un ritratto di Las Casas

Bartolomeo de las Casas

difensore degli indios

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«L'evangelizzazione costitutiva dell'America latina è uno dei capitoli rilevanti delta storia della Chiesa ... Il nostro sostrato radicalmente cattolico, con le sue attuali forme vive di religiosità, fu stabilito e dinamicizzato da una vasta schiera missionaria di vescovi, religiosi e laici ... Intrepidi lottatori per la giustizia, evangelizzatori della pace, come Antonio di Montesinos, Bartolomé de Las Casas, Juan de Zumarraga, Vasco de Quiroga, Juan dei Valle ... e tanti altri che difesero gli indi di fronte a encomenderos e conquistatori anche sino alla morte, mostrano con l'evidenza dei fatti come la Chiesa promuove la dignità e la libertà dell'uomo latinoamericano » ...

Assemblea dei vescovi latinoamericani a Puebla, genn. '79, Conclusioni, n. 2555

Il secolo XV è stato per la Chiesa un secolo di forti tensioni. La nascita degli stati nazionali e di uno spirito umanistico areligioso provoca diversi attriti tra fede, società e cultura. La situazione della Spagna non è diversa da quella europea: i re spagnoli praticano una politica di autonomia nei confronti di Roma (non permettono, ad es., che si esporti la loro valuta a Roma come tributo alla cattedra di Pietro), e propongono i candidati all'episcopato.

Unificata politicamente la penisola coi matrimonio di Isabella di Castiglia e di Ferdinando d'Aragona e la vittoria contro gli arabi a Granada, la Spagna si lancia nelle scoperte (1492).

La politica spagnola in Italia, favorevole al Papa, la profonda religiosità di Isabella (« la Cattolica »), la solidarietà tra chiesa e regno contro i mussulmani rendeva il trono spagnolo un amico privilegiato della Santa Sede. Così, quando Cristoforo Colombo, scopre le « Indie Occidentali », i reali di Spagna ottengono con facilità dal papa Alessandro VI il riconoscimento dei loro diritti di possesso sulle terre scoperte. La donazione ha un motivo religioso. Il re e la regina dovevano impegnarsi a curare la diffusione della fede cristiana in quei paesi: obbligo di mantenere il clero, aiutare la loro predicazione, ma anche diritto di erigere diocesi e di nominare vescovi.

la conquista

La Spagna fece derivare dal compito missionario affidatole anche il diritto di conquista e di occupazione territoriale sull'esempio della guerra contro i mussulmani in Europa, trasformata nei nuovi territori in guerra contro il paganesimo.

Un pesante condizionamento storico giustifica il binomio missione-conquista: non si avevano esperienze di contatto con popoli di altre culture, ed era diffusa la credenza che per far nascere cristiani veri dai pagani bisognava distruggere tutte le concezioni e i culti precedenti. D'altra parte, la sete di ricchezze e di potere che domina i conquistadores è un elemento molto influente. La stessa impresa di Colombo - anche se lui stesso e la regina Isabella attribuivano una finalità missionaria al viaggio era spinta dal desiderio di arrivare all'Asia e alle sue ricchezze. Il diario di bordo dell'ammiraglio riporta la preoccupazione fondamentale dopo la scoperta delle terre nuove: « lo mi sforzavo di sapere se c'era dell'oro, e osservai che alcuni portavano, sospeso al naso, un pendaglio d'oro ... Compresi attraverso dei segni che, dirigendosi a sud, si arrivava da un re che aveva dei grandi vasi d'oro e quantità considerevoli dei prezioso metallo ... Così mi diressi a sud-ovest per cercare oro e pietre preziose »1.

L'avidità di ricchezze non tarda a mostrare i suoi effetti sugli indigeni: Colombo coprirà le spese dei futuri viaggi vendendo come schiavi in Europa i cannibali dell'isola Hispaniola (oggi Haiti), la prima terra scoperta.

Gli indiani, maltrattati, sfuggono il rapporto con gli europei. Per « evangelizzare » e sottomettere i nuovi popoli al re, gli spagnoli usano la violenza: nel 1494 Colombo intraprende personalmente la conquista armata dell'isola. Gli indiani, sempre vinti, alla fine devono accettare un sistema di tributi, pagato da ogni « nuovo suddito » dai 14 anni in su, in oro e in natura. Chi non può pagare viene raccolto sui bastimenti per essere venduto come schiavo.

Davanti alla paura della morte o della schiavitù gli indigeni scelgono spesso la fuga, lasciando i loro villaggi e i campi per una vita nomadica. Questa e le malattie portate dai conquistatori, oltre che i massacri, portano la popolazione india alla decimazione.

Sotto i successori di Colombo (Bobadilia, Ovando, Diego Colon), per saziare le richieste di manodopera per l'agricoltura, l'allevamento, le miniere d'oro e la pesca delle perle, lo sfruttamento degli indigeni diviene sistematico, come pure l'appropriazione delle loro terre e dei beni. La corona, mai informata, accoglie favorevolmente questa soluzione sia per motivi economici, sia per la necessità di tenere in -pugno le popolazioni e poterle evangelizzare. Così, nel 1503, per cedola reale, si avalla il sistema dell'encomienda: gli indiani, suddivisi in gruppi di un certo numero, sono catechizzati ed educati sotto l'autorità di un encomendero spagnolo che assicura loro giustizia e protezione. In « cambio » essi sono sottomessi al lavoro forzato per lo sfruttamento delle risorse coloniali.

La voce nel deserto

Teoricamente l'encomienda favoriva i coloni e gli indiani; in realtà essa dava luogo ad abusi senza fine. Una forte denuncia dell'implacabile disumanità dei conquistatori si trova in un rapporto dei frati domenicani in missione sui primi decenni della coIonizzazione spagnola: « Mentre gli indiani erano ben disposti verso di loro, i cristiani hanno invaso questo paese come lupi rapaci che fanno razzia di dolci e fragili agnelli ... ». Il rapporto continua con una serie allucinante di crimini: ---Deicristiani incontrarono una indiana che portava un bambino in braccio e lo allattava. Siccome il cane che li accompagnava aveva fame, essi strapparono il bambino dalle braccia della madre e, vivo, lo gettarono al cane, che si mise a divorarlo ... ».

« Siccome qualche indiano (che lavorava come portatore per i viaggi all'interno - n.d.r.) rosicchiando la corda che gli serrava il collo, riusciva a fuggire, i cristiani ebbero l'idea di portare con loro un molosso ... Quando qualche indiano fuggiva, il cane si lanciava ad inseguirlo e, raggiunto, lo sventrava ... ».

« Se tra i prigionieri c'era una donna che aveva partorito da poco, per non sentire il neonato piangere, lo prendevano per le gambe e lo massacravano contro le rocce e lo gettavano tra i cespugli, perché morisse ... ».

« I sorveglianti delle miniere trattavano gli indiani come cani; li frustavano con crudeltà, li picchiavano con la sbarra di ferro che serviva per estrarre l'oro. Ognuno di essi aveva l'abitudine di andare a letto con le indiane che gli piacevano e che dipendevano da lui, sia che fossero maritate o giovani donne ... » 2.

Il clerigo

Oltre ai domenicani, pochissimi si rendono conto della tragedia. Prima di loro, solo la regina Isabella si era espressa pubblicamente contro la schiavitù degli indiani, criticando Colombo che, dal suo secondo viaggio, aveva portato dei « suoi vassalli » come schiavi.

