Il fascismo secondo Quazza
L'interpretazione marxista classica del fascismo
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Guido Quazza
Che molti «valori» proclamati dal fascismo siano tipica e diretta manifestazione di credenze, pregiudizi, frustrazioni della mentalità piccolo-borghese, che il fascismo sia in larga misura la traduzione nella lotta politica e sociale dei modelli di comportamento propri dei «ceti medi» visti nel loro abito comune di massa, nessuno vorrà negare. Insistere su questo non reca però alcun reale aiuto all'individuazione dinamica del processo storico se non ci si chiede in quale effettiva misura l'aver assunto quei valori abbia pesato nel condurre il fascismo alla vittoria e quali condizionamenti essi abbiano esercitato sull'avviarlo alla sconfitta. Ciò è possibile soltanto se si cerca di abbracciare il nesso tra storia del fascismo e storia d'Italia in una prospettiva generale di «lungo periodo» che misuri, entro il quadro dell'età del capitalismo, l'intero processo di sviluppo dell'Italia liberale. In altre parole, più dei tratti tipici del fascismo, dev'essere al centro il suo rapporto con le «forze» operanti nella società italiana, perché questo è il vero nodo della battaglia per il potere: quella battaglia che è compito dello storico studiare e del politico affrontare.
Che cosa si perviene a riscontrare con la ricerca di questo rapporto? In primo luogo, che il fascismo è giunto al governo, nell'ottobre 1922, non attraverso un consenso elettorale (nel novembre 1919 i suoi voti erano stati poco più di 4000; nel maggio del 1921 i suoi seggi fra il 6 e il 7 per cento del totale) ma attraverso un'azione violenta. Questa azione violenta deve quindi essere sopra ogni altra cosa sottoposta ad esame se non si vuole gabellare per espressione autonoma di certe forze ciò che è invece strumento, sia pure non interamente passivo, di altre. Quale risultato esso da? Che, senza l'appoggio della grande borghesia agraria e industriale, senza la connivenza dei vecchi centri di potere dello Stato (corona, alti gradi dell'esercito, della burocrazia amministrativa e poliziesca, della magistratura), il fascismo non avrebbe certo vinto. Perciò delineare i tratti specifici del fascismo è utile solo nella misura in cui quei tratti diventano elemento di forza del fascismo verso altre forze, anzi, il punto di riferimento delle «forze» che realmente decidono di coinvolgere il fascismo nella propria azione.
Quando, a questa stregua, si cercano i tratti che i «valori» dei ceti medi assumono nella politica fascista, si scopre subito con tutta evidenza che sono molto generici e soprattutto molto contraddittori, che prendono spesso forma diversa a seconda delle forze verso le quali si muove Mussolini e che Mussolini appoggiano. La ragione sta nel fatto che nei ceti medi in realtà coesistono strati di coltivatori diretti, di artigiani, negozianti e piccoli commercianti, di funzionari statali di livello inferiore e medio e membri delle «classi di servizio», la cui eterogeneità si congiunge, negli anni del primo dopoguerra, alla disorganicità derivante dalla coesistenza di differenti «società» regionali e di diverse «formazioni sociali». Ciò li condanna a un «ruolo» subalterno rispetto ai due maggiori protagonisti dello scontro, la «grande borghesia» e il «proletariato». Una ben maggiore omogeneità e organicità consente infatti a questi un assai più efficace controllo degli strumenti veri del potere dall'alto o del contropotere dal basso.
La grande borghesia, cioè «la classe superiore legata alla proprietà fondiaria e la classe degli alti dirigenti industriali», trova una fondamentale unità, di là dalle differenziazioni e articolazioni delle «strutture di classe parziali» e delle complesse diversità di sviluppo delle «formazioni sociali», nella volontà di difendere il proprio reddito, il proprio prestigio, il proprio controllo del potere. Il «proletariato», sebbene diviso da contrasti tra i lavoratori dell'industria e i lavoratori agricoli, possiede un vasto apparato sindacale, cooperativo, assistenziale, che, congiunto con la rete delle organizzazioni di partito, consente una azione più coordinata e omogenea. Specialmente in un momento di scontro frontale, i «ceti medi» sono destinati a diventare strumenti di una delle altre due parti in lotta.
