Marat, teorico del complotto
e abile agitatore del “popolo”
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Zeffiro Ciuffoleti
Il brano seguente, sulla figura di Marat, è tratto da Retorica del complotto, Milano 1993.
«Tra i protagonisti della rivoluzione francese, quello che fece l’uso più spregiudicato e ossessivo — ma anche giornalisticamente e politicamente più efficace — della denuncia sistematica del complotto come elemento di mobilitazione fu Jean Paul Marat. Poco amato ma utile ai grandi mattatori della rivoluzione, da Robespierre a Danton, con «L’Ami du Peuple» svolse un ruolo molto più determinante di quanto la storiografia filogiacobina abbia mai voluto ammettere. Tutte le svolte più cruente e politicamente traumatiche della rivoluzione lo videro come protagonista: dalla notte del 4 agosto 1789 alle giornate dell’ottobre dello stesso anno, a quelle del 10 agosto del 1792 e ai massacri del settembre dello stesso anno e poi alla offensiva contro i girondini culminata nella giornata del 31 maggio del 1793. Intervenendo con opuscoli e con il suo giornale nelle vicende rivoluzionarie, impresse svolte decisive al loro corso proprio agitando come spauracchio minaccioso e ossessivo, ma anche altamente mobilitante, l’idea del complotto, raffigurato via via nella corte, nel re, in Necker, in Bailly, in La Fayette, in Mirabeau, in Barnave e sempre negli istituti rappresentativi legittimi, dall’Assemblea costituente alla legislativa al comune, nell’esecutivo, e in tutte le forze e gli uomini che tentarono di assestare e frenare il processo rivoluzionario.
Marat si considerava un genio incompreso poiché i suoi esperimenti di fisica non erano stati presi in considerazione dall’Accademia delle Scienze e vedeva nella politica un mezzo di riscatto: «Verso il periodo rivoluzionario - scrive nei suoi Mémoires - esasperato dalle persecuzioni che subivo da tanto tempo dall’Accademia delle Scienze, afferrai con slancio l’occasione che mi si presentava di respingere i miei oppressori e di occupare il mio posto».
Prima di trovare il suo molo nei giorni della rivoluzione Marat aveva atteso, ribollendo di odio contro tutti coloro che in qualche modo erano al potere e dominavano la società e la repubblica delle lettere. Per lui tutti i potenti erano corrotti e svelare i vizi dei grandi divenne uno dei cardini del suo modo di fare politica e di fare giornalismo. Marat, medico senza ammalati e scrittore senza successo, si riteneva superiore a Newton e a Lavoisier, e osò sostenere al momento dei suoi trionfi, nel gennaio 1793, che, prima della rivoluzione aveva «esaurito quasi tutte le combinazioni dello spirito umano nella morale, la filosofia e la politica per coglierne i migliori risultati». Nella sua megalomania riassumeva bene le ambizioni di molti aspirano intellettuali, che invano avevano bussato alla porta degli aristocratici che dominavano la repubblica delle lettere e dei begli spiriti che monopolizzavano i salotti e le accademie.
Tormentato da eczemi e da una eterna emicrania, scriveva i suoi articoli a mollo in una tinozza piena d’acqua e d’aceto. Il suo bagaglio politico, prima di cristallizzarsi nella teoria del complotto, era quello tipico di derivazione rousseauiana. Rousseauiani erano i temi ricorrenti nelle sue opere politiche: la sovranità popolare, il carattere meramente tecnico della delega ai rappresentanti, il mandato imperativo, il diritto di resistenza alle leggi ingiuste e ai mandatari infedeli, il tema della volontà generale e della virtù, chiave di volta e garanzia dell’intera struttura politica democratica per quanto categoria ineffabile e indefinita a volte venata di demagogia populistica e nazionalistica. Marat derivava da tutto questo la tesi della legittimità dell’azione diretta delle masse popolari sulle quali nessun potere dovevano avere i mandatari. Nello stesso tempo considerava le masse popolari apatiche, vili e cieche, e perciò bisognose di sentinelle che vegliassero per loro sulla rivoluzione contro i traditori. Marat si considerava l’occhio e la voce del popolo. La sua convinzione fondamentale era quella dell’identità dell’azione e della parola, quando è la parola del giornalista che forma l’opinione e mobilita le masse apatiche e ignoranti. Per questo il ruolo di Marat -come ha scritto Mona Ozouf — si identifica totalmente con il suo giornale, al punto che la sua vita durante la rivoluzione si confonde con quella dell’«Ami du Peuple». Il suo era un giornale militante e di denuncia, pieno di «atroci misteri svelati», «di trame infernali scongiurate», «di complotti ai danni del popolo», di pronostici catastrofici e di violente accuse contro i detentori del potere, non importa chi essi fossero.
