano. I commensali dissimularono le risa perché egli non montasse in collera, compresa avendo la malizia di Sancio. A fine pertanto di cambiar discorso e impedire a Sancio di tirare innanzi coi suoi spropositi, domandò la duchessa a don Chisciotte che nuove egli recasse della signora Dulcinea, e se in quei giorni le avesse mandato qualche presente di giganti o di malandrini, dei quali egli aveva vinto e soggiogato così gran numero. Cui don Chisciotte rispose:

— Signora mia, le sventure cominciarono pur troppo a percuotermi, e vi ha apparenza che non avranno mai fine. E giganti domati e maliardi e malandrini ho inviati a lei; ma dove l'avevano mai a trovare se stassi incantata e trasformata nella più schifosa contadina che possa mai pensarsi?

— Non lo direi io, soggiunse Sancio, e quanto a me mi pare la più bella creatura del mondo, almeno nella lestezza e nel saltare particolarmente che non la cederebbe al più lesto saltatore della Spagna; e mi creda, signora duchessa, in fede mia che salta dalla terra sopra la sua asina come se fosse un gatto.

— L'avete voi veduta incantata, o Sancio? domandò il duca.

— E come che la ho veduta, rispose: e chi altri fuori di me si è accorto per la prima volta del suo vero incantamento? È incantata come mio padre.»

L'ecclesiastico che sentì parlare di giganti, di gaglioffi, di malandrini, d'incantamenti, immaginò che si trattasse di don Chisciotte della Mancia, la cui istoria era stata letta dal duca, ed avealo egli stesso le molte volte ripreso, dicendogli ch'era uno sproposito perdere il tempo nel legger tali frascherie. Assicuratosi poscia che non s'ingannava, contegnoso e con isdegno disse al duca medesimo:

— Vostra eccellenza, signor mio, renderà conto al Signore delle azioni fatte da quest'uomo dabbene. Questo don Chisciotte o don balordo, o come si chiami, io credo che non sia tanto mentecatto quanto vostra eccellenza suppone; e non approvo che se gli mettano occasioni per confermarsi e procedere nelle sue follie e balordaggini.

Volto poscia il discorso a don Chisciotte, gli disse:

— E a voi, cervello stravolto, chi vi ha fitto in testa che siate cavaliere errante; che vinciate giganti, soggioghiate malandrini? Andate in buon'ora, che tal sia per voi; andate a casa vostra, educate i vostri figliuoli, se ne avete, prendete cura della vostra roba, e finitela di andare vagando per lo mondo poppando vento e dando di che ridere a quanti vi conoscono e non conoscono. Dove avete voi trovato che fossero mai nel mondo o che vi siano adesso cavalieri erranti? Dove sono eglino i giganti di Spagna, i malandrini della Mancia, le Dulcinee incantate e tutta la caterva delle semplicità e sciempiaggini che escono dal vostro pazzo cervello?»

Stette don Chisciotte attentissimo a tutte le parole del venerabile uomo, e accortosi che stava per finire, senza portare rispetto ai duchi, con sembiante sdegnato e con perturbamento di tutta la persona, rizzatosi in piedi disse... ma quello che disse merita un capitolo a parte.