Se piccoli o medioborghesi già si possono trovare anche ai «vertici» dello Stato, è troppo chiaro che nell'Italia liberale tutto il meccanismo di selezione che li ha portati a quei vertici li dispone implacabilmente a subire il comando dei modelli e degli interessi di un potere politico ed economico saldamente in mano di un'oligarchia nobiliare e grandeborghese. Di più, la formazione stessa dei «servitori dello Stato» è fin dai livelli più elementari segnata irrevocabilmente, nella scuola, nell'ambiente, nella rete dei canali di informazione e comunicazione, da contenuti e ritmi fissati da un impianto gerarchico il cui controllo sfugge ad essi come singoli e come «classe» perché è e non può non essere di chi possiede ciò che solo consente il controllo decisivo: la proprietà dei mezzi di allestimento e mantenimento di quegli strumenti. Ciò non significa, certo, che si possa dimenticare la varietà del gioco degli interventi delle persone e dei gruppi e la complessità delle loro articolazioni; significa che si deve stare attenti a sceverare il primario dal secondario, a rifiutare il ricatto più o meno coperto di quella spuria obiettività che è come «la notte in cui tutte le vacche sono nere». Tra schematismo e scelta dichiarata di un ordine di priorità c'è un abisso: la sola condizione è che nella scelta non venga meno il senso del molteplice.
Né è accettabile, come metro di giudizio sostitutivo di quello sociale, il «mito» del duce demiurgo della lotta politica italiana. Qualora, ad ogni buon conto, si volesse guardare anche attraverso quella specola, l'autonomia politica del fascismo non apparirebbe altro che una costruzione artificiale, esterna. Non è che si neghi che le qualità del «capo» abbiano avuto un certo peso: il fatto che conta è però un altro, cioè che la natura stessa di queste qualità giocò contro una vera autonomia. La concezione mussoliniana della politica come pura conquista personale del potere, che è quanto dire la disponibilità ideologica, politica e sociale del duce, fece del movimento da lui guidato lo strumento più idoneo per l'azione egemonica essa sì autonoma delle «forze» che contavano nell'economia, nell'apparato politico, in una parola nella società. Il De Felice stesso, nel momento in cui documenta che la stabilizzazione del «regime» avvenne sulla base dell'esautoramento del partito fascista e della resa all'ordine conservatore, offre una lampante controprova del fatto che il fascismo fu costretto a pagare un prezzo decisivo a chi lo aveva portato al governo. Quel tanto di autonomo che esso conserva è in tal modo confinato al mondo degli epifenomeni politici, importanti non perché incidano a fondo sui processi dell'economia e della società, ma perché rivelano a quali estremi porti la paura di perdere il controllo su questi processi. L'obiezione che la «grande borghesia» non fece (come non fa) del fascismo il proprio regime ideale da un'ulteriore conferma di quale sia il primario e quale il secondario. La grande borghesia ritiene necessità dura ma ineludibile, nel momento dello scontro più diretto, concentrare il «comando politico» al fine di trarre dalle istituzioni il massimo di potere coercitivo per respingere l'attacco rivoluzionario o, in ogni caso, per garantirsi a posteriori della grande paura di perdere tutto. L'insufficienza, e quindi l'errore, dell'equazione fascismo = capitalismo è proprio qui. Il secondo termine va ben al di là del primo, perché concerne le strutture e trova perciò una sua politica nelle diverse contingenze: una politica che dispone i gruppi detentori delle leve strutturali dell'economia e della società anche a subire limitazioni al proprio controllo politico pur di salvare la propria egemonia sociale. Tutte le ricerche a scala locale sinora fatte denunciano questo tipo di conversione al fascismo da parte dei vecchi gruppi dominanti; da tutte risulta come la paura, nel nome dell'«ordine» e della «legge», abbia costituito la spinta decisiva. Nel passaggio dall'Italia liberale all'Italia fascista, se cambiano parzialmente i modi di reclutamento del personale politico e i giochi di governo, resta saldamente la vecchia gerarchia di potere nell'economia, resta la sostanza autoritaria del «sistema». Di più, se sotto il profilo soggettivo a non pochi dei vecchi dirigenti il fascismo appare come il regime capace di dare un consenso di massa al dominio delle forze capitalistiche, sotto il profilo oggettivo è sempre più difficile negare il fatto che i meccanismi organizzativi del fascismo coprono, sotto l'orpello dei «valori» dei ceti medi, rapporti di potere rimasti, nelle strutture di fondo, quelli precedenti il '22.
Queste ragioni, che sotto molti aspetti rendono accettabile la definizione di «regime reazionario di massa», sono già sufficienti ad affermare che la prospettiva della continuità è più utile di quella della frattura a cogliere i significati più importanti del posto che la storia del fascismo ha nella storia d'Italia. [...]
