CAPITOLO LIV

Don Chisciotte, 2° volume

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La sfida che don Chisciotte aveva intimata per le ragioni già dette, parve al duca e alla duchessa che dovesse andare innanzi; e poiché il giovanotto stava nelle Fiandre, dove era fuggito per non essere costretto ad accettare donna Rodrighez per suocera, divisarono di sostituirvi uno staffiere guascone, che si chiamava Tosillo, istruendolo prima molto bene di tutto quello ch'egli dovesse fare. In capo di due giorni il duca annunziò a don Chisciotte che di là ad altri quattro verrebbe il suo avversario, e presenterebbesi in campo, armato come cavaliere, apparecchiato a sostenere che la donzella mentiva per metà della barba ed anco per tutta la barba intera, qualora continuasse a dire che le fosse stata data parola di maritaggio. Diede questa novella gran contento a don Chisciotte; il quale promise a se stesso di operare meraviglie, tenendo per buona ventura che se gli fosse offerta occasione in cui mostrare a quei signori fin dove giungesse la forza del poderoso suo braccio: e così tutto baldanzoso e giulivo stava attendendo i quattro giorni, che diventavano quattrocento secoli in comparazione delle sue smanie. Lasciamoli passare noi al modo stesso che lasciato abbiamo passare altre cose, e facciamoci ad accompagnare Sancio, che mezzo allegro e mezzo malinconico se ne veniva sopra il suo leardo in traccia del suo padrone, la cui compagnia eragli molto più gradevole dell'essere governatore di tutte le isole dell'intiero mondo.

Avvenne pertanto che non essendosi ancora molto scostato dall'isola da lui governata (che non seppe mai ben riconoscere se fosse isola, città, paese o castello quella al cui governo era stato posto), vide che per la strada medesima da lui battuta venivano sei pellegrini coi loro bordoni, ed erano di quelli che cantarellando vanno accattone. Giunti presso a lui si misero in ala, ed alzando tutti insieme la voce cominciarono a cantare nel loro idioma quello che Sancio non poté intendere, ad eccezione di una parola che nettamente si faceva sentire, limosina: dal che venne ad inferire cantando accattassero. E siccom'egli, per quanto Cide Hamete riporta, era molto caritativo, trasse dalle sue bisaccie il mezzo pane e la mezza forma di cacio di cui s'era provvisto, e li diede loro facendo intendere a cenni che altro non aveva da dispensare.

Assai volentieri accettarono, e dissero: — Guelte; guelte.

— Non intendo, disse Sancio, che cosa voi mi dimandiate, o buona gente.»

Uno di essi allora cavò una borsa dal seno, e la mostrò a Sancio; il quale venne così a comprendere che gli chiedeano danari: ond'è che mettendosi il dito grosso alla gola, e distendendo la mano su loro fece capire che non aveva un maledetto maravedis al suo comando, e dato di sprone al leardo passò avanti. Essendo stato da uno dei pellegrini guardato con molta attenzione, corse questi alla volta sua, e raggiuntolo, lo abbracciò a dirittura, e con alta voce in castigliano gli disse:

— Oh poffare il mondo! che è questo ch'io veggo? È egli possibile che io stringa fra le mie braccia il dolce mio amico, il mio buon vicino Sancio Pancia? Ah sì che lo stringo, ed egli è desso: che io già non dormo, né sono ubbriaco.»

Fece Sancio le maraviglie nel sentirsi chiamare a nome e nel vedersi abbracciare dal pellegrino straniero, e dopo averlo guardato ben bene senza mai proferire parola, non gli venne punto fatto di riconoscerlo. Il pellegrino, per toglierlo dalla sospensione in cui lo vedeva, gli disse:

— Come? E crederò io Sancio, fratel mio, che tu non ravvisi il tuo vicino Ricotte, il moresco che teneva bottega nel tuo paese?»

Lo guardò allora Sancio con maggiore attenzione, e finalmente lo riconobbe appuntino. Senza nemmeno smontare dal giumento, gli gittò le braccia al collo, e gli disse:

— Chi diavolo t'aveva a riconoscere, mio caro Ricotte, con quest'abito da mattaccino che porti? che cosa t'hai posto indosso? dimmi, di grazia: e chi ti ha fatto Franciotto? e come hai tanto coraggio di tornare in Ispagna, dove se ti scoprono, e ti acchiappano, mala ventura ti aspetta?

