Riflessioni su pace e pacifismo
solo una pace giusta è una vera pace
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Francesco Bertoldi
introduzione
Questa pagina è l’ideale continuazione di una pagina sulla guerra, le sue cause e come prevenirla e gestirla nel modo migliore. Là si è cercato di argomentare il nesso tra dittature e guerra, e viceversa, tra democrazie e pace.
Già da quello che si è detto là, dovrebbe essere chiaro come custodire la pace non può non implicare un impegno, e in qualche modo un sacrificio, un sacrificio del comodo immediato.
Per impostare correttamente la questione seguiremo alcuni passaggi logici.
Esistono i “cattivi”?
Una prima, cruciale, domanda, è se ci siano soggetti umani, e quindi Stati dominati (governati) da tali soggetti, che siano, diciamolo con una parola sintetica e chiara, “cattivi”.
Non si tratta di sostenere che alcuni esseri umani, o alcuni Stati, siano la epifania del diavolo: già S.Agostino aveva chiarito che nella storia agiscono, e si scontrano due città, la civitas Dei e la civitas diaboli, cioè la “città di Dio” e la “città del diavolo”, e il confine tra tali due città passa attraverso il cuore di ogni uomo: nessuno quindi è totalmente cattivo (irreversibilmente tale), così come nessuno (tranne Gesù Cristo e Sua Madre) è totalmente buono.
Tuttavia la domanda che rimane è: ci sono dei soggetti, individuali e collettivi, che, pur senza essere totalmente e irreversibilmente cattivi, perseguono convintamente e sistematicamente degli obbiettivi “cattivi”? La risposta è: purtroppo sì.
Ci sono diverse, per così dire, percentuali di “cattiveria”, e ci sono (più o meno conseguentemente) diversi gradi di (ragionevolmente prevedibile) reversibilità della propria impostazione “malvagia”. Ma rimane che esistono casi in cui è un dato di fatto che dei progetti malvagi sono perseguiti con costanza e sistematicità, e con refrattarietà a ogni possibile tentativo di ammorbidimento dialogico.
malvagità “privata” e malvagità “pubblica” (politica)
Ciò è tanto più probabile quanto più si tratta di strutture che coinvolgono molte persone, incardinate, per così dire, in un sistema che è per sua natura estremamente compatto, dotato di una monolitica organicità, come lo sono gli Stati dittatoriali. Il caso di una persona “privata” è diverso: lì ci può essere ben altra “porosità”, ben altra “vulnerabilità al bene”, ben altra facilità al cambiamento verso il bene. Manzoni, nei I promessi sposi dipinge ad esempio mirabilmente la figura dell’Innominato: dedito al male da una vita, con moltissimi assassini sulla coscienza, a un certo punto cambia, si converte al Bene.
Ma qualcosa del genere sarebbe potuta accadere a un Hitler? O a un Pol-Pot? Pur non essendo impossibile, ciò sarebbe altamente improbabile. E in ogni caso resterebbe che il sistema di cui tali personaggi sono parte integrante, davanti a un loro cambiamento radicale, molto difficilmente li seguirebbe, molto difficilmente seguirebbe il loro (già altamente improbabile) cambiamento verso il Bene. È piuttosto più probabile che tali (improbabili) convertiti siano eliminati, anche fisicamente, dai loro precedenti “amici” e seguaci.
Certo, ci possono essere stati, nella storia, dei casi di personalità che, infiammate dal Bene, sono riuscite a “fermare” un “cattivo” politico, uno che guidava altri esseri umani, potenzialmente devastanti nel loro progetto politico: è il caso, non si sa peraltro fino a che punto storico, di papa Leone Magno che ferma Attila, il “flagello di Dio”. Ma, a parte tale (forse leggendario) caso, non risultano altre nel senso di conversione, di cambiamento radicale, di capovolgimento radicale di idee e obbiettivi precedentemente sostenuti, come accadde a San Paolo che cadde da cavallo mentre andava a Damasco per perseguitare i cristiani, e da allora divenne invece un convinto cristiano“cadute da cavallo” di dittatori sanguinari.
si può contrastare il male col male?