Ma gli schiavi rimasero, e qualcuno di questi venne a servire la famiglia di Pedro Las Casas, un mercante di Siviglia imbarcatosi con Colombo per far fortuna. Suo figlio Bartolomeo, nato nel 1474, aveva respirato fin da piccolo l'aria della città, satura di sogni di ricchezze.

Dopo gli studi di chierico, si imbarca anche lui verso il nuovo mondo, alla ricerca di profitti e di benefici ecclesiastici.

In rapporto alla media dei preti che andavano nelle indie, il clerigo Casas, istruito, è un prete un po' d'élite. Questo non lo preserva dallo sfruttare manodopera per arricchirsi. Già encomenderoall'Hispaniola, partecipa come cappellano delle truppe Narvàez alla conquista di Cuba. Pur cercando mitigare qualche atrocità, egli non è assolutamente contrario alla conquista armata e al regime coloniale.

Come ricompensa per il ruolo svolto durante la « pacificazione » dell'isola, egli riceve, in società con Pedro de Renteria, un modesto e buon magistrato suo amico, una discreta encomienda. Proprio a Cuba Bartolomeo vede il popolo indiano consumarsi sotto la schiavitù, più che sotto la guerra. In seguito egli è colpito, come tutti, dall'azione profetica dei domenicano Antonio de Montesinos: « Vox clamantis in deserto, una voce grida nel deserto ... voi siete tutti in peccato mortale e in esso vivete e morite per la crudeltà e la tirannia che usate verso queste vittime innocenti»3.

Mentre le autorità e l'oligarchia protestano per la veemenza dei domenicano - e lo spediscono in Spagna a render conto al re dei suo operato! - il clerigo Casas si fa toccare dalle sue parole, che non lo lasciano tranquillo.

In prossimità della Pentecoste dei 1514, meditando la Scrittura, rimane folgorato da un passo che gli capita sotto gli occhi: « Sacrificare il frutto dell'ingiustizia è offerta iniqua; i doni dei malvagi non sono graditi ... Sacrifica un figlio davanti al proprio padre chi offre un sacrificio con i beni dei povero ... Uccide il prossimo chi gli toglie il nutrimento, versa sangue chi rifiuta il salario all'operaio » (Sir. 34, 18-22).

Si decide: il 15 agosto 1514, dopo un accordo con il suo socio, rinuncia pubblicamente agli indiani e comincia l'opera a cui si voterà per 42 anni, stigmatizzando ingiustizie e tirannie degli spagnoli. Ma è una conversione ancora troppo umana: più scandalizzata dei male, che amante della verità.

Il protettore degli indiani

« ... ho desiderato arrivare qui seguendo la rotta tracciata dai primi evangelizzatorí al momento della scoperta del Continente: quegli uomini religiosi che vennero ad annunciare Cristo Salvatore, a difendere la dignità degli indigeni, a proclamare i loro diritti inviolabili, a favorire la loro promozione integrale, a insegnare loro la fraternità come uomini e come figli del medesimo Dio, Signore e Padre».

Giovanni Paolo Il, Saluto al Presidente della Repubblica Dominicana, 25-1-'79

L'arrivo di Montesinos in Spagna provoca un inaspettato regolamento dell'encomíenda: si afferma che gli indiani sono vassalli dei re e che hanno diritto a un giusto salario. Si limita anche l'obbligo dei lavoro agli uomini da 14 anni in su e si sottolinea la preoccupazione evangelizzatrice (leggi dì Burgos, 1512). La classe encomendera, in subbuglio, organizza l'opposizione. Las Casas raggiunge intanto la Spagna, dove spera di interessare di più la corona alla causa indiana. Ferdinando muore alcuni mesi dopo il suo arrivo (1516).

Nell'attesa che il re Carlo arrivi a Madrid, reggente è il cardinal Jimenez de Cisneros, fautore di una profonda riforma dei clero, precorritrice della riforma tridentina. A lui Las Casas propone una serie di « rimedi »perché « cessino i mali e i pregiudizi di cui soffrono gli indiani, perché Dio e il Principe nostro sovrano -siano meglio serviti ». H male più grave è lo smisurato potere che ogni spagnolo esercita sul gruppo di indiani a lui sottomessi. Egli propone perciò delle associazioni di encomenderosin cui il lavoro è dettato da criteri comuni. I coloni poi, avrebbero in comune un folto gruppo di indiani che potrebbero vivere in villaggi, sposandosi, allevando figli, crescendo di numero e aumentando la manodopera.

Altra proposta, le associazioni ispano-indiane: famiglie di contadini spagnoli, inviate nelle Indie, dovrebbero associarsi a nuclei familiari indiani, facilitando il mescolamento delle razze, la loro educazione religiosa e l'assimilazione delle tecniche agricole europee. « Il tutto sarà di grande profitto a Sua Altezza, le cui entrate aumenteranno in proporzione, mentre le isole vengono civilizzate e diventano le più feconde e più ricche del mondo »4.

Tra gli altri rimedi suggeriti: dei magistrati integri, che difendano gli indiani; un clero preparato per la cura dei coloni e degli indigeni; la diffusione di scritti teologici e giuridici in cui si difenda che «questi indiani sono uomini e sono liberi, e devono essere trattati come uomini liberi ». Vari teologi dei tempo, infatti, consideravano gli indiani non rispondenti alla definizione aristotelica dell'uomo come animale ragionevole, giustificando maltrattamenti, soprusi e schiavitù dei popoli delle nuove terre.

I rimedi dei 1516, cercando di salvare gli indiani dal genocidio, ammettono la possibilità di far uso di schiavi negri, più robusti, per alleggerire gli indiani dalle loro fatiche. La tratta dei negri, praticata da molto tempo, non scuoteva le coscienze di allora; da qui la «naturalezza » della pro-posta, consigliata già da altri prima di Las Casas. Anche questo, però, come tutti i rimedi, è un segno dei colonialismo presente ancora in lui. In fondo egli propone solo una razionalizzazione dei sistema dell'encomienda che, mentre preserva la vita agli indiani e facilita la loro cristianizzazione, assicura nello stesso tempo profitti crescenti agli spagnoli e alla corona. Sarà necessaria una nuova conversione - più radicale della prima - perché gli interessi economici passino realmente in secondo piano. Allora l'evangelizzazione sarà l'unico movente della sua attività e la dignità dell'uomo verrà difesa e affermata anche per i negri. Con parole che precorrono di alcuni secoli la coscienza mondiale sulla tratta dei negri Las Casas scriverà nelle sue memorie: « li suggerimento d'autorizzare l'importazione di schiavi negri in quelle regioni fu fatto dal padre Las Casas senza che egli si rendesse conto dell'ingiustizia insita nella loro cattura e nella riduzione in schiavitù da parte dei portoghesi; ma quando prese coscienza ... considerò sempre ingiusta e tirannica la schiavitù dei negri, alla pari con quella degli indiani »5.