— Se tu non sarai quello che mi palesi, o Sancio, rispose il pellegrino, io sono certo che in quest'abito non vi sarà chi mi raffiguri. Appartiamoci, e andiamo in questo vicino albereto (che già anche i miei compagni si vogliono fermare, mangiare e riposare un poco), dove ti ciberai anche tu con noi altri in sollazzevole compagnia, ed io ti metterò al fatto di tutti i miei casi fino dal giorno che dovetti allontanarmi dal nostro paese per ubbidire al bando di sua Maestà, che ha cacciati con tanto rigore tutti i disgraziati della mia nazione, come ti è ben noto.»

Lo compiacque Sancio; e Ricotte dopo avere parlato agli altri pellegrini, si ridusse con loro all'indicato albereto fuori di mano dalla strada maestra. Gittarono a parte i bordoni, e si levarono le mozzette; e tutti erano giovani e begli uomini, ad eccezione di Ricotte, piuttosto attempato. Aveva ognuno il suo paio di bisacce, e per quanto pareva erano ben provveduti almeno di cose atte a chiamare la sete due leghe lontano. Si sdraiarono in terra, e valendosi dell'erba per tovaglie, vi soppraposero pane, sale, coltelli, noci, scheggie di cacio ed ossa spolpate di presciutto, le quali quantunque non si lasciassero masticare, non per questo schivavano di essere ben succhiate. Trassero fuori altresì un camangiare nero, che chiamano caviale, composto di uova di pesce, e grande svegliatore della sete; né vi mancarono ulive, sebbene secche e senza alcun acconcime, ma pur saporite e gustose. Le cose che più campeggiarono nel banchetto, furono sei boracce di vino, avendone ognuno cavata fuori una dalla sua bisaccia; e quella del buon Ricotte, ch'erasi trasformato di moresco in alemanno, poteva con tutte le altre cinque gareggiare e competere.

Cominciarono a mangiare con grandissimo gusto, e con pausa, e ad ogni boccone, pigliato colla punta del coltello, aggiungevano picciola porzione di companatico. Tutt'ad un tratto alzarono d'accordo le braccia e le boracce all'aria, le posero alla bocca e fissarono gli occhi al cielo, che propriamente sembrava che vi pigliassero la mira; e così dimenando la testa da una banda e dall'altra, indizio del gusto che provavano, impiegarono buono spazio di tempo vuotando nei loro stomachi le viscere di quei vasi. Sancio osservava e rifletteva sopra questa sua ventura, né gli spiaceva per nulla; ed anche per adattarsi al proverbio: Se vai a Roma dèi vivere alla romana; dimandò a Ricotte la boraccia, pigliò la mira come gli altri, e tracannò con non minor gusto di loro. Per quattro volte permisero le boracce di essere sollevate all'aria, ma non già per la quinta, trovandosi asciutte e secche più di un giunco marino: cosa che avvelenò l'allegria che si era diffusa in quella brigata. Taluno di tanto in tanto congiungeva la destra mano con la sinistra di Sancio, e diceva:

— Spagnuolo e Tedesco un compagno solo.»

Sancio rispondeva: — Buon compagno giura a Dio:» e mandavano fuori tali risate che duravano un'ora: né Sancio si ricordava più punto né poco di quanto nel governo gli era accaduto; che mentre si mangia e si beve hanno poca giurisdizione sopra di noi i pensieri ed i fastidi. Finalmente la mancanza del vino fu principio di profondo sonno da cui tutti furono colti, e per cui rimasero addormentati sulla tovaglia e sul mantile. Soli Ricotte e Sancio si tennero all'erta, avendo bensì mangiato di più, ma bevuto di meno degli altri; e Ricotte conducendo Sancio da parte, si mise con lui a sedere a pié di una quercia, lasciando gli altri pellegrini sepolti in dolcissimo sonno.