Non è necessario, per il momento-chiave 1919-25, insistere sui dati già acquisiti dall'interpretazione «radicale» e ogni giorno con maggior copia di documentazione ribaditi e confermati dagli studi particolari. La ristrettezza del «blocco di potere», il carattere oligarchico del gruppo dirigente, la sua limitata rappresentatività nell'Italia liberale sono ormai verità incontrovertibili. Altrettanto il processo per il quale alle tappe che avevano segnato l'estensione del corpo elettorale (dall'I,8 per cento del 1861 al 6,8 del 1882 fino al 23,2 del 1912) aveva corrisposto il puntuale rafforzamento dell'elite dirigente attraverso le alleanze o i legami con le forze via via emergenti dallo sviluppo dell'economia (ovvio il rinvio, per gli anni di Depretis, alla nascente industria pesante; per quelli di Giolitti, ai gruppi emergenti dal big spurt della prima vera e propria rivoluzione industriale italiana). Ciò che i più autorevoli studiosi liberal-crociani circondavano di riserve e di interrogativi vale a dire che l'oligarchia dominante si era fatta bensì più varia e articolata al suo interno, ma aveva sempre difeso duramente il proprio dominio ogni qualvolta era esplosa la violenza dal basso (non è necessario ricordare il filo corrente tra la persecuzione degli anarchici e degli internazionalisti negli anni '80 e le repressioni di Crispi e di Pelloux) e non aveva esitato a tentare la cattura degli oppositori attraverso la loro divisione (specialmente Giolitti di fronte ai socialisti riformisti e ai cattolici) non è oggi seriamente confutabile. E dalle ricerche degli stessi studiosi «moderati» emerge senza possibili dubbi quanto la guerra avesse rinsanguato il blocco dominante con i nuovi vincoli intessuti col capitale finanziario-industriale attraverso le commesse belliche e la disciplina militaresca della forza-lavoro.
Su queste premesse, alcune considerazioni generali non possono essere dimenticate. Il dopoguerra trova che sulla strada della confluenza, di cui si è detto, fra il «nuovo» grande capitale ormai arrivato alla fase monopolistica e a propaggini internazionali e i «vecchi» centri di potere politico e amministrativo si sta fortemente accentuando il carattere autoritario dello Stato. La canalizzazione del rapporto di comando dall'alto al basso sta diventando sempre più vincolante e al tempo stesso si va accelerando la meridionalizzazione dell'apparato burocratico. L'una e l'altra stanno producendo una più pesante e più estesa dipendenza dell'impiegato dal «vertice», un più grave distacco del «servizio» dal cittadino, un più largo accumulo di pericolose riserve di frustrazioni e di rivalsa, un più rigido asservimento di singoli burocrati e di gruppi politici al potere economico. Le esigenze di union sacrée, di compattezza nazionale imposte dal conflitto continuano inoltre a gravare di più pesanti ipoteche la cultura, che, in parte manipolata, in parte essa stessa vogliosa di manipolarsi nelle università, nelle accademie, nelle scuole, «serra i ranghi» per accreditare con più intransigente esclusivismo i «valori» del gruppo dominante, mentre la stampa subisce la metodica conquista da parte dei gruppi economici più potenti.
Se si guarda alle masse, l'immediato dopoguerra introduce in questo quadro il malcontento o il risentimento di cinque milioni di contadini che nella smobilitazione portano la cocente esperienza di uno sforzo durissimo, di una compressione spesso quasi bestiale, e la bruciante speranza nelle promesse della «terra a chi lavora». La rivoluzione d'ottobre, inoltre, continua a galvanizzare milioni dì operai, meno direttamente colpiti dal peso bellico ma dalla concentrazione dei posti di lavoro fatti pronti a dar battaglia con agitazioni e scioperi di massa al fronte padronale. Ora è vero che come si è detto per decenni nel «biennio rosso» gli scioperi (più quelli dei servizi pubblici, del resto, che quelli delle fabbriche) turbano la piccola borghesia e che i ceti medi intellettuali sono offesi dall'atteggiamento dei socialisti verso i combattenti. Ma non giova a un corretto calcolo delle priorità sottovalutare il fatto che questo «sentimento» acquistò peso politico soltanto quando i più forti detentori del potere economico decisero di considerare come porro unum il ripristino dell'«ordine». La difesa del sistema nel campo economico non passa attraverso le dottrine e i progetti sull'economia escogitati dai grandi operatori di questa, bensì attraverso l'intuizione che va ben al di là del piano economicistico, ed è politica che per salvare il potere economico si deve ripristinare l'«autorità», il «comando» globale. Il ralliement della piccola borghesia e dei ceti medi al fascismo acquista dimensioni degne di nota soltanto dopo e in conseguenza della scelta che i grandi agrari e un crescente numero di grossi industriali operano contro una politica riformistica alla Giolitti e per una politica di repressione, mettendo denari, influenze sociali, stampa per trasformare il «sentimento» di cui si è parlato in «violenza» organizzata, e la «violenza» per così dire artigianale in una più sistematica e ben altrimenti potente «violenza» strategicamente programmata, nella quale procedono in parallelo, e spesso convergono, sia le armi private delle «squadracce», sia gli uffici, i tribunali, le armi di uno Stato che ha perfezionato la sua carica repressiva con l'esercizio del controllo autoritario nel tempo bellico.