Questa seconda domanda riguarda una obiezione di questo tipo: ammettiamo pure che esistano delle strutture politiche, come gli stati dittatoriali, che perseguono intrinsecamente e irreversibilmente degli obbiettivi malvagi, ossia l’oppressione della loro cittadinanza (privata dei più elementari diritti umani) al loro interno e un aggressivo espansionismo verso l’esterno, ammettiamo dunque che ci sia del male in qualche modo strutturale, in qualche modo irreversibile, e col quale non ci può quindi essere dialogo, non ci può essere speranza che la cose cambino gradatamente e pacificamente, ma è comunque plausibile e giusto ricorrere alla forza per contrastare tale male? Non è la guerra qualcosa di comunque intrinsecamente sbagliato? Si può, insomma, vincere il male con un altro male? Si può vincere Sauron (per ricorrere alla fantasia di Tolkien) usando l’anello?
un possibile uso legittimo della forza
Per impostare la risposta può servire quello che diceva Tommaso d'Aquino, in particolare nel De Regno sulla legittimità di un rovesciamento violento delle tirannidi: una ribellione a un regime tirannico possa essere giusta, se
- a) il regime da rovesciare è effettivamente e gravemente oppressivo
- b) vi sono ragionevoli probabilità che
- la rivoluzione riesca
- e provochi una quantità di morti e di violenze nettamente minore di quanto non avverrebbe lasciando indisturbata la tirannide.
Ci sono dunque, per Tommaso, almeno alcuni casi in cui l’uso della forza e anche dell’uccisione di qualcuno può essere eticamente giusta. E in effetti sembra piuttosto difficile dargli torto.
Questo dovrebbe essere intuitivamente chiaro per questioni “interne” agli Stati, in particolare l’ordine pubblico: se c’è un terrorista che sta sparando all’impazzata sulla gente che gli capita a tiro, è lecito o no metterlo prima possibile nelle condizioni di non poter più continuare nella carneficina che sta attuando? Se fosse possibile fermarlo senza ucciderlo, sarebbe certo meglio. Ma è sempre possibile? E se non lo fosse?
Certo, un caso del genere è un caso-limite, ma con gli Stati le cose sono sempre e necessariamente molto diverse?
una necessaria gradualità
È giusto tentare, in primo luogo, tutte le possibili strade per non giungere alle misure estreme:
- Non c’è dubbio che le prime “armi” da usare sono quelle del dialogo, della persuasione basata sul rapporto umano il più autentico possibile, dato che tutti siamo membri di un’unica famiglia umana, siamo tutti fratelli. Chi è credente sa che la preghiera e il “digiuno” (nel senso più ampio e meno banale del termine), hanno un grande potere e tutti possono darvi il loro contributo. Tuttavia, anche tra fratelli si può essere vittime di violenza: Caino ha ucciso Abele. Quindi il dialogo e la trattativa possono rivelarsi vani, se c’è malafede e uso (tanto più se sistematico) della menzogna.
- Allora si può si può ricorrrere alla leva economica: tipicamente con sanzioni. Come si fece, a suo tempo, col regime segregazionista sudafricano, per spingerlo a concedere pienezza di diritti anche ai non-bianchi. Ma anche la leva economica può non bastare, per diverse ragioni, tra cui l’immaturità delle opinioni pubbliche (e di conseguenza dei governanti), preoccupate solo del proprio benessere immediato.
- Allora ci possono essere casi in cui è giusto passare al terzo livello di contrasto del male politico-collettivo, ossia la pressione militare.
- Che può significare la guerra guerreggiata, come fu nel caso della 2a guerra mondiale, dove a dopo l’invasione della Polonia, nel settembre del 1939un certo punto si prese la giusta decisione che non si poteva fare altro che sbarrare militarmente la strada a Hitler.
- Ma può anche significare mettere le potenza tirannica nelle condizioni di dover constatare la propria incapacità di reggere un confronto bellico con le potenze democratiche, come è successo nella dinamiche che ha portato, pacificamente, al crollo e alla disintegrazione dell’Unione sovietica e del comunismo nell’Est Europa.
perché può diventare necessario passare ai livelli “più forti”
«ma l’uomo nella prosperità non comprende:
è come gli animali che periscono.»