Ricotte, senza inciampar mai nel suo dialetto moresco, ma usando della pura lingua castigliana, così si fece a parlare:

— Tu sai bene, Sancio, vicino ed amico mio, come il bando fatto pubblicare da sua Maestà contro quelli della mia nazione mise in noi tutti il più grande terrore e raccapriccio. Io per lo manco ne fui colto a modo, che prima ancora del termine accordatoci per uscire di Spagna, sembravami già eseguito il rigore della pena sopra di me e sopra de' miei figliuoli. Determinai allora con prudente consiglio al parer mio (a guisa di colui che sa di essere cacciato dalla casa dove soggiorna, e si provvede di altra da collocarvisi), determinai, ripeto, di partire dal paese solo e senza la mia famiglia, e di andar a cercare dove poterla condurre con comodità e senza la fretta che ebbero gli altri miei paesani. Vidi benissimo, e tutti i vecchi della mia nazione videro pure, che quei bandi non erano già sole minaccie, ma leggi da dover essere ad un tempo determinato eseguite. E tanto più me ne persuasi: conoscendo gli stolti pensieri che avevano i nostri: pei quali giudicai che una ispirazione divina avesse mossa sua Maestà a tanta determinazione. Non già che fossimo tutti colpevoli (che alcuno v'era fermo e vero cristiano), ma perché il maggior numero essendo tale, sicché non gli si poteano contrapporre i buoni, veniva ad essere cosa prudente il non allevarsi la serpe in seno col tenersi troppi nemici in casa. Furono tutti castigati con la pena del bando; soave e piacevole secondo il parere di taluno, ma la più terribile che ci potesse colpire per quanto a me sembra. Ora, dovunque noi ci troviamo non facciamo che piangere per la cara Spagna; che alla fine siamo nati qui, ed è questa la nostra patria naturale, né troviamo in alcun luogo il rifugio di cui ha bisogno la nostra miseria. In Barberia e in tutte le parti dell'Africa, dove speravamo di esser ricevuti, accolti e assistiti è appunto dove piucché altrove ci offendono e ci strapazzano. Non abbiamo conosciuto il bene se non dopo averlo perduto, e la brama che da quasi tutti noi si alimenta di tornare in Ispagna è sì grande, che la più parte di quelli (e sono in copioso numero) che sanno la lingua come io la so, vi tornano; abbandonando la moglie e i figliuoli: sì eccedente è l'affetto che portano a questo paese! Ora io pure conosco per esperienza che è vero quel detto: Dolce è l'amore della patria. Partii, come dissi, dal mio paese, entrai in Francia, e tuttoché ci facessero ivi molto buona accoglienza, volli vedere altri paesi. Passai in Italia, di là in Alemagna, e mi sembrò quivi di poter vivere con più libertà che altrove: perché i suoi abitanti non badano molto alle minuzie, e vive ognuno a modo suo e per lo più con perfetta libertà di coscenza. Lasciai una casa che avevo tolto a pigione in un paese vicino ad Augusta, e mi accompagnai con questi pellegrini che costumano di venire ogni anno in buon numero a visitare i santuari di Spagna, ch'essi tengono per le loro Indie in considerazione del gran profitto e guadagno che ne traggono. Eglino scorrono quasi tutto questo regno, da dove partono sazi e satolli, come si suol dire; ed un solo reale che tenevano in danari, a poco va ad aumentarsi sino ai cento scudi, i quali cambiano in oro, nascondono nei vani de' loro bordoni o nelle toppe delle loro schiavine, e con fina industria, a dispetto dei passi e delle dogane, portano l'oro fuori del nostro regno. Ora sappi, o Sancio, che io non sono qua con altra intenzione che quella di cavare un tesoro che lasciai sotterrato; e per essere fuori del paese potrò farlo senza pericolo, studiando poi la maniera di scrivere o di passar io stesso da Valenza in Algeri dove stanno mia moglie e mia figlia, e di condurle in qualche porto di Francia, dal quale passeremo in Alemagna; ed ivi staremo aspettando quello che a Dio piacerà di fare di noi tutti. Lo sai bene, Sancio mio, che tanto Ricottina, mia figlia, quanto Francesca, mia moglie, sono cattoliche cristiane; e sebbene io non lo sia quanto esse, tengo tuttavia più del cristiano che del moro, e prego sempre il Signore che illumini il mio intelletto, e che mi faccia conoscere il modo come io l'ho da servire. Ti dirò per altro che non posso arrivar a capire come mai, tanto mia moglie, quanto mia figlia abbiano prescelto di andarsene in Barberia piuttosto che in Francia, dove potevano vivere come cristiane.