Il sogno

Il cardinal Cisneros inviò nei Caraibi tre monaci geronimiti che in qualità di ispettori prospettassero le riforme necessarie per la difesa degli indiani, verificassero l'utilità del sistema dell'encomienda e valutassero la possibilità di impiantare delle riduzioni (villaggi indiani con una vita autonoma). Las Casas viene aggiunto come consigliere Prima di partire con i tre monaci, egli riceve da Cisneros la nomina di Protettore universale degli Indiani. In tal modo egli diveniva ispettore generale dei trattamento che gli indiani ricevevano e loro procuratore fiscale, con poteri illimitati per viaggiare in tutte le Indie, ritornare in patria e rendere conto alla corte.

L'inchiesta, svolta senza troppo rigore dai geronimiti - sensibili alle argomentazioni degli spagnolí, secondo cui gli indiani non erano capaci di vivere insieme in modo civile e di impegnarsi nel lavoro senza esservi costretti - non approda a nulla. Las Casas, spazientito dal l'atteggiamento dei monaci, ritorna in Spagna per continuare la sua battaglia.

La morte di Cisneros (1517) lo dispensa dal render conto della sua insubordinazione ai monaci ispettori. Intanto il giovane re Carlo scende dai Paesi Bassi a prendere possesso dei regno spagnolo La corte fiamminga che si trascina dietro, avida di guadagni, vede bene i progetti di ripopolamento delle nuove terre fatti da Las Casas, e anche H versamento diretto dei tributi alla corona (senza passare attraverso le mani predatrici dei coloni). il cancelliere dei re, Giovanni il Selvaggio, sarà attirato anche dai valori religiosi dell'iniziativa.

Forte di questi appoggi, Las Casas intraprende una nuova campagna per la riforma dei metodi di coIonizzazione. Egli riesce a presentare al Consiglio delle Indie il suo progetto di coIonizzazione pacifica mediante famiglie di contadini spagnoli, attorno

cui raggruppare « seì famiglie dì indiani », costituendo un'unica grande « familla rustica », che avrebbe pagato direttamente al re un quinto dell'oro estratto e un contributo per ogni -nucleo familiare indiano. Il progetto viene approvato dal Consiglio e Las Casas ottiene il permesso di reclutare i volontari e organizzare l'impresa. Giunto il momento di partire insieme con i contadini e il nuovo governatore dell'Hispaniola, Figueroa, favorevole al progetto, Las Casas cambia idea: rimane in patria, attirato da un progetto più ambizioso.

Nel 1517 Hernandez de Cordoba aveva scoperto il continente che si stendeva dietro la penisola dello Yucatàn, Cortèz, poi, aveva scoperto e conquistato il Messico. Las Casas comincia a sognare progetti grandiosi per una coIonizzazione pacifica in quelle sterminate e ricchissime terre vergini, Egli spera di ricevere il permesso per impiantare dei luoghi di scambio sulla terraferma, affidandoli a coloni scelti fra quelli che abitano già le isole, così da preservare i nuovi territori dalle incursioni degli avventurieri e dei mercanti di schiavi. Invece dei soldati egli avrebbe mandato, per i primi approcci con gli indigeni, dei monaci che avrebbero spinto le -popolazioni a convertirsi con metodi pacifici.

L'oro e il vangelo

Nel 1519, invece di partire e controllare l'esperimento con Figueroa sulle isole, il protettore degli indiani espone alla corte il suo nuovo disegno in cui profitto commerciale e progresso dell'evangelizzazione cercano di comporsi. Egli spera di ottenere una concessione sulla costa ancora inesplorata di Cumanà (nell'attuale Venezuela, di fronte a Trinidad). Per questo deve lottare contro un altro pretendente, Oviedo, conquistador senza scrupoli.

Il punto più umiliante dell'affare in cui, come confesserà più tardi, gli sembrava d'aver « venduto il Vangelo », è il contratto che alla fine riesce a stipulare con la casa reale. La concessione veniva accordata, ma con l'obbligo di versare una massa crescente di tributi via via che la sottomissione pacifica procedeva (15 mila ducati dopo i primi tre anni, 30 mila dopo il sesto, 60 mila dopo il nono). Inoltre Las Casas e i coloni si impegnavano a pagare al tesoro reale un quinto dell'oro e delle perle guadagnati con i commerci, e un sesto dei prodotti minerari estratti: « il bene, la libertà, la conversione degli indiani » erano una piccola appendice ai « puro interesse materiale » degli evangelizzatori.

Nel 1520 il clerigos'imbarca con 70 agricoltori, ausiliari della compagnia coloniale da lui costituita. A Porto Rico viene a sapere che a Cumanà la pace era stata violata da uomini che, per la loro cupidigia si erano inimicati gli indiani. Questi avevano massacrato alcuni missionari, scatenando una spedizione punitiva. Las Casas, appena arrivato alla sua concessione, riparte per Santo Domingo, per difendere la sua impresa e caricare i coloni associati. Oltre a questi egli trova, però, funzionari e magistrati che, in cambio dell'uso di mezzi di trasporto e dell'appoggio di un gruppo di soldati, vogliono partecipare ai profitti. E' costretto ad accettare la loro partecipazione, mentre la società cambia fisionomia. Per avere maggiore sicurezza sugli introiti gli ultimi arrivati spingono per una facile fonte di guadagno: il traffico degli schiavi.

Le speranze di poter unire profitti e bene degli indiani divengono sempre più deboli. Anche il progetto di coIonizzazione pacifica svanisce: mentre egli è a Santo Domingo a combattere contro il cinismo dei suoi soci, il suo luogotenente, Pedro de Soto, comincia a esplorare e sfruttare le risorse della zona: oro, perle, razzie d'indiani.

Al suo ritorno, il disastro: gli indiani, esasperati, incendiano alcuni magazzini, uccidono un monaco e quattro contadini. Il duro colpo rende Las Casas incapace di reagire. Ma, nel silenzio, una nuova luce si fa strada: « Egli arrivò a pensare -ricorda lui stesso nella Historia de las Indias - che Dio aveva voluto -prostarlo nell'afflizione per essersi associato a gente che non lo aiutava per carità o per la cura delle anime ... ma solo per sete di ricchezze. Gli parve chiaro che aveva offeso Dio mescolando la purezza dell'impresa con il fango e l'impurità di mezzi troppo umani o, meglio, disumani, così opposti interessi del mondo. Nel convento trascorrerà otto anni (dal 1522 a~l '30) in cui potrà acquisire una cultura teologica e giuridica che gli permetteranno di fondare i diritti degli indiani sulla dottrina tomista dei diritto naturale, conciliando questa con l'esigenza dell'annuncio evangelico. Saranno anche anni in cui maturerà sempre più la coscienza dei suo compito storico e in cui metterà in cantiere alcune delle sue opere storiche l'Historía de las Indias e l'Apologetica Hístoría e sul metodo missionario non violento (De uníco vocationis modo) destinate a produrre un cambiamento di mentalità nei confronti dei nuovo mondo. Ormai la sua lotta non è dettata da altri motivi che quello dell'evangelizzazione.

La sua prima manifestazione pubblica dopo il « ritiro dal mondo » è una lunga lettera dei 1531 al Consiglio delle Indie in cui, con una freschezza tutta nuova si annuncia il carattere della sua missione: « La carità di Gesù Cristo che non conosce misura né riposo verso la nostra fragile vita terrena, lo zelo per la sua Chiesa e la grande pietà per lo stato in -cui versano queste terre di Sua Maestà .... tutto questo mi ha spinto a dimenticare altre giuste occupazioni per indirizzare alle Vostre Signorie questa lettera ... .7. Perché scrive?