Sal 48 (49), 13
Chiediamoci: che cosa può determinare il fatto che si debba passare dal primo al secondo e al terzo livello di contrasto del male politico-collettivo? In estrema sintesi: come nel caso delle malattie fisiche del corpo individuale accade che si debba ricorrere alla chirurgia, perché prima si sono troppo e troppo a lungo trascurate le opportune misure preventive che avrebbero potuto assicurare la salute, così nelle malattie di quella sorta di corpo collettivo che sono le società e gli Stati si arriva a dover usare i livelli più forti di risposta al male (la guerra), perché si è trascurata la prevenzione, si è lasciato che il male si incancrenisse e avesse tutto l’agio per mettere radici e consolidarsi.
l’antidoto necessario
«una parola di verità
vale più del mondo intero»
Aleksandr Solženicyn,
discorso di ringraziamento per il per la LetteraturaNobel (1970) .
E qual è il primo punto per prevenire il radicarsi del male? Uno dei primi, forse il primo in assoluto, è la lealtà alla verità, il chiamare le cose col loro nome.
Perché la prima cosa che fa un regime dittatoriale, che si fonda necessariamente sulla menzogna (la menzogna che una parte sia il tutto) è diffondere sistematicamente menzogne, “menzogne di Stato”.
Quindi la prima cosa da fare per contrastare il male che si fonda sulla menzogna è affermare la verità, chiamare le cose con il loro nome.
Questo, si badi, non significa affermare come vero qualcosa di più di quanto è legittimo affermare come tale: non è insomma, sostenere un atteggiamento dogmatico. La nostra conoscenza è limitata e imperfetta. Ma di certe cose possiamo essere certi: e quindi è importante non chiudere gli occhi su ciò che vediamo.
essenza e limiti del ☮️ pacifismo ideologico
Che cosa si deve intendere per “pacifismo ideologico”? In sintesi, è l’atteggiamento di chi, pur di non dover affrontare il male, è disposto a mentire, a non chiamare le cose col loro nome.
È questo il primo e più fondamentale errore di un pacifismo ideologico: piegare la verità a un proprio progetto. Stuprare la verità. Dosare diabolicamente menzogna e verità in un mixer preconfezionato, perché si pensa che così tutto andrà a posto.
Ora, è si vero che non sempre è opportuno dire tutta la verità. Ma dire la menzogna è cosa diversa. È diverso dal valutare quanto di vero sia opportuno dire, davanti un dato interlocutore in un dato momento.
In ogni caso, se la prudenza può suggerire a che livello di dettaglio scendere, vale il principio che meno cose si nascondono, dove sono in gioco la dignità e la libertà delle persone, meglio è.
una selettività menzognera
Una documentazione del carattere menzognero del pacifismo ideologico è la sua ricorrente selettività: si vedono le magagne di certi regimi, e e quella di altri no. Più spesso però più che negare che ci sia del male anche in certi regimi, dittatoriali e guerrafondai, lo si equipara, in modo menzognero, a quello dei paesi democratici: la menzogna assume spesso la forma della equiparazione del non equiparabile.
Come quando ad esempio qualcuno dice “anche l’Occidente, anche i paesi democratici hanno ucciso come fanno i regimi dittatoriali”. Il riferimento è ad esempio il dato delle persone morte di fame in Africa: sarebbero le vittime dell’Occidente, che non avrebbe niente da invidiare agli (almeno) 80 milioni di morti ammazzati da Stalin e da Mao (come documenta il Il libro nero del comunismo ).
Si tratta però di un sofisma:
- intanto non è detto che le morti per fame nei paesi poveri siano da addebitare, interamente o prevalentemente, a errori dell’Occidente. Le cause sono ben più complesse.
- Ma poi c’è il fatto che in ogni caso “lasciare morire”, “non prestare tutto il soccorso possibile”, è cosa diversa dall’uccidere. Se uno è sincero con sé stresso può verificare se preferirebbe stare accanto a qualcuno che non gli presterebbe aiuto, in caso di bisogno, o accanto a qualcuno che lo vuole ammazzare.