— La ragione è chiara, rispose Sancio, perché non poterono far di manco; e perché le ha condotte via Giovanni Tiopeyo, il fratello di tua moglie; il quale essendo moro fino, andò dove pensava di stare meglio e più al sicuro: voglio anche che tu sappia un'altra cosa, ed è che penso che tu vada inutilmente a cercare quello che hai lasciato sotterra; perché noi avemmo notizia che fu tolto ogni cosa a tuo cognato e a tua moglie delle molte perle e del molto contante che portavano a registrare.

— Questo potrà essere, disse Ricotte, ma ti so dire, o Sancio, che non possono aver toccato l'oro che io sotterrai, perché non dissi ad alcuno dove fosse, per timore che non mi succedesse qualche disgrazia; e così, se tu vuoi venir meco e aiutarmi a cavarlo e promettermi di mantenere il segreto, io ti farò il regalo di dugento scudi; molto opportuni a' tuoi bisogni, i quali sai bene ch'io li conosco.

— Ti compiacerei, disse Sancio, se fossi ingordo del danaro, ma non me ne curo; e devi sapere che appunto questa mattina mi sono lasciato scappare di mano un posto col quale avrei potuto intonacare d'oro le mura della mia casa, e in manco di sei mesi mangiare in piatti d'argento: ma tanto per quello che ti ho detto, come per parermi che farei tradimento al mio re, prestando aiuto ai suoi nemici, non diventerei tuo compagno né per dugento, né per quattrocento scudi di anticipazione.

— Che posto è egli questo che tu hai lasciato? disse Ricotte.

— Ho lasciato, rispose Sancio, di essere governatore di un'isola, e tale che in fede mia la eguale non si trova a tre tirate.

— E dove giace quest'isola? chiese Ricotte.

— Dove? soggiunse Sancio: due leghe di qua lontano, e chiamasi l'isola Barattaria.

— Sta cheto, Sancio, replicò Ricotte, che Isole non si trovano se non in mare, perché non vi sono isole sul continente.

— Come no? replicò Sancio: torno a dirti, Ricotte, che stamattina sono partito di là, e che ieri io stava governandola a mio piacere come un sagittario: ma con tutto questo ho voluto abbandonarla, sembrandomi uffizio pericoloso quello dei governatori.

— E qual guadagno vi facesti? dimandò Ricotte.

— Ho guadagnato, rispose Sancio, la persuasione che non sono buono da governare altro che branchi di bestiame, e che le ricchezze che si acquistano in questi governi, sono l'arrischiare di perdere il riposo, il sonno ed il proprio sostentamento ancora; perché danno molto poco da mangiare ai governatori delle isole, e spezialmente se vi sono medici custodi della sanità.

— Io non t'intendo, o Sancio, disse Ricotte, e mi pare che tu vada dicendo grandi spropositi; perché chi è mai colui che ti avesse a dare isole da governare? Mancano forse al mondo uomini più abili di te da eleggersi per governatori? Caro Sancio, rientra in te stesso e pensaci ancora una volta se vuoi venire come ti ho detto, per aiutarmi a cavare il tesoro, che ti assicuro ch'è tanto, da poterlo con ragione chiamare tesoro, e potrà dare anche a te molto bene da vivere come ti ho offerto.

— Io mi sono già dichiarato, disse Sancio, che vi rinunzio e ti basti la promessa che ti fo di mantenere il segreto, e va in buon'ora pel tuo viaggio e lasciami seguitare il mio; che dice il proverbio che un mal guadagno sfuma presto, e sfuma con lui anche chi l'ha fatto.

— Non insisterò altro, soggiunse Ricotte; ma dimmi, Sancio, ti trovavi tu nel nostro paese quando mia figliuola e mio cognato se ne partirono?

— Mi vi trovavo benissimo, rispose Sancio, e ti so dire che tua figliuola quando partì era così bella, che accorsero tutti a vederla, e dicevano ch'era la più avvenente creatura che si potesse vedere; ed ella andava via piangendo, ed abbracciava tutte le sue amiche e conoscenti o non solo, ma quanti andavano per mirarla, pregando tutti che la tenessero raccomandata al signore e alla Madonna sua madre: faceva questo con tanta tenerezza che mi misi a piangere anch'io quantunque io non sia gran fatto piagnone. Ti so anche dire che furono alcuni ai quali era venuto voglia di nasconderla o di rapirla durante il viaggio; ma li ritenne la paura di trasgredire ai comandi del re; e sopra tutti si mostrò molto appassionato don Pietro Gregorio, quel ragazzo primogenito e ricco che tu conosci, e dicono che le voleva gran bene; ed egli dopoché la giovane è partita, è sparito dal paese, e tutti credono che sia andato via per rapirla, ma poi sinora non se n'è saputo il netto.