Se già poche settimane dopo la nascita dei «Fasci di combattimento» l'amministratore delegato dell'Uva individua in Mussolini uno strumento utile a questa politica, negli anni seguenti è un crescendo, con poche pause, di iniziative e decisioni nel senso di una scelta che porta, attraverso la «grande paura» dell'occupazione delle fabbriche, alla marcia su Roma. Il bandolo non è certo tenuto dalla piccola borghesia e dai ceti medi, il cui supporto è importante ma subalterno. È tenuto da coloro che soli hanno gli strumenti per condurre una sistematica campagna di organizzazione del consenso contro il «pericolo rosso», di presentazione a senso unico del dilagare delle violenze, in modo e misura tali da battere in breccia, nel nome della lotta agli «opposti estremismi», il solo estremismo che li spaventa, quello di sinistra. Se si può pensare che l'allineamento dei «vertici» dello Stato avvenga per moto spontaneo (ma è vero solo in parte), non si può sostenere che senza l'informazione interessata degli organi controllati dal grande capitale l'adesione dei medi e dei piccoli sarebbe stata così rapida e così vasta. L'appoggio dei ceti medi, perseguito e raggiunto in due anni di sforzi dalle «forze» che veramente contano, è per queste chiaramente un mezzo: l'esame dei giornali mostra l'abilità e la flessibilità nell'usare le motivazioni più diverse, ma anche il coordinarsi di queste in una direzione che, sia pure di fatto, alimenta giorno per giorno il fascismo «strisciante». Esso nasce da quest'opera, della quale è parte organica il concorso di coloro che dall'alto dello Stato accentrato controllano burocrazia, esercito, polizia e magistratura, mentre le simpatie autoritarie di Pio XI aggiungono dall'esterno l'esplicito avallo di un'enorme forza, quella della Chiesa, con la quale l'Italia liberale aveva assai tardi cominciato a patteggiare, e in una misura insufficiente. Ma l'Italia liberale stessa fiancheggia e prepara nei suoi esponenti più influenti e in quelli minori il «governo dell'ordine» l'elenco dei nomi sarebbe interminabile e, quando esso vacilla sotto i colpi dell'indignazione per l'assassinio di Matteotti, rifiuta il ricorso alla violenza dal basso e si rifugia in una «attendismo» che, come quello del '43'44, è oggettivamente un aiuto della massima efficacia al trionfo del fascismo. La «preoccupazione giuridica», la difesa dei «principi eterni della giustizia» sono il manto che copre la volontà di non recidere, pur nel contrasto politico-istituzionale, il cordone ombelicale fra i dirigenti dell'Italia liberale e la classe economicamente dominante che ha scelto il regime. Più lampante e più dolorosa prova dell'insufficienza d'ogni spiegazione che si basi sul consenso «legale», sulle «idee», non si potrebbe dare. La vittoria di Gentile su Croce, l'allinearsi fino dal 1925 della cultura italiana al fascismo la storia dell'Enciclopedia italiana ne è uno dei più clamorosi segni mostrano quale sia il peso delle «idee» e quale quello delle «forze». Insistere sulla definizione del fascismo come regime dei ceti medi bisogna dunque ribadire è un errore perché per sé soli essi non ebbero la forza non solo di condurre al governo il fascismo, ma ancor meno di vincere la partita per il potere. Anche quella che fu definita l'ideologia dei ceti medi, il nazionalismo, si impose come ideologia del movimento mussoliniano quando venne fatta propria dai grossi gruppi di potere economico. E questi la fecero propria quando vi videro la giustificazione teorica globale di una «disciplina sociale» fondata sulla «collaborazione tra capitale e lavoro». Anche negli anni seguenti il '25, del resto, essa, quale Leitmotiv dello Stato corporativo, si presterà assai meglio delle dottrine liberali a coprire le esigenze di controllo della forzalavoro e di strutturazione gerarchica del ciclo produttivo proprie della fase di sviluppo industriale in corso in quegli anni. In questo senso si può accettare la definizione del fascismo come «coerente versione di massa del moderatismo conservatore in' età di suffragio universale e di sviluppo delle forze produttive». Nel senso, cioè è bene ripeterlo in cui il regime, di là dal velame ideologico, ripaga gli industriali con la definitiva abolizione dell'obbligo della nominatività dei titoli e il salvataggio dell'Ansaldo e del Banco di Roma, con la compressione dei salari, con l'eliminazione di fatto dello sciopero, col pieno controllo della forzalavoro: per cui già nel 1922-23 anche chi, come un Giovanni Agnelli, non aveva ancora scelto interamente i fascisti, s'avvia sulla strada che lo vedrà, sia pure con le cautele del «giocatore prudente», alleato strettissimo della dittatura.
Guido Quazza, Introduzione. Storia del fascismo e storia d'Italia, in AA.VV., Fascismo e società italiana, a cura di G. Quazza, Einaudi, Torino, 1973.