Negli anni 1520-30, gli stessi dei suo silenzio, si concludeva la conquista dei Messico e dei Guatemala per opera di Hernan Cortèz. Nel 1531, con Francisco Pizzarro e Diego Almagro inizia la conquista del Perù, che si conclude alcuni anni dopo con l'uccisione dell'Inca Atahualpa, dopo che questi aveva ricevuto il battesimo e consegnato i suoi tesori ai conquistatori, che credeva suoi amici. Ovunque gli spagnoli mietono vittime, a dispetto delle direttive ufficiali, preoccupate dello spopolamento delle colonie. H regime del-Vencomienda si radica sempre più come premio per il seguito dei conquistadores. Anche la terraferma, dopo le isole, è minacciata di morte.

Las Casas scrive proprio per riaffermare la necessità di una conquista pacifica dei continente. Dopo aver ricordato tutto il sangue versato « il cui grido arriva fino al cielo », in netto contrasto con il mandato papale e i desideri di evangelizzazione della regina Isabella, egli espone !I suo piano: una colonizzazione pacifica -per opera di francescani e domenicani « scelti per la loro santità e -sapienza, abitati dallo Spirito di Dio e bramosi soltanto della gloria di Dio ». I soldati, sottomessi a loro, avrebbero avuto unicamente funzione difensiva. Solo in questo modo si poteva garantire la -missione come fine primario.

La lettera non ebbe risposta, ma intanto, la politica della madrepatria verso le colonie stava cambiando.

I metodi di evangelizzazione nel xvi secolo

La prima evangelizzazione del continente americano presenta dei tratti dipendenti dal suo essere affiancata alla conquista. L'espansione missionaria che ne derivò e la vastità dei territori conquistati portarono a generiche conversioni in massa, senza vero e proprio catecumenato: sotto lo « choc » della conquista, la nuova società e la nuova fede si imponevano facilmente, data la poca resistenza che le società indigene, quasi completamente distrutte, opponevano.

Il metodo usato per l'annuncio era l'unico fino allora conosciuto per delle popolazioni pagane: quello della tabula rasa: distruggere tutte le antiche credenze per edificare il nuovo. La rottura totale con il passato era imposta ai nuovi convertiti: i sacrifici umani presenti nei culti indigeni suscitavano molto orrore. Questa rottura, rimase solo nel campo strettamente religioso. Per il resto, mentre la Corona e i conquistatori praticavano una politica di «ispanizzazione », i religiosi sembravano obbedire a una politica di difesa degli indiani e della loro fede dalla prepotenza e dal cattivo esempio degli spagnoli. Per questo essi preferivano costituire villaggi - soprattutto i gesuiti in Brasile e Paraguay - in cui erano esclusi gli spagnoli.

I villaggi erano diretti dai missionari, con l'aiuto di capi indigeni e comprendevano tutti gli aspetti necessari ad ogni comunità cristiana ed umana: chiesa, casa del clero, scuola, ospedale, infermeria, botteghe, ecc.

In questa politica di tutela, l'uso delle lingue indigene fu un capitolo molto importante. Francescani, domenicani e agostiniani (e, dal 1572, i gesuiti) ne conservarono l'uso, favorendo soprattutto le più diffuse, come il nahuatl, la lingua degli aztechi. Molti di essi le appresero e cominciarono a elaborare grammatiche, catechismi, opere di insegnamento e di edificazione. Un certo numero di esemplari sono giunti fino a noi e costituiscono uno strumento indispensabile per i linguisti delle culture precolombiane.

Fra tutti gli specialisti di cultura indigena, un posto privilegiato occupa il francescano Bernardino di Sahagun. La sua Storia delle cose della Nuova Spagna è una vera enciclopedia della cultura azteca, da lui elaborata con alcuni letterati indigeni, secondo tutti i canoni della etnologia moderna. Il motivo

per cui egli si dedicò a quest'opera non era disinteressato: voleva aiutare i suoi confratelli a purificare dal sincretismo la fede dei neofiti. Per questo bisognava avere una conoscenza approfondita delle culture preispaniche.

Il modo che i missionari adottarono per l'evangelizzazione fu la catechesi dei bambini e dei giovani di cui seppero fare dei piccoli testimoni presso le loro famiglie. La fede di questi giovani era così profonda che molti accettarono anche il martirio pur di non rinnegarla. I padri formarono anche scuole d'artigianato, crearono quadri subalterni (sacrestani e catechisti indigeni), completando l'insegnamento catechetico con lezioni più vive di teatro religioso e con liturgie solenni, piene di processioni e di canti, cose a cui erano molto sensibili gli indigeni. Fu in quest'epoca che nacque la devozione a Nostra Signora di Guadalupe.

Per quanto riguarda l'amministrazione dei sacramenti, i missionari ebbero certe esitazioni. Siccome davanti a loro e ai conquistatori le popolazioni manifestavano una semplicità e un'obbedienza quasi infantile, in generale si tese ad amministrare tendenzialmente solo il battesimo, il matrimonio, la penitenza. La pratica della confermazione e dell' unzione degli infermi dipendeva dalle regioni. 1 maggiori dubbi e incertezze ci furono per l'amministrazione della comunione e dell'ordine. Se, dopo un primo periodo si arrivò ad ammettere gli Indiani anche alla comunione, il sacerdozio non sarà conferito se non molto più tardi. Nei primi tempi, grazie a Zumarraga e ai francescani, si cercò una soluzione preparando scolari da avviare al sacerdozio, ma l'ostilità dell'ambiente laico circostante, la politica ecclesiastica delle colonie, governata dalla Spagna e la mancanza di perseveranza negli indigeni portò a mettere da parte anche la stessa ipotesi di un clero indigeno.

L'opera apostolica dei missionari spagnoli nel primo periodo della colonizzazione, seppure con varie carenze - tra cui, non ultimo, un sistema di tutela degli indiani inficiato di paternalismo - resta comunque degna di ammirazione. Le regioni allora evangelizzate sono ormai le più cristiane ai nostri giorni. Questo successo è dovuto certo al loro zelo, alla loro intelligenza, alla testimonianza personale che seppero dare alle nuove popolazioni.

Vescovi padri degli indiani

Per frenare la regressione demografica degli indiani -conseguenza delle ingiustizie - il Consiglio delle Indie, vista la mancanza di incidenza delle leggi emanate in proposito, decide di affidare all'episcopato delle missioni la funzione « di difesa, di protezione, conversione dei povero, dell'indiano dei maltrattato ». L'elezione dei vescovi comincia ad essere controllata secondo nuovi criteri. Comincia un periodo positivo in cui l'episcopato, senza eccezioni, si mostrerà come l'unica istituzione ispanoamericana a favore della integrità indigena. La nomina reale di Protettore degli Indiani, già appartenuta a Las Casas, viene a definire ogni vescovo. delle diocesi d'oltremare.