— Sospettai sempre, disse Ricotte, che quel bel gentiluomo facesse all'amore colla mia figliuola, ma riposando tranquillo sulla onestà della mia cara Ricottina, non mi ha dato gran fastidio il sapere ch'egli la amasse. Tu avrai udito a dire più volte, o Sancio, che le moresche o di raro o non mai si sono frammischiate in amore con cristiani vecchi; e Ricottina, che per quanto credo, badava più ad essere cristiana che innamorata, non si doveva curare molto della passione di questo signor primogenito.

— Dio lo voglia, replicò Sancio, che sarebbe bene per tutti e due; ma lasciami partire, amico Ricotte, che voglio in questa sera arrivare dove sta il mio padrone il signor don Chisciotte.

— Parti con Dio, fratello Sancio, soggiunse Ricotte, che già stanno svegliandosi i miei compagni, ed è tempo che anche noi seguitiamo il nostro viaggio.»

Si abbracciarono entrambi; Sancio montò sul suo leardo, Ricotte si appoggiò al suo bordone, e ognuno andò per la sua strada.

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  • CAPITOLO I: ESPERIMENTI DEL CURATO E DEL BARBIERE SOPRA LA MALATTIA DI DON CHISCIOTTE.
  • CAPITOLO II: NARRASI IL NOTABILE CONTRASTO SEGUITO TRA SANCIO PANCIA, LA NIPOTE E LA SERVA DI DON CHISCIOTTE; CON ALTRI GRAZIOSI SUCCESSI.
  • CAPITOLO III: DEL RIDICOLO DISCORSO TENUTO DA DON CHISCIOTTE, SANCIO PANCIA E IL BACCELLIERE SANSONE CARRASCO.
  • CAPITOLO IV: VENGONO SCIOLTI DA SANCIO PANCIA I DUBBII PROMOSSI DAL BACCELLIERE SANSONE CARRASCO E RESTANO SODDISFATTE LE SUE DOMANDE; CON LA GIUNTA Dl ALTRI SUCCESSI DEGNI DI ESSERE SAPUTI E RACCONTATI.
  • CAPITOLO V: DELL'ACCORTA E GRAZIOSA CONVERSAZIONE TENUTA DA SANCIO PANCIA CON TERESA SUA MOGLIE, E DI ALTRI AVVENIMENTI DEGNI DI FELICE RICORDANZA.
  • CAPITOLO VI: CIÒ CHE SEGUÌ TRA DON CHISCIOTTE, LA SUA NIPOTE, E LA SERVA: UNO DEI PIÙ IMPORTANTI CAPITOLI DI TUTTA L'ISTORIA.
  • CAPITOLO VII: DI CIÒ CHE SEGUÌ TRA DON CHISCIOTTE ED IL SUO SCUDIERE, CON ALTRI FAMOSISSIMI AVVENIMENTI.
  • CAPITOLO VIII: RACCONTASI CIÒ CHE ACCADDE A DON CHISCIOTTE RECANDOSI A VEDERE LA SIGNORA DULCINEA DEL TOBOSO.
  • CAPITOLO IX: SI RACCONTA QUELLO CHE STA SCRITTO NEL PRESENTE CAPITOLO.
  • CAPITOLO X: DELL'ARTE USATA DA SANCIO PER INCANTARE LA SIGNORA DULCINEA CON ALTRI AVVENIMENTI ALTRETTANTO GIOCOSI CHE VERI.
  • CAPITOLO XI: DELLA STRANA VENTURA CHE SUCCESSE AL VALOROSO DON CHISCIOTTE COLLA CARRETTA DELLA MORTE.
