
Pentimento collettivo?
una necessità etica e politica
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Francesco Bertoldi
il problema
Affrontiamo un tema, che ha una rilevanza storico-politica non trascurabile: può esserci un pentimento collettivo? A pentirsi può essere un soggetto collettivo? O solo un soggetto individuale, solo la singola persona può pentirsi?
Il problema non è teorico: esistono delle soggettività politico-culturali che si concepiscono in continuità con soggettività che si sono rese responsabili, in passato, di gravi ingiustizie, o anche di enormi e sanguinarie violazioni dei diritti umani: pensiamo ai fenomeni del comunismo, o del nazismo, o del fascismo. Ma in qualche modo ciò può riguardare anche soggettività religiose, come le Chiese cristiane, o la comunità islamica, o altre soggettività collettive.
necessità di “pentimenti collettivi”
Da un lato è lecito chiedersi se un individuo può pentirsi di qualcosa che non lui personalmente ha fatto.
Dall'altro, però, se quel tipo di azioni (gravemente) negative non è ascrivibile a circostanze contingenti che esistevano solo nel momento in cui si sono verificate (come il temperamento di certi individui o altri fattori non riproducibili, non replicabili, o che si possano comunque ragionevolmente considerare indipendenti da volontà umana), ma è conseguenza di una ben precisa logica, di ben precisi presupposti teorici, consapevolmente e liberamente abbracciati, allora il discorso cambia. Cambia se gli individui esistenti in un dato momento continuano a condividere quei presupposti teorici, quella logica.
per evitare di ripetere gli errori
In tal caso infatti nulla garantisce che essi non si renderanno responsabili, nel caso se ne dessero le circostanze favorevoli, di azioni simili a quelle, nefaste, del passato. Solo se viene decriptata quella logica, fino a giungere alla radice prima che ha condotto alle nefandezze commesse in passato, sarà possibile in futuro evitare atti come quelli. Lo ha mirabilmente sottolineato Aleksandr Solzenicyn: senza un giudizio sul passato, sui suoi errori, uno è destinato, presto o tardi, a ripetere tali errori.
Ecco i passaggi salienti della impietosa analisi del dissidente sovietico, che rimprovera alla Russia di non aver condannato i propri errori passati:
Nella Germania Occidentale fino al 1966 sono stati condannati ottantaseimila criminali nazisti, e noi gongoliamo, non risparmiamo pagine di quotidiani e ore di radio, ci fermiamo ai comizi anche dopo il lavoro e votiamo: non basta! Neppure ottantaseimila bastano! e sono pochi vent’anni di processi, bisogna continuare!
Da noi invece (secondo quanto è stato pubblicato) sono state condannate circa trenta persone.(...)
Perché alla Germania è dato di punire i suoi malvagi e alla Russia no? Quale funesta via percorreremo se non ci sarà dato di purificarci della sozzura che marcisce dentro il nostro corpo? Che cosa potrà insegnare al mondo la Russia? (...)
il fatto che gli assassini dei nostri mariti e dei nostri padri viaggino per le nostre vie e noi lasciamo loro la strada, questo no, non ci tocca, non ci preoccupa, è “rivangare il passato”. (...)
Tacendo sul vizio, ricacciandolo nel corpo perché non si riaffacci, noi lo seminiamo, e in futuro germinerà moltiplicato per mille. Non punendo, non biasimando neppure i malvagi, non ci limitiamo a proteggere la loro sterile vecchiaia, ma strappiamo dalle nuove generazioni ogni fondamento di giustizia. (...)
I giovani imparano che la bassezza non viene mai punita sulla terra, anzi porta sempre il benessere. Non sarà accogliente un tale paese, farà paura viverci!
Aleksandr Solzenicyn, Arcipelago Gulag
e per rendere giustizia alle vittime
Un “pentimento collettivo” però non ha solo la funzione di evitare futuri errori, di evitare di ripetere nel futuro quanto ha commesso la soggettività a cui si appartiene, quella cioè di cui si condividono i presupposti teorici di base. Esso è necessario anche per rendere giustizia a chi ha subito le sopraffazioni del passato, da parte di una certa soggettività. In effetti l'unico argomento che potrebbe legittimare la assenza di scuse, l'assenza di pentimento, la mancata richiesta di perdono è l'idea che quelle azioni siano state commesse “innocentemente”, ad esempio perché trascinati dalle circostanze, da circostanze incontrollabili. Ma così non è: perché se ogni individuo è capace di giudizio, di un giudizio non schiacciato sull'immediato, e può liberamente osservarlo, come si è detto nella pagina sul pentimento, questo vale anche per l'insieme di individui, vale anche per le soggettività collettive.
Bene ha fatto perciò Giovanni Paolo II, in occasione del Giubileo del 2000, a chiedere perdono per gli errori passati della Chiesa. Non ha detto “è acqua passato, non pensiamoci più”, non ha detto “sono stati altri a sbagliare”, ma si è assunto, in quanto “capo” della Chiesa, la responsabilità di quanto accaduto, e ha chiesto perdono.