Uno dei primi a ricevere la Protectorìa è il francescano Juan de Zurnarraga (1527-1548). Nel '29 arriva in Messico dove comincia una lotta per il rispetto degli indiani, addirittura contro il Consiglio governativo del Messico (Audiencia), responsabile di tante ingiustizie. Contro ogni pregiudizio, nel '36 fonderà un collegio di studi superiori per l'élite delle scuole indiane, da cui spera di far uscire qualche sacerdote indigeno. La cosa cadrà sia per l'immaturità degli autoctoni (avevano incontrato il cristianesimo solo da 15 anni), sia per la resistenza e il boicottaggio dell'opinione pubblica. A causa delle denunce di soprusi, crudeltà, tratta degli schiavi, sarà costretto a presentarsi alla corte reale, accusato di mettere in crisi il potere della corona nelle colan-ie, che aveva nelle Audiencias la sua rappresentanza.

Altro grande padre degli indiani fu Vasco de Quiroga, vescovo di Mechoacàn (1538-65). Definito « più vescovo degli indiani che degli spagnoli », creò un sisterma di Repubbliche che permettevano agli indigeni di vivere fuori dell'influenza diretta degli spagnoli. Già in una lettera dei 1531, non ancora vescovo, segnalava al re la possibilità di creare delle riduzioni composte unicamente da indiani, dove la vita si sarebbe svolta « allo stesso modo che nella chiesa primitiva »II. Quiroga sarà anche il primo a realizzare una evangelizzazione pacifica tra i Taraschi (1532-35), di grande valore etnologico e culturale.

Il vescovo più importante dell'epoca fu Francisco de Marroquìn, vescovo di Guatemala (1533-63). Anchelui affermava la necessità per gli indiani di riunirsi in villaggi autonomi e di non gravarli di tributi. « Guardando i bisogni di questa gente - comunicava con amarezza al Consiglio in una lettera del '39 - occorrerebbero non uno, ma numerosissimi protettori »9.

Sarà proprio Marroquin che spingerà Las Casas a tentare nella sua diocesi una evangelizzazione pacifica a Tezulutiàri, il paese della guerra ».

Terra della vera pace

Nel suo De Unico Vocationis Modo, attraverso argomenti razionali, biblici e patristicí, frate Bartolomeo cerca dì dimostrare che « la Provvidenza divina ha stabilito per tutti gli uomini in tutti i tempi un solo e unico modo di insegnare agli uomini la vera religione, e cioè una proposta comprensibile, persuasiva e ragionata, unita all'invíto, alla dolce esortazione della volontà »111, La convinzione sul valore della « via persuasiva » gli derìva dalla coscienza di fede e dall'ammirazione della religiosità naturale degli indiani. Ma questa « via » doveva essere provata per avere successo. Quando nel '34 scoppia sull'Hispaniola una rivolta indiana, capeggìata dal cacicco Enriquillo, Las Casas ottiene il mandato per una soluzione di pace e «solo, con la grazia di Dio », riesce a tranquillizzare l'animo di « Don Enrique », facendo rientrare la rivolta.

Ma il suo desiderio è di applicare il metodo pacifico nel Perù, -preda sanguinante dei conquistatori. Una tempesta, in un viaggio che lo porta in quella terra, lo costringe ad approdare sulle coste dei Nicaragua. L'attenzione di Bartolomeo è presto attirata da un settore geograficamente importante, non ancora sottomesso. Si offre per una riduzione pacifica della zona. Ma si scontra con gli interessi dei coloni e delle autorità locali che sfruttano il lavoro forzato e la vendita di schiavi indiani per ammassare ricchezze. 1,1 frate viene denunciato come agitatore e costretto a lasciare il paese.

Finalmente, nel 1537, una possibilità insperata: Las Casas è invitato da Marroqum nel Guatemala per la riduzione pacifica di alcune tribù maya. Egli si mette in contatto con il governatore Alvarado, ben disposto verso i suoi progetti. Con lui firma un contratto segreto in cui il frate chiede precauzioni e garanzie per la riuscita dell'impresa. Gli indiani, una volta « conquistati », saranno posti direttamente sotto la corona reale, e non dati in encornienda; aglì spagnoli verrà interdetto per i :primi cinque anni l'accesso alla regioni della missione, perché gli abitanti « non siano inquietati né allarmati, affinché la vostra predicazione e la loro conversione non ne sia impedita »II.

Las Casas e alcuni suoi confratelli - Rodrigo de Landrada e Pedro de Angulo - cominciano dapprima a incontrare e istruire le tribù periferiche della zona, rendendole missionarie a loro volta verso le tribù deli'interno. Il paziente lavoro evangelico e diplomatico sembra condannato a -perire quando i coloni vengono a scoprire il contratto segreto e gli « esorbitanti » permessi ottenuti dal frate. Bartolomeo, dal Messico - dove si era recato per incontrare Zurnarraga e altri vescovi - parte:per la Spagna a difendere il suo esperimento (1540). Ottenuti ampi permessi, il lavoro dei suoi confratelli puo continuare indisturbato fino al 1547, anno in cui il «paese della guerra - può cambiare nome: Vera Paz, città della vera pace.

Nuove condizioni

La pacificazione dei paese della guerra era iniziata in un momento favorevole alla causa indiana. Dopo la crudele campagna contro gli Inca, un coro di voci autorevoli condanna le violenze: « queste conquiste sono un obbrobrio e un'ingiuria per la fede cattolica e per la cristianità ... Tutte le conquiste realizzate in questi paesi non sono altro che massacri .12.

Sul piano politico sorgono innumerevoli difficoltà diplomatiche. Gli eccessi dei conquistadoresservono da arma alle ambizioni delle altre monarchie europee, gelose della fortuna spagnola.

A Salamanca, intanto, per mezzo dei domenicani si precisano importanti criteri morali e giuridici. Francisco de Vitoria, grande teologo scolastico mette in causa i fondamenti giuridici delle conquiste coloniali: « I cristiani non possono occupare con la forza le terre degli infedeli, se questi le posseggono in quanto veri padroni, cioè se esse sono state da sempre loro dominio ». Il diritto di dichiarare guerra verso chi non accettava la fede cristiana e quello di impossessarsi dei loro beni, sfruttato per decine di anni per spogliare le popolazioni americane, viene definito con il suo vero nome: « Noi intendiamo parlare dei massacri di esseri umani, delle spogliazioni di uominì inoffensivi, di sovrani destituiti e privati dei loro beni e possedimenti: abbiamo troppe ragioni per dubitare della giustizia di tali atti e per credere che siano vere e proprie iniquità (F de Vitoria, Rifettura sulla recente scoperta delle Indie, 1539) ~ 13.

Anche il papa Paolo III, spinto dai dominicani e dai vescovi delle colonie, aveva proclamato dogmaticamente, contro l'opinione che considerava gli indiani degli esseri inferiori, la loro vera natura umana e la loro capacità ad accogliere la fede: « Considerando che gli Indiani, essendo veri uomini, non solo sono atti a ricevere la fede cristiana, ma, per quanto sappiamo, la desiderano fortemente ... noi decidiamo e dichiariamo, nonostante ogni opinione contraria, che i suddetti Indiani ... non possono essere privati in alcun modo della loro libertà e dei loro beni ... e che essi dovranno essere chiamati alla fede di Gesù Cristo mediante la predicazione della paro,la divina e l'esempio di una vita virtuosa e santa » (bolla Sublimís Deus, 1537) 14.

E' in questo nuovo, clima che Las Casas, forte dell'appoggio dei vescovi americani, aveva raggiunto la madrepatria.