  • CAPITOLO XII: DELLA STRANA AVVENTURA ACCADUTA A DON CHISCIOTTE COL VALOROSO CAVALIERE DAGLI SPECCHI.
  • CAPITOLO XIII: SEGUITA L'AVVENTURA DEL CAVALIERE DAL BOSCO, E SI DESCRIVE IL GIUDIZIOSO, NUOVO E SOAVE COLLOQUIO SEGUITO FRA I DUE SCUDIERI.
  • CAPITOLO XIV: SEGUITA L'AVVENTURA DEL CAVALIERE DAL BOSCO.
  • CAPITOLO XV: DOVE SI NARRA CHI FOSSE IL CAVALIERE DAGLI SPECCHI E IL SUO SCUDIERE.
  • CAPITOLO XVI: CIÒ CHE AVVENNE A DON CHISCIOTTE CON UN GIUDIZIOSO CAVALIERE DELLA MANCIA.
  • CAPITOLO XVII: DIMOSTRASI L'ULTIMO PUNTO ED ESTREMO A CUI GIUNSE E POTÉ GIUGNERE L'INAUDITO ANIMO DI DON CHISCIOTTE, CON L'AVVENTURA DEI LEONI CONDOTTA A FORTUNATO FINE.
  • CAPITOLO XVIII: DI QUELLO CHE AVVENNE A DON CHISCIOTTE NEL CASTELLO O CASA DEL CAVALIERE DAL VERDE GABBANO CON ALTRI STRAORDINARI SUCCESSI.
  • CAPITOLO XIX: AVVENTURA DEL PASTORE INNAMORATO, CON ALTRI VERI E GRAZIOSI SUCCESSI.
  • CAPITOLO XX: NOZZE DI CAMACCIO IL RICCO, ED AVVENIMENTO DI BASILIO IL POVERO.
  • CAPITOLO XXI: PROSEGUONO LE NOZZE DI CAMACCIO CON ALTRI GUSTOSI SUCCESSI.
  • CAPITOLO XXII: GRANDE AVVENTURA DELLA GROTTA DI MONTÉSINO SITUATA NEL CUORE DELLA MANCIA ALLA QUALE DIEDE IL VALOROSO DON CHISCIOTTE COMPIMENTO FELICE.
  • CAPITOLO XXIII: MARAVIGLIOSE COSE VEDUTE DAL CELEBRATISSIMO DON CHISCIOTTE NELLA PROFONDA GROTTA DI MONTESINO E DA LUI RACCONTATE, LA CUI GRANDEZZA E IMPOSSIBILITÀ VA A STABILIRE PER APOCRIFA LA PRESENTE VENTURA.
  • CAPITOLO XXIV: SI RACCONTANO MILLE CHIAPPOLERIE TANTO APPARTENENTI QUANTO NECESSARIE A BEN INTENDERE QUESTA GRANDE ISTORIA.
  • CAPITOLO XXV: AVVENTURA DEL RAGLIO DELL'ASINO, E GRAZIOSO SUCCESSO DEL BAGATTELLIERE COLLE MEMORABILI DIVINAZIONI DELLO SCIMMIOTTO INDOVINO.
  • CAPITOLO XXVI: CONTINUA LA GRAZIOSA AVVENTURA DEL BURATTINAIO, CON ALTRE COSE IN VERITÀ MOLTO GUSTOSE.
  • CAPITOLO XXVII: SI FA SAPERE CHI FOSSE MAESTRO PIETRO E LO SCIMIOTTO, ED IL MAL SUCCESSO DI DON CHISCIOTTE NELLA VENTURA DEL RAGLIO DELL'ASINOCHE NON LA FINÌ COM'EGLI AVREBBE VOLUTO, E COM'ERASI IMMAGINATO.
  • CAPITOLO XXVIII: COSE DETTE DA BEN-ENGELI CHE CHI LE LEGGERÀ LE SAPRÀ SE LE LEGGERÀ CON ATTENZIONE.
  • CAPITOLO XXIX: LA FAMOSA VENTURA DELLA BARCA INCANTATA.
  • CAPITOLO XXX: DI QUELLO CHE INTERVENNE A DON CHISCIOTTE CON UNA BELLA CACCIATRICE.
  • CAPITOLO XXXI: TRATTASI DI MOLTE E MOLTO IMPORTANTI COSE.
  • CAPITOLO XXXII: RISPOSTA DI DON CHISCIOTTE AL SUO RIPRENSORE, CON ALTRI IMPORTANTI SUCCESSI.