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  • CAPITOLO I: ESPERIMENTI DEL CURATO E DEL BARBIERE SOPRA LA MALATTIA DI DON CHISCIOTTE.
  • CAPITOLO II: NARRASI IL NOTABILE CONTRASTO SEGUITO TRA SANCIO PANCIA, LA NIPOTE E LA SERVA DI DON CHISCIOTTE; CON ALTRI GRAZIOSI SUCCESSI.
  • CAPITOLO III: DEL RIDICOLO DISCORSO TENUTO DA DON CHISCIOTTE, SANCIO PANCIA E IL BACCELLIERE SANSONE CARRASCO.
  • CAPITOLO IV: VENGONO SCIOLTI DA SANCIO PANCIA I DUBBII PROMOSSI DAL BACCELLIERE SANSONE CARRASCO E RESTANO SODDISFATTE LE SUE DOMANDE; CON LA GIUNTA Dl ALTRI SUCCESSI DEGNI DI ESSERE SAPUTI E RACCONTATI.
  • CAPITOLO V: DELL'ACCORTA E GRAZIOSA CONVERSAZIONE TENUTA DA SANCIO PANCIA CON TERESA SUA MOGLIE, E DI ALTRI AVVENIMENTI DEGNI DI FELICE RICORDANZA.
  • CAPITOLO VI: CIÒ CHE SEGUÌ TRA DON CHISCIOTTE, LA SUA NIPOTE, E LA SERVA: UNO DEI PIÙ IMPORTANTI CAPITOLI DI TUTTA L'ISTORIA.
  • CAPITOLO VII: DI CIÒ CHE SEGUÌ TRA DON CHISCIOTTE ED IL SUO SCUDIERE, CON ALTRI FAMOSISSIMI AVVENIMENTI.
  • CAPITOLO VIII: RACCONTASI CIÒ CHE ACCADDE A DON CHISCIOTTE RECANDOSI A VEDERE LA SIGNORA DULCINEA DEL TOBOSO.
  • CAPITOLO IX: SI RACCONTA QUELLO CHE STA SCRITTO NEL PRESENTE CAPITOLO.
  • CAPITOLO X: DELL'ARTE USATA DA SANCIO PER INCANTARE LA SIGNORA DULCINEA CON ALTRI AVVENIMENTI ALTRETTANTO GIOCOSI CHE VERI.
  • CAPITOLO XI: DELLA STRANA VENTURA CHE SUCCESSE AL VALOROSO DON CHISCIOTTE COLLA CARRETTA DELLA MORTE.
  • CAPITOLO XII: DELLA STRANA AVVENTURA ACCADUTA A DON CHISCIOTTE COL VALOROSO CAVALIERE DAGLI SPECCHI.
  • CAPITOLO XIII: SEGUITA L'AVVENTURA DEL CAVALIERE DAL BOSCO, E SI DESCRIVE IL GIUDIZIOSO, NUOVO E SOAVE COLLOQUIO SEGUITO FRA I DUE SCUDIERI.
  • CAPITOLO XIV: SEGUITA L'AVVENTURA DEL CAVALIERE DAL BOSCO.
  • CAPITOLO XV: DOVE SI NARRA CHI FOSSE IL CAVALIERE DAGLI SPECCHI E IL SUO SCUDIERE.
  • CAPITOLO XVI: CIÒ CHE AVVENNE A DON CHISCIOTTE CON UN GIUDIZIOSO CAVALIERE DELLA MANCIA.
  • CAPITOLO XVII: DIMOSTRASI L'ULTIMO PUNTO ED ESTREMO A CUI GIUNSE E POTÉ GIUGNERE L'INAUDITO ANIMO DI DON CHISCIOTTE, CON L'AVVENTURA DEI LEONI CONDOTTA A FORTUNATO FINE.
  • CAPITOLO XVIII: DI QUELLO CHE AVVENNE A DON CHISCIOTTE NEL CASTELLO O CASA DEL CAVALIERE DAL VERDE GABBANO CON ALTRI STRAORDINARI SUCCESSI.
  • CAPITOLO XIX: AVVENTURA DEL PASTORE INNAMORATO, CON ALTRI VERI E GRAZIOSI SUCCESSI.
  • CAPITOLO XX: NOZZE DI CAMACCIO IL RICCO, ED AVVENIMENTO DI BASILIO IL POVERO.
  • CAPITOLO XXI: PROSEGUONO LE NOZZE DI CAMACCIO CON ALTRI GUSTOSI SUCCESSI.
  • CAPITOLO XXII: GRANDE AVVENTURA DELLA GROTTA DI MONTÉSINO SITUATA NEL CUORE DELLA MANCIA ALLA QUALE DIEDE IL VALOROSO DON CHISCIOTTE COMPIMENTO FELICE.
  • CAPITOLO XXIII: MARAVIGLIOSE COSE VEDUTE DAL CELEBRATISSIMO DON CHISCIOTTE NELLA PROFONDA GROTTA DI MONTESINO E DA LUI RACCONTATE, LA CUI GRANDEZZA E IMPOSSIBILITÀ VA A STABILIRE PER APOCRIFA LA PRESENTE VENTURA.