Una battaglia culturale

« E ora vi saluto con gìoia, ... abitanti di Oaxaca, di Chiapas, di Cuilapan e quelli venuti da tante altre parti, credi dei sangue e della cultura dei vostri nobili antenati... Alon è strano che un giorno, già nel lontano secolo XVI, arrivarono qui, per fedeltà alla Chiesa, dei missionari intrepidi, desiderosi di assimilare il vostra stile di vita e le vostre abitudini, per rivelare meglio e dare viva espressìone all'immagine di Cristo. Vada il nostro grato ricordo al primo vescovo dì Oaxaca... e a tanti altri missionari -francescani, domenicani, agostinianí e gesuiti - uomini ammirabíli per la loro fede e per la loro umana generosità ... ».

(Giovanni Paolo II, Discorso agli indios a Cuilapan, Oaxaca, 29-1-79)

In Spagna Bartolomeo cerca anzitutto di influire sull'opinione pubblica facendo stampare alcune delle sue opere più famose: la Brevìsima Relaciòn de la Destrucciòn de las Indias, una fortissima denuncia degli abusi degli spagnoli, con una nutrita serie di racconti di atrocità commesse, al limite dell'inverosimile; l'Entre los remedios, una esposizione ragionata di soluzioni riformatrici a carattere molto avanzato.

I pilastri delle sue argomentazioni sono ormai affermati con una nettezza sbalorditiva:

1) Evangelizzazione primo scopo della coIonizzazione. Tale primato implica l'affermazione della dignità umana degli indiani e la ricerca della loro salvezza fisica e spirituale. In Las Casas, infatti, la dignità dell'uomo ha il culmine nella sua capacità di accogliere l'annuncio:

«Questi popoli ... sono le creature più innocenti dei mondo, totalmente sprovviste di cattiveria, ... fedeli e obbedienti ai ]oro signori naturali e ai maestri cristiani, ... pacifici e tranquilli, ... incapaci di odio, o rancore o vendetta. Essi sono cosi sparuti ... e deboli che ... la minima malattia può essere loro fatale. I figli dei principi e dei signori tra noi ... non sono di fattura cosi delicata come i più rozzi fra loro ».

« Quanto alla loro intelligenza, essa è viva e sveglia, docilmente aperta a ogni buon insegnamento essi sono i pIù atti dei mondo a ricevere la nostra santa fede cattolica, accettando senza alcuna opposizione la pratica delle virtù »1-1.

Proprio in ragione di questo stretto nesso tra dignità umana e accoglienza della fede, la missione implica la difesa dei diritti umani, di cui il primo è il diritto a credere. Basti per questo sentire í motivi per cui Las Casas è contrario all'encomienda.

2) Inadeguatezza dell'encomienda allo scopo evangelico. Gli spagnoli non solo non insegnano -la fede, ma il foro sistema dì lavoro distrugge la vita e la cultura degli indiani:

« Si arriva al punto che un villaggio venga diviso in due, tre o quattro parti, un gruppo di abitanti per ogni colono. E' anche capitato che uno spagnolo ricevesse nella suddivisione la moglie, un altro il marito, un altro i figli di una stessa famiglia, come se si trattasse di animali ». Gli indiani, oppressi dai loro padroni « non riescono a trovare la pace e la tranquillità per pensare alle cose di Dio ... ; essi la cui vita non è che inquietudine, angoscia, tormento, tristezza, afflizione, amarezza, non possono che provare odio e collera ... e arrivano nella loro esasperazione a detestare Dio stesso, a cui attribuiscono tutti i loro mali, perché è a causa di una falsa motivazione di fede che queste calamità crollano loro addosso ... A tal punto che essi ne deducono che i loro dei erano migliori del nostro Dio, ... perché nessuno li maltrattava come fanno i cristiani »16.

Le pubblicazioni non si fermano a gridare allo scandalo, ma propongono anche un diverso assetto della politica e dell'economia delle colonie:

1) gli indiani, essendo popoli liberi, vanno considerati vassalli dei re, non sottomessi a nessun padrone, se non la corona reale se accettano di dipendervi liberamente. Essi hanno diritto, come ogni spagnolo, a versare tributi solo al re;

2) l'encomienda, impostasi senza mandato reale, è politicamente pericolosa perché crea poteri di tipo feudale i cui privilegi possono minacciare la corona (le resistenze dei coloni verso le ordinanze reali erano all'ordine dei giorno);

3) la conquista armata e la schiavitù deve essere bandita. Tutti i contatti nelle nuove terre devono avvenire per mezzo di religiosi, che potranno aprire la via agli spagnoli solo per relazioni pacifiche.

Le nuove leggi

L'attività di Las Casas e dei movimento favorevole agli indigeni non resta senza frutto. Nel 1542 Carlo V emana « per il governamento delle Indie e per il buon trattamento e conservazione degli Indiani » Le Leyes Nuevas (Nuove Leggi), in cui la ispirazione -dei frate domenicano è ben identificabile. Le disposizioni più importanti riguardano la soppressione di un certo numero di encomiendas (le più abusive), la liquidazione per estinzione delle altre (non ereditarietà), l'interdizione a crearne di nuove. Le Leggi prevedono anche norme per le spedizioni di scoperta e conquista, con partecipazione obbligatoria di religiosi e proibizione di schiavitù. Parallelamente, per volere dell'imperatore, il Consiglio delle Indie e molte Audiencías subiscono una epurazione dei membri più compromessi con le conquiste violente.

La promulgazione delle Nuove Leggi è accompagnata dalla elezione di un gruppo di vescovi « lascasiani ». L'influenza di Bartolomeo in queste elezioni è fuori dubbio. Fino alla fine della sua vita egli riuscirà a far ordinare ben 22 vescovi «indigenisti», manterrà costanti relazioni con loro, cercheranno insieme di far pressione sulle decisioni dei Consiglio delle Indie, per favorire gli indiani o per sanare conflitti tra questi e i coloni. Grazie a questo tessuto unitario e al sacrificio di questi pastori in difesa dell'uomo indiano, la Chiesa e la fede metteranno sempre più radici nell'America Latina e non saranno rifiutate come elementi stranieri e nemici.

La reazione

«Quattrocento anni fa víveva il padre Las Casas. Siccome è stato buono eglí è ancora vivo. Non si può vedere un giglio senza pensare al Padre Las Casas, perché la sua bontà lo rese color del giglio. Si dice che fosse bello vederlo scrivere, avviluppato nella sua tonaca bianca, seduto ad una seggiola ... , lottando con la sua penna d'oca, mai abbastanza rapida. Tante volte saltava dalla sedia come se gli bruciasse; e prendendosi la testa tra le mani misurava a grandi passi la sua cella, e pareva soffrìre di un enorme dolore... Passò la sua vita a difendere gli Indíani...».