  • CAPITOLO XXXIII: SAPORITO RAGIONAMENTO CHE LA DUCHESSA E LE SUE DONZELLE TENNERO CON SANCIO PANCIA DEGNO DI ESSERE LETTO E PONDERATO.
  • CAPITOLO XXXIV: PROGETTO PER TRARRE D'INCANTO DULCINEA DEL TOBOSO CHE FORMA UNA DELLE PIÙ CELEBRI AVVENTURE DI QUESTO LIBRO.
  • CAPITOLO XXXV: SI SEGUITA A PARLARE DEL MODO INDICATO A DON CHISCIOTTE PER TRARRE D'INCANTO DULCINEA, CON ALTRI MARAVIGLIOSI SUCCESSI.
  • CAPITOLO XXXVI: RACCONTASI LA STRANA E NON PRIMA IMMAGINATA VENTURA DELLA MATRONA DOLORIDA, DETTA ALTRIMENTI LA CONTESSA TRIFALDI; E SI LEGGERÀ UNA LETTERA SCRITTA DA SANCIO PANCIA A SUA MOGLIE TERESA PANCIA.
  • CAPITOLO XXXVII: CONTINUA LA FAMOSA VENTURA DELLA MATRONA DOLORIDA.
  • CAPITOLO XXXVIII: NARRASI CIÒ CHE FECE LA MATRONA DOLORIDA INTORNO ALLA SUA DISAVVENTURA.
  • CAPITOLO XXXIX: LA TRIFALDI CONTINUA IL RACCONTO DELLA SUA STUPENDA E MEMORABILE ISTORIA.
  • CAPITOLO XL: SI DICONO COSE APPARTENENTI A QUESTA AVVENTURA ED A SÌ MEMORABILE ISTORIA.
  • CAPITOLO XLI: VENUTA DI CLAVILEGNO E FINE DELLA PRESENTE PROLUNGATA VENTURA.
  • CAPITOLO XLII: DEI CONSIGLI DATI DA DON CHISCIOTTE A SANCIO PANCIA PRIMA CHE ANDASSE AL GOVERNO DELL'ISOLA CON ALTRE MEMORABILI COSE.
  • CAPITOLO XLIII: DEI SECONDI CONSIGLI DATI A SANCIO PANCIA DA DON CHISCIOTTE.
  • CAPITOLO XLIV: SANCIO PANCIA È CONDOTTO AL GOVERNO. — STRANA AVVENTURA ACCADUTA A DON CHISCIOTTE.
  • CAPITOLO XLV: COME IL GRAN SANCIO PANCIA PRESE IL POSSESSO DELLA SUA ISOLA E IN QUALE MANIERA COMINCIÒ A GOVERNARLA.
  • CAPITOLO XLVI: FORMIDABILE TERRORE CHE DIEDERO I CAMPANACCI ED I GATTI A DON CHISCIOTTE NEL PROGRESSO DEGLI AMORI COLLA INVAGHITA ALTISIDORA.
  • CAPITOLO XLVII: SEGUITA IL RACCONTO DEL MODO CON CUI CONDUCEVASI SANCIO PANCIA NEL SUO GOVERNO.
  • CAPITOLO XLVIII: DI CIÒ CHE AVVENNE A DON CHISCIOTTE CON DONNA RODRIGHEZ, MATRONA DELLA DUCHESSA, CON ALTRE VENTURE DEGNE DI ESSERE SCRITTE E CONSERVATE PERPETUAMENTE.
  • CAPITOLO XLIX: NARRASI CIÒ CHE AVVENNE A SANCIO PANCIA VISITANDO LA SUA ISOLA.
  • CAPITOLO L: SI DICHIARA QUALI FURONO GL'INCANTATORI E I CARNEFICI CHE FRUSTARONO LA MATRONA E PIZZICARONO DON CHISCIOTTE, E SI NARRA QUANTO ACCADDE AL PAGGIO CHE PORTÒ LA LETTERA A TERESA, MOGLIE DI SANCIO PANCIA.
  • CAPITOLO LI: DEL PROGRESSO NEL GOVERNO DI SANCIO PANCIA, CON ALTRI AVVENIMENTI IMPORTANTI E CURIOSI.