I regimi dittatoriali fanno qualcosa di peggio che non prestare tutto l’aiuto possibile a chi è nel bisogno: ammazzano, uccidono. Uccidono gli oppositori (è il caso, recente, di Naval'nyj nella Russia putiniana), uccidono chi vogliono, senza che ci siano magistrati indipendenti e organi di informazione liberi che possano intervenire.
Nei regimi democratici non accade questo: chiunque può verificare di poter dire tutto il male che vuole dei propri governanti, senza rischiare il carcere, la tortura o l’assassinio.
La radice dal pacifismo ideologico
«se non ci fosse niente per cui vale la pena morire,
non ci sarebbe niente per cui vale la pena vivere»
Aleksej Naval'nyj,
in Io non ho paura, non abbiatene nemmeno voi
Chiediamoci ora: perché questa disponibilità alla menzogna? Per lo più, a parte forse il caso di personalità patologicamente disturbate, la risposta si trova in un miope desiderio di comodità, un miope accovacciarsi nella propria tana, e lasciar fare al coccodrillo di turno tutto quello che vuole, sperando che “almeno ci mangi per ultimi”.
Tutto, nei paesi democratici, cospira a creare una mentalità viziata, indisponibile al sacrificio. E sacrificio, e impegno, occorrono per salvaguardare il bene pubblico, il bene della libertà e della pace. C’è stata gente, nella storia, che è morta per un ideale di libertà: recentemente Naval'nyj, che può a buon diritto considerarsi un martire, diceva che «se non ci fosse niente per cui vale la pena morire, non ci sarebbe niente per cui vale la pena vivere».
Noi siamo invece troppo abituati ad avere tutto senza fatica. Tutto gratis. E siamo pieni di pretese.
Filosoficamente, poi, la radice che da una giustificazione teorica al finto pacifismo, al pacifismo ideologico, è il relativismo: non sappiamo niente, non possiamo essere certi di niente. Per cui tutto e il contrario di tutto si equivalgono.
il pacifismo ideologico funziona?
«meglio rossi che morti»?
Si dirà: “va bene la verità, va bene la disponibilità al sacrificio, ma noi non siamo eroi e non vogliamo venir sbranati dal coccodrillo. E evitare di contrastare il Male è l’unico modo per potercene stare tranquilli”.
Ma è proprio così? Il pacifismo ideologico è davvero più efficace di una fermezza contro il male, una giusta fermezza, fondata sulla verità?
Possiamo considerare uno dei casi più eclatanti di smentita di questa tesi: quello del crollo dell’Unione Sovietica (e del quasi crollo del comunismo). Sembrerebbe, a tutta prima, che lì ci sia una smentita della tesi che un regime dittatoriale non può evolversi senza pressione esterna.
Ma così non è: il comunismo crolla anche e soprattutto per pressione, anche militare, esterna. Se il comunismo crolla è anche per via della impossibilità di reggere alla superiorità militare americana: l’URSS si svenava per armarsi, riducendo enormemente il livello di benessere della gente pur di produrre armi potenti, ma le sue armi rimanevano sempre più indietro rispetto alla tecnologia americana. E una innegabile importanza la ebbe la questione degli euromissili.
Il posizionamento in territorio europeo dei cosiddetti euromissili (i Cruise e i Pershing), in grado di sfondare qualsiasi difesa antiaerea russa, provocò le isteriche reazioni di quelli che credo sarebbe giusto chiamare, senza offesa, “pacifinti“, che urlavano contro la loro installazione, ad esempio a Comiso, al grido di «meglio rossi che morti».
il nome
Nel nome “pacifinti” vi è un indubbio elemento polemico, che sottolinea l'illusorietà di tale atteggiamento, il suo vano credersi portatore di pace, dato che non c'è pace senza giustizia.
Tuttavia siamo ben lontani dalla parola “panciafichisti”, usata sprezzantemente da Mussolini per bollare coloro che criticavano la sua politica guerrafondaia.
La loro tesi era, in estrema sintesi: se installiamo gli euromissili, Mosca ci bombarderà e moriremo tutti. Meglio quindi lasciare che i carri armati russi arrivano da noi, piuttosto che morire sotto le loro bombe atomiche: appunto, «meglio rossi», cioè sotto il tallone sovietico, «che morti».