Josè Marti poeta dell'indipendenza cubana,El Padre Las Casas

Al di là di un apprezzamento generico, la nuova legislazione non trova il favore di Las Casas: gli sembra che in esse domini -più la salvaguardia degli interessi della corona, che quella delle nuove popolazioni. In una lettera dei 1543 egli reclama per gli indiani la sospensione dei tributi (anche quelli dovuti al re), l'uso di religiosi come intermediari, li rispetto per le strutture e i poteri locali indiani, la liberazione immediata di tutti gli schiavi, la presenza alla corte di un difensore universale degli indiani.

le proposte sono troppo avanzate per ottenere risposta. Già per l'applicazione delle Nuove leggi il mondo coloniale è in subbuglio: senza encomiendanessun spagnolo vuoi rimanere nelle colonie. La sua stabilità - essi dicono - significa la stabilità sulla terra dei coloni e dei loro discendenti, la possibilità di entrare in contatto con gli indiani, di evangelizzarli e di disciplinare il loro lavoro. Il re, preoccupato dei malcontento, fa sopprimere il cap. 30 delle Nuove Leggi che proibiva l'eredità dell'encomienda (1545). Las Casas - che nel '44 ritorna in missione come vescovo di Chiapas (Messico), accompagnato da un gruppo di indiani liberati dalla schiavitù - trova una situazione infuocata. Davanti all'opposizione degli spagnoli, egli e tutto l'episcopato non trovano altra arma che il rifiuto dell'assoluzione per le mancanze contro gli indiani. Vengono stampati dei « confessionari » che esplicitano le condizioni a cui un encomendero può ricevere l'assoluzione (confessione e pentimento dei delitti commessi, ripagamento dei danni provocati, restituzione dei beni rubati, liberazione degli schiavi mediante atto notarile). Più che uno strapotere clericale, la presa di posizione è segno di una raggiunta maturità della coscienza cristiana che non poteva più astrarre l'affermazione della fede dal rispetto dell'indio inteso come prossimo.

9

«... quando l’angoscía si leva e m'accompagna fin dentro la mia casa, una luce antica sorge, dolce e dura come il metallo, come una stella sotterrata. Padre Bartolomeo, grazie per il tuo sostegno nelle cupe ore della notte ...

Poche vite d'uomo sono donate come la tua,

[poca frescura

come la tua, offrono gli alberi. Alla tua ombra

tutti i bracieri ardenti del continente accorrono,

tutti i destini annientati, la ferita

del mutílato, i villaggi

sterminati; tutto rinasce

sotto la tua ombra, agli estremi limiti

dell'agonia, tu fondi la speranza...

Oggi, Padre mio, entra nella mi . a casa.

1o ti mostrerò le lettere, i tormenti del mio

[popolo

dell'uomo perseguitato. Ti mostrerò gli antichi dolori. E perché io non cada, perché sia confortato sulla terra e prosegua la lotta, lascia nel mio cuore il vino errante e l'implacabile pane della tua dolcezza ... ».

Pablo Neruda, Canto General, 1950

Popoli evangelizzati

La società indigena che gli europei incontrano nel nuovo continente era costituita da vari gruppi umani, molti dei quali sopravvivono ancora oggi.

Vivevano in case plurifamiliari dette « bohíos ». Il loro principale alimento era la yuca, ma coltivavano patate, mais, tabacco, cotone. Era una società a quattro classi: servi, plebei, nobili, capi. 1 servi non erano schiavi, ma persone senza proprietà, che la nobiltà impiegava per lavori domestici e agricoli. Il capo (cacicco) era spesso il sacerdote del gruppo.

Secondo il primo missionario, il frate Ramon Pané, gli antillani credevano in un essere immortale, che abitava il cielo e che nessuno poteva vedere, indifferente verso gli uomini. Gli indigeni usavano pregare le anime dei loro defunti, soprattutto dei loro capi.

Aztechi. La cultura azteca assorbe vari elementi delle culture messicane, unificandole. Era una società organizzata in clan, composta eminentemente da guerrieri. Attraverso conquiste riuscirono a sottomettere vari popoli messicani. Coltivavano mais, fagioli, miglio, ed erano anche buoni artigiani. La religione era costituita da un politeismo ricchissimo, fra cui emergeva il dio sanguinario Huitzilopuchtli, a cui si offrivano anche sacrifici umani. Essi credevano in una vita dopo la morte, in un inferno e un paradiso, senza che questi fossero il premio o il castigo a una vita cattiva o buona. Mendieta, un missionario del '500 afferma che esisteva tra gli aztechi una nozione del Dio vero. Vari riti aztechi ricordano alcuni sacramenti cristiani. Due volte all'anno, ad esempio, si mangiavano simulacri del dio Huitzilopuchtli, fatti di pasta alimentare; altre volte, questa «comunione col dio» avveniva in modo cruento: si uccideva un prigioniero offrendo al dio, gli si strappava il cuore e lo si mangiava in comune. Vi era poi un rito « battesimale »: si versava acqua su un neonato e si invocava la sua liberazione da ogni male, per mezzo di « nostra madre l'acqua che lo forma e lo genera di nuovo ». Fra gli aztechí esisteva anche una «confessione dei peccati », fatta con sincerità e pentimento davanti al sacerdote, che era tenuto al più rigoroso silenzio. Tale confessione - una volta nella vita poteva anche avere effetti temporali: se qualcuno si era macchiato di un delitto, e si confessava, la sua pena, che spesso era la condanna a morte, si trasformava in una pena di carattere religioso. Queste similitudini stupirono e appassionarono un grande missionario ed etnologo del XV secolo, Bernardino Sahagun.

Maya. Erano un popolo fondamentalmente pacifico. Abitavano la zona dello Yucatan, dedicandosi all'agricoltura, le cui operazioni erano governate dal ritmo sacro delle stagioni. Nei giorni in cui non c'era lavoro dei campi, la classe dirigente occupava il popolo in grandi opere pubbliche a carattere religioso (le piramidi). Tutta la sapienza maya era posseduta dai sacerdoti. Lo studio dei fenomeni celesti portò alla scoperta del calendario, con una precisione maggiore del calendario gregoriano. Conoscevano matematica e scrittura, geroglifici a carattere religioso, che non si è riusciti ancora a decifrare. La religione maya era basata su alcuni mitologie. Vi era la credenza di un dio onnipotente e creatore, che non si poteva nominare e che era padre di tante altre divinità della natura. Questo dio era raffigurato da una mano miracolosa, capace di far guarire da ogni male: Tale simbolo sarà usato nei catechismi cristiani fatti dalle prime generazioni di missionari, ad uso degli indiani, scritti in lingua locale.

Inca. Popolo bellicoso, povero di cultura, ma dotato di grandi doti organizzative che sottomisero tutte le popolazioni peruviane. La struttura sociale può paragonarsi a un socialismo di stato i cui capi (esercito, politica, culto) erano della stirpe inca. La loro economia era a carattere agricolo. Il dio principale era Inti, il Sole, di cui gli Inca si proclamavano figli, e il cui tempio aveva sede a Cuzco. Veniva poi Quilla, la dea Luna, sorella e sposa del Sole. La venerazione pero andava a tutti gli spiriti minori che abitavano i grandi fiumi e le montagne. Nella religione inca erano presenti anche forme di vita monastiche maschili e femminili, soprattutto presso i templi del dio Sole. Tra gli inca, come anche tra vari popoli precolombiani esistevano miti e presagi di conquista da parte di dei venuti da oriente. L'inca Garcilaso de la Vega, convertitosi al cristianesimo e autore dei Comentarios reales, una storia della conquista del Perù, parla della profezia dell'Inca Huaina Capac, padre di Atahualpa, fatta prima di morire: « Da molti anni il nostro padre Sole ci ha rivelato che, passati dodici re suoi figli, verrà gente nuova, mai conosciuta che conquisterà il nostro impero e molti regni... Io vi comando di obbedirli e servirli ... perché le loro leggi saranno migliori delle nostre e saranno più invincibili dei nostri guer~ rieri ... » (Secondo alcuni, questi miti facilitarono la penetrazione del cristianesimo).