  • CAPITOLO LII: RACCONTASI L'AVVENTURA DELLA SECONDA MATRONA DOLORIDA, O ANGUSTIATA, CHIAMATA CON ALTRO NOME DONNA RODRIGHEZ.
  • CAPITOLO LIII: DEL TRAVAGLIOSO FINE CH'EBBE IL GOVERNO DI SANCIO PANCIA.
  • CAPITOLO LIV: TRATTASI DI COSE APPARTENENTI A QUESTA E NON AD ALCUN'ALTRA ISTORIA.
  • CAPITOLO LV: AVVENIMENTI DI SANCIO NEL SUO VIAGGIO, ED ALTRE COSE TANTO SINGOLARI QUANTO MAI SI PUÒ DIRE.
  • CAPITOLO LVI: DELLA SANGUINOSA E NON PIÙ VISTA BATTAGLIA SEGUITA TRA DON CHISClOTTE E LO STAFFIERE TOSILO, E DEL CONGEDO CHE PRESE DON CHISCIOTTE DAL DUCA.
  • CAPITOLO LVII: COME PIOVVERO SOPRA DON CHISCIOTTE TANTE VENTURE CHE L'UNA NON ASPETTAVA L'ALTRA.
  • CAPITOLO LVIII: STRAORDINARIO CASO CHE SUCCESSE A DON CHISCIOTTE E CHE PUÒ TENERSI IN CONTO DI VENTURA.
  • CAPITOLO LIX: DI QUELLO CHE AVVENNE A DON CHISCIOTTE ANDANDO A BARCELLONA.
  • CAPITOLO LX: DI CIÒ CHE AVVENNE A DON CHISCIOTTE ENTRANDO A BARCELLONA, CON ALTRE COSE CHE HANNO PIÙ DEL VERO CHE DEL SAVIO.
  • CAPITOLO LXI: LA VENTURA DELLA TESTA INCANTATA, CON ALTRE BAGATTELLE CHE NON SI PUÒ FAR A MENO DI NON RACCONTARE.
  • CAPITOLO LXII: DEL MALE CHE OCCASIONÒ A SANCIO LA VISITA DELLE GALERE, E DELLA NUOVA VENTURA DELLA BELLA MORESCA.
  • CAPITOLO LXIII: DELLA VENTURA CHE DIEDE PIÙ MOLESTIA A DON CHISCIOTTE DI QUANTE ALTRE GLI ERANO SUCCESSE.
  • CAPITOLO LXIV: SI VIENE A SAPERE CHI FOSSE IL CAVALIERE DALLA BIANCA LUNA, LIBERAZIONE DI DON GREGORIO ED ALTRI AVVENIMENTI.
  • CAPITOLO LXV: TRATTASI DI QUELLO CHE VEDRÀ CHI LEGGE O SARÀ PER UDIRE CHI SI FARÀ LEGGERE.
  • CAPITOLO LXVI: SI DETERMINA DON CHISCIOTTE DI FARSI PASTORE, E DI CONDURRE LA VITA TRA LE CAMPAGNE, FINCHÉ SCORRA L'ANNO DI SUA PROMESSA, CON ALTRI AVVENIMENTI PIACEVOLI E GUSTOSI.
  • CAPITOLO LXVII: SI NARRA IL PIÙ RARO E IL PIÙ NUOVO SUCCESSO CHE NELL'INTERO CORSO DI QUESTA GRANDE ISTORIA AVVENUTO SIA A DON CHISCIOTTE.
  • CAPITOLO LXVIII: CHE TIEN DIETRO AL CAPITOLO SESSANTASETTE, E TRATTA DI COSE NECESSARIE A SAPERSI PER MAGGIOR CHIAREZZA DI QUESTA STORIA.
  • CAPITOLO LXIX: DI CIÒ CHE ACCADDE A DON CHISCIOTTE CON SANCIO NEL RESTITUIRSI AL PAESE NATIVO.
  • CAPITOLO LXX: DON CHISCIOTTE E SANCIO ARRIVANO AL LORO PAESE.
  • CAPITOLO LXXI: DEGLI AUGURI CH'EBBE DON CHISCIOTTE ALL'ENTRARE NEL SUO PAESE CON ALTRI AVVENIMENTI CHE ADORNANO E ACCREDITANO QUESTA GRANDE ISTORIA.
  • CAPITOLO LXXII: COME DON CHISCIOTTE CADDE AMMALATO, E DEL TESTAMENTO CHE FECE E DELLA SUA MORTE.