la filosofia nell'XI secolo

un nuovo gusto della razionalità

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Table of Contents

in sintesi

le tre principali impostazioni filosofiche nell'XI secolo
razionalismo sintesi di fede e ragione accentuazione della fede
i dialettici S.Anselmo S.Pier Damiani

il (semi)razionalismo dei dialettici

Le tesi degli autori che vediamo ora non sono propriamente e sotto ogni aspetti di tipo razionalistico. Essi infatti non pretendono di capire fino in fondo la fede. Tuttavia qualcosa di razionalistico era presente nei “dialettici”, cioè quei filosofi dell'XI secolo che credettero che il potere della ragione (la cui applicazione chiamavano dialettica) fosse tale da potersi applicare un po' incautamente, cioè senza un adeguato senso del mistero, almeno a certi contenuti della fede. In altri termini i dialettici dell'XI avevano una esagerata fiducia nella ragione almeno dal punto di vista dell'ortodossia cristiana, percependo poco che la fede chiede (anche) una sottomissione della ragione a un Dato che la supera.

Ricordiamo due nomi, tra i più importanti: Berengario di Tours e Roscellino di Compiègne.

Berengario di Tours (♰ 1088)

Discepolo di Fulberto (a sua volta discepolo di Gerberto di Aurillac, ♰ 1033, dotto umanista, che divenne papa Silvestro II), fondatore della Scuola di Chartres e su posizioni diverse e più equilibrate dell'allievo, nel concepire il rapporto fede/ragione.

Nel De sacra coena, Berengario nega quello che il Concilio di Trento avrebbe chiamato transustanziazione: anche dopo la consacrazione il pane resta pane e il vino vino; questo sostenne, in polemica con Lanfranco di Pavia, per un motivo, appunto, dialettico: gli accidenti non sono separabili dalla sostanza, come insegna Aristotele; ora, noi vediamo che anche dopo la consacrazione, gli accidenti del pane e del vino (il colore, l'odore, il sapore, la consistenza al tatto) restano; dunque, argomenta Berengario, resta anche la corrispondente sostanza, quella del pane e del vino. E il Corpo e Sangue di Cristo? Vi sarebbero sì presenti, ma come sostanze aggiunte al pane e al vino.

Occorre, sostiene Berengario, seguire la dialettica, cioè la ragione, perché essa è il segno dell'immagine di Dio in noi.

Che cosa dimentica Berengario?

Dimentica che un fattore fondamentale del Cristianesimo, in cui pure lui dice di credere, è il miracolo, ossia un fatto che rappresenta una eccezione a una norma, a una legge normalmente constatabile; e che quanto accade nella Santa Messa è appunto un miracolo. Dunque non si capisce bene perché gli appaia come impossibile che nella Messa si verifichi qualcosa che per il Cristianesimo accade come fondamento della sua stessa esistenza.

Roscellino da Compiègne (1050 - 1120 ca)

Fu maestro di Abelardo. Fautore di un deciso nominalismo, sostenne che esistono solo gli individui, non gli universali, i cui termini altro non sono, secondo una sua celebre espressione, che flatus vocis.

Sul piano teologico inclinò, di conseguenza, a una sorta di triteismo: non esistendo che individui, anche in Dio non si può parlare di una natura identica per le Tre Persone, che dunque avrebbero tre distinte nature. Tale tesi fu condannata dal Concilio di Soissons (1121), che ribadì come il Mistero di Dio sia unità dei Tre in una medesima natura.

la reazione antirazionalista

Contro tali estremi razionalistici insorsero vari esponenti di quella che è stata chiamata anche la cultura monastica (cfr. Leclerq, Cultura umanistica e desiderio di Dio), un atteggiamento che vede fondamentale l'accoglienza di un dato: ciò che vi è di più importante non lo dobbiamo cercare con ansiosa irrequietudine, ma ci è stata donato, per imprevedibile gratuità, da Dio in Cristo.

Il più importante esponente di questa “rivolta antirazionalista” fu S.Pier Damiani. Ricordiamo anche Lanfranco di Pavia, che polemizzò contro Berengario.