Il profeta solo

Una serie di critiche si riversa dalle colonie alla corte spagnola, contro il « monaco senza istruzione e senza pietà, invidioso, vanitoso, passionale, inquieto, avido e scandaloso », che senza paura porta avanti la lotta contro la classe encomendera. La sua posizione intransigente, oltre che alienargli le simpatie di alcuni vescovi più moderati, lo esporrà a molti pericoli, da cui sfugge allontanandosi per un po' di tempo dalla diocesi. Altri vescovi indigenisti, troveranno la morte, come il vescovo dei Nicaragua, Valdivieso, assassinato dal clan encomendero nel 1550.

Ormai la mentalità sta cambiando: il re, più preoccupato della situazione europea, vuole salvaguardare la pace a tutti i costi nelle colonie. Tra breve abdicherà in favore dei figlio Filippo li, di stampo più statalista, che si preoccuperà ancor meno degli indiani e disporrà, da buon monarca assoluto, che le decisioni riguardanti gli indiani vengano sempre più -prese dalle Audiencias e sottoposte alla « ragion di stato ». I vescovi sono via via spogliati della qualifica di Protettori. Le nuove leggi sono destinate a rimanere lettera morta.

Nell'immeschinirsi della mentalità comune, il radicalismo di Las Casas rappresenta un vertice nel cristianesimo dei XVI secolo, sempre più libero di fronte al re (a cui ricorda l'unica giustificazione della sua sovranità sulle Indie, l'evangelizzazione), sempre più deciso nell'accusare la violenza dei suoi connazionali contro la dignità indiana e nel chiedere che si restituisca agli indiani tutto ciò che è stato loro rubato.

Per combattere l'ingiustizia delle guerre di conquista e la schiavitù, egli scenderà ancora in lizza contro l'umanista Sepulveda. Questo canonico di Cordova aveva rilanciato in quegli anni la tesi della legittimità della guerra contro gli indiani che, appartenendo a una categoria di esseri inferiori, data la loro barbarie, sono naturalmente condannati alla schiavitù e risulta illusorio pretendere di evangelizzarli.

Las Casas fa condannar , e l'opera di Sepulveda, il Democrates alter, dalle università di Salamanca e Alcalà . L'opera si diffonde lo stesso, incontrando il favore di chi vuole continuare ad arricchirsi nelle colonie. Bartolomeo scrive allora l'Apologia latina, per confutare le tesi dell'umanista. Carlo V, ormai stanco di regnare, riunisce la corte e un'assemblea di giuristi e teologi a Valladolid per una controversia. Las Casas, più che settantenne, combatte come un giovane leone, mettendo a confronto la presunta barbarie degli indiani e l'orribile barbarie dei conquistadores: « Dovremmo avere grande vergogna e obbrobrio nel voler scusare opere così esecrabili e infami. Per rubare e usurpare i beni e le ricchezze altrui abbiamo spopolato, devastato, annientato, nello spazio di 45-48 anni e al prezzo delle peggiori crudeltà, ingiustizie e tirannie, ttitti quei territori più estesi dell'Europa e di una parte dell'Asia, che noi vedemmo un tempo abitati da popoli pacifici e numerosi »17.

La posizione indigenista vince. Ma la vittoria non trova riscontro nelle colonie. I vescovi che cercano di far applicare 'i Nuove Leggi non riescono

ad avere l'appoggio del potere locale e rischiano l'espulsione e il carcere, come Juan dei Valle, vescovo di Popayan e Augustinde Corufia, della diocesi di Quito. La Chiesa si avviava ormai al compito profetico in difesa dell'uomo, ricca solo della sua missione. Le riduzioni che i gesuiti fonderanno nel Paraguay -villaggi dove gli indiani, separati dai coloni spagnoli, vengono educati alla fede e al contatto con la cultura europea, sotto la tutela dei padri missionari - non fanno che rispondere a quest'unico compito. Anche i gesuiti si troveranno soli a difendere gli indiani dalla schiavitù e dal lavoro forzato, a cui l'ingerenza statale vuole sottometterli.

Di questa solitudine e di questo compito profetico, Bartolomeo de Las Casas resta un precursore. Fino al 1566, anno della sua morte, il compietamento delle sue opere, la Historia de las Indias e l'Apologetica Historia occuperanno il suo tempo e la sua mente. Come in obbedienza ad un mandato divino continuerà a proclamare la verità additando l'empietà degli spagnoli: « lo, che per la bontà e la misericordia di Dio fui scelto, benché indegno, per difendere tutte quelle nazioni che noi chiamiamo indiane ... contro le ingiurie e le inique vessazioni che noi spagnoli abbiamo loro inflitte ... affermo, certo di essere d'accordo con la Santa Chiesa Romana_regola e misura delle nostre convinzioni, che tutti i mali inflitti dagli Spagnoli a questi popoli ruberie, assassinii, usurpazioni di terre, di beni, di stati, di regni ... - violando la giustissima e impeccabile legge di Cristo e della ragione naturale, hanno insozzato gravemente il nome di Cristo e la nostra religione cristiana ... (Testamento di Las Casas)

note

1 COLON C., Primer viale, Buenos Aires, 1946, p. 32; cit. in BATAILLON M.-SAINT-LU A., Las Casas et la défense des Indiens, Parigi, 1970, p. 58. Da quest'opera (= BSL), che riporta una vasta antologia di testi, trarremo la maggior parte delle seguenti citazioni.

2 Rapporto dei domenicani dell'ísola Hispaniola al ministro De Chièvre, 1519, in B9L, pp. 61-62.

3 Omelia di A. de Montesinos per la 4a dom. di Avvento, 1511, in BSL, p. 67.

4 LAS CASAS B., Memorial de remedios para las Indias, 1516, in BSL, p. 104.

5 BSL, p. 109.

6 CiL, p. 133.

7 Cit., p. 138.

8 Ct. in DUSSEL E., Les évéques hispano-américains, Défenseurs et évangélisateurs de l'Indien. 1504-1620, Wiesbaden, 1970. p. 116.

9 Cit., p. Il 7.

10 BSL, p. 151.

Il Testo dei contratto in SAINT-LU A., La Vera Paz, esprit évangélique et colonisation, Parigi, 1968, pp. 16 e ss.

12 Lettera di Zumarraga a un ecclesiastico, aprile 1537. in BSL, p. 159.

13 Cfr. Obras de Francisco de Vitoria, « Bjbliot. Aut. Cristianos », Madrid, 1960, pp. 451 e ss.

14 BSL, p. 160.

15 LAS CASAS B., Brevissima Relaciòn do la Destrucciòn de las Indias, 1541, in BSL, pp. 167-168.

16 LAS CASAS B., Entro los remedios._ 1542, in BSL, pp. 175 e ss.

17 Controversia Las Casas - Sepulveda, ila replica di L.C., e it. in BSL, p. 240.

18 In « Bibl. Aut. Esp. », Madrid, 1958, t. 110, p. 539 e ss.