La storia ha smentito tale “delirio pacifinto”: non solo gli euromissili non hanno provocato una risposta militare sovietica, ma al contrario hanno dato un loro potente contributo alla fine del comunismo sovietico. Dimostrando così che il male non è invincibile. E che la fermezza contro il male paga di più della arrendevolezza al male.
esiste un pacifismo non ideologico?
Mi verrebbe da dire “sì”, ma si tratta di intendersi sui termini. Rovesciamo, allora, la domanda: tutte le guerre fatte dall’Occidente, dopo la 2a guerra mondiale, sono giuste?
Qui la risposta è palesemente, e drammaticamente, semplice e facile: è un sonoro e grosso NO!
A mio parere, infatti, non è stata giusta, o comunque opportuna, la Prima guerra del Golfo (1991). Né lo è stata la Seconda (2003), quella che ha posto fine al regime di Saddam Hussein. Non è stata una grande idea nemmeno l’intervento che ha posto fine al regime di Gheddafi in Libia (2011).
Il modo con cui l’Occidente prima non è intervenuto (con la Croazia), e poi ha lo fatto in modo anche troppo interventista (con la Bosnia e il Kossovo), nella dissoluzione della Yugoslavia (dal 1991), è, per usare un generoso eufemismo, ampiamente inadeguato. In particolare, l’aver attivamente favorito la secessione del Kossovo dalla Serbia ha creato un grave precedente, che è stato poi usato dalla propaganda putiniana.
L’intervento in Afghanistan dopo l’11 settembre poteva anche starci, ma il modo con cui è stato gestita la presenza americana (e il suo disimpegno finale) è stato a dir poco disastroso.
Quindi, che gli interventi militari occidentali siano stati spesso maldestri, e spesso anche disastrosi, è qualcosa che rendeva giustificabile una mobilitazione pacifista. Che può aver (avuto) un senso nella misura in cui se la prendeva non con l’Occidente, ma con gli errori, anche militari, dell’Occidente. E con il vizio, tipico non dell’Occidente, ma di un certo Occidente (forte soprattutto negli Stati Uniti), di fare troppo affidamento alla sola azione militare, dimenticando la totalità dei fattori in gioco.
Ne segue che, certo, può esistere un pacifismo buono e non ideologico. Purtroppo però, nella realtà di fatto, le mobilitazioni “popolari” contro le guerre sbagliate dell’Occidente, hanno finito con l’abbracciare posizioni false, tipiche del pacifismo ideologico, di cui si è prima parlato.
⚖ Per un giudizio
In sintesi: la pace è una cosa buona. Ma poiché non ci può essere una pace vera che non sia anche giusta, e quindi fondata sulla verità, il pacifismo ideologico, che altera la verità e riverisce la menzogna, si illude soltanto di essere amico della pace.
📚 Bibliografia essenziale
- Mauro Barberis, Come internet sta uccidendo la democrazia, Milano 2020 (
o
).
- Mauro Dorato, Disinformazione scientifica e democrazia. La competenza dell'esperto e l'autonomia del cittadino, Milano 2020 (
o
).
- Vittorio Emanuele Parsi, Il posto della guerra. e il costo della libertà, Milano 2022 (
o
)[con implacabile logica, Parsi evidenzia come l'unica risposta adeguata all'invasione di Putin sia farla fallire. Pena il regredire alla legge della giungla, dove il più forte mangia il più debole].
- Walter Quattrociocchi, Misinformation. Guida alla società dell'informazione e della credulità, Milano 2016 (
o
)[interessante analisi della credulità che si forma soprattutto sui social, quando si fromano delle echo chambers fortemente polarizzate e propense al complottismo].
Aleksandr Solzenicyn, Arcipelago Gulag, Milano 1974 (o
)[precisa e fedele ricostruzione sulla repressione nei campi concentramento sovietici, raccontata dai sopravvissuti a a quel regime criminale e sanguinario].
- Tommaso d’Aquino, De regno. ad regem Cypri, Paris 1263-70 (
o
)[vi viene aspramente criticata la tirannide].