S.Pier Damiani (1007-72)

Monaco camaldolese, poi vescovo e cardinale, partecipò al movimento per la libertas Ecclesiae dal potere imperiale, che sarebbe culminato nella lotta per le investiture, tra l'altro sotto Gregorio VII. Come, in campo pratico-politico, Pier Damiani difendeva la Chiesa dalla invadenza del Potere (imperiale), così in campo culturale, egli difese la fede dall'invadenza di una ragione arrogante e presuntuosa. Tale almeno pare sia stato il suo intento, anche se poi venne svolto in modo anche eccessivo. Non per nulla fu anche sostenitore di una severa ascesi e del contemptus saeculi (nell'opera significativamente intitolata De laude flagellorum).

Denunciò il pericolo di una dialettica applicata incautamente al dogma, arrivando a espressioni di critica per la stessa dialettica, in quanto tale, come invenzione del diavolo (cfr. é.Gilson, La filosofia nel medioevo, p. 286), nel De sancta simplicitate e in Dominus vobiscum. Di certo egli sottolineò come la cosa che deve più importare sia la salvezza personale, dunque la propria conversione, più che una scienza vista come un interesse a sé stante e non finalizzato in un disegno unitario complessivo.

E per sottolineare l'irriducibilità del Mistero alle regole della cultura profana, che incantava troppi monaci, distogliendoli dall'umiltà, egli lanciò questa sorridente e ironica sfida:

Vuoi imparare la grammatica?
Impara a declinare Deus al plurale!

Il suo attacco speculativamente più forte contro gli eccessi della dialettica è però costituito dal De divina omnipotentia, in cui Pier Damiani accentua la sovrana libertà del Mistero Infinito di fare tutto ciò che egli voglia, anche quando ciò appare impossibile alla logica umana.

Nel sostenere tale tesi egli si spinge a un punto, che altri teologi ortodossi avrebbero criticato: arriva a dire che Dio può anche il contraddittorio, e in particolare Egli può far sì che ciò che è accaduto non sia accaduto.

Un breve giudizio

Non sappiamo fino a che punto tale tesi sia da intendersi in senso letterale, ovvero come paradossale provocazione suscitata dal calore della polemica contro i dialettici. Certo, se si dovesse prendere sul serio tale affermazione, bisognerebbe dire che si tratta di una tesi inaccettabile e che anticiperebbe, come sostiene Gilson, l'estremo nominalismo volontarista di un Ockham. Di sicuro per la prevalente filosofia e teologia cristiane Dio può tutto, ma non il contraddittorio, perché non può contraddire Sé stesso, che è l'Essere, in cui non è tenebra o contorcimento alcuno. Come fa dire la Bibbia a Dio:

Io non ho parlato in segreto,
in un luogo d'una terra tenebrosa.
Non ho detto alla discendenza di Giacobbe:
Cercatemi in un'orrida regione!
Io sono il Signore, che parlo con giustizia,
che annunzio cose rette.

Lanfranco di Pavia (1005-89)

Monaco benedettino, abate di Le Bec, in Normandia, poi arcivescovo di Canterbury, maestro di S.Anselmo.

Tenne una posizione più moderata di Pier Damiani rispetto alla dialettica, che ritenne potesse, se sottomessa alla fede, aiutare a meglio comprendere i misteri divini. Tuttavia sottolineò come la ragione dovesse subordinarsi all'autorità della Scrittura e dei Padri.

Combatté la teoria eucaristica di Berengario, asserendo, nel Liber de corpore et sanguine Domini, che dopo la consacrazione il pane e il vino si trasformano nel Corpo e nel Sangue di Cristo, pur conservando le apparenze (accidentali) del pane e del vino. E in effetti ben due Concili, a Roma, nel 1059 e nel 1079, condannarono le tesi di Berengario.

la sintesi di S.Anselmo (1033-1109)

La sua opera svetta nel panorama dell'XI, e costituisce un tentativo di sintesi tra l'istanza di valorizzazione della ragione, maldestramente estremizzata dai dialettici, e il primato della fede, sottolineato in maniera un po' troppo esclusiva da Pier Damiani.

Si veda la scheda relativa.

Per un giudizio

Più grave appare l'errore di prospettiva dei dialettici, con la loro pretesa di ridurre il Mistero dentro categorie puramente razionali. In paragone a tale errore, gli stessi eccessi, innegabili, di S.Pier Damiani, appaiono scusabili. Certo, anche quest'ultimo non evidenzia bene il carattere di piena umanità e ragionevolezza del Cristianesimo, rischiando di darne una immagine cupa e soprannaturalistica.

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