  • CAPITOLO XXIV: SI RACCONTANO MILLE CHIAPPOLERIE TANTO APPARTENENTI QUANTO NECESSARIE A BEN INTENDERE QUESTA GRANDE ISTORIA.
  • CAPITOLO XXV: AVVENTURA DEL RAGLIO DELL'ASINO, E GRAZIOSO SUCCESSO DEL BAGATTELLIERE COLLE MEMORABILI DIVINAZIONI DELLO SCIMMIOTTO INDOVINO.
  • CAPITOLO XXVI: CONTINUA LA GRAZIOSA AVVENTURA DEL BURATTINAIO, CON ALTRE COSE IN VERITÀ MOLTO GUSTOSE.
  • CAPITOLO XXVII: SI FA SAPERE CHI FOSSE MAESTRO PIETRO E LO SCIMIOTTO, ED IL MAL SUCCESSO DI DON CHISCIOTTE NELLA VENTURA DEL RAGLIO DELL'ASINOCHE NON LA FINÌ COM'EGLI AVREBBE VOLUTO, E COM'ERASI IMMAGINATO.
  • CAPITOLO XXVIII: COSE DETTE DA BEN-ENGELI CHE CHI LE LEGGERÀ LE SAPRÀ SE LE LEGGERÀ CON ATTENZIONE.
  • CAPITOLO XXIX: LA FAMOSA VENTURA DELLA BARCA INCANTATA.
  • CAPITOLO XXX: DI QUELLO CHE INTERVENNE A DON CHISCIOTTE CON UNA BELLA CACCIATRICE.
  • CAPITOLO XXXI: TRATTASI DI MOLTE E MOLTO IMPORTANTI COSE.
  • CAPITOLO XXXII: RISPOSTA DI DON CHISCIOTTE AL SUO RIPRENSORE, CON ALTRI IMPORTANTI SUCCESSI.
  • CAPITOLO XXXIII: SAPORITO RAGIONAMENTO CHE LA DUCHESSA E LE SUE DONZELLE TENNERO CON SANCIO PANCIA DEGNO DI ESSERE LETTO E PONDERATO.
  • CAPITOLO XXXIV: PROGETTO PER TRARRE D'INCANTO DULCINEA DEL TOBOSO CHE FORMA UNA DELLE PIÙ CELEBRI AVVENTURE DI QUESTO LIBRO.
  • CAPITOLO XXXV: SI SEGUITA A PARLARE DEL MODO INDICATO A DON CHISCIOTTE PER TRARRE D'INCANTO DULCINEA, CON ALTRI MARAVIGLIOSI SUCCESSI.
  • CAPITOLO XXXVI: RACCONTASI LA STRANA E NON PRIMA IMMAGINATA VENTURA DELLA MATRONA DOLORIDA, DETTA ALTRIMENTI LA CONTESSA TRIFALDI; E SI LEGGERÀ UNA LETTERA SCRITTA DA SANCIO PANCIA A SUA MOGLIE TERESA PANCIA.
  • CAPITOLO XXXVII: CONTINUA LA FAMOSA VENTURA DELLA MATRONA DOLORIDA.
  • CAPITOLO XXXVIII: NARRASI CIÒ CHE FECE LA MATRONA DOLORIDA INTORNO ALLA SUA DISAVVENTURA.
  • CAPITOLO XXXIX: LA TRIFALDI CONTINUA IL RACCONTO DELLA SUA STUPENDA E MEMORABILE ISTORIA.
  • CAPITOLO XL: SI DICONO COSE APPARTENENTI A QUESTA AVVENTURA ED A SÌ MEMORABILE ISTORIA.
  • CAPITOLO XLI: VENUTA DI CLAVILEGNO E FINE DELLA PRESENTE PROLUNGATA VENTURA.
  • CAPITOLO XLII: DEI CONSIGLI DATI DA DON CHISCIOTTE A SANCIO PANCIA PRIMA CHE ANDASSE AL GOVERNO DELL'ISOLA CON ALTRE MEMORABILI COSE.
  • CAPITOLO XLIII: DEI SECONDI CONSIGLI DATI A SANCIO PANCIA DA DON CHISCIOTTE.
  • CAPITOLO XLIV: SANCIO PANCIA È CONDOTTO AL GOVERNO. — STRANA AVVENTURA ACCADUTA A DON CHISCIOTTE.
  • CAPITOLO XLV: COME IL GRAN SANCIO PANCIA PRESE IL POSSESSO DELLA SUA ISOLA E IN QUALE MANIERA COMINCIÒ A GOVERNARLA.
  • CAPITOLO XLVI: FORMIDABILE TERRORE CHE DIEDERO I CAMPANACCI ED I GATTI A DON CHISCIOTTE NEL PROGRESSO DEGLI AMORI COLLA INVAGHITA ALTISIDORA.
  • CAPITOLO XLVII: SEGUITA IL RACCONTO DEL MODO CON CUI CONDUCEVASI SANCIO PANCIA NEL SUO GOVERNO.
  • CAPITOLO XLVIII: DI CIÒ CHE AVVENNE A DON CHISCIOTTE CON DONNA RODRIGHEZ, MATRONA DELLA DUCHESSA, CON ALTRE VENTURE DEGNE DI ESSERE SCRITTE E CONSERVATE PERPETUAMENTE.