Attraverso queste «rivelazioni» sensazionali, Marat comunicava con l’immaginazione popolare e attivava la comunicazione emotiva. È Marat a predire la fuga del re, la diserzione di La Fayette, la corruzione di Mirabeau, il tradimento di Dumouriez. Delle mille predizioni, alcune si avverano e Marat punta su quelle per rilanciare e denunciare nuovi complotti contro la rivoluzione. I complottatori per Marat non sono uomini ma ombre di cui servirsi per sottolineare, per contrasto, la purezza e l’integrità del suo discorso. Il rimedio contro i complotti è la purga. Reclama ossessivamente «seicento teste», poche gocce di sangue per evitarne fiumi, oppure «duecentomila», diffondendo una logica sacrificale, che contrabbanda la violenza come necessità. Marat si offre come vittima predestinata, anzi vaticina a più riprese il suo stesso assassinio. In questo senso «L’Ami du Peuple» non diffonde solo la filosofia del complotto, inseparabile dal giacobinismo, ma inventa il linguaggio del Terrore, con l’ossessione della trasparenza. Di Rousseau condivide il moralismo, l’idea della necessità dell’aggregazione etica dei cittadini, dei virtuosi e degli onesti in una sorta di stato etico e spartano, dove sarà impedito ai piccoli produttori, base della nuova società, di accumulare ricchezze, mantenendo la virtù anche con la forza.
Marat fu uno dei primi a teorizzare la dittatura (luglio 1791) e a proporsi come dittatore. Lui che, come ebbe a scrivere nella sua Autodifesa, si considerava «il solo scrittore dopo J.J. Rousseau al di sopra di ogni sospetto», non mostrò mai rispetto per la democrazia rappresentativa. Secondo lo storico Mathiez, Marat conosceva bene i vizi del sistema rappresentativo inglese, ma la questione è più profonda. Al di là dell’influenza del pensiero di Rousseau, il giornalismo militante di Marat e la sua mania di persecuzione non potevano non correlarsi alla pratica della democrazia diretta, nella quale poteva svolgere un molo di protagonismo politico simile a quello che si praticava nei club rivoluzionari e nelle società popolari. Certo è che Marat, nella sua lucida paranoia, era abilissimo nell’uso politico dei mezzi di informazione e il suo successo andava ben oltre le 2000 copie di tiratura dell’«Ami du Peuple». L’influenza di Marat sul «popolo minuto» parigino e sui militanti rivoluzionari a tempo pieno è stata superiore a quella di qualsiasi altro leader rivoluzionario, persino di Robespierre, che riconosceva apertamente la «prodigiosa influenza» del suo giornale. Troppo caro per le tasche del popolino, «L’Ami du Peuple» aveva però un pubblico di massa grazie alle letture pubbliche nei club, nelle assemblee di sezione, nei caffè e nel giardino del Palais Royal, dove Marat godeva anche della protezione del duca d’Orléans. Il quotidiano si stampava vicino alla casa di Marat, in Cour du Commerce, e di fronte alla tipografia si apriva il Procope, il caffè di Danton, di Legendre, di Fabre d’Eglantine, di Hebert, altro predicatore di sangue dalle colonne del suo «Père Duchesne», amico rivale di Marat. Un luogo strategico e un giornale chiave per capire i movimenti delle folle parigine.
Con «L’Ami du Peuple» Marat realizzò la più compiuta e moderna concezione del giornale come strumento di azione e mobilitazione rivoluzionaria, pronto a individuare i soggetti sociali da mobilitare e da coinvolgere a seconda della contingenza politica e della congiuntura economica. Marat parla in nome degli esclusi, dei «cittadini passivi», del menu peuple, colpito dalla crisi economica e dalla disoccupazione ed escluso dal sistema elettorale censitario della costituzione del 1791, apre il suo giornale alle proteste e alle denunce del popolo, incita i cittadini alla sorveglianza, alla ribellione, alla delazione. Non ci sono leggi da rispettare, rappresentanti che non siano corrotti, governi che non complottino contro il popolo. Marat era perfettamente consapevole della funzione del giornale. «Vi sono stati ben pochi grandi avvenimenti dopo la presa della Bastiglia — scrive nel maggio del 1791 — che io non abbia preparato, e quanti ne ho provocati da solo?»
Il giornalismo come strumento di azione rivoluzionaria fu elaborato da Marat e da lui perfezionato in chiave tecnica ed espressiva. Egli comprese più di tutti l’efficacia simbolica del «discorso persuasivo» e della «comunicazione emotiva». Scelse consapevolmente un linguaggio triviale e a volte osceno per coinvolgere i militanti e colpire la sensibilità popolare. Così come scelse il tema del complotto perché funzionale al giornalismo di denuncia e alle paure più recondite della mentalità collettiva.
Se Robespierre, per esempio, si mantenne sempre personalmente lontano dall’azione e dal contatto diretto con la folla, Marat fù spesso l’ispiratore e il provocatore, se non l’animatore, dell’azione diretta di massa, anche se poi a sfruttarla politicamente fu proprio Robespierre. Marat non era un capopopolo e il suo ruolo nelle giornate della presa della Bastiglia o in quelle dell’ottobre del 1789 fu assai più marginale di quanto lui stesso amasse far credere: era essenzialmente un giornalista convinto di dover usare la penna come una spada, ma conosceva le aspirazioni e le passioni del popolo assai più di Robespierre.
Sapeva che la gente era «disposta a credere a ciò che voleva credere», che le folle credevano per generosità, ma anche per convenienza, per stupidità ma anche per furbizia. Sapeva che la gente cercava certezze che potessero esaltare lo spirito e soddisfare le proprie tensioni religiose, ma anche riempire la pancia.
Marat e Robespierre erano molto diversi, ma ci fù come una divisione dei ruoli nel loro impegno politico fra azione violenta e illegale e azione legale. Nel loro incontro tra la fine del 1791 e gli inizi del 1792 Robespierre e Marat compresero perfettamente le loro caratteristiche e le loro diversità.»