un ritratto di Nietzsche

L'eterno ritorno

il surrogato dell'immortalità

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l'eterno ritorno

Nietzsche confida, in Ecce homo, di aver avuto la folgorante intuizione di esso durante una passeggiata vicino al lago di Silvaplana, in alta Engadina: l'esperienza che lui stava vivendo in quel momento l'aveva già vissuta altre volte, infinite altre volte, per cui l'avrebbe anche in futuro rivissuta, infinite altre volte.

La prima formulazione di tale intuizione la troviamo nell'aforisma 341 della Gaia scienza:

Che accadrebbe se, un giorno o una notte, un demone strisciasse furtivo nella più solitaria delle tue solitudini e ti dicesse: «Questa vita, come tu ora la vivi e l'hai vissuta, dovrai viverla ancora una volta e ancora innumerevoli volte, e non ci sarà in essa mai niente di nuovo, ma ogni dolore e ogni piacere e ogni pensiero e sospiro, e ogni indicibilmente piccola e grande cosa della tua vita dovrà fare ritorno a te, e tutte nella stessa sequenza e successione - e così pure questo ragno e questo lume di luna tra i rami e così pure questo attimo e io stesso. L'eterna clessidra dell'esistenza viene sempre di nuovo capovolta e tu con essa, granello di polvere!».

L'eterno ritorno non è una teoria del tutto nuova: essa era già stata sostenuta, ad esempio, dagli stoici come pure è presente in concezioni orientali. Suo fondamento può essere la congiunta affermazione del carattere finito dello spazio e della materia, il determinismo e l'infinità del tempo: prima o poi le combinazioni del cosmo (essendo finite) si ripresentano.

Ma Nietzsche non pretende di dare una prova cosmologica, razionale dell'eterno ritorno, si tratta piuttosto di una intuizione, funzionale al suo pensiero.

In effetti il senso dell'eterno ritorno non è il fatalismo: “se tutto è già scritto lasciamoci pure andare al destino”, quanto piuttosto l'esigenza di vivere l'istante presente con la massima intensità possibile, amando la terra, nella fedeltà alla terra, accettando il divenire nel suo darsi innocente, sapendo che vivremo in futuro infinite altre volte come ora decidiamo di vivere.

Non è dunque il passato che ci schiaccia, ma il presente che domina, spianandosi la strada al futuro, non c'è “fu” che non sia un “volli” (“così io volli”).

Certo, non è scontato che sia così, non è così per tutti: l'eterno ritorno schiaccia chi è semplicemente uomo, mentre esalta il superuomo; vediamo infatti come procede il citato aforisma 341:

Non ti rovesceresti a terra, digrignando i denti e maledicendo il demone che così ha parlato? Oppure hai forse vissuto una volta un attimo immenso, in cui questa sarebbe stata la tua risposta: «Tu sei un dio e mai intesi cosa più divina»? Se quel pensiero ti prendesse in suo potere, a te, quale sei ora, farebbe subire una metamorfosi, e forse ti stritolerebbe; la domanda per qualsiasi cosa: «Vuoi tu questo ancora una volta e ancora innumerevoli volte?» graverebbe sul tuo agire come il peso più grande! Oppure, quanto dovresti amare te stesso e la vita, per non desiderare più alcun'altra cosa che questa ultima eterna sanzione, questo suggello?

L'eterno ritorno può soffocare, come nella visione del giovane pastore, ma il superuomo è colui che lo assimila (ne morde la testa) e ne esce vincitore:

Vidi un giovane pastore rotolarsi, soffocato, convulso, stravolto in viso, cui un greve serpente nero penzolava dalla bocca. Avevo mai visto tanto schifo e livido raccapriccio dipinto su di un volto? Forse, mentre dormiva, il serpente gli era strisciato dentro le fauci e - lì si era abbarbicato mordendo. La mia mano tirò con forza il serpente, tirava e tirava - invano! non riusciva a strappare il serpente dalle fauci. Allora un grido mi sfuggì dalla bocca: "Mordi! Mordi! Staccagli il capo! Mordi!", così gridò da dentro di me: il mio orrore, il mio odio, il mio schifo, la mia pietà, tutto quanto in me - buono o cattivo - gridava da dentro di me, fuso in un sol grido.- (...) - Il pastore, poi, morse così come gli consigliava il mio grido: e morse bene! Lontano da sé sputò la testa del serpente -; e balzò in piedi.- Non più pastore, non più uomo, - un trasformato, un circonfuso di luce, che rideva! Mai prima al mondo aveva riso un uomo, come lui rise! Oh, fratelli, udii un riso che non era di uomo, - e ora mi consuma una sete, un desiderio nostalgico, che mai si placa. La nostalgia di questo riso mi consuma: come sopporto di vivere ancora! Come sopporterei di morire ora!

Il serpente è appunto l'eterno ritorno (simboleggiato da una figura che può mordersi la coda disegnando un cerchio), il giovane pastore è l'uomo che non può evitare l'eterno ritorno e ne rimane soffocato (non riesce a strapparselo di bocca): l'unico modo per liberarsi dal peso dell'eterno ritorno è in qualche modo mangiarlo, assimilarlo; così fa il pastore che diviene in seguito a ciò una nuova creatura, un superuomo.

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