  • CAPITOLO XLIX: NARRASI CIÒ CHE AVVENNE A SANCIO PANCIA VISITANDO LA SUA ISOLA.
  • CAPITOLO L: SI DICHIARA QUALI FURONO GL'INCANTATORI E I CARNEFICI CHE FRUSTARONO LA MATRONA E PIZZICARONO DON CHISCIOTTE, E SI NARRA QUANTO ACCADDE AL PAGGIO CHE PORTÒ LA LETTERA A TERESA, MOGLIE DI SANCIO PANCIA.
  • CAPITOLO LI: DEL PROGRESSO NEL GOVERNO DI SANCIO PANCIA, CON ALTRI AVVENIMENTI IMPORTANTI E CURIOSI.
  • CAPITOLO LII: RACCONTASI L'AVVENTURA DELLA SECONDA MATRONA DOLORIDA, O ANGUSTIATA, CHIAMATA CON ALTRO NOME DONNA RODRIGHEZ.
  • CAPITOLO LIII: DEL TRAVAGLIOSO FINE CH'EBBE IL GOVERNO DI SANCIO PANCIA.
  • CAPITOLO LIV: TRATTASI DI COSE APPARTENENTI A QUESTA E NON AD ALCUN'ALTRA ISTORIA.
  • CAPITOLO LV: AVVENIMENTI DI SANCIO NEL SUO VIAGGIO, ED ALTRE COSE TANTO SINGOLARI QUANTO MAI SI PUÒ DIRE.
  • CAPITOLO LVI: DELLA SANGUINOSA E NON PIÙ VISTA BATTAGLIA SEGUITA TRA DON CHISClOTTE E LO STAFFIERE TOSILO, E DEL CONGEDO CHE PRESE DON CHISCIOTTE DAL DUCA.
  • CAPITOLO LVII: COME PIOVVERO SOPRA DON CHISCIOTTE TANTE VENTURE CHE L'UNA NON ASPETTAVA L'ALTRA.
  • CAPITOLO LVIII: STRAORDINARIO CASO CHE SUCCESSE A DON CHISCIOTTE E CHE PUÒ TENERSI IN CONTO DI VENTURA.
  • CAPITOLO LIX: DI QUELLO CHE AVVENNE A DON CHISCIOTTE ANDANDO A BARCELLONA.
  • CAPITOLO LX: DI CIÒ CHE AVVENNE A DON CHISCIOTTE ENTRANDO A BARCELLONA, CON ALTRE COSE CHE HANNO PIÙ DEL VERO CHE DEL SAVIO.
  • CAPITOLO LXI: LA VENTURA DELLA TESTA INCANTATA, CON ALTRE BAGATTELLE CHE NON SI PUÒ FAR A MENO DI NON RACCONTARE.
  • CAPITOLO LXII: DEL MALE CHE OCCASIONÒ A SANCIO LA VISITA DELLE GALERE, E DELLA NUOVA VENTURA DELLA BELLA MORESCA.
  • CAPITOLO LXIII: DELLA VENTURA CHE DIEDE PIÙ MOLESTIA A DON CHISCIOTTE DI QUANTE ALTRE GLI ERANO SUCCESSE.
  • CAPITOLO LXIV: SI VIENE A SAPERE CHI FOSSE IL CAVALIERE DALLA BIANCA LUNA, LIBERAZIONE DI DON GREGORIO ED ALTRI AVVENIMENTI.
  • CAPITOLO LXV: TRATTASI DI QUELLO CHE VEDRÀ CHI LEGGE O SARÀ PER UDIRE CHI SI FARÀ LEGGERE.
  • CAPITOLO LXVI: SI DETERMINA DON CHISCIOTTE DI FARSI PASTORE, E DI CONDURRE LA VITA TRA LE CAMPAGNE, FINCHÉ SCORRA L'ANNO DI SUA PROMESSA, CON ALTRI AVVENIMENTI PIACEVOLI E GUSTOSI.
  • CAPITOLO LXVII: SI NARRA IL PIÙ RARO E IL PIÙ NUOVO SUCCESSO CHE NELL'INTERO CORSO DI QUESTA GRANDE ISTORIA AVVENUTO SIA A DON CHISCIOTTE.
  • CAPITOLO LXVIII: CHE TIEN DIETRO AL CAPITOLO SESSANTASETTE, E TRATTA DI COSE NECESSARIE A SAPERSI PER MAGGIOR CHIAREZZA DI QUESTA STORIA.
  • CAPITOLO LXIX: DI CIÒ CHE ACCADDE A DON CHISCIOTTE CON SANCIO NEL RESTITUIRSI AL PAESE NATIVO.
  • CAPITOLO LXX: DON CHISCIOTTE E SANCIO ARRIVANO AL LORO PAESE.
  • CAPITOLO LXXI: DEGLI AUGURI CH'EBBE DON CHISCIOTTE ALL'ENTRARE NEL SUO PAESE CON ALTRI AVVENIMENTI CHE ADORNANO E ACCREDITANO QUESTA GRANDE ISTORIA.
  • CAPITOLO LXXII: COME DON CHISCIOTTE CADDE AMMALATO, E DEL TESTAMENTO CHE FECE E DELLA SUA MORTE.